Antonio Schiavano: fotomorfia e ribellione
Antonio Schiavano si dedica da oltre quarant’anni alla fotografia.

Antonio Schiavano, nato a Bari nel 1964, vive e lavora a Milano, dove nel 1999 ha fondato lo studio ’10 Watt’ insieme a Renato Marcialis, anch’egli fotografo e creativo di successo. Il nome dello studio ‒ o meglio dello spazio fotografico, poiché si tratta in realtà di cinque location indipendenti, attrezzate e allestite con stili di design molto differenti ‒ deriva dall’indirizzo: via Giacomo Watt 10, ovviamente a Milano.
Nel corso della sua carriera, Schiavano ha collaborato con grandi marchi internazionali della moda e della cosmetica, tra cui, Avon, Deborah, Nivea e Trussardi, per citarne alcuni.
Nel 2016, Huawei gli affida il compito di testare le capacità fotografiche dei propri smartphone, riconoscendone la grande competenza tecnica e artistica.
Quello che lo affascina della fotografia, è la capacità di catturare l’immagine di un attimo e di permetterne una lettura profonda, alla ricerca di emozioni e messaggi che, altrimenti, andrebbero irrimediabilmente perduti.
Tuttavia, questo approccio muta radicalmente nelle opere più recenti, in particolare lo è potuto notare nella mostra personale ‘The Beauty and the Bane’, che a Torino è stata ospitata presso Con/Temporary Space di Artàporter, in via Santa Teresa. Qui gli scatti tradizionali, che riproducevano la bellezza ideale, non lo soddisfano più, anzi, proprio quella stessa bellezza comincia ad essere percepita dall’artista come effimera, artificiale e ingannevole: immagini costruite per generare desiderio e bisogno, ma prive di verità.
Ecco dunque che Schiavano assale i fogli dove sono stampate le sue stesse fotografie, in un gesto di ribellione quasi rabbiosa: graffia, raschia, lavora di pennello. È un atto viscerale con cui tenta di andare oltre l’estetica patinata imposta dalla moda e dalla pubblicità; un’azione che è insieme rifiuto del passato e proposta di nuovi valori, più autentici e immediati, in cui perfino le ferite, le lacerazioni, gli sfregi, diventano veicolo di bellezza e armonia.
L’artista descrive il proprio lavoro come ‘fotomorfia’, un termine preso a prestito dalla botanica e che indica la modificazione della forma e della struttura determinata dalla luce. In ambito artistico, tale mutazione si concretizza operando su immagini dalla bellezza standardizzata, fino a renderle uniche e personali. La fotografia, destinata a riprodursi in infinite stampe identiche, si trasforma in quadro, opera unica e assoluta.
Ovviamente quello dell’artista non è il rifiuto della bellezza in sé stessa, ma di una bellezza stereotipata, disumanizzata, costruita ipocritamente per adattarsi ai canoni pubblicitari. La bellezza intesa come armonia, essenzialità, capacità evocativa, rimane per sempre; ma è una bellezza ferita, pura, fragile e proprio per questo più vera.

In ‘The Beauty and the Bane 18’, olio e vernice su fotografia, il corpo nudo della modella ha perso la sua luminosità e si confonde quasi con lo sfondo. Mancano gli orizzonti e i riferimenti spaziali. Tutto si fonde in un’unica tinta e un’incerta luminosità. L’armonia delle forme sembra fluttuare tra un progressivo svanire e un’imminente rinascita, tra lo smarrimento e il ritrovarsi, come nei momenti sospesi che precedono il risveglio da un sogno.
Ancora più evanescente è l’atmosfera in ‘The Beauty and the Bane 02B’. Qui rimane solo un volto, un’espressione che suggerisce la consapevolezza del trovarsi in sospensione tra l’essere e il non essere, nell’equilibrio instabile tra la violenta luminosità a sinistra e il buio che avanza a destra. Ammiriamo una figura al confine tra due mondi, destinata a dissolversi senza avere avuto il tempo o la forza di comunicare con noi. Una visione non reale, un fantasma.
Per chiudere questa breve disamina, è difficile non lasciarsi affascinare dallo sguardo perduto della giovane donna ritratta in ‘The Beauty and the Bane 24A’. Alcuni particolari come i capelli ramati e l’inclinazione del capo possono ricordare il volto della Venere del Botticelli, ma è subito evidente che sono le differenze a prevalere: una malinconia più profonda, un dettaglio molto più sfumato e velato; e, di nuovo, quel trovarsi a metà tra buio e luce.
Written by Marco Salvario
