“Il profumo degli dèi” di Silvia Ferrara e Laura Bellinato: le antiche fragranze del Mediterraneo

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Come insegna Proust, un sapore può avviare una recherche du temps perdu; lo stesso vale per un odore, capace di attivare la memoria. Ogni profumo evoca una storia; racconta la Storia; è Storia.

Il profumo degli dèi di Silvia Ferrara e Laura Bellinato
Il profumo degli dèi di Silvia Ferrara e Laura Bellinato

Ne Il profumo degli dèi (il Mulino, 2026, pp. 186) Silvia Ferrara e Laura Bellinato seguono un filo di Arianna che odora di salvia, di rosa e di miele; dai palazzi di Cnosso e Pilo, raggiunge l’Egitto, Cipro e le civiltà del Mediterraneo. Le autrici partono da una tavoletta scritta in lineare B; è una lista di ingredienti, scarna e senza alcuna istruzione. Da quella ricetta è iniziato il loro viaggio, alla scoperta dell’industria micenea del profumo; con un lavoro lungo e accidentato, lo hanno ricreato fisicamente dopo tremilacinquecento anni.

Le radici di questa storia affondano in una terra polverosa e antica, insieme a quelle degli ulivi; primo su tutti gli ingredienti, l’olio d’oliva.

“L’olio profumato ungeva i corpi delle regine e dei re, addolciva la pelle dei vivi e preparava quella dei morti. Profumava i templi, mescolato a resine e fiori, scivolava sulle statue come una seconda pelle. Parte tutto da queste olive coltivate da almeno seimila anni […]”

Rotondo, giallo oro, è la sua densità che trattiene il profumo; gli aromi della rosa e della salvia arrivano dopo. Nell’olio profumato miceneo le note di testa scendono, invece di salire; questo è l’enorme divario tra allora e oggi, l’incastro della fragranza dentro la materia oleosa. L’olio profumato viene riscaldato, controllato, mescolato; poi viene lasciato riposare con le sostanze aromatiche. Questo processo prevede un altro ingrediente, fondamentale; il tempo, lento e fatto di attesa paziente.

Il profumo degli dèi ci porta a Creta; le radici minoiche del palazzo di Cnosso si intrecciano a quelle micenee. Le due civiltà parlano tra loro, sia pure con lingue diverse; la lineare A e la lineare B, che trascrivono rispettivamente il minoico e il greco. Il dialogo avviene entro la cornice del palazzo, fino al 1450 a.C.; è allora che i micenei si installano tra le sue corti.

Il profumo degli dèi cerca di illustrare la ricetta della loro fragranza così speciale; ci farà sentire il profumo di Arianna. Come una scia dietro di lei, l’odore di salvia rappresenta le note di cuore; essa deve il nome alle sue proprietà curative e salvifiche, come indica l’aggettivo latino salvus. Il profumo dei micenei per eccellenza è quello alla salvia; lo esportano ovunque nel Mediterraneo orientale.

In epoca successiva, nessun autore attesta l’uso di quella pianta nell’industria profumiera; è possibile dedurre che i micenei detenessero il primato. Le note di cuore non sono solo erbacee; possono essere morbide, capaci di evocare intimità. Parliamo della rosa, che cresce ovunque nel mondo antico; il profumo miceneo è realizzato con petali freschi macerati, filtrati, sospesi nell’olio per ore. La produzione è vincolata alla fioritura, che avviene soltanto tra maggio e giugno; servono migliaia di petali, per produrre anche solo una boccetta. La nota successiva è il cipero; erba d’acqua, cresce nelle zone paludose lungo gli stagni. Il Cyperus papyrus è la pianta da cui si ricavano i fogli di papiro; per il suo aroma terroso, i micenei se ne servono come nota di fondo.

