“Una casa dei melograni” di Oscar Wilde: quattro storie enigmatiche ricche di simboli

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La mia copia della silloge di racconti Una casa dei melograni di Oscar Wilde è del ‘63 – anno magico! – e delle Edizioni Paoline. In quell’anno, in cui un tot di poeti e scrittore italici giocarono a essere se stessi – non ero ancora andato a scuola e non sapevo leggere.

Una casa dei melograni di Oscar Wilde
Una casa dei melograni di Oscar Wilde

L’Introduzione de Una casa dei melograni porta la firma di Valentino Gambi. Riporto l’essenziale (che è però enorme): “Quella malattia dello spirito che è sempre l’amaro pessimismo in Wilde non viene apertamente condensato in teorie, ma rimane il substrato quasi costante delle sue fiabe.” – bene. All’acuta disamina aggiungo, stupidamente e stupitamente, che in tanti casi, mentre leggo, non vedo l’ora di scrivere le mie fatue e volatili sciocchezze. In altrettanti casi, come in questo, mi vado dicendo: ma che cavolo scriverò? Non lo scopro, in genere, che per caso. La vita è un kaosino che ci salva all’ultimo attimo, allorché s’è sull’orlo del baratro. Solo nell’ultimo caso la favola ha un termine infausto, ma è meglio non pensarci tanto, se non dopo che è occorso.

Ieri stavo leggendo un capitolo de La psichiatria – Domande e risposte – specificatamente quello in cui l’autore Piero Benassi si dedica alla disamina del pensiero di Carl Gustav Jung, quando, inatteso, occorse il miracolo (diversamente da quanto non accadde leggendo il precedente, che era dedicato a Sigmund Freud, né al successivo, in cui si discorrerà di Alfred Adler. Ecco il portentoso riporto: Gli archetipi sono quindi al tempo stesso dinamici non essendo immagini inventate dall’intelletto e sono sempre presenti a produrre determinati processi dell’inconscio, che si potrebbero paragonare quindi ai miti… – al che, goffamente, anzi: comicamente, provo a correggere il buon maestro Piero (purtroppo son fatto così). Quelle immagini sono inventate, nel senso che sono rin-venute. Se l’anima dell’autore non avesse passeggiato nei suoi dintorni, quella tal figura (nanesca o principesca) non le sarebbe apparsa. Scrivere è rinvenire. Ne sa qualcosa Franz Kafka, quando, svegliandosi una mattina, s’è sentito quasi uno scarafaggio. Dopodiché si mise a scrivere, arguisco, mica lo so… il racconto La metamorfosi.

Allora la Morte si mise a ridere e prese una coppa che immerse in una pozza d’acqua; all’istante da quella tazza nacque la malaria…” – alla faccia del bicarbonato di sodio!, direbbe Totò. E di chi ipotizza che la massima parte dei virus e dei batteri sia di origine dolosa. E non manca mai la catarsi, anzi, un’idiota imitazione della stessa: “Quando l’Avarizia vide che un terzo degli uomini era morto, si batté il petto piangendo e si mise a gridare…” – il resto lo tralascio. Certe donzelle sono in apparenza asfittiche, ma in realtà ci vogliono così bene che non fanno altro che figliarci.

Il tragitto che Oscar ora segue è costellato da tanti oggetti, da tanti oggetti che chissà…! – la quale è una tipica locuzione arşâna che significa tantissimi: “vasi d’oro”, “il calice”, “il vino dorato”, “la fiala con l’olio benedetto”, la “sacra immagine”, “le grandi candele”, “il fumo azzurrino dell’incenso”, “la cupola” – e via de-scrivendo. Troppo piolisso, pardon, prolisso, ‘sto Oscarino? Chissà! Chissà? Chi sa… taccia!

“La gloria di Dio riempì tutta la…” – evviva! E “Allora il giovane Re lasciò l’…” – è finita la fiaba.

Che è poi una favola solo che in essa le bestioline sono fin troppo umane. Più o meno come chi le ha scritte e chi ora le sta leggendo.

