Milano 1969, la strage di Piazza Fontana: una ferita ancora aperta

“La forza di un terrorista si basa sulla paura che incute” – Cote De Pablo

Strage Piazza Fontana - 1969
Strage Piazza Fontana – 1969

Trascorsi cinquant’anni, la strage di Piazza Fontana rimane una ferita ancora aperta. Anche perché, a tutt’oggi, piena luce sui fatti non è stata fatta, né sulle trame e neppure sui responsabili e sui loro mandanti, i quali hanno pianificato una tragedia che ha cambiato il volto dell’Italia.

Ma, per non dimenticare, e in qualche modo omaggiare, se possibile, le vittime innanzitutto, e i loro familiari che ancora si chiedono i perché della strage, alcuni già consegnati all’oblio, è doveroso ripercorrere lo svolgersi dei fatti.

“È quindi ancora importante che il popolo italiano abbia consegnata la verità su quella strage e che vi sia una memoria storica condivisa. Nessun popolo costruisce un futuro positivo se, al di là di legittime differenze politiche, non ha a suo riferimento valori condivisi ed una comune memoria della propria storia” – Dichiarazione di Vannino Chiti, esponente del PD

Era il pomeriggio del 12 dicembre 1969, data rimasta nella memoria collettiva del paese quando, nel grande salone dal tetto a cupola dove aveva sede la Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, poco lontano dal Duomo, un boato spaventoso lacerò la nebbia di quell’inverno milanese. La cronaca riporterà il triste risultato dell’esplosione di una bomba: 17 persone morte sul campo e il ferimento di altre cento, circa.

Fin da subito le indagini presero un indirizzo ben preciso: i colpevoli erano gli anarchici, nella persona di Pietro Valpreda, e insieme a lui l’universo politico che gravitava intorno a quel tipo di ideologia.

Ma gli anarchici, in questa brutta vicenda non ebbero alcun ruolo, come emergerà successivamente. E Pietro Valpreda verrà scagionato da un’accusa infamante, non prima però di aver trascorso tre anni in carcere: l’origine del fattaccio era di tutt’altra natura.

Tuttavia, fra gli anarchici ci sarà una persona che pagherà un prezzo troppo alto per la sua appartenenza ideologica al gruppo. Il suo nome è Giuseppe Pinelli, ferroviere, già membro della Resistenza, nonostante la sua giovane età durante gli anni della guerra, e militante anarchico.

Sulla sua fine chiarezza non sarà mai fatta e la sua morte rimarrà per sempre avvolta dal mistero. Non si saprà mai come si sono svolti i fatti che l’hanno visto precipitare da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, durante un interrogatorio avvenuto in seguito alla strage.

Ci sarà comunque un’ulteriore vittima in questo micidiale contesto; questa volta non si tratta di un anarchico, ma di un servitore dello Stato, il commissario Luigi Calabresi, caduto sotto i colpi del terrorismo. Anche in questo caso saranno molti gli anni trascorsi per individuare i mandanti dell’omicidio, identificati in alcuni esponenti del terrorismo, che però si dichiareranno innocenti. Nonostante prove schiaccianti fossero pronte a inchiodarli alla loro colpevolezza.

“Non c’è nessuna giustificazione religiosa e umana per queste cose, questo non è umano” – Papa Francesco

Luigi Calabresi - commissario
Luigi Calabresi – commissario

Oggi, che molti anni sono trascorsi dall’attentato terroristico di Piazza Fontana, la verità storica, per quanto è dato sapere, la si può raccontare senza timore di smentita.

Si può dunque affermare che nell’immediatezza della strage ci fu, fin da subito, un depistaggio, creato ad hoc per addossare la responsabilità ai movimenti e ai partiti della sinistra, il cui consenso popolare era in crescita.

Ma perché un depistaggio per incolpare coloro, la sinistra nella fattispecie, che di colpe, almeno in questo caso, non ne aveva? Per destabilizzare la società italiana dell’epoca e cercare di dare una svolta autoritaria alle istituzioni.

In seguito, le indagini porteranno verso una direzione ben precisa: le responsabilità della strage erano palesemente di matrice fascista, indicate nelle persone di alcuni appartenenti all’estrema destra extraparlamentare.

Tuttavia, se trasparenza sui fatti ancora non c’è stata, nonostante il mezzo secolo trascorso da quello che si può considerare un ‘omicidio di massa’, a chi venne addossata la responsabilità?

Difficile dirlo. Forse ad alcuni e a nessuno, tanto che molti episodi legati alla vicenda vennero insabbiati. Da chi e perché rimane un mistero.

Ad oggi, comunque una certezza c’è: la strage di Piazza Fontana ha dato il via alla ‘strategia della tensione’, periodo durante il quale il paese Italia fu schiacciato da un susseguirsi di gravi attentati terroristici, che hanno visto cadere molti innocenti sotto i colpi di armi da fuoco.

