“Negli occhi grigi del mio paese” di Savina Dolores Massa: una perfezione di ologrammi
Un corvo imperiale con una polena appesa al collo, un piccolo zaino in cui giace un poemetto di Yeats in lingua inglese e un basso tuba capace di suonare tutto ciò che dire non si può.

È quanto Antonangelo custodisce di sé in quel fine giugno di buio precoce a un anno dal ritorno nel paese abbandonato 30 anni prima in tentata fuga dalla sventura prestabilita. Se sogno o realtà non è dato saperlo né può essere di interesse alcuno.
Perché Antonangelo, in qualità di personaggio chiave, muove i suoi passi tra le pagine di un romanzo, in una storia che racconta, all’interno di una totalitaria tecnocrazia globale, lo spopolamento di un piccolo paese di un’isola qualunque in un qualunque sud del mondo.
Il suo autore, sapendosi morente, ha iniziato a scriverlo ma, consapevole di non poterlo concludere, chiede al proprio editore di far terminare a qualunque costo il lavoro. E l’editore si affida all’Intelligenza Artificiale.
Nasce così lo scenario distopico che si fa specchio ustorio e mappa di una condizione umana giunta allo stremo della propria fragilità. Dove tutto sarà sempre un forse. Un… fosse giorno, fosse notte…
È l’ultima opera di Savina Dolores Massa: Negli occhi grigi del mio paese, edita da Il Maestrale il 29 luglio 2026. Come sempre complessa, come sempre caustica, come sempre scomoda. E come sempre bellissima.
Frutto dell’audace immaginazione di una scrittrice vessillo di libertà e resistenza creativa. Che sembra fluttuare ipnoticamente verso il nocciolo duro della realtà per dire l’indicibile e incontrare l’impossibile. Allucinazione, perfezione di ologrammi, sogno febbrile e realtà purissima. Per piegare il reale alla verità del fantastico e il distopico alla sconfitta di sistemi addomesticati e previsioni algoritmiche. E scendere negli abissi dell’interiorità come negli strati più profondi del tempo, dove la storia non offre stereotipi, ma uno sguardo limpido che affronta fino in fondo gli errori commessi.
Ci sono libri che salvano, altri che intrappolano. Quelli di Massa fanno l’una e l’altra cosa. Mentre ci avvolgono tra le spire di una inafferrabile malia fatta di eccessi onirici, accensioni liriche, reminiscenze improbabili, epifanie, istanti strappati alla macerazione del tempo si percorrono i labirinti di una memoria negata. Implacabile e ostinata nell’osservare un mondo che offre illusioni ma non possibilità, l’autrice racconta ancora una volta con lucidità crudele, senza concedere ammiccamenti, attenuanti o vie di fuga. E non smette di interrogare i lati oscuri del nostro tempo e del nostro animo.
Una postura mentale necessariamente sghemba come unica difesa di fronte alle sirene di un cieco ordine simbolico; le bufere e le spirali della complessità contro la calma piatta della superficialità e della banalizzazione. Una scrittura di rischi e di anarchia che non conoscerà mai prudenza. Inarrivabile quanto i tappeti armonici su cui si alternano i suoi ritmi veloci dal crescendo più vorticoso, senza cadute. E i flussi lievi delle malinconie. Per una ardita ricerca sincronica tra immagini e musicalità.
Le tensioni, le sfide dei sentimenti o le fughe più disperate in picchi capaci di piegare lo spazio e il tempo. Nel sorprendente danzare degli oggetti il dialogo profondo tra movimento e ritmo. Con aghi che piangono, stoffe che scivolano, asole che si cariano. E autentiche perle di oceano portoghese. Piccoli origami, lacerti di storia e di storie, proiezioni, stupori, possibilità. Emozioni e sensi in dialogo profondo, con ostinati e impulsivi apici da climax. Ma anche paradossi spiazzanti, osservazioni taglienti, allusioni beffarde.
Un lirismo naturalmente e prodigiosamente funambolico si snoda in un sistema complesso e completo. In cui ogni singolo elemento è così potente da splendere di luce propria e insieme creare una struttura forte e coesa, un percorso solidamente lineare tra slittamenti cronologici, piani temporali lontanissimi, suggestioni surrealistiche, incisi scientifici, inserti storici e mitologici.
I limiti della coscienza, il confine tra le fasi terminali della vita e della morte, gli spasmi di un negato anelito metafisico. Vertigini emotive, speculativo e viscerale in incredibile fusione. Elenchi nudi che raccontano la fascinazione della vita. E abissi scandagliati tra le assi sconnesse di un’epoca di mostri. In un umorismo sottile, un sarcasmo caustico e beffardo la disarmante, deflagrante detonazione in grado di scombinare le regole del gioco e dell’ovvietà mainstream.
