Intervista ad Alba Zari: “White Lies” e le tre generazioni di donne

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Durante la realizzazione di “White Lies” ho capito che il cinema poteva diventare uno spazio in cui trasformare una posizione passiva, quella di chi ha subito una storia, in una posizione attiva. Un punto di vista capace di interrogare, scegliere, montare, mettere in relazione immagini e silenzi. In questo senso il gesto del raccontare è stato anche un modo per riappropriarmi della mia voce e della mia memoria.‒ Alba Zari

Alba Zari intervista White Lies
Alba Zari intervista White Lies

Vincitore della seconda edizione dello speciale Premio Oubliette Magazine del Premio Corso Salani all’interno della cornice della 37ª edizione del Trieste Film Festival (Trieste, gennaio 2026), White Lies” della regista Alba Zari è stato prodotto da Manuela Buono, Stéphane Rigotti, Benoît Ressonet per Slingshot Films in associazione con Agent Double Productions; il montaggio è stato curato da Pierpaolo Filomeno; la fotografia da Matteo Tortone; il suono da Massimiliano Borghesi, Adriano Poledro ed Andrea Blasetig.

Della durata di 98 minuti, il documentario racconta la storia privata della famiglia della regista che, nata in Thailandia, si trasferisce in Italia, a Trieste, e cambia nome da Dawn ad Alba. Artista inquieta, non ha mai conosciuto suo padre e, sin da piccola, alla domanda sull’assenza del padre fu sommersa da “bugie bianche”, dapprima le viene detto che il padre è il re della Thailandia, successivamente Johnny, un uomo che ha vissuto con lei e sua madre Ivana per svariati anni.

Ma Alba è alla ricerca di verità, di qualche risposta sul suo passato, e decide di intervistare la madre, la nonna Rosa e suo zio Andrea. Ciò che viene alla luce è l’appartenenza da parte di nonna Rosa ad una setta, The Childern of God, fondata da David Berg (che cambiò nome in Moses David), che aveva fatto fra i suoi proseliti molti seguaci del movimento hippie che vedeva una sessualità libera con la promozione di contatti sessuali tra adulti e minori. In questo contesto nonna Rosa, da componente della setta, lasciò i suoi due figli, Ivana ed Andrea, andando a vivere a Positano. I due piccoli si trasferirono poi in Thailandia, dove nacque Alba nel medesimo contesto dei bambini di Dio.

Alba Zari non cerca di colmare il vuoto della mancanza, ma di comprenderne l’impatto, di trasformare l’assenza in presenza. Una scelta registica significativa questa, in quanto il film rifiuta la logica della riparazione identitaria come percorso obbligato. Perché conoscere non significa necessariamente guarire. Al contrario, la regista mette in scena la possibilità di convivere con l’incompletezza, di accettare che alcune domande restino senza risposta.” ‒ dalla recensione di Carolina Colombi[1]

Lasciamo la parola alla regista Alba Zari: buona lettura!

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A.M.: Alba, ti ringrazio per aver accettato questa intervista per presentare al pubblico dei lettori di Oubliette il tuo documentario “White Lies”. Partiamo dal titolo che propone le cosiddette bugie bianche, cioè menzogne dette a fin di bene con intento di protezione. Ritieni che queste bugie bianche ti abbiamo fornito di uno scudo protettivo oppure ti abbiano imprigionato in una gabbia?

Alba Zari: Per molto tempo Le bugie Bianche hanno rappresentato un meccanismo di protezione necessario per mia madre poter continuare a vivere dentro una realtà profondamente manipolata e traumatica. Per Rosa, mia nonna invece erano piccole grandi omissioni sull’identità di mio padre. Per Rosa il confine tra protezione e controllo della narrazione della storia è stato molto sottile: spesso ciò che viene presentato come “cura” o “amore” serve in realtà a mantenere il silenzio, a evitare il conflitto con la verità. Ho creduto a queste bugie bianche dall’infanzia, quando non si hanno gli strumenti per comprendere la complessità di certe esperienze. Ma crescendo ho capito che quello stesso scudo era diventato anche una gabbia, perché impediva l’accesso alla memoria, all’identità e alla possibilità di elaborare davvero il passato. “White Lies” nasce proprio da questa tensione. Non volevo realizzare un film accusatorio, ma attraversare uno spazio molto ambiguo e umano, dove affetto, rimozione, protezione e dolore convivono continuamente.