Ma, per tentare di chiarire gli eventi che hanno portato al massacro di Piazza Fontana è opportuno fare un breve excursus nel contesto storico e sociale in cui la strage si è consumata.

“La democrazia è necessaria per la pace e per minare le forze del terrorismo” – Benazir Bhutto

Gli anni ‘70 del Novecento furono un periodo in cui il paese necessitava di un cambiamento sociale, culturale e di costume, un’innovazione non gradita però ad alcuni rappresentanti della parte politica avversa al rinnovamento.

Occorre ricordare, che i cosiddetti ‘anni di piombo’, i quali all’epoca hanno occupato l’intero scenario italiano, sono stati uno dei periodi più bui della Repubblica, durante i quali conflitti armati intervennero sia nella quotidianità della gente comune come nel mondo della politica e delle istituzioni, responsabili di un malessere generalizzato il quale intaccò ciò che di buono poteva esserci in alcuni suoi rappresentanti.

Il conflitto politico e culturale che prese campo in quegli anni si infiltrò in ogni settore della società, provocando un duro scontro di classe che, inevitabile, andò a declinarsi in una lotta fra fazioni di opposta tendenza, non limitandosi però ad ostacolare l’avversario con mezzi legittimi, ma attraverso comportamenti violenti.

Ma, da dove ebbe origine il disorientamento sociale che investì l’Italia degli anni ‘70?

Era figlio del movimento giovanile di protesta iniziato intorno al 1960, il quale chiedeva a gran voce un cambiamento radicale della società civile di allora.

Nato nelle università americane, in seguito al dissenso per il protrarsi della guerra in Vietnam, la spinta contestataria raggiunse anche l’Europa.

Protesta studentesca 1968
Protesta studentesca 1968

In Italia, la protesta studentesca si caratterizzò per una pretesa di cambiamento, sia sul piano sociale come su quello politico, che i giovani di allora fecero propria.

Lotta al capitalismo, rifiuto della società borghese e dei suoi valori istituzionali ed economici furono alcune delle sollecitazioni del Movimento Studentesco che, unite al rifiuto dell’autoritarismo accademico, si andavano a coniugare con la negazione di qualsiasi tipo di autoritarismo.

La protesta sosteneva la necessità di rifondare la società sulla base di istanze di libertà ed uguaglianza teorizzate da filosofi quali Marcuse, Sartre e Adorno, associate ai principi della tradizione marxista.

Nel 1969, in seguito a imponenti manifestazioni di massa da parte dei lavoratori, i quali chiedevano rinnovi di contratto e migliorie delle condizioni di lavoro, i sindacati ottennero un incremento salariale vantaggioso, oltre che innovativi vincoli lavorativi.

Circostanza questa, che unita alla crescita del Partito Comunista, causò insofferenza da parte dei rappresentanti politici di destra e, nella fattispecie, dei gruppuscoli della destra extraparlamentare, i quali davano inizio alla già citata ‘strategia della tensione’ che mise in pratica, in connivenza con alcuni pezzi dei servizi segreti deviati, una serie di attentati terroristici, facendo poi in modo che le responsabilità cadessero su esponenti della sinistra.

Il loro scopo era di eliminare dalla scena politica personaggi ritenuti scomodi, e al contempo condizionare l’opinione pubblica italiana, provocando nella gente malumore e un’accesa ostilità nei confronti dei protagonisti del cosiddetto ‘autunno caldo’ con il fine ultimo di ottenere soluzioni autoritarie a discapito della democrazia.

In quello stesso periodo si ebbero inoltre diversi tentativi, da parte di alcuni settori delle forze armate, di pianificare vari colpi di stato, stroncati però sul nascere dalle istituzioni democratiche.

“La guerra è la più diffusa forma di terrorismo” – Gino Strada

Alcune delle stragi che hanno insanguinato l’Italia di quegli anni, di chiara matrice fascista, oltre a quella di Piazza Fontana in Milano, sono avvenute nel 1974 in Piazza della Loggia a Brescia, con morti e feriti, e i cui colpevoli non sono mai stati perseguiti; ancora, nel 1974, quella del treno Italicus: anche in questo caso il triste risultato sarà di 12 morti e 48 feriti; infine, nel 1980 alla stazione di Bologna si consumò un’ulteriore strage che provocò la morte di 84 persone e il ferimento di 200.

Le conseguenze di questo stato di cose furono deleterie e irreversibili, perché la spinta rivoluzionaria in atto portò alla formazione di gruppi extraparlamentari di sinistra, i quali si organizzarono per dare battaglia al capitalismo borghese, con l’intenzione di demolirlo completamente.

Responsabile dei disordini sociali e politici che affliggevano il paese in quegli anni fu, quindi, anche la sinistra extraparlamentare.