Sul tappeto i dadi gettano i numeri consueti. Ma una strana serie di combinazioni inizia subito a scompaginare la prevedibilità dei risultati.
L’Intelligenza Artificiale ha scansionato l’essere umano per ingoiarlo e ricrearlo. Ma non potrà essere automatico sostituire una penna capace di soffriggere grammatica e sintassi sul fuoco della creatività. Neppure nel Governo Reale Unico sorto sulle orme di un lontano 1984 orwelliano.
Il sistema ha elaborato al proposito un raffinato acronimo da presentare all’editore committente, analfabeta funzionale tra i tanti: SPOSA, ovvero Sia Potere Onnipotente Soluzione Artificiale.
È la macchina che avrà l’arduo compito di riportare a una narcotizzante perfezione da algoritmo un’opera che lascia il filo logico man mano che guadagna in intensità, dove la narrazione si nutre di simboli e si scioglie in immagini e suggestioni, mentre la poesia si sprigiona da sensazioni concrete, materiche, tra ferite e paure primarie su cui si è sedimentato un genere umano che sembra preferire l’asfissia del controllo alle difficoltà del respiro.
Nell’abbraccio dell’exergo inquietante e malinconico di Pessoa la SPOSA inizia il suo difficile compito. Lo scrittore è “un provocatore, uno squilibrato. Un fallimento irrecuperabile. Ostile a ogni grammatica. Incarico impraticabile simularne lo stile”. Ma la storia si snoda. In una logica ingovernabile, che allunga il suo respiro verso la suspence del mistero.
Quaranta ectoplasmi dal battito cardiaco come pianura arata popolano ancora il paese cui fa ritorno Antonangelo, dove da un cielo senza più poeti piovono spine per la morte di ogni rosa, mentre il profumo dolciastro e ingannevole di mandorle amare con il suo sentore di morte sovrasta quello dei gelsomini, in eterna nevicata su ogni abbandono.
“Dalle porte sprangate ai mobili, alle bave dei ragni.”
Un paese di suicidi, poiché estinguersi è speranza di ognuno. Privo di riferimenti concreti se anche tombe e case svolazzano cambiando continuamente posto e prospettiva.
“Non è difficile perpetrare un genocidio quando un popolo ha già deposto le armi del proprio cuore.”
E il genocidio perfetto si realizza con lo sterminio del pensiero. Pianificato dal potere.
Ne Negli occhi grigi del mio paese sono tre i protagonisti in fuga da un paese che distrugge le menti. Capelli rigorosamente rossi e occhi grigi come lo squallore in cui annega una comunità che non progetta ma neanche dimentica chi se ne va. Spargendo invisibili fili di smaglianti colori.
Antonangelo è finito per caso in una Londra qualsiasi, sommersa nella “tracotanza di una nebbia … innocua per occhi grigi addomesticati al pianto”.
Una non scelta complice, non un caso.
Vi ha incontrato Mario, l’albergatore che coltiva felci quale pasto da offrire alle capre custodite nei sogni. E uno stilista dal significativo nome di Paper. Diviso tra il richiamo della creazione e quello della morte veste vuoti esistenziali dopo essere contravvenuto a tutte le norme del paese natio: ha amato, sofferto, odiato.
Ma ne Negli occhi grigi del mio paese è uno il Protagonista autentico: lui, il corvo imperiale. Porta il nome di Romeo e Giulietta, simbolo alchemico di ogni dualità che abita il mondo, specchio di ogni personale sottosuolo. Gli hanno addomesticato l’istinto e fratturato le ali. Ampie e nere come l’inferno degli umani dal quale si leva in volo. Per ricucire gli strappi della memoria che incarna. Sia pure rinnegata. A sostegno di un senso di comunità capace di sopravvivere alla glaciazione dei sentimenti imposta dall’alto. Per ricreare il desiderio della vita.
Ne Negli occhi grigi del mio paese troviamo una narrazione perfettamente e strutturalmente conchiusa ma potenzialmente aperta perché scopre in sé connessioni profonde. Un circolo in cui perdersi per ritrovare il centro. Attraverso una fuga verso l’interno. Dell’isola, dell’anima. E della storia. Di quella che chiamasi preistoria.
Tra licheni, felci, betili, pietre rosa o nere e molta euforbia. Su per un torrente esangue verso la fonte sacra, verso quell’acqua che un tempo scorreva viva sotto ogni dimora del paese e sembra morire in lento gocciolio in capo alle pietre d’inciampo ormai sepolte. Un culto che travalica il sacro per interagire con la sfera civile.