 

Alba Zari
Alba Zari

A.M.: Il lavoro che hai svolto per il documentario vede la consultazione di una mole enorme di materiale tra video e foto di un passato che non conoscevi e che non potevi ricordare. Da professionista che cosa hai provato quando hai dovuto trattare quel materiale non solo come “immagini” che raccontavano una storia ma come “ricordi” della tua storia?

Alba Zari: Nell’elaborare le immagini mi trovavo in una doppia posizione: quella della regista che deve osservare, analizzare e costruire un linguaggio, e quella della persona che, attraverso quelle immagini, cercava di ricostruire una parte mancante della propria vita. Normalmente l’archivio viene trattato come una testimonianza del passato ma nel mio caso era quasi l’unica possibilità di accesso a dei ricordi o a delle informazioni che dovevo ricostruire o che non ho mai avuto dentro di me. Molte di quelle immagini avevano qualcosa di profondamente perturbante. Da un lato vedevo fotografie e video apparentemente felici, pieni di sorrisi, momenti familiari, vita comunitaria; dall’altro sapevo che dietro quella superficie esisteva un sistema di manipolazione molto forte. Questo scarto continuo tra ciò che l’immagine mostrava e ciò che nascondeva è diventato uno degli elementi centrali del mio lavoro. Ho cercato di mantenere uno sguardo lucido, di interrogare continuamente le immagini senza accettarle come prove assolute della verità. Ma emotivamente era difficile separare completamente il materiale dalla mia esperienza personale ed emotiva. Ogni frammento d’archivio aveva una doppia natura: documento e traccia emotiva.

 

A.M.: Parliamo del concetto di cura: ho percepito una qualche affinità tra il tuo metodo di cura e quella professata dal padre della psicologia archetipica, James Hillman. Egli, infatti, in diverse sue pubblicazioni, ha fortemente consigliato come cura principale dell’anima la pratica del “racconto”. Curare dunque diventa “raccontare una storia”, da soggetto sofferente si diventa narratore di qualcosa che è stato. Pensi di essere riuscita nel tuo intento oppure hai lasciato nel silenzio alcune zone d’ombra?

Alba Zari: Penso che il racconto abbia avuto per me una funzione molto vicina a quella che descrive James Hillman: non tanto una guarigione definitiva, quanto la possibilità di dare una forma al caos, di creare una struttura narrativa dentro qualcosa che per molti anni è rimasto frammentato, indicibile o privo di senso. Raccontare, in questo caso, non significa semplicemente spiegare ciò che è accaduto, ma riuscire ad abitare quelle esperienze senza esserne completamente travolta. Durante la realizzazione di “White Lies” ho capito che il cinema poteva diventare uno spazio in cui trasformare una posizione passiva, quella di chi ha subito una storia, in una posizione attiva. Un punto di vista capace di interrogare, scegliere, montare, mettere in relazione immagini e silenzi. In questo senso il gesto del raccontare è stato anche un modo per riappropriarmi della mia voce e della mia memoria. Credo però che sia impossibile risolvere completamente certe esperienze traumatiche. Ci sono zone d’ombra che non dipendono solo da una scelta narrativa, ma dai limiti stessi della memoria, dalla rimozione, dal fatto che alcune ferite continuano a esistere proprio perché non possono essere tradotte interamente in linguaggio. Per questo nel film il silenzio ha un ruolo importante quanto quello della parola. Mi interessava lasciare spazio alle contraddizioni e a ciò che resta irrisolto. Credo che la cura non coincida necessariamente con una completa chiarezza o con una riconciliazione totale, ma possa esistere anche nella capacità di guardare quelle ombre senza negarle.

 

A.M.: È molto toccante il rapporto al femminile che sei riuscita a tracciare: ritieni di essere riuscita nel tuo intento di riconciliazione con la tua famiglia oppure l’uscita del documentario e le possibili domande di coloro che l’hanno visto hanno palesato nuovi interrogativi?

