Camillo Sbarbaro: il poeta delle piccole cose
“La Liguria di Sbarbaro non è quella dei turisti e delle cartoline, ma quella aspra e scabra degli ulivi contorti e dei muri a secco, specchio di un’anima che non cerca consolazione ma verità.”

Camillo Sbarbaro, nato a Santa Margherita Ligure (Genova) nel 1888, amava definirsi un “poeta delle piccole cose”. E poeta delle piccole cose, il poeta lo è stato davvero. A raccontarlo è anche il suo stile di vita, trascorso in gran parte a raccogliere e catalogare licheni che, cresciuti sulle rocce e sui tronchi degli alberi, sono forme di vita “neglette” e “povere”, secondo le sue stesse parole. Per Sbarbaro, i licheni rappresentano l’emblema di tutto ciò che è marginale, trascurato, silenzioso.
Ed è proprio in questo loro essere al margine che il poeta trova la cifra più autentica del suo mondo interiore, che si manifesta in versi essenziali e spogli, che si fanno specchio del suo stato d’animo. Stato d’animo, spesso abitato da smarrimento, solitudine e nostalgia per un mondo più autentico.
“Preso a mano dalla mia predilezione per le esistenze in sordina, mi volsi a forme più scartate di vita.”
Poeta, prosatore, traduttore e uno dei più grandi esperti di licheni del suo tempo, nel panorama letterario del Novecento, la voce del poeta ligure si distingue per una tensione costante verso l’essenziale, nonché per la sua capacità di sublimare i sentimenti in un linguaggio spoglio e dimesso.
Schivo per natura e lontano dai clamori delle mode letterarie, Camillo Sbarbaro ha attraversato il secolo scorso costruendo un’opera poetica e in prosa di straordinaria densità lirica. Non a caso, la sua voce è considerata una delle più nitide e profonde del Novecento letterario italiano. La sua scrittura è strettamente legata alla Liguria, terra aspra e scarna che riflette spesso la sua condizione esistenziale.
Amico fraterno di Eugenio Montale, che gli dedicò una sezione di Ossi di seppia e una celebre poesia in cui lo definì “estroso fanciullo”, Sbarbaro è stato un artista dalla vita appartata, lontana dai clamori mondani, fedele a una poetica che ha fatto della misura, dell’onestà intellettuale e del rigore stilistico i suoi tratti distintivi.
Legato visceralmente alla terra ligure, Camillo Sbarbaro rimane orfano di madre assai presto: una perdita che lo segna nel profondo. Nonostante l’affetto della zia Maria, figura alla quale il poeta ha dedicato alcuni versi, il vuoto dalla madre resterà una ferita mai del tutto rimarginata. La prima meta di trasferimento della famiglia è Varazze (Savona), dove Camillo frequenta le scuole elementari e il ginnasio.
In seguito, Savona è la città che lo vede studente del Liceo, dove entra in contatto con due figure decisive per la sua formazione intellettuale: lo scrittore Remigio Zena, che lo incoraggia nei suoi primi versi, e il filosofo Adelchi Baratono, che lo arricchisce spiritualmente e intellettualmente. Dopo aver conseguito il diploma nel 1908, Sbarbaro si impiega nel campo della siderurgia, senza tuttavia trascurare il suo amore per la poesia. Anzi, nel 1911 vede concretizzarsi la sua prima pubblicazione: la raccolta poetica intitolata Resine.
I riconoscimenti per le sue liriche, non certo di modesta entità, arrivano nel 1914 con la pubblicazione di Pianissimo per le edizioni de “La Voce”, la prestigiosa rivista fiorentina diretta da Giuseppe Prezzolini. Si tratta di una silloge poetica contrassegnata da uno stile dai toni sommessi, intensamente autobiografico, che ottiene un buon consenso di critica e pubblico. Ad apprezzarlo sono anche intellettuali del calibro di Giovanni Boine ed Emilio Cecchi. In quello stesso anno raggiunge Firenze, dove entra in contatto con esponenti dell’avanguardia letteraria quali Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Dino Campana e Ottone Rosai.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, pur potendo evitare il fronte in quanto impiegato di un’industria di rilevanza bellica, Sbarbaro sceglie di arruolarsi come volontario nella Croce Rossa e successivamente come soldato semplice e ufficiale di fanteria. Le sue esperienze in trincea, raccontate in Cartoline in franchigia e in Fuochi fatui, sono caratterizzate da una poetica dello scarto: una scrittura tesa a infrangere le regole, a seguire percorsi alternativi, a raccontare la guerra in chiave grottesca o a ridimensionare l’evento bellico.
