“I convitati di pietra” di Michele Mari: un romanzo meravigliosamente scorretto
“Dieci poveri negretti se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione, solo nove ne restar. Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar […]” Sono i primi versi della canzone che Agatha Christie riporta in “Dieci piccoli indiani”; “e poi non rimase nessuno”, recita il sottotitolo. Sembra una conta, come quelle che intonano i bambini; fuori tu, fuori tu, fuori tu.

Di un gioco macabro scrive Michele Mari; una roulette della morte è il nucleo da cui procede la vicenda de I convitati di pietra (Einaudi editore, 2025, pp. 159) romanzo vincitore del Premio Strega 2026, anche nella sezione Giovani.
Nel primo anniversario dell’esame di Maturità, il 22 luglio 1975 trenta ex compagni di classe si riuniscono a cena; è la IIIª A del Ginnasio-Liceo Giovanni Berchet. Anche se nessuno dei commensali ricorderà mai chi sia stato l’artefice dell’invenzione, un ruolo di rilievo viene riconosciuto a Lorenzo Rivadeneyra; pare che sia stato il primo a proporre di tenersi in contatto.
Quella sera qualcuno suggerisce di rivedersi a cena una volta all’anno, sempre il 22 luglio; l’accordo prevede che ognuno verserà una certa cifra annuale, non alta ma nemmeno esigua. Il capitale verrà investito in modo da generare, in oltre mezzo secolo, una vera fortuna; gli ultimi tre sopravvissuti ne entreranno in possesso in parti uguali. L’8 ottobre 2008 Laura Crollalanza convoca in segreto due compagni; Raimondo Piselli e Andrea Mentasti inaugurano il sistema delle scommesse.
I convitati di pietra ricorda il 22 giugno 1986, quando Marta Ruffolo compie un gesto inspiegabile; già presenza invisibile in classe, per i compagni sarà come se non fosse mai esistita. Alla cena del 2009 si presentano in ventotto; la morte li ha còlti di sorpresa. Potrebbe tornare a colpire in qualsiasi momento; al contrario, sembra concedere una tregua. La cena del quarantennale li trova tutti vivi e vegeti; Rivadeneyra prende la parola. Rampollo di una delle prime famiglie di Spagna, vanta antenati che hanno servito a Corte; poiché si occupavano anche di affari, è parso logico che fosse lui a gestire l’investimento della IIIª A.
Poco prima di quella cena, Rossella Sancio gli ha chiesto un prestito di notevole entità; al liceo era chiacchierata per i facili costumi. Non si è mai premurata di smentire tali voci; compiaciuta, ha conservato quella fama.
Finita la cena, Lola Ricci riceve la telefonata di Luca Brodo; questi le riferisce i dati finanziari esposti da Rivadeneyra. Dopo l’incidente stradale del 1990, la donna ha subito due operazioni; esibisce un’andatura sbilenca, sostenuta a fatica dal bastone. La sua condizione le permette di disertare le fastidiose cene annuali; è convinta che uno dei compagni sia responsabile dell’incidente. Poiché i primi sospettati sono gli scommettitori, ha eletto come confidente il loro acerrimo nemico; Brodo li odia, perché avvezzi a usargli prepotenza.
Nell’estate del 1975, l’ideazione della riffa gli permette di consolidare una vecchia abitudine; già solito praticare rudimentali macumbe contro di loro, le estende all’intera classe. Soffre di un fastidioso crampo alla mano destra; è la conseguenza di un’estenuante attività, tesa a stabilire record sempre più strabilianti. Brodo accetta il ruolo di confidente della Ricci; pur non risparmiandole il malaugurio, subisce il fascino della sua infermità. Luciana Migliavacca si augura di non finire nella terzina vincente; si è pentita di aver preso parte alla riffa.