Stando ai documenti, nel loro olio assume grande importanza il coriandolo; è una spezia che racconta di scambi e di viaggi per mare. Appartiene alla famiglia del prezzemolo; la distinzione risiede nei semi. I micenei non lo usano solo per l’aroma; i suoi composti volatili aiutano a mantenere l’equilibrio tra le note. La ricetta prevede anche la mirra, una resina dall’odore legnoso; si estrae incidendo la corteccia di un albero. A contatto con l’aria, la linfa si rapprende in grani scuri e profumati; perché rilasci il suo aroma, la mirra va mischiata al vino. La struttura dell’olio miceneo richiede un supporto; il miele ha il compito di trattenere tutti gli aromi. Inoltre impedisce che l’odore di terracotta contamini il profumo; steso con uno strato invisibile sulle pareti del vaso, sigilla e protegge.

Il profumo degli dèi torna indietro di tremilacinquecento anni; ci conduce nel cuore del palazzo di Pilo, brulicante di persone. Il profumiere Thyestes ha un appuntamento con il re; il wanax è il capo della città-stato micenea. Sulle tavolette di lineare B figura come officiante in contesti rituali, nonché come destinatario di offerte e tributi; per quanto il suo ruolo politico non sia del tutto chiaro, è probabile che detenesse il potere esecutivo. Siamo nel megaron, il centro nevralgico del palazzo; oltre a Thyestes, incontriamo la sacerdotessa Eritha. Sappiamo poco sul suo conto; è a lei che si riferisce la frase più lunga in tutte le tavolette in lineare B. Undici parole indicano che è proprietaria di un grande terreno; il testo riporta la prima controversia processuale, senza tribunale, della storia del Mediterraneo. Il documento proviene dall’archivio centrale del palazzo, incendiato nel 1200 a.C.; il fuoco ha cotto le tavolette di argilla lì depositate, cosicché sono pervenute fino a noi. Un cospicuo numero si riferisce alla produzione dell’olio profumato; lo scriba Alxoitas assume un ruolo strategico. A lui si devono quelle relative alla distribuzione di materie prime; sono liste di derrate, seguite dall’unità di misura. Il palazzo di Pilo restituisce i segreti dell’olio; tuttavia i documenti non dicono molto sul processo produttivo. Diversamente, Cnosso non possiede un archivio centrale che custodisca tutte le tavolette; quasi quattro volte più numerose, sono disseminate ovunque. Non compaiono i nomi dei profumieri; ne conosciamo solo uno, Kyprios.

Il profumo degli dèi racconta che a Pilo i più importanti sono Thyestes, Eumedes e Philaios; meno autorevole è Kokalos, forse un giovane apprendista. Thyestes è ricco, di abiti e di sapere; realizza l’olio per le solennità religiose, impara e sperimenta. In tre tavolette, Eumedes è citato come proprietario terriero; ricco possidente, appartiene all’élite micenea. Gestisce le terre con accortezza, consapevole che il lavoro del profumiere è soggetto a soste; la produzione è un’attività stagionale, legata ai ritmi della natura e al limite del mare. Philaios è po-ti-ni-ja-we-jo; è legato alla Potnia, una divinità che compare spesso tra i destinatari di offerte religiose. È un attendente del tempio della dea, vicino a Pilo; conosce la botanica anche a scopo terapeutico. Il suo laboratorio è dentro il santuario; tuttavia riceve materie prime dal palazzo, come gli altri profumieri. Questi usano l’olio di olive acerbe, inodore e lento a irrancidire; non contamina la fragranza finale, non deperisce nemmeno dopo lunghi viaggi. Oltre alla base oleosa, il palazzo consegna il miele e le spezie d’oltremare; la fornitura comprende anche il vino e la lana, usati per il filtraggio e per la lavorazione delle essenze. Poco sappiamo circa le piante a cui si deve la fragranza; è probabile che i profumieri stessi curassero giardini ricchi di erbe e fiori. Le tavolette di Pilo parlano della consegna di olio “fenicio”; l’aggettivo è inteso come “color rosso porpora”, ottenuto dalla lavorazione del murice. I micenei lo ricavano dalle radici dell’henné, presente anche nella macchia mediterranea; tritate e messe in infusione, tingono l’olio di rosso.

