“Uomo invisibile” di Ralph Ellison: prendere sonno per sognare la vendetta
Ieri sera ho letto fino all’ultima pagina (nota finale di Saul Bellow compresa) il romanzo Uomo invisibile di Ralph Ellison. Ero decisamente stanco e voglioso di pensare ad altro (russando). Non avevo un gran desiderio di scoprire per quali fessurine sarebbe sbucata la particella Ralph. E dove sarebbe andata a sbattere. Ma ho pensato che ce ne saranno di particelle, di scanalature, di sbattimenti di sogni che non ci saremo noi. Urge la lettura di Rebecca La prima moglie di Daphne Du Maurier, che aspetta in cima a un’erta pila di libri cogenti. A seconda del caso so sempre trovare una giustificazione alle mie azioni, in particolare le letterarie. A pagare, morire, leggere, scrivere e dormire c’è sempre tempo. Si chiama banale esistenza.

È accertato (scientificamente, ergo sub iudice) che la pelle nera si sviluppa quando c’è troppo sole, il quale, munifico come un genitore ansiogeno, fa produrre alla pelle tanta vitamina D, troppa a volte. La scorza nera serve da protezione. Anche i più accaniti razzisti ebbero avi provenienti dall’Africa. Anche i norvegesi, gli aztechi, gli eschimesi. Sono preoccupato. Il numero di banalità che vo scrivendo è più alto del solito. Per scovare del genio, mi ributto sul libro, saltando a piè pari il commento all’Introduzione: troppo lampante e misterica, come poi si rivelerà l’opera. Nonché la dedica. E gli eserghi. Mi tuffo dalla piattaforma. Casco. Sprofondo. Riemergo. Annaspo. Nuoto. M’attacco al bordo della piscina. Attendo…
Rivelazione nella prima frase: “Io sono un uomo invisibile.” – credo solo nel senso che: “… la gente si rifiuta di vedermi: capito?” – sì, forse è così.
Camminare in incognito riserba delle sorprese. C’è sempre la possibilità che qualcuno ti dica: t’ho scoperto tardi. L’io innominato scrive: “Il mio buco è caldo e pieno di luce.” – e se i calcoli dei tanti cosmologi saranno rispettati, potrebbe capitarti un Big Bang. In primis un succoso brodino cosmico, poi lui, lei, te, te e te: siamo tutti (belli e brutti) immersi in quella fantastica luce, scarsamente individuabili. E ognuno tenderà a manifestare la propria “invisibilità” – è una legge di natura.
‘Sto Prologo è al presente. Egli, chiunque sia, ci narra quel che si sente ora. Solo nel Capitolo primo de Uomo invisibile avrà luogo la rievocazione di fatti vecchi di 20 anni. Il verbo si rigetta nel passato.
“Tutta la vita ero andato in cerca di qualcosa, e da qualunque parte mi rigirassi qualcuno cercava di dire cos’era.” – il cosìddetto opinionista. Sorvolo sulla battaglia di pugni (pugna) a scopo ricreativo. Mi fa schifo. Ralph, hai fatto bene a ricordarla ma non voglio anticiparne l’orrore. Lì, in quelle pagine, deve restare inchiodata. Lì, dove ogni aspirante vittima può leggerla. Ogni lavoro richiede un rito d’iniziazione, un corso di formazione, pure quello dello schiavo remissivo. Dopo il quale o sarai bocciato (libero d’essere spacciato) o ti elargiranno un inquadramento, un “buco” dove piazzarti.
Mio caro, ogni tanto spari delle similitudini, delle metafore veramente espressive. Non le riporto perché spero sempre di trovarne delle migliori. Trova un lettore soddisfatto e ti dirò chi sei: un mago. Inutile che ti ricordi che la tua prima missione va male. Non dovevi portare quel tipo colà. Non dovevi tenerlo costì. Non dovevi e basta. Ti dovranno giudicare. Rimembra: in ogni attimo che scorre per non più tornare, tu sei di quella schiatta: “Nero, nero, Nero! Un popolo nero, in nerissimi abiti da lutto, che…” – etc… Per cui, nella migliore delle ipotesi, schiatterai. A meno che… la vita…
Nel frattempo un saggio t’ammonisce: “Anche se tu sei in piena luce, tu sei nascosto agli occhi altrui – ovvero lo saresti se solo te ne rendessi conto.” – devi dissimularti e simulare di non essere un dissimulatore. Per essere dentro di te, devi apparire fuori di te: l’io celato, la figura palese.
Un insegnamento che mi terrorizza è: “cerca di essere il padre di te stesso” – anche il figlio, dunque. Che ne pensi, Jiddu Krishnamurti? E tu, Socrate? E tu, Søren Kierkegaard? E tu, Gesù il Cristo?