I convitati di pietra presenta Raniero Mercandalli, architetto; la sua vita sembra ricalcata su un telefilm, tanto è perfetta. Per niente invidiosi, i compagni lo compatiscono; il suo candore pare loro un indiscutibile segno di demenza. Durante la cena del 2016, propone che i tre i vincitori accettino di devolvere il premio in beneficenza; gli altri bocciano l’idea, senza possibilità di appello. Nel dare le spalle, si offre bersaglio ai tiri di Piselli e Mentasti; turbato da quell’episodio, Brodo brama la vendetta. Le macumbe non bastano più; deve tenere a bada l’impazienza, per agire nel corso della prossima cena.
Concluso il liceo, Piselli e Mentasti non si sono persi di vista; hanno stretto un accordo, in modo da escludere le ignare mogli da un’eventuale vincita. Nell’approvare la riffa, si era deciso che ciascuno fosse libero di informare o meno i congiunti; gli estranei erano stati banditi in modo categorico. Rita Podesta aveva rivelato tutto fin dall’inizio; si era sentita colpevole della disgrazia occorsa alla famiglia. Era come se la riffa le avesse introdotto la morte in casa; da allora, la sua vita è diventata un pellegrinaggio da una clinica psichiatrica all’altra.
Il 22 luglio 2017 Lucio Brusaglia e Carolina Letellier annunciano la fine del loro storico fidanzamento; Brodo approfitta del momento di sconcerto, poi la Ricci gli rompe le uova nel paniere. Alla cena successiva partecipano ventidue commensali; una recente, sospetta dipartita porta a tre il numero dei defunti. Lothar Semprini non partecipa al funerale, perché impegnato in una fiera del fumetto; in preda al senso di colpa, trova il modo di rendere onore all’estinto.
I convitati di pietra introduce Immacolata Gaudillo; integerrima professoressa universitaria, nasconde un’intensa attività che ne smentisce il nome. Al Ginnasio si era ripromessa di sedurre tutti i compagni di classe; arrivata al 22 luglio 2018, ne ha collezionati dieci su quindici. In seguito a una schermaglia con Semprini, sente una nuova determinazione; ricomincerà da lui, per arrivare a chiudere il cerchio.
Nel 2019, Rivadeneyra lamenta il grigiore delle ultime cene; per garantire il brivido, propone che ognuno riveli da quali patologie è afflitto. La Gaudillo riflette sui prossimi nomi dell’elenco; viste le condizioni di salute del prescelto, è bene sbrigarsi. Nel giro di due giorni, tutti vengono a conoscenza del fattaccio; non mancano le insinuazioni velenose.
Elisabetta Bathory è una discendente dell’efferata contessa cinquecentesca; pallidissima e sempre vestita di nero, sembra recitare in un film gotico. Ha subito una menomazione; lo rivela senza imbarazzo, le labbra atteggiate al sorriso. Alla cena del 2020 si presentano in venticinque; due mesi prima, una compagna li ha lasciati. La malattia, che pare risparmiarli, agisce subdola; in tre anni, tre volti scompaiono dalla foto di classe. Fino alla cena del cinquantennale, la IIIª A conta ventidue superstiti; tutto sommato, il bilancio è accettabile. Si va formando il partito degli scissionisti, la cui proposta è radicale; la maggioranza boccia entrambe le soluzioni offerte. Chi si astiene è Carlo Musadino; prete mancato, lavora alla Caritas. Un tipo del genere è una sfida per la Gaudillo, decisa a completare la serie; tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Il 18 giugno 2025 accade un fatto incredibile; impazienti di ritrovarsi, gli ex fidanzati si mettono in macchina. Sulle note di due canzoni, a metà strada concludono un viaggio; ne iniziano un altro. Isotta Rebaudengo ha due figli; superata la trentina, non hanno ancora trovato lavoro. Al corrente della riffa, tempestano la madre di domande; scalpitano per mettere le mani sul tesoro. Nei pressi di una sala giochi, la donna incontra un vecchio balordo; è Sauro Testaviva, ex compagno di classe. Inviato dalla madre, Christian lo avvicina mentre gioca; con una scusa, lo convince a seguirlo. I fatti successivi sfuggono a ogni previsione; se non altro, l’immagine di Isotta rimane pulita agli occhi dei compagni.