Il più noto fra i gruppi eversivi di sinistra fu quello delle Brigate Rosse, affiancato da formazioni di minore rilievo.

Nato da una frangia estrema del Movimento Studentesco del 1968, la propaganda delle Brigate Rosse, che aveva l’obiettivo di coinvolgere nel movimento anche la massa operaia, era tutta incentrata sulla voglia di scardinare le istituzioni democratiche e colpire il sistema istituzionale.

Dal 1969 agli anni a venire, lo scontro si farà violento e assumerà i connotati di una lotta armata contro lo Stato.

Tra il 1972 e il 1975 le Brigate Rosse si distinsero per gesti eclatanti, quali sequestri di dirigenti d’azienda, etichettati come ‘servi del padrone’, e di rappresentanti delle istituzioni.

Sarà il 1974 l’anno in cui il gruppo armato compì il ‘salto di qualità’, con una serie di attentati terroristici, i quali individuavano i loro obiettivi in appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti, magistrati e militanti politici.

Azioni criminose, messe in atto con sequestri e rapine con i quali le Brigate Rosse si finanziavano.

Nel 1977 un rigurgito di protesta prese nuovamente piede all’interno di diversi atenei, mentre lo Stato appariva impotente a fronteggiare i drammatici eventi degli ‘anni di piombo’.

Aldo Moro
Aldo Moro

Fenomeno di ampie proporzioni che sembrava non avere fine perché inarrestabile e pronto a colpire coloro che detenevano il potere, tramite il cosiddetto ‘attacco al cuore dello Stato’, che raggiunse il suo apice nel marzo del 1978 col rapimento di Aldo Moro, presidente della formazione governativa Democrazia Cristiana, e con l’uccisione di cinque uomini della sua scorta.

Sulla liberazione di Moro e sulla trattativa con i terroristi, al fine di salvargli la vita, la politica e gli stessi partiti si divisero, perché cedere al ricatto dei brigatisti non era proprio nelle intenzioni dello Stato, anche se il prezzo era sacrificare la vita di uno dei leader della DC.

Dopo una lunga prigionia di 55 giorni, il suo cadavere verrà fatto ritrovare in una strada di Roma chiuso nel bagagliaio di un’auto.

La morte di Moro segnò il culmine della lotta armata; in seguito a questo gravissimo attacco, la repressione nei confronti dei brigatisti si fece più accesa e determinata, grazie anche alla collaborazione dei pentiti. Infine, all’inizio degli anni ’80, con alcuni colpi di coda e molti arresti, il fenomeno sembrò esaurirsi.

“Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia, senza rendersi conto che i ‘figli del popolo’, come li chiamava Pasolini, stavano dall’altra parte, erano i bersagli della loro stupida follia” – Mario Calabresi

Per concludere, a commento dei tanti fatti delittuosi trattati sono inevitabili alcune riflessioni. Innanzitutto che dire se non esprimere un giudizio di condanna per gli eventi fin qui ricapitolati.

Un giudizio che va oltre ogni ideologia di appartenenza, senza se e senza ma.

Perché la violenza non deve farsi mai, in nessun caso, strumento per dare una svolta a una situazione di disagio sociale o politico che sia, come quella riportata in questo scritto che, seppur limitato e piuttosto conciso, dà la cifra delle tragiche conseguenze a cui hanno portato gli ‘anni di piombo’, e la violenza in genere.

Soprattutto quando a essere colpiti sono degli innocenti senza responsabilità alcuna, se non trovarsi nel posto sbagliato nel momento in cui persone senza scrupoli mettono in atto gesti non giustificati, che vanno a cambiare la vita di molti.

Perché, come è avvenuto per la strage di Piazza Fontana e per i successivi atti di terrorismo, tristi esempi della ‘strategia della tensione’, i morti e i feriti sono in primis le vittime, a seguire poi coloro che restano a piangere, rammaricandosi perché non hanno evitato ciò che evitare non si poteva.

Scontando un ergastolo senza fine.

Altra riflessione da non trascurare è il fatto, che ogni cittadino è società, in misura maggiore o minore, e ciascuno dovrebbe sentirsi incaricato di dare il proprio contributo per dare vita a una migliore società.

Strage di Piazza Fontana
Attentato alla Banca dell’Agricoltura di Milano – Strage di Piazza Fontana – Photo by Agi/Giacominofoto/Fotogramma

Dunque, se così si può affermare, la responsabilità civile è anche del singolo individuo, che spesso   con un atteggiamento di noncuranza verso il mondo che lo circonda, commette, anche senza averne consapevolezza, un atto di negligenza e qualunquismo.

Una mancanza di rispetto verso il prossimo, artefice anch’essa della violenza che insanguina molte città, e non contribuisce a far sì che una società, da definirsi civile, potrebbe essere assunta a modello.