Il profumo degli dèi ci parla del vaso di Tourloti, un piccolo villaggio della Creta nord-orientale; è una piccola anfora a staffa del dodicesimo secolo a.C., trovata in una tomba. È plasmata con un’argilla fine dalle tonalità rosate; ha due fregi, sul corpo il disegno di un polipo. Nel 2017 gli archeologi Andrew Koh e Kathleen Birney hanno analizzato i residui, rinvenuti sui bordi e sul fondo; vi hanno scoperto tracce di componenti chimiche. La presenza di acido azelaico e acido oleico indica che il vaso conteneva olio d’oliva; altri ingredienti permettono di saperne di più. L’acido cinnamico deve il nome alla cannella; tuttavia si trova anche in altre piante e nelle resine. Il linalolo è una delle molecole che veicolano il profumo; si trova in oltre duecento specie, come la lavanda e il coriandolo. L’analisi archeometrica suggerisce che l’anfora potesse contenere olio profumato; tuttavia le fragranze appaiono confuse. Sono d’aiuto gli ingredienti attestati nelle tavolette; il coriandolo è uno dei più frequenti.

Un altro residuo presente nel vaso è la canfora, prodotto di un albero sempreverde dell’Asia orientale; è contenuta anche in molte piante della macchia mediterranea, come la salvia. Sappiamo che questa è l’ingrediente chiave dell’industria micenea; pertanto è probabile che l’anfora contesse olio profumato alla salvia.

L’ultima componente dei residui è il manoil ossido; secondo gli archeologi, la sua presenza nel vaso è dovuta al labdano. Si tratta di una pianta autoctona dell’isola di Creta; in questo caso interessa per la resina. Erodoto ne parla nel terzo libro delle Storie; impigliata sul vello di pecore e capre al pascolo, veniva raccolta con piccoli rastrelli. Nella “partita a scacchi” giocata alla fine del secondo millennio a.C., Cipro svolge un ruolo cruciale; è l’intermediario diplomatico ed economico dei prodotti micenei.

Il profumo degli dèi ci presenta un mercante, Filippo; ci invita a seguirlo nel suo viaggio. Salpato da Creta, sbarca in Egitto; il faraone e la classe dirigente amano fare sfoggio di opulenza, anche con i profumi. Tra gli unguenti sacri egiziani, il più famoso è il kyphi; è conservato in pastiglie da bruciare perché si sprigioni l’aroma. Diventato un farmaco prodigioso, ne parla anche Plutarco; non ne conosciamo la ricetta precisa. A differenza dei profumi di Cnosso e Pilo, quelli egizi sono solidi, a volte condensati in piccoli coni da far sciogliere; non vengono spruzzati sulla pelle ma spalmati come una crema. Anche se la scelta è ampia, il faraone e l’aristocrazia vogliono l’olio miceneo; impalpabile e morbido, ai loro occhi è qualcosa di insolito. Filippo riparte; lo seguiamo nel viaggio verso la costa levantina.

Tra i tanti profumi che vengono dal Vicino Oriente, interessano quelli dell’entroterra assiro; nel cuore della Mesopotamia quell’arte è particolarmente sviluppata. Gli assiri hanno conservato le loro ricette in alcune tavolette del XIII secolo a.C., provenienti da Assur; oltre a elencare le materie prime, esse descrivono le varie fasi di macerazione degli oli e delle acque aromatiche. Questi documenti riportano un nome; si tratta di Tapputi Belatekallim, forse la prima chimica della storia. Possiamo immaginarla al lavoro insieme alle attendenti; in territorio assiro, sono soprattutto le donne a occuparsi della produzione di profumi. I laboratori sono anche sacri; spesso si trovano vicino o all’interno di un tempio. Il nostro viaggio con Filippo finisce a Cipro; Kato Pyrgos è un piccolo sito a nord-ovest, sede di uno dei maggiori centri di produzione profumiera dell’isola. Il complesso risale all’inizio del secondo millennio a.C.; tra i numerosi strumenti rinvenuti, un alambicco ante litteram. È una scoperta clamorosa; millenni prima degli arabi, i ciprioti avevano imparato a estrarre l’essenza delle piante.

