“Dylan” album di Bob Dylan: il primo bootleg legalizzato?
Continuando l’esplorazione degli album meno frequentati, meno riusciti, più bizzarri di Bob Dylan, veniamo oggi a quello strano oggetto, intitolato semplicemente Dylan, che fu pubblicato il 16 novembre 1973.

Perché questo non è un disco “di” Dylan, ma una sorta di bootleg legalizzato alla fonte. La Columbia infatti lo pubblicò per vendetta nei riguardi del cantautore che, alla scadenza del contratto, dopo una serie di contrasti che si protraeva da tempo, aveva abbandonato la sua casa discografica storica, firmando con la neonata Asylum di David Geffen, con cui avrebbe pubblicato l’anno successivo l’album Planet Waves e il doppio live Before the Flood, per poi ritornare alla Columbia, con cui registra a tutt’oggi.
Già la foto di copertina è un programma: è un primissimo piano di Dylan, ma preso quasi di spalle e sfigurato da fasce di colore – da ultimo fotogramma del rollino, per chi ricorda ancora le macchine fotografiche analogiche e le pellicole.
Le nove canzoni che compongono il disco – tutte cover e traditional songs tranne una – sono in realtà scarti da Self Portrait (che è tutto dire[1]), o addirittura pezzi che Dylan usava suonare come riscaldamento prima dell’incisione delle canzoni dell’album New Morning. Questo spiega anche la scadente qualità dell’equalizzazione del suono (almeno nel vinile originale: nelle riedizioni il missaggio è stato in parte corretto), ove la voce risulta a volte coperta dall’accompagnamento strumentale, a sua volta un po’ squilibrato al suo interno. La maggior parte delle tracce non erano state pensate per una futura, eventuale pubblicazione.
Insomma: parafrasando il celebre dipinto con la pipa di René Magritte, si potrebbe ben dire: Questo “Dylan” non è di Dylan.
Ma, come sempre, analizziamo i brani con l’orecchio del poi.
La prima traccia dell’album, Lily of the West, è una ballata tradizionale (in alcune fonti attribuita, come arrangiamento, a E. Davies e J. Peterson). La versione di Dylan, quanto a linea melodica, non si discosta molto da quelle, più famose, di Peter, Paul & Mary e di Joan Baez, ma la strumentazione presenta un’interessante bizzarria: un clavicembalo che svisa sull’accompagnamento chitarra-basso-batteria. Dylan canta con voce bella, come pure è bello l’assolo di armonica iniziale. Alla fine di ogni strofa interviene un coro femminile.
Meno brillante la seguente versione di Can’t Help Falling in Love, uno dei grandi successi di Elvis Presley (uno degli idoli di Dylan), anche se comincia con un altro bell’assolo di armonica.
Sarah Jane, a sua volta, non è certo una traccia indimenticabile (diversi critici l’hanno inclusa tra le peggiori registrazioni di Dylan), ma è piuttosto evidente quanto il Nostro si diverta nell’eseguirla. Il “la la la” del ritornello, cantato assieme all’onnipresente coro femminile – ma qui forse uomini in falsetto? – rimanda a The Man in Me di New Morning, altro brano stigmatizzato all’epoca della sua uscita e rivalutato in tempi recenti (soprattutto dopo il suo geniale utilizzo nel film Il grande Lebowski dei fratelli Coen).
È l’unica canzone dell’album scritta da Dylan: si tratta in realtà di una rielaborazione di un vecchio brano di bluegrass – Rock About My Saro Jane, registrata nel 1927 da Uncle Dave Macon – che, a quanto pare, risale ai primordi del Nostro, che la eseguì il 1° maggio del 1960 a Saint Paul, Minnesota (unica performance concertistica “ufficiale” di questo pezzo, stando al sito www.bobdylan.com).
The Ballad of Ira Hayes, che concludeva la prima facciata dell’LP, è invece una grande performance da parte di Dylan, che su un tappeto sonoro di pianoforte (cui si aggiungono man mano un organo, una chitarra e un coro in secondo piano) dà una versione lenta – con un parlato/cantato molto ispirato – di questo brano di Peter La Farge, completamente diversa sia da quella country di Johnny Cash che da quella, originale, dello stesso La Farge[2]. Viene da pensare che questo brano possa aver attraversato la mente di Dylan quando, più di cinquant’anni dopo, ha composto alcune delle canzoni di Rough & Rowdy Ways.
La seconda facciata dell’LP originale si apre con Mr. Bojangles, ancora una bella interpretazione di Dylan di questa canzone scritta dal musicista country Jerry Jeff Walker solo un paio di anni prima che il Nostro la incidesse. Mentre addirittura degli stessi mesi dell’incisione – realizzata durante le session per New Morning – è invece Big Yellow Taxi, la famosa canzone di Joni Mitchell considerata un primo manifesto in musica dell’ambientalismo.
Dylan la “dylanizza”, semplificando un po’ le acrobazie melodiche tipiche della Mitchell. È interessante il fatto che, lì dove nell’ultima strofa la Mitchell canta «Late last night I heard the screen door slam/ And a big yellow taxi took away my old man»[3], lasciando sorprendentemente aperta nell’ambiguità questa conclusione, Dylan sostituisce il secondo verso con «A big yellow bulldozer took away my house and land»[4]. Considerando che il big yellow bulldozer addirittura va a sostituire il taxi che dà il titolo alla canzone, la cosa non doveva essere casuale.
