“Odissea” film di Christopher Nolan: il ritorno è la conquista dell’identità
“Odissea” di Christopher Nolan è nelle sale italiane dal 16 luglio 2026.

Tutto quello che ricordo dell’attesa del film “Odissea” è come mi sia fatta trascinare dalle voci, dai sospetti e dagli annunci in merito a questa pellicola.
Se potessi rimediare agli scorsi mesi e arrivare prima alla conclusione che Nolan voleva dire qualcosa e io dovevo solo ascoltare, lo farei. Chiedo perdono al regista per aver dubitato. Chiedo perdono agli attori per aver dubitato e, perché no, anche ai portatori di notizie fasulle per avergli prestato ascolto.
Ulisse è vivo.
Quando sono arrivate le prime indiscrezioni sul cast ho avuto la sensazione di non capire dove Nolan volesse andare a parare. In fondo, la storia dell’Odissea è scritta da millenni. Ulisse se ne va in giro cercando la via di casa. Il pubblico a casa, ancora ignaro, ha scalpitato. Cosa sta facendo questo regista con questa storia, vuole ucciderla?
Vuole che guardiamo tutti il suo blockbuster assemblato da mani ignoranti e poi vorrebbe anche i nostri complimenti?
Sapete chi è che ignorava in questa faccenda? Noi.
Da dove partire dunque?
Io non sono nella mente di Nolan, pochi forse lo sono. Non sono nemmeno qualcuno che si occupa di critica cinematografica, ma so quello che ho visto.
In due ore e cinquantadue minuti era impossibile inserire ogni singolo istante del viaggio di Odisseo. Quindi perché non trarre il massimo impatto con le armi a disposizione?
Agamennone, Benny Safdie, è un uomo, il re dei re, il grande architetto della guerra per riprendere la moglie di Menelao.
Ma questo, ormai, lo sappiamo, è solo il pretesto. Ad Agamennone non interessa nulla di Elena. Agamennone vuole i traffici marittimi, vuole la ricchezza, vuole in potere, vuole essere uno dei grandi titani della storia e del mito.
Nolan e la sua costumista hanno concepito anche una particolare armatura per questo personaggio: nera, dalle forme volutamente non storiche.
Agamennone è solo in mezzo ad una marea di uomini, i suoi uomini. Agamennone è solo davanti alle porte di Troia che gli sono state aperte dalla mano di Ulisse. Agamennone non è il re dei re in quel momento: l’uomo è il tramite del dio.
Ulisse ha spalancato le porte di Troia alla morte, al suo senso di colpa, alle porte dell’abisso e al suo re.
Elena e Clitemnestra, interpretate da Lupita Nyong’o, erano i personaggi che per me rappresentavano uno degli scogli più grandi di questo cast hollywoodiano. Le due sorelle sono due facce della stessa medaglia. Dove Elena è luce, Clitemnestra è ombra ma è vero anche l’opposto. Due donne volitive ed entrambe in balia del fato. Entrambe pagheranno un prezzo alto alla fine di questa guerra che non ha coinvolto solo i guerrieri.
Lupita Nyong’o è un’ancora visiva. Brilla di un carisma che la illumina anche quando è solo una macchia in fondo all’inquadratura. Nessuno può ignorare Elena, nemmeno quando a Sparta non si sta parlando con lei, nemmeno quando il suo dono divino si manifesta e il dolore la fa straparlare.
Penelope, una statuaria Anne Hathaway, è una moglie devota che conosce i suoi doveri ma conosce anche la rabbia e la parte più oscura della sua anima. Conosce le ombre del suo essere e ha imparato a dominarle ma sa anche che il suo punto di rottura sta arrivando. Ma come dubitarne… lei è la cugina di Elena e di Clitemnestra.
Ulisse, Matt Damon, l’uomo dal poliedrico ingegno è smarrito. Ha perso la rotta perché ha perso tutto quello che credeva di sapere di se stesso e del mondo che lo circondava.
Ulisse è un uomo che suona il suo arco per avvisare la sua preda che può correre quanto vuole ma lui avrà la meglio. Ulisse è anche l’uomo che non usa l’astuzia al cospetto di Polifemo, come invece accade nel poema. Ulisse cede alla rabbia e lancia pietre contro il ciclope come fosse un bambino e non l’uomo che costrinse troia a capitolare con l’inganno. È un uomo che non può dominare il mondo, che ogni decisione presa per forzare la mano al destino ha un costo: bisogna solo capire quanto vale per chi ha deciso di pagarlo. Deve comprendere che la scelta corrisponde alla responsabilità di averla presa e non sta a lui salvare chi non vuole essere salvato.
Ma come potrebbe lui decidere chi vive e chi muore, chi deve essere salvato e chi non lo merita, lui che non è nemmeno in grado di dominare e salvare se stesso. Ulisse è umano e non sa di esserlo, sa solo di non essere un dio sotto mentite spoglie.