Fino all’origine della pena. O della colpa? Giù per diciassette gradini. O su?
Una collina terra del passato e del passato ancora quale approdo per l’eterna navigazione nell’oceano della sconfitta.
L’arte di Savina Dolores Massa, nata non per piegarsi ai percorsi indicati e indicativi ma per forzarli, ci costringe a fissare la Medusa. Oltrepassando senza parere la fantascienza di Asimov e la tenerezza di Ishiguro, ma anche l’utopia di Volponi e l’attuale transumanesimo, si affaccia sull’antico dilemma della lotta tra la tecnologia e l’essere umano. Non per la minaccia di un’intelligenza artificiale pronta a divorarlo, ma per uno sguardo attento sul cinismo che gli impedisce di fronteggiarla.
Il focus non sui limiti etici della scienza, ma su tutto ciò che dell’umanità è inalienabile. E inimitabile. In un impareggiabile e straripante impatto con la vita. Cosa significa imparare ad amare, a soffrire, a perdere. La vulnerabilità e la fragilità dei palpiti nell’abbraccio imprevedibile delle emozioni. E la qualità delle relazioni in un mondo dominato dall’unica prospettiva della tecnica: la propria perfezione e perfettibilità.
Un affacciarsi sull’abisso, nel continuo gioco del mondo. La solitudine, l’amore, il dolore, l’empatia, la dignità, la speranza. E su tutto la libertà. Di vivere. O morire. Per amore della vita stessa. Le traiettorie dell’umano diventano pura meraviglia se la narrazione non procede per snodi narrativi ma per epifanie e suggestioni. Se scaglie di significato sommergono ogni raccordo.
Un tessuto a maglie larghe e una vista acuta… “senza iridi di matematica perfezione”… per calibrare, in un volo senza rete, incongruenze narrative, reiterazioni ossessive, fibrillazioni folgoranti. Con incursioni fulminee nel grande flusso della letteratura mondiale. E della propria, da sempre pittura di quel vero “invisibile ai distratti, agli asciutti di sangue”. Là dove corpo e anima non sono ancora divisi.
Tra poesia e incisi ironici, i lapilli del magma creativo su cui si è sedimentato l’animo umano. I vortici e i vertici di una tragicommedia della gioia e del dolore, la fragilità di ogni battito e di ogni conquista. La biografia dell’umanità. Struggente sull’immenso teatro del mondo come nel sogno di una notte shakespeariana. I dubbi eterni di Amleto, gli incendi di un Rilke in faccia alla morte, le dissacrazioni di Artaud. L’abisso di Celan. La celebrazione dell’esistenza nella spietata verità della disarmonia di cui è intessuta, l’impasto di violenza e dolore in cui è immersa.
E nello zaino di Antonangelo un dimenticato Yeats, non a caso irlandese, quale viatico per un viaggio verso la fine. “Tra l’inerzia dei migliori e la passione dei peggiori”.
Come in ogni opera di Massa, anche ne Negli occhi grigi del mio paese, i tasselli del mosaico si ricompongono, il gioco degli specchi si rivela, l’isola si fa simulacro del mondo.
Si mette a nudo il male subito. Da ogni sud del pianeta. Si scopre la lingua dei luoghi segreti e dimenticati per entrare nei labirinti della condizione umana, scendere nei templi e negli abissi della memoria collettiva, negli strati più profondi dell’esistenza, dove la storia è sedimentata. Mai superata. Per ricomporre la frattura di una continuità da troppo tempo infranta. Io sono perché noi siamo. Io sono perché sono stato.
L’ineffabile racconto dell’essere che diviene.
E il misterioso ordine del cosmo, le rigorose simmetrie dell’universo, le forme, la misura del pensiero. L’infinito nella sua quotidianità. Tra vestigia fatte di pietra e di colori, di simboli e di poesia, di mito e di storia un confronto serrato con il presente. Per aprire a quella dimensione in cui il tempo rallenta e la coscienza si espande.
Perché per leggere l’oggi servono radici infinite. Esisterà mai un’alba oltre la traccia della storia?
Davvero sublime il lirismo di lungo finale sospeso tra i colori lividi e bituminosi dell’ultimo Sironi e il delirio surreale ma lucido di un Beskinski. Mentre nel profondo assolo di un basso tuba svaporano i labili confini tra katastrofe e katarsi trova risposta la domanda che come un’anafora percorre l’intera narrazione: com’è volare?
È un planare altissimo sulla vita. La sua nudità e le sue creazioni. Aggrappati alle ali ampie e ferite di un nero corvo imperiale.
Written by Anna Maria Capraro