Passo al secondo piolo della scala wildiana, sottacendo per precauzione il titolo.

Qui “… l’Infanta era la più graziosa e la meglio vestita…” – tutto è relativo. Prova a immaginare l’opinione del mio bisnonno boaro se vedesse un’indossatrice ossuta che oggi trionfa in un moderno concorso di secchezza. La donna è un mistero. L’unica donna bella è quella che piace. Per lei di certo vale l’opposto ragionamento. En passant mi scappa detto che pare che Oscar abbia dedicato la silloge alla sua mogliettina. Tornando a quell’“Infanta”, a quanto pare “Aveva le stesse graziose movenze della regina…” – un effetto dell’imprinting? Oscar si diletta poi a descriverle una a una, tanto del tempo ne ha fin che vuole. Una cosa non possono negarti, Oscarino, l’assenza, nella tua scrittura, di una più che sacra musicalità: “E suonarono con molto garbo, pizzicando appena le corde della cetra…” – okay?

Né difettano i fiori (vedi pagina 83 de Una casa dei melograni), né il body shaming che miracolosamente si trasforma, per un mucchietto di attimi, in body loving: “… agli uccellini il nano piaceva…” – tutti i volatili hanno la loro piumesca passione… Poi, giunge, carognesca, l’autocoscienza, che pare non avere soluzione che regga: “… egli non sarebbe affatto brutto, se si avesse cura di chiudere gli occhi e di non guardarlo.” – anche di tapparsi con cura il nasino? Ma vedi te, che bullettacci che ci stanno!

Il terzo racconto de Una casa dei melograni mi fa male, ancor più dei due altri. Forse perché i suoi effetti si sommano ai precedenti. Io non tengo nulla contro le sirene, ma mi paiono dei soggetti troppo esigenti. È come se un’antropofaga decidesse di concedersi ma in cambio tu dovevi assaggiare la carne del vicino di casa che, si sa, è più succosa di quella del tuo condomino.

Per commuoverlo, lei “cominciò a piangere e disse…” – un quid di struggente. Lui si innamorò della “sua voce”, ovvio. Il corpo era più problematico. Quello che lei gli chiede in cambio di sé è l’annullamento del suo, di sé. Non so se mi sono spiegato. Se non è così, è quasi meglio. A me quel suo sé, altrove detto “anima”, fa simpatia, come si suol dire: è molto animata e animosa, a volte animalesca. Al fine di scappare, ella dice: “… mi diressi verso l’est e cominciai a viaggiare…”.

Tra pagina 136 e 137 de La casa dei melograni ha luogo una diatriba fra chi preferisce “le ricchezze” e chi valorizza di più “L’amore”. Chi vincerà? Il racconto cessa ancor prima che si riesca a formulare la domanda, tredici pagine dopo. Se solo fossi riuscito a resistere ancora un po’: 3 o 4 mila volumi, pur microscopici…!

Siamo giunti, finalmente a Il bimbo-Stella, The Star Child. Di cui ho così tanto e così poco da dire. L’essenziale è capire quanto quel biondino m’è insopportabile, per cui… finisco per amarlo…

Riporto l’inevitabile: “… egli non regnò a lungo, e, in capo a tre anni…” – okay. Stop.

Mettiamolo in croce e facciamola finita, con ‘sto florilegio asinottico…

Caro il mio Messia. Io so di non saperti sapere. Però mi piaci. A volte sento che in fondo t’amo. Anche se non ti capisco. Ma davvero eri così insopportabile da bimbo? Ci vediamo domani per un caffè? Chiama anche Oscar, se hai il contatto. Così facciamo (s)offrire a lui che ha sempre quel lily sulla giacchetta… o era un verde garofano?

Qualunque fiore sia, al solito, è tenuto a pagare lui… il grande colpevole d’essere assurdamente se stesso. Che sia condannato e poi redento! Quel celebre infame!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Oscar Wilde, Una casa dei melograni, Edizioni Paoline – 1963

 

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