Terminata la guerra, Sbarbaro abbandona la sua attività lavorativa per dedicarsi a un’intensa attività di studio e di insegnamento privato. Sono anni difficili, segnati da una profonda crisi esistenziale che lo porta a cadere in depressione. Nonostante mantenga contatti con l’ambiente letterario, in particolare con Eugenio Montale, Sbarbaro non ama essere definito un “letterato di mestiere”, preferendo sostenersi grazie all’insegnamento. Che lo vede nel 1928 insegnare in un liceo dei Gesuiti a Genova. Sarà però costretto ad abbandonare la cattedra per il suo rifiuto di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista.
Tuttavia, la sua attività letteraria non si arresta: procede con la raccolta in prosa Trucioli, a cui segue Liquidazione. Sono anni di intensa creatività, in cui il poeta affina quella raffinata vis poetica che sarà la sua cifra distintiva.
Quando sopraggiunge la Seconda Guerra Mondiale, con i bombardamenti navali del febbraio 1941 che si abbattono su Genova, Sbarbaro si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella, dove rimane fino al 1945. Qui si dedica con passione all’attività di traduttore, consegnando alle stampe versioni italiane di classici greci e francesi. A Spotorno, dove conduce una vita appartata e modesta, lontana dai clamori dell’ambiente letterario, si stabilisce definitivamente nel 1951.
Concludendo infine il suo percorso terreno il 31 ottobre 1967 e lasciando un’ampia eredità letteraria, purtroppo spesso trascurata, e riscoperta da una nuova generazione di lettori e critici. Come già detto, Camillo Sbarbaro è stato un cultore della lichenologia, uno degli aspetti più affascinanti e singolari della sua personalità. Non si tratta di un interesse scientifico in senso stretto, Sbarbaro, infatti, non si definiva uno scienziato, ma un “dilettante” sul campo. Sebbene le sue collezioni di licheni siano oggi considerate talmente importanti e pregevoli da essere state acquistate da musei d’Europa e degli Stati Uniti. Molti campioni da lui raccolti e catalogati sono ancora oggi custoditi presso musei botanici e dipartimenti universitari. La sua collezione più importante è stata donata al Museo di Storia Naturale di Genova.
Ma perché i licheni? È lo stesso Sbarbaro a spiegarlo in un’intervista.
“I licheni m’interessano come forma negletta – povera? – di vita. Sì, anche sui licheni scrissi sin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby: nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare tutto quello che non è vistoso (persone, paesaggi), per gli altri senza importanza, misero.”
Tema dominante della sua poetica è la concezione dell’esistenza come passaggio effimero. La poesia, come la scienza, secondo il pensiero del poeta, è un modo per dare un nome a ciò che altrimenti si disperderebbe nell’oblio.
Altro tema emergente della sua produzione è la solitudine. Non la solitudine elegiaca e romantica, ma una condizione più radicale: sentirsi un estraneo tra gli uomini, incapace di una vera e profonda comunicazione. Una condizione di isolamento non priva di riscatto, poiché il poeta trova conforto nel “mondo muto delle cose”, negli alberi, nell’acqua, nelle “cose buone della terra” che lo accompagnano nel suo vivere quotidiano. A testimoniare il suo sentire è la celebre poesia Mi desto.
“Ch’io cammino fra gli uomini guardando/ attentamente coi miei occhi ognuno,/ curioso di lor ma come estraneo./ Ed alcuno non ho nelle cui mani / metter le mani con fiducia piena/ e col quale di me dimenticarmi”
Altro elemento su cui si focalizza la poetica di Sbarbaro è la consapevolezza della caducità di tutte le cose. Lo scrittore stesso ne dà una testimonianza lucida e commovente in una pagina dedicata alla sua passione per i licheni.
“Capisco, adesso, perché questa passione ha attecchito in me così durevolmente: rispondeva a ciò che ho di più vivo, il senso della provvisorietà.”