Il profumo degli dèi si sofferma sugli aryballoi; pensati per contenere oli preziosi, somigliano al bulbo del papavero. Recenti scavi confermano che potessero contenere oppio; usato come stupefacente o come ingrediente aromatico, ha anche proprietà farmaceutiche. Cipro avrebbe creato il cosmetico perfetto; un’essenza che abbellisce il corpo, accende il desiderio, placa lo spirito.

Il profumo degli dèi Photo by Tiziana Topa
Il profumo degli dèi Photo by Tiziana Topa

Durante l’età del Bronzo, l’olio profumato è spesso impiegato nei riti di passaggio; in queste occasioni, il suo uso svolge una funzione apotropaica. In lineare B, il termine we-ra-pe-je indica l’olio destinato alle unzioni; oltre che alle divinità, queste ampolle sono riservate al wanax. I sacerdoti e le sacerdotesse sono figure potentissime; possiedono campi, bestiame e schiavi. Sono un ponte tra gli uomini e gli dèi; le offerte di olio profumato servono per ottenere la loro protezione. Nei santuari, è destinato a specifiche divinità per la captatio benevolentiae; in questi casi, la quantità è sempre ridotta. Le centinaia di litri fornite dal palazzo devono avere altri scopi; una possibile risposta viene da altre civiltà, dove l’uso si trova nel rito del “lavaggio della bocca”.

In epoca classica, in Grecia compare una cerimonia simile; durante le Plynteria, la statua della divinità viene lavata e cosparsa di olio. Non è più un simulacro inanimato; diventa la vera e propria incarnazione del nume. Il profumo assume un ruolo fondamentale in due fasi della vita umana; quelle che ne segnano i confini. La nascita e la morte sono thaumata, meraviglie; sono eventi da esorcizzare. Per il neonato, l’unzione è salute e benessere; detentrice di un potere immenso e terribile, la madre deve purificarsi dalla contaminazione del parto. Anche la morte suscita timore e riverenza; il corpo viene pulito e purificato, in vista della sepoltura. L’olio profumato è anche medicina; molto più che artigiani, i profumieri vengono richiesti all’estero per le competenze mediche. Il profumo ha un ruolo sociale; è uno strumento di potere, di seduzione e di desiderio.

Il profumo degli dèi non è solo un saggio; è un’esperienza sensoriale totalizzante. In primo luogo, coinvolge l’olfatto. C’è l’odore della macchia mediterranea, misto a quello salmastro del mare portato dalla brezza. C’è la varietà degli aromi di spezie e fiori; le prime raccontano viaggi da terre lontane, gli altri di giardini accarezzati dal sole. Coinvolge la vista. C’è l’azzurro del cielo e del mare, la bianca spuma che si frange sulle rocce punteggiate di verde. Coinvolge l’udito. C’è lo sciabordio dei flutti, che sbattono contro i fianchi delle navi stipate di anfore colme di olio profumato. C’è il fruscio di mani che tritano, pestano, mescolano aromi; mani che profumano. C’è il rumore del Tempo, lento e necessario perché l’alchimia degli ingredienti di compia. In latino perfumum significa ‘attraverso il fumo’; il profumo è qualcosa che brucia, sale al cielo, si dissolve. È il laccio che lega gli umani agli dèi sempiterni. È una storia millenaria mai interrotta, vita e anelito all’immortalità.

 

Written by Tiziana Topa

 

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