“Out of Time” album dei R.E.M.: è ancora un successo planetario?

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Oh, life is bigger/ It’s bigger than you, and you are not me/ The lengths that I will go to/ The distance in your eyes/ Oh no, I’ve said too much/ I set it up// That’s me in the corner/ That’s me in the spotlight, losing my religion/ Trying to keep up with you/ And I don’t know if I can do it/ Oh no, I’ve said too much/ I haven’t said enough‒ “Losing My Religion”

Out of Time album dei R.E.M.
Out of Time album dei R.E.M.

Si dice spesso che dopo Green e il tour interminabile che ne seguì i R.E.M. fossero arrivati a un punto di stanchezza vera. Non una crisi romanzesca, più semplicemente il bisogno di capire se avesse ancora senso continuare senza cambiare davvero.

Out of Time, pubblicato nel giugno del 1991, nasce da lì, e si sente subito: è il disco in cui la band smette di fare affidamento sulle proprie certezze e prova a spostarsi altrove.

Green aveva allargato il pubblico, ma difficilmente poteva bastare come punto d’arrivo.

I grandi dischi della prima fase, Murmur, Reckoning, Fables of the Reconstruction, Life’s Rich Pageant, Document, avevano un’identità fortissima. Out of Time non prova a inseguirli: cambia passo. C’è meno chitarra usata come motore principale, più aria, più vuoti e più attenzione ai colori. Il mandolino di Losing My Religion e gli archi disseminati nel disco non sembrano ornamenti: cambiano davvero il modo in cui queste canzoni respirano.

Hey, I can’t find nothing on the radio/ Ah, yo turn to that station// The world is collapsing/ Around our ears/ I turned up the radio/ But I can’t hear it// When I got to the house/ And I called you out/ I could tell that you had been crying, crying/ It’s that same sing-song on the radio/ Makes me sad/ I meant to turn it off/ To say goodbye/ To leave in quiet, that radio song (see ya)/ Hey, hey, hey (ha-ha)‒ “Radio Song”

Il produttore Scott Litt, da questo punto di vista, ebbe un ruolo decisivo. Tiene insieme un album molto vario senza farlo sembrare incoerente. Low, Shiny Happy People, Country Feedback: tre facce diversissime dello stesso disco, eppure la coesione c’è.

Poi ci sono i singoli, certo. Losing My Religion è il momento in cui i R.E.M. diventano qualcosa di più di una grande band americana. Ancora oggi sorprende che un pezzo così anomalo, costruito su quel giro di mandolino e su una tensione trattenuta, sia diventato un successo planetario.

Ma Out of Time non finisce lì, anzi. Col tempo, ti restano dentro anche altri brani. Near Wild Heaven ha una leggerezza che cresce ascolto dopo ascolto, e la voce di Mike Mills le dà una grazia particolare. Texarkana ha la stessa qualità: è aperta, malinconica, e proprio per questo arriva più a fondo. Anche per questo faccio fatica a considerarlo solo il disco della consacrazione commerciale. Lo è stato, senza dubbio, ma è anche un album a tratti sfuggente e proprio per questo ancora vivo.

Country Feedback, per esempio, resta una delle cose più dolorose incise dai R.E.M.: spoglia, trattenuta e, soprattutto, senza compiacimento.

Ogni volta che torno a questo album mi rimanda anche qualcosa di personale, e forse è inevitabile. Ci sono dischi che si legano a una stagione in modo quasi fisico. Per me, quest’album ha ancora addosso una certa luce d’inizio estate.

 

Written by Cinzia Milite

 

Un pensiero su ““Out of Time” album dei R.E.M.: è ancora un successo planetario?

  1. Bell’articolo… Peccato che si potrebbe togliere il nome Rem e inserire qualsiasi altro nome di gruppo, e ce ne sono a decine in rete, soprattutto dopo la scoperta dell”’intelligenza” artificiale. Peccato, perché su questo album gli argomenti sono inesauribili e si potrebbe scrivere un libro.

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