Tralasciare quindi la violenza come metodo di lotta, su esempio di un grande fautore della ‘non violenza’ quale è stato il Mahatma Gandhi, e usare strumenti quali la discussione, la protesta, lo sciopero, però, con mezzi animati da uno spirito di cooperazione universale.

Ed è forse su queste basi che anche governanti e politici potrebbero trarre da tale comportamento un esempio, una sorta di ‘educazione’ tale per indurli a comportarsi con onestà intellettuale.

Di certo, queste parole sono intrise di retorica, forse di qualunquismo e utopistiche, e anche un po’ scontate, ma la speranza in un cambiamento universale dovrebbe essere la spinta di cui il mondo ha bisogno in tempi difficili come quelli attuali.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

 

2 pensieri su “Milano 1969, la strage di Piazza Fontana: una ferita ancora aperta

  1. E arriviamo al 12 Dicembre, il pomeriggio c’è una importante seduta aperta, nell’aula di Psicologia cui partecipa Alessio e che m’invita ad andare. Il convegno è iniziato poco dopo le 16, e neanche dopo mezzora si avverte una strana agitazione, gente che entra e che esce dall’aula in continuazione, bisbigli, mormorii, al banco dei relatori, poi mentre noi cominciavamo a percepire voci come scoppio, caldaia, il Presidente comunica con voce tremolante che c’è stato uno scoppio in una banca.
    Questo è stato il primo impatto, poi Alessio mi dice che è meglio che ce ne andiamo. Fuori le voci si accavallano, qualcuno parla di attentato. Noi siamo propensi a credere quest’ultima ipotesi, anche se non c’è ancora nulla di certo. Decidiamo di fare una riunione con i compagni per decidere il da farsi, temiamo sempre come anarchici. Facciamo varie telefonate e verso le 19 siamo riuniti, in un’auletta dell’università dove ci ha portato
    Alessio, siamo noi due più Claudio, Tommaso, Valerio, Jenni e Betty.
    Ora si sa che è stata una bomba alla Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, a due passi dall’Hotel Commercio, e pare siano esplose altre bombe a Roma. Noi siamo tutti d’accordo, che se la prenderanno con gli anarchici, Valerio dice che è meglio se ce la squagliamo da Milano.
    Si esaminano varie possibilità, poi decidiamo per la casa di Betty, a Santa Margherita Ligure, che anche i suoi genitori, sono disposti a metterci a disposizione. Inoltre, se occorresse a Santa c’è pure la casa dei miei. Andiamo tutti a casa di Tommaso, il meno conosciuto, e aspettiamo che vengano a prenderci Teo, il fratello di Alessio e qualcun altro. Alle 21 arriva Teo e un amico, avvocato Marini di Soccorso Rosso, con loro c’è pure Steve, un anarchico del Ponte, partiamo con due auto per Voghera, dove prenderemo il treno per Santa. Così hanno deciso.
    Il periodo passato a Santa, dalla notte del 12 fino al 19 è caratterizzato da una costante attenzione agli avvenimenti che avvalorano la nostra scelta di fuga e allontanamento da Milano. In effetti oltre a Pinelli e Valpreda vengono fermati centinaia fra anarchici e compagni dei movimenti di sinistra, fra cui molti nostri amici. C’è pure il Lello, un compagno anarchico che si era messo in vista per gli scioperi della fame che aveva fatto contro gli arresti dopo la bomba della Fiera, a cui aveva partecipato anche Steve, che ora ci racconta tutti i particolari. E si dimostra molto preoccupato per lui. Assistiamo allibiti all’omicidio di Pinelli, fatto passare per suicidio “Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto”, dalle dichiarazioni del questore.
    Già il 16 Steve comincia ad agitarsi e a dire che deve tornare a Milano, che non può restare lì nascosto come un coniglio, mentre succede tutto quello, così se ne parte. E due giorni dopo veniamo a sapere che è stato fermato, fra di noi grande rabbia e ci si accusa a vicenda di non aver saputo fermarlo, poi telefonerà Sara dandoci notizie fresche, come quella di Lello, che sa cosa è successo a Pinelli, perché era nella stanza di fianco a quella dove hanno defenestrato Pino, potrebbe diventare un testimone pericoloso per la tesi di Calabresi e soci.
    Venerdì 19 telefona Sara per dirci che Steve è stato rilasciato, decidiamo di tornare a Milano, basta nascondersi, ormai il peggio è passato, valutiamo ottimisticamente, e comunque andiamo a stare a casa di Marini a Sesto San Giovanni. Nel pomeriggio di sabato c’è il funerale di Pinelli, al cimitero qualcuno deve andare per rispetto di Licia, la moglie, che abbiamo visto qualche volta, ci vanno Tommaso e Valerio, noi continuiamo a restare nascosti come conigli.
    da “Però, quante ne ho passate!”

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