Marziale: vita ed opere dell’epigrammista della satira e della parodia
Marco Valerio Marziale (38 o 41 d.C. – 104 d.C.) è comunemente considerato il più grande epigrammista in lingua latina.

Marziale, nato in Spagna ad Augusta Bilbilis (vicino all’attuale Calatayud) da una famiglia benestante, ricevette un’accurata educazione che avrebbe potuto avviarlo alla professione di avvocato, per la quale però Marziale non si sentì mai portato. Nel 64 decise di recarsi a Roma, dove inizialmente ebbe rapporti e ricevette aiuto da influenti personalità della città provenienti come lui dalla Spagna, tra cui Lucio Anneo Seneca e Marco Anneo Lucano. Grazie alla famiglia di Seneca, Marziale fu introdotto in potenti ambienti politici della capitale, frequentando tra gli altri Gaio Calpurnio Pisone.
Il suo contatto con l’alta società romana si interruppe bruscamente proprio per l’amicizia con Pisone, il quale ‒ dopo il grande incendio di Roma del 64 ‒ aveva ordito una congiura contro l’imperatore Nerone. Quando la congiura fu scoperta molti dei potenti amici di Marziale furono uccisi o costretti al suicidio.
Rimasto senza appoggi, Marziale iniziò quindi una vita da cliens, ovvero ‒ si direbbe oggi ‒ da portaborse di personaggi influenti. Si legò quindi alla famiglia dei Flavii, cui apparteneva Vespasiano, che salì al potere in seguito al suicidio di Nerone e alla guerra civile del 68-69.
Fu probabilmente proprio in questi anni che Marziale iniziò la sua attività poetica, che continuò con progressivo successo anche sotto i successivi principati di Tito e Domiziano. Tuttavia, dopo l’assassinio di quest’ultimo nel 96, i successivi imperatori Nerva e Traiano cercarono di instaurare a Roma un clima morale più austero, che poco si conciliava con la produzione dell’epigrammista, cui nuocevano anche i passati rapporti con Domiziano in un clima politico completamente cambiato.
Marziale decise quindi nel 98 di ritornare nella sua città natale, dove trovò la protezione di una ricca vedova che gli donò una proprietà dove il poeta poté vivere agiatamente gli ultimi anni della sua vita, pubblicando altri otto libri di epigrammi.
La sua produzione comprende dodici libri di Epigrammata, per un totale di 1561 componimenti, tutti editi e ordinati dal poeta stesso. Si aggiungono il Liber de Spectaculis, ovvero la parte superstite (30 epigrammi in distici elegiaci) dei componimenti scritti per i giochi inaugurali dell’Anfiteatro Flavio (80 d.C.), e i due libri intitolati Xenia (“doni per gli ospiti”) e Apophoreta (“cose da portar via”), raccolte di distici elegiaci che fungevano da “bigliettini d’accompagnamento” a doni inviati durante i Saturnalia oppure offerti durante i banchetti.
A Marziale fu anche attribuito un libro di epigrammi morali, in realtà composto da Goffredo di Winchester (ca. 1050 ‒ 1107), letterato che imitava il suo stile.
Probabilmente Marziale godé in vita di buona fama come epigrammista, senza però essere considerato uno dei maggiori letterati della sua epoca. In realtà introdusse nella forma epigrammatica, prima di lui usata con funzione prevalentemente commemorativa, il crudo realismo della satira e della parodia, con riferimenti espliciti alla realtà politica, e temi erotici. Non mancano tuttavia alcuni esempi di lirismo, soprattutto in alcuni epigrammi funebri.
I componimenti di Marziale rivelano spesso l’influenza della filosofia epicurea della sua epoca, con l’esaltazione di un ideale di vita semplice contrapposto alla frenesia della lotta per il potere o la scalata sociale, da lui continuamente stigmatizzate.
Tipico dello stile di Marziale è il cosiddetto fulmen in clausula, ovvero l’idea di concentrare nell’ultimo verso del componimento una battuta inaspettata rispetto a ciò che precede, capovolgendo così nel finale l’intero senso dell’epigramma. Proprio come nel componimento qui presentato.
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Epigrammata, III, 26
“Praedia solus habes et solus, Candide, nummos,
aurea solus habes, murrina solus habes,
Massica solus habes et Opimi Caecuba solus,
et cor solus habes, solus et ingenium.
Omnia solus habes: nec me puta velle negare;
uxorem sed habes, Candide, cum populo.”
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“Son solo tuoi i poderi,
o Candido, e solo tuo il denaro,
solo tuoi i vasi d’oro ed i vasi di murra,[1]
da solo godi il Massico e il Cecubo opimiano,
tu solo hai cuore e ingegno.
Tutto è tuo solo: io certo non lo posso negare;
ma c’è però una cosa
che condividi con tutti: la moglie!”
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Written and translated by Sandro Naglia
Note
[1] All’epoca dell’antica Roma i due vini più celebrati erano il Caecubum e il Falernum, che in realtà prendevano il nome dal territorio da cui provenivano e non dai vitigni che ne fornivano l’uva. Il Caecubum si produceva nella zona di Fondi, nell’attuale basso Lazio, il Falernum invece nell’ager Falernus, l’attuale provincia di Caserta, nella zona del Monte Massico. Petronio, nel Satyricon, fa giungere sulla tavola di Trimalchione il famoso Falernus Opimianus, ovvero il vino ottenuto con la vendemmia effettuata sotto il consolato di Opimio (121 a.C.) e quindi vecchio di ben cento anni. Secondo Plinio il Vecchio Naturalis Historia, poteva arrivare a durarne anche duecento; “opimiano” divenne quindi sinonimo di vino “d’annata”, ben invecchiato.
La murra era invece una pietra semipreziosa (probabilmente l’odierna fluorite), usata anticamente soprattutto per produrre vasi, tazze e coppe da mensa.

