“Partenze” di Julian Barnes: la memoria è il testamento ultimo dello scrittore?
“Partenze” di Julian Barnes (Einaudi, 2026) è un’opera tutta da scoprire e da gustare, specie per chi ama inoltrarsi in avventure letterarie composite e imprevedibili. Già dalle prime pagine credo che il lettore sia portato a chiedersi se si tratti di un saggio o di un romanzo.

In effetti “Partenze” è un romanzo nel saggio e al contempo un saggio nel romanzo.
“… una storia ci sarà – o meglio, una storia dentro la storia – non subito…”
Molte delle pagine di questo libro sono occupate da una scrittura nutrita di saggistica, con in particolare una lunga e dettagliata disquisizione sull’argomento “memoria”.
Il discorso sembra snodarsi pure a conferma che non può esistere narrazione scevra di memoria, anche quando si sviluppa sul filo della fantasia che deve pur attingere ad esperienze reali.
La ricerca in “Partenze” avviene spesso nel paradigma del dubbio: se la vita sia quella vissuta, immaginata o il frutto di un ricordo errato. E si ragiona a lungo su tale enigma, ma anche sulla cronologia del ricordo e su tante altre sue specificità.
Si risale ai moventi di ciò che ricordiamo, al perché, al come accumuliamo reminiscenze. In tutto ciò è evidente che anche il più lontano passato sopravvive in noi per il segno del dolore o della felicità che lo hanno marchiato.
E che dire dei ricordi sepolti che poi, come colpi di pistola, riemergono?
Talvolta basta un’inezia, un dettaglio a riportarli in auge. Si riconosce così a pieno titolo l’esistenza di una memoria autobiografica involontaria detta IAM dove può avvenire che un semplice stimolo sensoriale, come la famosa madeleine di Proust, possa aprire varchi narrativi inaspettati e sconfinati.
La corposa prosa sulla “memoria” in questo libro nutre e dà consistenza al filo conduttore di tutta la trama, quale veicolo tra presente e passato, in qualità di escavatore di emozioni, in traiettorie altalenanti, in sedimenti di memoria e flash simili a scatti fotografici.
“… un boccone di crostata di mele gli aveva riportato alla memoria tutte le crostate della sua vita.”
La memoria, dunque, quale registro certo o accumulatore non sempre attendibile. La memoria che poi diviene strumento del testamento ultimo dello scrittore visionario e distaccato. Protagonista onnipresente la memoria qui, specie in quanto procacciatrice fertile della storia d’amore tra Stephen e Jean, cuore del libro nella rievocazione dello scrittore Julian, il quale si rese complice del complesso intreccio amoroso fra i due. Egli favorì l’incontro della coppia in due tempi: in gioventù e, dopo lunga separazione, in maturità.
Colpisce non poco all’interno di tale love story il soffermarsi geniale dello scrittore sull’animale domestico dei due con una felice metafora esistenziale: un cane graziato dal suo stare al mondo poiché inconsapevole di tutto, perfino di essere un cane. Stephen e Jean, nel ritratto psicologico fluido e controverso tracciato, sono catalizzatori imperfetti del loro sogno, sono pedine radiose o tetre del momento epocale che vivono e delle relative ideologie circolanti.
Anche quando il loro complice scrittore si avvia al declino, essi permangono striscianti nella trama. Julian di fatto è all’epilogo dell’esistere e dovrà cedere alla resa operata da una spietata malattia.
“… viaggia la malattia dello scrittore, un cancro che affonda le proprie radici… nell’indifferenza dell’universo.”
In questo resoconto sintetico si nasconde l’humus di ogni pagina. Frase dopo frase, lettera dopo lettera, il narratore perviene alla consapevolezza che la sua partenza definitiva non è più tanto lontana.
All’uopo, in itinere, vengono riportate alcune frasi ultime pronunciate da persone sulla soglia del morire.
È la poesia della definitiva partenza!
Qualcuno sussurrò: “Arrivederci, arrivederci…”
Un altro una semplice imprecazione: “Maledizione!”
Sono brevi testamenti, visioni estreme, le più sagge e luminose di vite intere. Con tale esercizio, come tramite un motore di ricerca, Barnes pare concentrarsi sul voler giustificare il senso del non senso di ogni fine vita.
“Quindi il mio cancro e io procederemo trotterellando fino alla mia morte. A quel punto, sì, una ‘vittoria’ ci sarà – morendo, avrò in effetti ammazzato anche il cancro! Uno a zero per Barnes!”
Written by Antonietta Fragnito
