Intervista ad Antonio Mocciola: regista ed autore che scrive per chi resta ai margini

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Antonio Mocciola, classe 1973, di origine partenopea, è un artista poliedrico: scrive, dirige, fotografa, esplora i margini e le contraddizioni del mondo.

Antonio Mocciola intervista citazioni
Antonio Mocciola intervista citazioni

Antonio Mocciola, animato da una profonda sete di giustizia, vive l’arte come uno strumento di ricerca e smarrimento, attraverso cui portare alla luce verità spesso taciute.

Uomo di vasta cultura, lavora in tutta Italia, tra teatri e salotti, con lo spirito di un autentico mecenate contemporaneo.

 

I.S.: Ciao Antonio, come stai? Sei un regista, autore, fotografo, giornalista e scrittore. L’arte in te vive a 360 gradi, passando dalle parole al visual fino alla performance. Cosa ti spinge a usare tutte queste forme espressive? Un bisogno? Una passione? E da dove nasce il tuo percorso artistico?

Antonio Mocciola: Il mio percorso nasce per caso, o forse per necessità. Al liceo classico ero molto timido e, se andavo male agli orali, scrivevo invece temi molto belli. Scrivere è sempre stata la mia forma d’espressione più naturale, quella che mi riusciva meglio. Con il tempo, i percorsi si sono rivelati tutt’altro che lineari – quando superi i 50 anni, di cose ne succedono ‒ ma l’esigenza è rimasta la stessa: far partecipare le persone al mio mondo interiore. Chi scrive, in fondo, è spesso “disturbato” da un acufene invisibile, da un’urgenza. La mia era ed è quella di raccontare ciò che resta ai margini, di esplorare temi poco frequentati, nicchie dimenticate, fuori dai riflettori. Non per snobismo, ma per diffidenza nei confronti della massificazione. Napoli, ad esempio, è una città in cui spesso tutto è “troppo” ‒ sociologicamente parlando, c’è un forte gregarismo. Si corre in massa dietro a una moda, poi la si abbandona. Così, ho scelto di coltivare una mia nicchia, personale, difficile. Ho capito che questo mi faceva stare bene, e riusciva anche a far stare bene altri. E con il tempo, i linguaggi sono cambiati: la scrittura ha cominciato a starmi stretta, ho sentito il bisogno di “rappresentarla” attraverso il cinema, il teatro, la fotografia. Ma tutto nasce dalla stessa esigenza: condividere ciò che resta in ombra.

 

I.S.: Qual è la tua opinione sul teatro oggi, sia a livello politico che artistico? Cosa dovrebbe cambiare?

Antonio Mocciola: Il teatro in Italia non è sufficientemente supportato dallo Stato. Penso alla Francia, dove vive mia sorella, e dove lo Stato sostiene gli artisti e le strutture teatrali. Durante il Covid, ad esempio, hanno mantenuto attivi i teatri, almeno economicamente. In Italia, invece, molti teatri hanno chiuso, per non parlare dei cinema. Lo Stato italiano ‒ e in particolare quello di destra ‒ sembra detestare l’arte, perché il pensiero libero difficilmente si allinea al potere. Oggi avverto un tentativo, più sottile ma costante, di silenziare la dissidenza. Basta vedere cos’è successo con Elio Germano ai David. Sembra che il potere voglia farci tornare ai tempi dei guitti di corte, giullari che divertivano il re. Ma l’arte non dovrebbe solo divertire: dovrebbe anche disturbare, provocare, risvegliare. L’arte è lavoro, sì, ma anche missione. Deve essere una spina nel fianco, anche per chi crede di sapere già tutto. Quando vado a teatro, voglio uscire diverso da come sono entrato. Voglio leggerezza, certo, ma anche profondità, irritazione, politica, provocazione. Se non accade nulla, allora non è arte. Come diceva Oscar Wilde: «Se hai scritto qualcosa che non ha offeso nessuno, non hai scritto niente».

 

I.S.: Che ruolo immagini per l’artista nel mondo che verrà? Più guida o più specchio?

Antonio Mocciola: Nessuno dei due. L’artista deve essere una spina nel fianco. Deve mettere a disagio, far riflettere, aprire crepe. Quando vado a teatro, voglio essere spettinato – anche se non ho più capelli! – perché l’arte vera non accarezza, ma scuote. Non deve essere solo uno specchio della realtà o un faro-guida, ma un elemento di rottura. Solo così può accadere qualcosa.

 

I.S.: Uno dei mezzi con cui esprimi il tuo disappunto nei confronti della storia è il nudo. Nella tua mostra fotografica “Le vittime di Dio”, hai ritratto corpi nudi con i nomi di eretici condannati dalla Chiesa tra il 1088 e il 2021. Perché proprio la nudità? Pensi sia uno strumento efficace per attirare l’attenzione su temi tabù?

Antonio Mocciola: Sì, è efficace e pericoloso. Il nudo attira, distrae, turba. Ma proprio per questo è uno strumento potente. Nella nostra cultura il pudore è un costrutto, non qualcosa di naturale. Nasciamo senza pudore. Il corpo è innocente. Ed è proprio sul corpo innocente che nei secoli sono state inflitte torture, specialmente agli eretici, in pubblica piazza. Nelle mie foto ‒ ma anche nel teatro ‒ uso il corpo nudo per ribaltare il punto di vista: cosa scandalizza davvero? Il corpo, o ciò che gli è stato fatto? Lo spettatore si trova di fronte a un trabocchetto, una sfida visiva e concettuale.