“Non capisco bene cosa volete dire, signore.” – bellissima frase, continua così. Le tue parole non contengono la minima autorità. È l’unico modo per farti accettare dal Potere. Per non farti stroncare.
“A malapena riuscii a prendere sonno per sognare la vendetta.” – ricordati però di restare invisibile.
Il romanzo intero è un sogno, Ralph. Concordi? Anche stanotte ho sognato di essere un io che non ero io ma che parevo io. Ero invisibile a tutti e palese solo a me stesso. Ero Josef K., Vladimiro, Estragone e, principalmente, Godot. E sono quell’uomo vuoto, impagliato ed eliotiano: the hollow man, the stuffed man. Appena sono solo, getto la paglia sotto il tappeto. Poi la vo a pescare, prima d’uscire. Sarò un artaudiano doppio di me: demone rivoluzionario e conformista moraviano, a seconda dell’attimo fuggente. Quando parlano gli altri, uso essere remissivo e come intimorito.
Ora sarò nominato “oratore”. Saprò cogliere l’istante. E fuggirò insieme a lui. Sarò fraintendibile esteriormente. Coltiverò il mio mistero come se fosse un orticello. La rinascita non è mai semplice: “Ero soltanto smarrito. E quelli sopra sembravano intuirlo. Non c’era modo di evitare l’urto e rotolai nel buio con la burrascosa marea.” – il modo più rapido (e rischioso) d’imparare a nuotare è gettarsi in acqua e vada come vada. Se la nave brucia, mica hai scelta.
A pagina 241 de Uomo invisibile inizi un discorso che s’arricchisce in modo assurdo di preziosi “che” – che (!) ti verranno utili. Ora sei in grado di gridare la tua (fra i libri che cerco c’è pure quel Gridalo forte di James Baldwin): “… ripulite la strada dalla spazzatura! Toglietela di vista! Nascondetela, nascondete la loro vergogna! Nascondete la vostra vergogna!” – siate (parzialmente) invisibili! Fatevi pure chiamare fratelli, ma poi fate i cavoli vostri – no, questo non lo dici tu, lo penso ora io. Questa divisione di schieramenti fra chi è all’opposizione non può che soddisfare chi sta reggendo il timone dello yacht. E tu te ne rendi conto. Ma non ci puoi far nulla. L’uomo è diviso dal prossimo dalla sua invisibilità, dal suo celato ego.
Nel frattempo scrivi: “Ero sveglio e ancora dormivo.” – e forse sognavi di quella frattura tra “noi” e “me”. Dopodiché, dici: “… diedi in giro uno sguardo furtivo e poi uno lungo e severo al nuovo nome datomi dalla Fratellanza.” – a me diedero un numero, rintracciabile su linea. Domani ricomincerò dal Capitolo sedicesimo. Sta entrando tanta luce. Devono nascondermi.
Ora appartieni a quel club di cui sei parte organica, quasi gerarchica, ove sono tutti fratelli, di nome, senza mai esserlo, di fatto. Quel “fratello Jack” dice: “Prima agisci, poi teorizza; anche questa è una formula, e di efficacia formidabile.” – che non favorisce la consapevolezza (intesa come malattia). E che muta l’anima nel suo tenebroso imo: “Erano come trasformati, simili a gente che si conosce vista in sogno.” – dove i buoni cessano d’esserlo, come pure i cattivi, in una girandola d’identità.
Quelle frequentazioni t’hanno scisso “in due: il vecchio io che dormiva poche ore per notte e che talvolta sognava il nonno…” – che era stato uno schiavo; e poi si rimembrava di amici più recenti – “… e il nuovo io pubblico che faceva discorsi per la Fratellanza e stava diventando talmente più importante dell’altro che mi sembrava di essere in gara con me stesso.” – eri scisso in due, in tre, in quattro… e più. Sei così potente nella tua oratoria che ogni tanto mi dico, che ora ti dico: ma che cavolo spari! Faccio fatica a seguirti. Dai così fastidio che ti promuovono, per spostarti. Poi ti ributtano lì, ad “Harlem”. Sei una pedina (a volte vincente, a volte boh!) mossa da un’altrui mano.
Il tuo adeguarti alle mansioni ricevute, non t’impedisce di vedere quegli “uomini di transizione dai volti immobili.” – tu resti un giovane agitato, che sa controllarsi però. Quegli altri, invece: “Erano uomini fuori del tempo, a meno che trovassero la Fratellanza. Uomini fuori del tempo, che presto sarebbero scomparsi e dimenticati…” – erano uomini vuoti, impagliati, pronti ad ardere a comando: “Il sangue corse allo stesso modo che negli omicidi degli albi a fumetto, in una strada da albo a fumetti in una città da fumetti in un giorno da fumetti in un mondo da fumetti.” – per cui, bruciando, parevano fumare. Come vedi anch’io creo le mie metafore, grazie a te.