Alba Zari: La riconciliazione, per me, non è stata un punto di arrivo definitivo ma un processo ancora aperto. Durante la realizzazione di “White Lies” il dialogo con mia madre e mia nonna mi ha permesso di vedere ma soprattutto di ascoltare le loro fragilità, le loro paure senza alcun giudizio. È importante per me non parlare in modo univoco di mia madre e mia nonna come vittime o colpevoli. Volevo restituire la contraddizione umana che esiste dentro i legami familiari, soprattutto quando sono attraversati da traumi collettivi. Credo che il film sia stato, in parte, un tentativo di creare uno spazio di ascolto reciproco che prima non esisteva. Allo stesso tempo, l’uscita del documentario ha inevitabilmente aperto nuove domande. Ogni volta che un’esperienza così intima viene condivisa pubblicamente, cambia anche il modo in cui la si guarda. Le reazioni del pubblico, le conversazioni nate dopo le proiezioni e le testimonianze di altre persone che hanno vissuto esperienze simili mi hanno fatto capire che esistono ancora molte zone che continuano a interrogarmi. In questo senso il film non ha chiuso qualcosa, ma ha trasformato il silenzio in dialogo. E forse, per me, la riconciliazione sta proprio lì: non nell’aver trovato tutte le risposte, ma nell’essere finalmente riuscita a stare dentro quelle domande insieme agli altri, senza doverle più nasconderle.

 

A.M.: “White Lies” è prettamente autobiografico ma riesce a toccare una tematica sensibile e di cui si parla troppo poco: il mondo delle sette. Perché si ha timore di trattare questo argomento?

Alba Zari: Credo che spesso si abbia timore di affrontare il tema delle sette perché viene immediatamente associato a qualcosa di estremo, distante o incomprensibile, e questo porta molto facilmente a una narrazione sensazionalistica. In realtà, però, il mio interesse non era raccontare la setta in sé o ricostruirne il funzionamento in modo investigativo. “White Lies” parla soprattutto delle conseguenze che un sistema di indottrinamento lascia nelle persone e nei legami familiari, anche molti anni dopo. Per me il centro del film è il rapporto tra tre generazioni di donne: mia nonna, mia madre e me. Mi interessava osservare come il trauma, il silenzio, la paura ma anche l’amore e il desiderio di protezione si trasmettano da una generazione all’altra. La setta diventa quasi uno sfondo attraverso cui leggere dinamiche molto più universali legate alla memoria, all’identità e alla complessità dei rapporti familiari. Credo che questo sia anche il motivo per cui molte persone si riconoscono nel film pur non avendo avuto esperienze legate a comunità settarie. Le domande che pone riguardano il modo in cui ereditiamo le storie familiari, le omissioni, le fragilità emotive e il tentativo di comprendere le scelte delle persone che amiamo. Più che raccontare un mondo chiuso e lontano, volevo creare uno spazio intimo di ascolto e confronto, in cui fosse possibile guardare alle ferite senza ridurre le persone a vittime o colpevoli assoluti.

 

White Lies Alba Zari Trieste Film Festival Premio Oubliette Magazine del Premio Corso Salani
White Lies Alba Zari Trieste Film Festival Premio Oubliette Magazine del Premio Corso Salani

A.M.: Oltre al Trieste Film Festival 2026 nel quale “White Lies” ha partecipato come finalista del Premio Corso Salani, in quali altri festival hai presentato il documentario?

Alba Zari: Festival dei Popoli — Concorso Italiano, World Premiere (2025) dove ha vinto i seguenti premi:
Menzione Speciale — Festival dei Popoli
CG Entertainment “Popoli Doc” Distribution Award – Miglior Film Italiano
Premio distribuzione “Gli Imperdibili” — Cinema La Compagnia / Fondazione Sistema Toscana
Premio distribuzione “Il Cinemino”
2026
International Film Festival Rotterdam — sezione Bright Future
Crossing Europe Film Festival Linz— Competition Documentary
Thessaloniki International Documentary Festival
Bellaria Film Festival, concorso Casa Rossa, Premio della critica italiana SNCCI
Millenium Docs Against Gravity Warsaw- Competion First

 

A.M.: Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi anticiparci qualcosa?

Alba Zari: Sto scrivendo ed elaborando una storia di cui non voglio parlare per scaramanzia.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Alba Zari: “Such certainty is beautiful,/ but uncertainty is more beautiful still.” (“Una tale certezza è bella,/ ma l’incertezza è ancora più bella.”) tratta da “Love at first sight” di Wisława Szymborska.

 

A.M.: Ti ringrazio Alba per l’onestà e la profondità delle tue risposte. Ti saluto con una citazione tratta dal “Il Libro Rosso” di Carl Gustav Jung: “L’incertezza è la via che porta alla vita, e chi sceglie la certezza è come se fosse già morto”.

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Sito Trieste Film Festival
Trieste Film Festival – il programma del 2026
Tutti i vincitori del Trieste Film Festival 2026
Premio Oubliette Magazine
Intervista a Maria Giménez Cavallo – vincitrice della prima edizione del Premio Oubliette Magazine

Note

[1] Leggi la recensione di “White Lies”.

 

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