E ancora, a proposito del rapporto tra uomo e natura, Sbarbaro afferma: “L’albero vive d’una vita tanto più piena e armoniosa della nostra, che dargli un nome è limitarlo; mentre gli incospicui e negletti licheni, a salutarli a vista per nome, pare di aiutarli ad esistere”.
La produzione letteraria di Sbarbaro non è molto vasta, ma ogni sua pagina è il risultato di una limatura incessante e di una rigorosa ricerca dell’essenzialità della parola.
Il suo esordio poetico è del 1911 con la raccolta Resine. Il titolo, che rimanda alla sostanza secreta dagli alberi, richiama un’immagine che evoca la sofferenza della natura e dell’uomo. In questa raccolta si avvertono ancora gli echi del Simbolismo e della poesia di Giovanni Pascoli, ma emerge già la specificità del paesaggio ligure come correlativo oggettivo dello stato d’animo dell’autore.
Il suo capolavoro assoluto è considerato Pianissimo del 1914, il cui tema centrale è il vuoto emotivo. Sbarbaro descrive se stesso come un automa, un sonnambulo che cammina per le vie di Genova in uno stato di totale atonia spirituale e alienazione, senza provare passioni, dolore o gioia. Un’incapacità di sentire che anticipa il “male di vivere” di Eugenio Montale, che si traduce in versi celeberrimi.
“Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire…”
La raccolta rappresenta una svolta fondamentale per tutta la poesia italiana del Novecento. Il tono, come suggerisce il titolo, è sommesso, sussurrato, privo di enfasi retorica.
Seguono poi Trucioli, e Liquidazione. In questi volumi Sbarbaro sperimenta la forma della prosa poetica o del frammento lirico. I “trucioli” sono i residui, gli scarti di una quotidianità osservata con occhio ironico, malinconico e disincantato.
Primizie (1958) e Scampoli (1960) sono opere della maturità che raccolgono prose, riflessioni e versi sparsi, confermando la fedeltà del poeta a una scrittura frammentaria, microscopica e cristallina.
La lingua di Sbarbaro si contrappone nettamente alla magniloquenza dannunziana dominante nei primi anni del Novecento. Le cui caratteristiche principali si declinano nell’antiretorica, ovvero il rifiuto di ogni addobbo verbale. Il lessico quotidiano, espresso in termini semplici, precisi e talvolta dimessi. La sintassi piana, con periodi brevi, spesso paratattici, che imitano il ritmo del pensiero.
Definito non a caso il “poeta delle piccole cose”, la sua attenzione si posa su oggetti umili, su gesti quotidiani, su nature morte, su personaggi marginali. I licheni, la sua grande passione scientifica, rappresentano perfettamente questa estetica: sono forme di vita “neglette”, “povere”, che vivono in silenzio sulle rocce e sui tronchi, lontane dal fragore del mondo.
Camillo Sbarbaro è stato per molti versi un poeta “minore”, non nel senso di secondario, ma nel senso più alto del termine: un poeta che ha scelto la misura, l’essenzialità, la voce bassa. La sua influenza su Eugenio Montale è stata decisiva, eppure Sbarbaro non ha mai ostentato il suo talento poetico. Semmai, ha vissuto appartato, coltivando la sua passione per i licheni, traducendo i classici e scrivendo per pochi amici. Il poeta resta l’esempio di un letterato che ha fatto della sottrazione la sua forza più grande, dimostrando come la poesia possa nascere anche dal sussurro, dal frammento e dall’osservazione microscopica del mondo.
Oggi, a distanza di oltre sessant’anni dalla sua scomparsa, la sua voce continua a parlare ai lettori con la stessa forza discreta e penetrante. In un’epoca di fragore e di esibizione, la lezione di Sbarbaro suona più attuale che mai. Come scrisse in una delle sue poesie più celebri, dedicata al padre.
“Padre, se anche tu non fossi il mio/ padre, se anche fossi un uomo estraneo/ per te stesso egualmente t’amerei”
Forse non c’è frase migliore per raccontare un poeta che ha saputo amare il mondo con la stessa intensità con cui amava suo padre: gratuitamente, senza ragioni, per il solo fatto di esistere.
“Sbarbaro non è un poeta della solitudine elegiaca: è un poeta dell’estraneità radicale, di chi si sente fuori posto in un mondo che non riconosce come suo.”
Written by Carolina Colombi
