“Ebrei senza saperlo” di Lucetta Scaraffia: un viaggio alla ricerca delle origini ebraiche collettive

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“I miei avi facevano parte di un processo molto più ampio, che si è verificato in tutti i Paesi in cui era in corso il processo di modernizzazione, raggiunti da una diaspora ebraica che proveniva dall’Europa orientale…”

Ebrei senza saperlo di Lucetta Scaraffia
Ebrei senza saperlo di Lucetta Scaraffia

Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste è un saggio di Lucetta Scaraffia che intreccia memoria personale, riflessioni storiche e ricerca identitaria. Il trattato, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nel 2026, nasce dalla scoperta inattesa dell’autrice delle proprie origini ebraiche.

“È dalla fine del XVII secolo infatti che è cominciato il lungo percorso culturale che ha sottratto al destino, alla predeterminazione tradizionale, la definizione identitaria…”

La narrazione prende le mosse da un evento fortuito: la diagnosi di una specifica malattia della pelle che colpisce l’autrice; un dato clinico che la spinge a indagare sul ramo paterno della propria famiglia, in particolare sulla figura di nonna Lucia, creduta da sempre di origini inglesi.

La ricerca d’archivio condotta dalla Scaraffia si concentra sul cognome Wildt, originario della famiglia di appartenenza della Scaraffia, a cui è dedicata una sezione centrale del saggio.

Il nominativo di Adolfo Wildt, scultore imparentato con l’autrice, la porta a rintracciare una migrazione della sua famiglia d’origine, che nei primi decenni dell’Ottocento dall’Europa orientale si sposta verso Milano.

Alla luce della rimossa specificità ebraica, l’autrice interpreta i dati biografici di Wildt, uomo schivo, tormentato e profondamente spirituale, per mezzo alla sua produzione artistica. Che, definita da forme levigate, volti scavati e una tensione mistica impressa alle sue sculture in marmo, viene spiegata come l’espressione inconscia di una frattura culturale, che si va a declinare in espressioni causate dal peso di un’appartenenza negata. E, al contempo, dalla costante ricerca di un senso identitario in una società spesso ostile.

Lo sviluppo della trama, davvero interessante, di Ebrei senza saperlo è in definitiva un viaggio alla ricerca delle origini ebraiche collettive, spesso occultate, dimenticate o volutamente cancellate per paura, acquisizione o per necessità di sopravvivenza.

Una trama, che si fa racconto autobiografico, allargandosi fino a diventare una riflessione più ampia sul rapporto tra ebraismo e cultura occidentale. A cui si aggiunge la memoria familiare e le forme di identità che, seppur sommerse, continuano a coesistere anche quando sembrano scomparse.

Ed è questo continuo oscillare tra privato e collettivo, la ricerca genealogica della famiglia Wildt, ebrei convertiti e poi integrati nella società italiana, uno degli aspetti più interessanti del saggio. Elemento, che diventa simbolo di molte storie europee segnate dalla paura dell’esclusione e dell’antisemitismo; fino a diventare un occultamento così radicale da essere tramandato come un segreto assoluto. Per lasciare poi i discendenti diretti del tutto ignari della propria ascendenza, a interrogarsi sul vissuto dei propri avi.

A dimostrazione, da parte dell’autrice, di come il silenzio sulle origini non sia stata soltanto una scelta individuale, ma il risultato di secoli di discriminazioni e diffidenze.

A testimoniare i fatti sono i documenti ritrovati, indicativi di una conversione formale della famiglia al cattolicesimo: scelta dettata dalla necessità di integrazione e soprattutto dalla paura delle persecuzioni.

Il saggio si espande oltre, diventando da vicenda privata a collettiva, fino ad analizzare nodi storiografici e teologici piuttosto complessi: quali la fermezza della identità, per esempio.

L’autrice rileva come, a differenza di altre acquisizioni storiche tra popoli, l’identificazione ebraica mantenga però una specificità che perdura anche dopo generazioni di conversioni formali, configurandosi come una traccia durevole nella memoria familiare.

Il trattato analizza inoltre il fenomeno psicologico che colpiva alcuni ebrei convertiti, portati ad assimilare i pregiudizi antigiudaici della maggioranza cristiana, per garantire la sopravvivenza sociale del proprio nucleo familiare.

“Sfoglio cataloghi e il libro edito da FMR, ammirata, colpita e spesso turbata dalle sue opere, quasi allibita dalla sua inarrivabile abilità nella lavorazione del marmo…”

Nel testo, viene inoltre esaminato il concetto di discendenza secondo la legge ebraica, che si trasmette per via materna, evidenziando il paradosso di aver ereditato tale appartenenza per via biologica pur ignorandone la cultura.

C’è inoltre una riflessione molto attuale sul significato dell’identità: quanto delle nostre radici sopravvive dentro di noi senza che ne siamo consapevoli? E quanto la storia continua a parlare attraverso i silenzi delle famiglie?

Il titolo, ispirato a un verso di Eugenio Montale, suggerisce la dimensione sotterranea dell’appartenenza: essere “ebrei senza saperlo” significa portare dentro di sé una memoria che precede la coscienza individuale.

“Se guardo indietro nel tempo, riprendendo il mio ruolo di storica, individuo molti studi, anche autorevoli, che riflettono sul grande male del Novecento ma che, prevalentemente, tendono a colpevolizzare solo i nazisti…”

Dal punto di vista stilistico, il libro si legge quasi come un romanzo di memoria. Le pagine dedicate alle indagini d’archivio, ai documenti di famiglia e ai frammenti di passato hanno qualcosa di intimo e malinconico. Ma la sua forza sta soprattutto nella intonazione del registro di scrittura.

Lucetta Scaraffia citazioni Ebrei senza saperlo
Lucetta Scaraffia citazioni Ebrei senza saperlo

Lucetta Scaraffia non scrive mai con aggressività ideologica o spirito polemico: la sua voce resta colta, misurata e profondamente umana. Il volume si distingue per uno stile sobrio e privo di sentimentalismi, con la capacità di utilizzare la propria storia familiare, da parte dell’autrice, per sollevare interrogativi universali sulla colpa, sulla rimozione collettiva e sulla persistenza del pregiudizio nell’Europa contemporanea.

Non si tratta infatti di un’autobiografia intimista, ma di una riflessione rigorosa su come i traumi della storia possano modellare la coscienza individuale anche a distanza di secoli.

Ebrei senza saperlo è stata dunque l’occasione per l’autrice, nota storica e giornalista, di affrontare l’impatto psicologico e sociale del silenzio generazionale, riflettendo sulla natura del distinguo ebraico e sulle forme passate e presenti di antisemitismo.

L’opera non è dunque un libro sensazionalistico né un trattato politico: è piuttosto una meditazione delicata e intelligente sul passato e sulla trasmissione della memoria. Misura narrativa questa, che lo rende intenso e a tratti commovente.

“Tuttavia da queste notizie, scarne e frammentarie, come i pochi ritratti rimasti, in posa da studio fotografico, di nonna Lucia, che non sorride mai, non posso capire molto di più. Devo rassegnarmi a non sapere.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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