“Quello che so di te” di Nadia Terranova: è arduo indagare la follia?

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Indagare la follia è sempre arduo, sia per lo stigma che le è stato inflitto da tempi remoti, sia per le paure sotterranee che suscita.

Quello che so di te di Nadia Terranova
Quello che so di te di Nadia Terranova

La scrittrice Nadia Terranova decide però di affrontare tale sfida. Lo fa con coraggio dopo la nascita della sua primogenita. Inizia a cercare affannate risposte proprio nel momento più delicato della sua vita, quando ha da collocarsi in una dimensione nuova ed inconsciamente temuta. Lo fa quando deve entrare nel ruolo di madre, accudire, proteggere, insomma rivoluzionare il proprio mondo.

La scrittrice con fervore inizia l’indagine che ha in mente. Ed è come se un’altra gestazione si concludesse e si preparasse una nuova nascita: darà così voce al romanzo che titolerà “Quello che so di te” (Guanda, 2025).

Già nell’incipit de “Quello che so di te” lei presenta la sua neonata, si sofferma sulla dettagliata descrizione del corpicino e sulla tenera postura della creatura, per poi accennare alle proprie incipienti angosce: “Mi sporgo verso la culla… La bambina è rannicchiata sotto le lenzuola, ma la testa è fuori, le mani unite in forma di preghiera… Mani minuscole e grinzose… A più di venticinque centimetri, una madre non è niente… Se non esisto non posso sbagliare…”

L’autrice manifesta dunque fin da subito il suo turbamento davanti al mistero della nascita. In seguito libererà l’affermazione più forte del romanzo “Quello che so di te”: la certezza che dopo la figlia non potrà mai più permettersi di impazzire!

Il travaglio che emerge di più nella trama è collegato infatti proprio ad un caso di follia manifestatosi nel corollario parentale. L’aver appreso, in versioni molteplici e contradditorie, la vicenda del breve ricovero della bisnonna che lei chiama Venera nel manicomio Mandalari di Messina.

I racconti sussurrati e ambigui, ascoltati fin da piccola, la spingono a voler scoprire cosa realmente accadde per cercare di togliere il pesante velo che via via ammantò la dolente vicenda. La scrittrice è consapevole che tale operazione per lei sarà un po’ salvifica poiché Venera la ossessiona da molto tempo.

“La incontro spesso in sogno, la mia bisnonna: una donna minuta e silenziosa sulla soglia di un manicomio che sarebbe diventato un esilio, un luogo in cui avrebbe parlato con un distacco sempre più irreale… come accade ai ricordi che abbiamo sciupato.”

L’accorata sua ricerca coinvolge molteplici aspetti di se stessa: la ragione, la psiche, il cuore. Riguarda inoltre il detto, il taciuto, l’immaginato, le soggettive declinazioni del caso. Si snodano nella trama i racconti a ritroso di costellazioni familiari con percorsi carichi di disagi e dolori. Ad esempio le morti precoci spesso a trentotto anni, temuto punto di arrivo dalla problematica famiglia, con la conseguente costruzione di presagi magici e superstizioni.

Personaggi umanissimi o spietati sfilano dunque nelle pagine, fra i quali il marito di Venera, uomo docile e accogliente.

Ma chi sarà stata Venera, la donna internata per undici giorni nel manicomio di Messina?

Colpisce di lei in particolare il modo di rapportarsi al marito, il granatiere mancato, il disertore di guerra che ricovera con fremito ansioso l’amata moglie per farla guarire, per riportarla sana di nuovo a casa. Colpisce lui per il mancato giudizio marchiante sulla malattia così diffuso all’epoca, per la speranza mai sopita che Venera rinsavisca e per il suo stesso personale vissuto complesso.

La dura vita del granatiere ad esempio con la madre dispotica e insensibile, con il padre depresso detto il santo per la grave sindrome mistica dal quale fu affetto.

La penna abile di Nadia Terranova costruisce poco a poco un prisma in cui cala svariati personaggi e ambienti ben caratterizzati. Il manicomio Mandalari soprattutto offre il palco alla dolorosa rappresentazione della triste vicenda di Venera e delle figure che la attorniano.

Una vita quella della bisnonna diventata folle fatta di doveri per onorare il ruolo non facile di donna, la condizione subalterna in ossequio al patriarcato. Di colpo però le accade di perdere i riferimenti consueti e viene rinchiusa. Deve lasciare i suoi amori a casa: “Figghie, figghiuledde, figliuzze, figlicedde. Figlie mie e di Peppuccio…”

La paura della malattia, la minaccia della replica aleggiano come fantasmi minacciosi. A tratti si ha la sensazione che il racconto sia esso stesso lo spettro della follia.

Nadia Terranova citazioni Quello che so di te
Nadia Terranova citazioni Quello che so di te

Comincia il pellegrinaggio di Nadia Terranova. Si spinge fin nelle mura dell’Istituto di cura. Riesce così ad ottenere un po’ di referti e qualche notizia dell’accaduto. Notizie scarse, labili, incerte. Appaiono fra le righe effettive o immaginate le suore ambigue, le altre malate, i dottorini chiusi nelle loro teorie rigide.

“… Suoraccia maledetta. Monaca, monica, soru… Vattinni.”

Intanto alla ricerca affannosa della verità si intreccia la vita, la maternità e il tutto evidenzia come la conoscenza di certe radici modifichi lo sguardo sul mondo. Venera verrà consegnata al marito e alla Scrittrice archeologa un po’ più definita.

L’epilogo malinconico e oscillante come un’onda lo lasciamo scoprire al lettore.

 

Written by Antonietta Fragnito

 

Bibliografia

Nadia Terranova, Quello che so di te, Guanda, 2025

 

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