Viene in mente così il Live Aid, il megaconcerto del 1985 organizzato da Bob Geldof come raccolta fondi per l’emergenza carestia in Etiopia, in cui Dylan ricordò che anche gli agricoltori americani stavano vivendo dei grossi problemi. Un po’ come Marlon Brando, anche Dylan, nella sua coerente dispersività – scusate l’ossimoro – ha in realtà sempre tenuto in considerazione alcune cause umanitarie (vedi anche il caso dell’album Christmas in the Heart[5]).
Tra queste due cover si inserisce Mary Ann, una folk song originalmente raccolta dal folklorista canadese Marius Barbeau, che la ascoltò nel 1920 da un anziano che diceva di averla imparata da un marinaio irlandese settant’anni prima, il che la farebbe risalire almeno al 1850. Si tratta in effetti di una variante di una canzone inglese del XVIII secolo, The True Lover’s Farewell.
Rispetto ad altre rivisitazioni dylaniane di canzoni tradizionali, questa non rientra certo tra le migliori, anche a causa dell’importuna presenza dell’immancabile coro femminile, qui completamente fuori luogo[6].
Le ultime due tracce del disco sono pure poco brillanti. In A Fool Such As I di Bill Trader (che inizia ex abrupto, come se il tecnico avesse deciso improvvisamente di avviare la registrazione a canzone iniziata) Dylan canta con il timbro pseudoelvisiano che aveva caratterizzato Nashville Skyline; lo fa anche in Spanish Is the Loving Tongue, che è probabilmente una delle più imbarazzanti incisioni di Dylan, anche perché il cantante “sembra crederci”, e l’arrangiamento sfoggia momenti raccapriccianti[7]…
Certo, l’album Dylan non portò ristoro a un Dylan che già si trovava in un periodo della sua vita poco creativo: dopo la svolta country del 1967-69 (che aveva fatto storcere il muso a molti fan, pur ottenendo un grande successo di vendite) c’erano stati appunto Self Portrait e, dopo la parziale “ripresa” con New Morning, quasi quattro anni senza album di pezzi originali, a parte la colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah, che pure non aveva riscosso molto successo (ma che conteneva la canzone Knockin’ on Heaven’s Door, destinata a diventare un evergreen).
Paradossalmente, i tre ultimi album citati, come pure lo stesso Dylan, avrebbero col tempo ottenuto la certificazione Gold negli Stati Uniti per le vendite. Ma è con Planet Waves, e soprattutto col successivo Blood on the Tracks, che Dylan sarebbe tornato ai fasti di un tempo.
P.S.: La storia dei bootleg dylaniani è quasi la storia intera di Dylan. Si cominciò con Great White Wonder nel 1969, e presto Dylan divenne uno dei più piratati cantanti della storia. La Columbia fu costretta a ufficializzare nel 1975 The Basement Tapes – i nastri letteralmente casalinghi realizzati con la Band durante i mesi di convalescenza dopo l’incidente di moto del 1966 – dato il successo che le copie pirata stavano avendo. Ma già nel 1971 era iniziata l’ufficializzazione degli inediti con le ultime cinque tracce dell’antologia Bob Dylan’s Greatest Hits Vol. II. Fino ad arrivare a The Bootleg Series, cominciata nel 1991 e di cui finora sono usciti 17 “volumi”.
A poco sono servite, negli anni, le restrizioni e le paranoie del Nostro per cercare di controllare le registrazioni pirata e il mercato clandestino: incisioni o esecuzioni dal vivo non autorizzate continuano a venir pubblicate quasi quotidianamente.
Written by Sandro Naglia
Note
[1] Recensione dell’album Self Portrait
[2] Peter La Farge, nome d’arte di Oliver Albee LaFarge (New York, 30 aprile 1931 – New York, 27 ottobre 1965) è stato un cantautore la cui attività artistica si è espressa in favore dei nativi americani. The Ballad of Ira Hayes, resa popolare da Johnny Cash, è una ballata dedicata al marine Ira Hayes, nativo della tribù Pima, che combatté nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale e fu fotografato da Joe Rosenthal insieme a cinque suoi commilitoni mentre issavano la bandiera americana in cima al Monte Suribachi dopo la battaglia di Iwo Jima. Dopo la fine della guerra e il successivo congedo dall’esercito, Hayes soffrì di disturbo da stress post-traumatico e cadde nell’alcolismo, finendo col morirne pochi anni dopo. Altre famose versioni di questa ballata sono quelle di Pete Seeger, Townes van Zandt e Kris Kristofferson.
[3] «Ieri sera tardi ho sentito sbattere la porta con la zanzariera/ e un grande taxi giallo ha portato via il mio vecchio.»
[4] «Un grande bulldozer giallo ha portato via la mia casa e la mia terra.»
[5] Recensione dell’album Christmas in the Heart
[6] Anche questa canzone risulta eseguita dal vivo un’unica volta nel concerto del 1° maggio 1960 a Saint Paul, Minnesota.
[7] Molto più ascoltabile la versione con il solo pianoforte pubblicata nel 2013 in Another Self Portrait (1969-1971) – The Bootleg Series Vol. 10.