La figura di Atena, con le sembianze di Zendaya, è quanto di più vicino alla divinità greca io abbia visto finora. È vero, non ha il suo sguardo glaucopide, non è fredda e non è marziale. Ma Atena è molto altro. Questa Atena non ha bisogno di impartire ordini, questa Atena sta imbastendo una delle sue più grandi lezioni: “Ulisse, sarai anche il mio preferito, ma hai aperto le porte alla tua arroganza e il mio tempio è stato profanato in mia presenza, sei condannato a portare questo peso vedendo lo sguardo della mia ancella ogni volta che guardi me”.
Il film di Nolan parla per enigmi, canta una canzone che non tutti ascoltano. Pone domande e non da risposte, mostra ma nasconde. È come il canto delle sirene: è tutto quello che avresti voluto sentire e insieme tutto quello che non vorresti sentire mai.
Ho letto che il pubblico non ha riscontrato la presenza del divino in questa “Odissea”, evidentemente abbiamo visto due film diversi. È come per l’Odissea, nessuno ha mai letto lo stesso libro.
Durante un’intervista, Christopher Nolan e Matt Damon hanno raccontato che uno dei loro colleghi sul set, un ex soldato, ha narrato di come l’Odissea sia il più grande libro mai scritto sulla sindrome da stress post traumatico. Pare che Omero aiuti con il recupero dei veterani e che i terapisti lo usino frequentemente in terapia.
Vorrei poter parlare di ogni singolo personaggio ma, come Nolan, non posso. Vorrei anche esaminare ogni frammento di scena che ho adorato ma non c’è spazio per tutto.
Charlize Theron è una splendida Calypso; Robert Pattinson, su cui sono costretta a ricredermi ad ogni film che interpreta, è l’Antinoo più serpentiforme che lo schermo ci abbia donato.
Ed è proprio questa menzione a Pattinson che invece mi porta a parlare di Elliot Page. Si era sparsa la voce che avrebbe interpretato lo spirito di Achille, per fortuna Noalan ha scelto un personaggio che non desta mai l’attenzione di molti: Sinone.
Sinone è il marchio dell’infamia, la colpa perpetrata ai danni dell’innocente, lo strappo che non è possibile ricucire esattamente come lo stupro di Cassandra e di molte altre.
Ulisse parla, alle porte dell’Ade con i sovrani dell’oltretomba e non sa che sono sotto mentite spoglie.
Credo di non aver visto lo stesso film di molti che di cinema e di storie ne sanno più di me. Ma i libri e i film sono così: una volta che lasciano i loro autori non sono mai la stessa canzone che essi credono di aver suonato; questa cambia a seconda di chi l’ascolta.
Non si può piacere a tutti e non tutti possono pensare nel medesimo modo di altri. Siamo tutti specchi infranti del nostro vissuto.
La vera domanda in questo film è: se per dar prova di essere dalla parte della ragione distruggessimo tutto quello che per noi è sacro e il mondo cadesse per questo?
Nolan ha scelto un messaggio. Uno molto semplice, piccolo e colossale: dimentichiamo i nostri sbagli e questi si ripeteranno per l’eternità.
Questa è una delle molte verità che l’Aedo per eccellenza ha racchiuso nei versi della sua millenaria canzone.
Qual è la vostra risposta a questo?
Nessuno di noi si aspettava questo film. In barba ai critici letterari, in barba agli esperti di cinema e in barba anche a chi credeva di sapere meglio di lui chi avrebbe dovuto recitare nel suo film.
“Odissea” è un film maestoso.
Written by Altea Gardini

Lascio il commento che ho scritto come post su FB dopo avere visto il film.
Finalmente sono riuscito a vedere Odissea. Dura quasi tre ore ma il film scorre molto bene, ha un ritmo elevato, non annoia. Mi è parso abbastanza attinente al testo dell’opera originaria, ma non credo che ciò sia molto importante. Un film è cosa diversa dal racconto scritto e ha sue esigenze specifiche. L’Odissea è un classico ma è uno dei quei classici sempre attuali. I conflitti e le dinamiche relazionali messe in scena, al netto delle differenze storiche, sono sempre quelle che viviamo pure noi, in senso molto ampio, oggigiorno. Alcune cose mi sono piaciute altre molto meno. Mi è piaciuta molto la visita all’Ade, per incontrare Tiresia, ad esempio, mi ha invece infastidito l’ultima scena della battaglia di Ulisse contro tutti. Peggio di un western con John Waine, in effetti. Anche la colonna sonora, tanto lodata, non mi è tanto
piaciuta. Gusti personali. Forse è stata anche eccessiva la pretesa di raccontare tutta l’Odissea in un solo film, probabilmente. Ne risulta un racconto popolare e avventuroso, ma che si sofferma poco sui significati mitologici e filosofici dei vari personaggi, escluso i principali. Alla fine della fiera credo che il succo del discorso sia che conviene non infrangere la legge di Zeus se non si vuole andare incontro a terribili conseguenze. Una legge di Zeus che mi sembra come il Diritto internazionale oggi! Creato apposta perché i potenti possano dimostrare di essere tali trasgredendolo