I convitati di pietra ritorna su Raimondo Piselli; arricchitosi con affari loschi, è proprietario di un autosalone. Coltiva un progetto ambizioso; per realizzarlo, deve vincere la riffa. In seguito a un’operazione malriuscita, la Ricci è finita sulla sedia a rotelle; insolita arma di seduzione, il suo fascino cromato sconvolge i sensi di Brodo. Si rinnova la stagione delle macumbe; il Caso gli dà una mano. La madre aveva fatto il nome di un lontano parente; è l’uomo giusto. Do ut des, il problema è risolto.
Alla cena del 2026, i convitati aggiornano i dati sulla propria salute; non c’è di che stare allegri, anche se nell’elenco non scritto figurano ben tredici nomi. Mentre Semprini decide di scrivere un libro su Gene Hackman, Anna Mascolo mastica amaro; nel suo studio, l’avvocato Aurelio Riccadonna rimugina. Specializzato in divorzi, si è arricchito grazie a una sistematica violazione della deontologia; infingardo patentato, non esita a usare quella prassi contro i compagni. Nessuno scheletro esce dall’armadio, finché il suo segugio scopre una macchia nella vita di Isotta; inoltre, pare che Brodo abbia avuto a che fare con un brutto ceffo. Una domanda che pare innocua, una risposta fatale; la Gaudillo rimane invischiata nella trappola di Riccadonna. La IIIª A è dimezzata; alla cena del 2027 si presentano in quattordici. La Migliavacca rinnova la proposta di interrompere la riffa; con due votazioni, la maggioranza esprime parere contrario. Anni prima, Dario Brancigalievore ha violato una regola dell’accordo; in seguito alla confessione, viene espulso all’unanimità.
Il 2028 si apre con un necrologio; poche settimane dopo, Riccadonna è pronto per affrontare la Rebaudengo. La donna lo sorprende; messa davanti a due opzioni, ne suggerisce una terza. Agire è facile; tutto fila liscio, fino a quando il Caso si mette di traverso. Il fatto suscita scalpore; in un clima di reciproco sospetto, i dodici superstiti iniziano a guardarsi alle spalle.
L’11 maggio 2028, Brodo riceve una convocazione formale; per niente spaventato, si presenta da Riccadonna. Quest’ultimo lo congeda, esausto e frastornato; non prima che l’altro abbia allungato la mano sul posacenere, senza farsi notare. Brancigalievore si aggira per la città, smanioso di vendetta; Rita Podesta è chiusa in una clinica. Rivadeneyra avanza una proposta; chi lo volesse, può uscire dalla riffa con l’offerta di una buonuscita. Solo in due accettano; i concorrenti in lizza si riducono a dieci. Amministratore impeccabile, non è l’inventore del gioco; di questo si rammarica. Per vantarsi di un’idea davvero sua, accarezza un sogno; la proposta riceve una sonora bocciatura.

I compagni restano in nove; sei femmine e tre maschi. Brodo telefona alla Ricci; scostante, quest’ultima arriva quasi a offenderlo. Nessuno dei due accenna alla possibilità di un incontro; assimilata la delusione, l’uomo intuisce il motivo di quella freddezza. La Ricci si vede recapitare una piccola scatola, accompagnata da un cartiglio; verso la fine di novembre, un evento la convince di aver puntato sul cavallo giusto. È lei a chiamarlo; sebbene anche questa volta nessuno proponga di vedersi, Brodo vola con la fantasia. La Mascolo si presenta da Rivadeneyra con una richiesta; rivendicando l’invenzione della riffa, esige un riconoscimento economico. L’altro non si scompone; nel congedarsi, la donna minaccia un sabotaggio. La Ricci trova che Brodo sta diventando pericoloso; per tenerselo buono, lo invita a casa sua.