 

I.S.: Hai utilizzato la nudità anche per “Almeno Potercene Andare”, il monologo di cui sei autore e regista, interpretato da Alessio Palumbo, sulla condizione da esiliato di Cesare Pavese. Cosa rappresenta per te questo gesto scenico? È una forma di vulnerabilità, di protesta, o entrambe?

Antonio Mocciola: Cesare Pavese, che il nostro Alessio Palumbo ha meravigliosamente indossato ‒ perché ha indossato davvero solo il nome ‒ è stato una vittima del pudore. Un uomo che si è ucciso per pudore, per vergogna dei propri sentimenti. Nell’ultimo messaggio prima di togliersi la vita scrive: «Non fate troppi pettegolezzi». Persino da morto temeva il giudizio altrui. Questo è anche un grido disperato contro una società che pretende moltissimo dall’uomo, soprattutto dal maschio: performance, sicurezza, potere, denaro. Pavese non aveva nulla di tutto questo. Era un uomo nudo, e non solo in senso figurato. Pochi giorni prima del suicidio scrive una frase meravigliosa: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ti mette nudo di fronte alla tua fragilità» Quella frase è stata un amo: non potevo non abboccare. Pavese era un uomo disperato, un grande artista, distrutto dal proprio bisogno d’amore e da donne che, spesso, non hanno colto la sua vera essenza. Cercava una carezza, il calore materno che gli è mancato. Si è circondato, anche per colpa sua, di donne che hanno visto la star ma non l’uomo. Pavese per me è l’emblema della fragilità maschile, di chi non riesce a mantenere le promesse della propria natura. Ed è questo, per me, il punto. Il corpo nudo è la verità. L’arte nuda è la verità. E la verità fa paura.

 

I.S.: C’è una fragilità tua che l’arte ti ha aiutato a trasformare in forza? Scrivere, fotografare, dirigere: sono forme di guarigione per te?

Antonio Mocciola: Assolutamente sì. Quando scriviamo, siamo sempre in zona terapeutica. Lo è per tutti, credo. Nel mio caso, sento fortemente il desiderio di mostrare i corpi maschili, perché sono cresciuto negli anni ’70-’80, quando questo era proibito. L’AIDS ha spaventato l’umanità e ha coperto ogni identità diversa da quella socialmente accettata con un alone di peccato. Da ragazzino, intorno ai 13-14 anni, non c’era internet. Bisognava sbirciare le riviste incelofanate dietro i giornalai. Il nudo era una conquista, faticosa e colpevole. Oggi, che stiamo tornando a quei tempi di oscurantismo, la mia liberazione passa anche dal mostrare ciò che per anni ci è stato negato. Quel desiderio non era peccato: era solo un desiderio. Vorrei che i giovani di oggi, che possono accedere a tutto con un clic, ricordassero la fatica e il dolore che ci sono stati dietro la conquista della legittimazione.

 

I.S.: Hai lavorato con grandi nomi, come Giuni Russo, Pina degli Esposti, Franco Battiato. Ci racconti qualche aneddoto da dietro le quinte con uno di loro?

Antonio Mocciola: Battiato ci manca tanto. Non era solo un ricercatore, era un illuminato. Aveva visto oltre e ha voluto generosamente raccontarlo nelle sue opere. In privato, però, era un cazzaro, uno che raccontava barzellette, allegro, sereno. Amava i piaceri semplici – il cibo, il sole, la natura, il vino bianco. Ricordo una volta a cena, arriva un cameriere un po’ in soggezione: «Franco, possiamo portarle intanto dell’acqua?» E lui: «Ma vedi delle piantine sedute al tavolo con noi?». Sapeva rendere tutto leggero. Una volta dal pubblico gli gridano: «Sei bellissimo!» E lui: «Accontentati tu!». Gli chiedono qual è il segreto del suo successo. Risponde: «Senza dubbio la bellezza». Ma ciò che più mi ha lasciato è questa frase: «Scrivi quello che ti pare, ma non essere mai innocuo». È una lezione potentissima. Da giovani ci censuriamo: “Forse è troppo, forse è scomodo…”. Ma dobbiamo esprimerci, non comunicare. Sgalambro, che con Battiato ha lavorato molto, diceva: «Comunicare è da insetti. Esprimersi è umano». Non dobbiamo preoccuparci del pubblico. Cambia ogni sera. L’artista deve esprimersi, anche a rischio di non essere seguito da nessuno. È un rischio necessario.

 

I.S.: C’è un progetto futuro a cui stai lavorando e che puoi anticiparci?

Antonio Mocciola: Sì! È uscito il mio libro con la casa editrice Marotta & Cafiero: Adolf prima di Hitler. È tratto dal mio spettacolo teatrale, non il contrario ‒ cosa rara ‒ e sta andando molto bene. L’ho appena presentato al Salone del Libro di Torino. Porteremo lo spettacolo in giro per l’Italia, da Roma a Milano.

 

I.S.: Grazie per questa profonda intervista e in bocca a lupo!

Antonio Mocciola: Grazie a te!

 

Written by Ilenia Sicignano

 

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