Ogni tanto incontri qualcuno che obietta su ogni tua parola, ora tocca ancora a quel pedante “fratello Jack” – che non cerca di dialogare con te in un modo costruttivo: il suo fine è annichilirti, come si suol fare coi nemici, con gli antagonisti. Si vive in un mondo in cui non conta la correttezza delle proprie ragioni, né delle altrui, ma il far prevalere le prime sulle seconde. A quelli importa la tua capacità oratoria, non le ragioni che ti fan fumare la testa. La ragione altrui è un problema per chi ne ha una sola: la propria.
Dice quel tale: “Il nostro compito non è chieder loro cosa pensano, ma dirglielo!” – ed è colui che si definisce: “Non il loro padre, il loro capo. Come dirigente della Fratellanza, sono il loro capo.” – una specie di Piccolo Grande Fratello orwelliano. La gerarchia a questo serve: far scivolare l’ordine verso il basso. Ai sudditi spetta il compito di chinarsi a coglierlo. Non conta tanto combattere il nemico, quanto essere il titolare della squadra d’opposizione vincente. Questo tatticismo vale ancor oggi, nel nostro paese. C’è chi è più nero, chi è più bianco, chi è più rosso. Non si cerca di armonizzare i colori, bensì di ri-tingerli col proprio. Occorre dissimularsi prima di colpire l’altro con la propria tinta. Perciò entri in quel negozio e accatti quel “cappello”. Devi mutare le tue sembianze se vuoi spiare gli altrui discorsi, simulando d’essere qualcun altro.
“Fuori della Fratellanza noi eravamo fuori dalla storia, ma dentro di essa non ci vedevano.” – eravate tutti identici, un po’ come quegli occhini a mandorla tutti uguali che facevano di tutto e di più in Vip – Mio fratello Superuomo di Bruno Bozzetto (uscito nel ‘68, che anno!), che non agivano come singoli, ma come particelle della massa. Grazie a quelli lì, tu dici: “adesso io riconoscevo la mia invisibilità.” – la tua anima celata? Di quei due fratelli, Minivip era il più libero e consapevole. Supervip era destinato a essere un Superuomo e null’altro. Per questo quel Capo ce l’ha tanto con te: intuisce il tuo grado di libertà, e ti odia. Tu rifuggi la “propaganda” altrui. Tu punti alla libertà, ricorrendo all’invisibilità.

Scrivi ne Uomo invisibile: “Correvo nella notte, correvo dentro di me. Correvo.” – io pure. Potremo mai incontrarci? Se capita, saremo mai in grado di vederci? Dovremo forse fischiare?
Scrivi: “Il fatto è che uno porta in sé parte della sua malattia, o almeno per me è cosí, come uomo invisibile.” – ognuno di noi, almeno un po’, lo è. Agiamo in quella che tu definisci “possibilità” – il proprio rischio di scelta. Standone fuori, si rischia di piombare “nel caos” – nel vortice che ti trascina dove non avresti mai voluto finire. Dove gli altri riempiranno il fantoccio che sei diventato di tutto il lordume che non sapevano dove piazzare, se non ci fossi stato tu a fungere da bidoncino. Perciò è meglio essere invisibili. C’è la nostra monnezza che tracima di per sé. Quella degli altri ci schianterebbe. Bisognerebbe riciclare un po’ tutto, essere ecologici. Non è per nulla facile. No.
Tu sai bene che “la vita intera vista dal buco dell’invisibilità è assurda…” – e prima o poi si deve uscire da esso, per andare dove non si sa – “… poiché v’è la possibilità che anche un uomo invisibile abbia da svolgere un ruolo socialmente responsabile.” – evviva! E poi, vile uomo, così ci bastoni: “Chi può dire che io, sulle frequenze inferiori, non parli per voi?” – touché, come si suol dire. Ringrazio il tuo brutto, ora non più invisibile e umano grugno, amico mio.
Nella postfazione, intitolata L’uomo sottoterra, Saul Bellow dice tante cose interessanti, fra cui: “… il singolo individuo deve nascondersi sottoterra e cercare di salvare nell’invisibilità i suoi desideri.” – e solo quel finto pupazzo, prima o poi, li potrà estrarre ed esibire coram populo. Anche lui fa parte di quella gente. E amo questa sua critica al tuo capolavoro: “E certamente ci sono delle cose molto noiose a ci dobbiamo una qualche sorta di ammirazione.” – a volte non si guarisce senza farmaci, anche se, assumerli, è un fatto inquietante. Anche leggere lo è, anche scrivere. Ed esistere.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Ralph Ellison, Uomo invisibile, Einaudi, 1993