I convitati di pietra balza al 4 settembre 2031; dalla clinica, la Podesta viene trasferita nella cascina della Migliavacca. Nel corso della convivenza, quest’ultima nota uno strano fenomeno; mentre non ricorda nulla della propria famiglia, Rita possiede una memoria nitida circa la IIIª A. Addirittura conosce la causa della morte di ogni compagno; nessuno le ha mai trasmesso queste informazioni.
Il 24 dicembre 2032 la rosa si restringe ancora; sono rimasti in sette, quattro femmine e tre maschi. Il cinismo agonistico della Podesta sconvolge la padrona di casa; vincere, questo è l’unico motivo per cui rimane in vita. Brancigalievore è diventato un rifiuto della società; senza reddito, senza fissa dimora, vive di espedienti. La mente è ancorata all’ingiuria subita sette anni prima; l’odio si concentra sul presunto capo della congiura. Rivadeneyra e Semprini si recano in visita alla Podesta, trasferita in una clinica; la donna li mette in guardia, a ognuno un suggerimento.
Nel 2035 i superstiti si avviano a compiere ottant’anni; strana coincidenza, per una di loro il 3 marzo è alpha e omega. Una mattina, le pagine milanesi di un quotidiano riportano una notizia sconcertante; in seguito a una rissa tra anziani, risultano un morto e un ferito. I cinque sopravvissuti fanno visita a Rita; come una litania, la donna intona l’appello della loro classe in ordine alfabetico.
I convitati di pietra scivola al 7 settembre 2041; dopo il colpo ferale, Brodo non si riprende. Prega gli altri di considerarlo già morto; cosa ne è stato di lui, lo apprendono dal giornale. Il 22 luglio 2045 sono rimasti in quattro; i tre commensali discutono della Podesta, assente giustificata. La Bathory dice la sua; aspetteranno un anno intero, dopodiché agiranno secondo necessità. Il 6 maggio 2046 l’ultimo baluardo cade; la terzina dei finalisti è definita. Chi vincerà?
La riffa non è solo una questione di soldi; è il modo che i compagni trovano per sentirsi vivi, fino all’ultimo istante possibile. C’è un premio più prezioso del denaro; sono i giorni, i mesi, gli anni regalati. È la Vita stessa; il privilegio di sentirla, di gustarla, di viverla con un’intensità speciale. Come il Mito, il patto affonda le radici in un passato lontanissimo e quasi atemporale; come il Mito, si fonda sulla parola. Questa prende a essere; è; acquista peso di realtà.

“Ma sapeva, come sapevano tutti, che la garanzia di quel gioco, il suo stesso senso, stava nelle parole con cui si erano vincolati l’uno all’altro per la vita e per la morte […] e che forse c’era da qualche parte un metodo migliore per irridere la morte, ma se c’era loro non lo avevano trovato.”
I convitati di pietra è un romanzo meravigliosamente scorretto, meschino e sporco al punto giusto; ché la lotta per la sopravvivenza – e per il gruzzolo ‒ non fa sconti nemmeno agli amici.
La ruvida ironia di Mari gratta la pelle dei personaggi, fino a metterne a nudo l’anima; scorretta, meschina e sporca, capace di impensabili bassezze. Mors tua, vita mea è il principio che ispira la competizione; tuttavia, un tono elegiaco addolcisce l’umore battagliero della vicenda. Nell’ultimo tratto di strada, rimangono in due a camminare; sul far della sera, si assopisce “quello spirto guerrier” che tanto ha ruggito.
È il tempo della conoscenza, dell’incontro; l’Altro non è più ‒ solo ‒ l’antagonista da battere.
Written by Tiziana Topa
