“Ucronia” di Emmanuel Carrère: è possibile cambiare ciò che è stato?
«Non si può, è chiaro, far si che non sia stato ciò che è stato. In compenso si può, senza destare scandalo e senza bisogno di prove, sostenere che ciò che è stato sarebbe potuto andare diversamente, che prima di tradursi in atto l’avvenimento esisteva in un numero quasi infinito di forme virtuali e che ognuna di quelle forme avrebbe potuto benissimo avere la meglio» scrive Emmanuel Carrère in “Ucronia”.

Ma cos’è questa ucronia che dà il titolo a questo libro ristampato nel 2024 da Adelphi?
Premesso che “Ucronia” di Carrère uscì in originale in Francia nel 1986, con un titolo un po’ diverso: “Le Détroit de Behring – Introduction à l’uchronie” e che l’ucronia era stato il tema della tesi di Carrère all’Università, credo che in pochi sappiano cosa sia l’ucronia, a parte quelli che, come me, si sono imbattuti in questo “libretto”, come lo chiama lo stesso autore.
D’altra parte è sempre l’autore, già nella prima pagina, a dirci che se avessimo seguito il consiglio di Giovanni Papini, qualche decennio fa, di istituire: «cattedre universitarie di Ignotica, ovvero la scienza di tutto ciò che non sappiamo» oggi sapremmo qualcosa in più sull’ucronia, un termine coniato nel 1876 dal filosofo francese Charles Renouvier, prendendo spunto da utopia, un termine che molti anni prima il Cancelliere d’Inghilterra Tommaso Moro aveva inventato, con certamente più fortuna.
A dispetto del proverbio per cui “con i se e con i ma la storia non si fa”, semplificando, si può dire che l’ucronia è la storia se le cose fossero andate diversamente.
Se l’intento dell’utopia è elaborare una possibilità futura che nella realtà odierna non esiste, l’intento, abbastanza scandaloso (come dice Carrère), dell’ucronia è invece quello di cambiare ciò che è stato.
Mentre l’utopia può rappresentare un modello guida per il cambiamento, pur non essendo qualcosa di concretamente realizzabile, ad un primo approccio l’ucronia non si capisce a cosa possa essere utile, se non ad un puro piacere intellettuale, quello che può derivare dall’ipotizzare come sarebbero andate le cose se un dato avvenimento non fosse accaduto o fosse avvenuto, ma in un modo diverso.
Tuttavia, le implicazioni che derivano dal voler riscrivere la storia sono tante e anche tali da suscitare una certa preoccupazione. Sono molti gli esempi nella storia della letteratura di ucronie che Carrère riprende nel libro, dalle quali si possono dedurre tante e diverse motivazioni di fondo, di ordine psicologico, filosofico, religioso o ideologico.
Dal famoso libro di Luis Geoffroy nel quale lo stesso immagina che Napoleone esca vincitore dalla campagna di Russia al già citato Charles Renouvier che coniò il termine di ucronia, da Roger Callois che vede un Ponzio Pilato che libera Gesù Cristo a un autore di fantascienza come Philip Dick con il suo “La svastica sul sole”[1], in cui presume che le forze dell’Asse abbiano vinto la Seconda guerra mondiale.
In un’epoca come la nostra, detta anche della postverità[2], nella quale è sempre più difficile distinguere tra ciò che è vero da ciò che non lo è, l’ucronia può rimuovere certezze e scompigliare la nostra visione del mondo.
In particolare, i regimi totalitari da sempre cercano di riscrivere la storia, operando manipolazioni di vario tipo anche sui documenti storici stessi.
A titolo d’esempio, Carrère racconta come il potere sovietico, a partire dal 1924, apportò una serie di tagli minuziosi dell’immagine di Trotskij dalle foto in cui compariva accanto a Lenin e dall’intera epopea rivoluzionaria.

Ed è sicuramente meno noto che, quando Berija fu arrestato, nel 1953, sulla Grande Enciclopedia sovietica (a fascicoli) si poteva ancora leggere una voce del tutto lusinghiera su di lui, ma, subito dopo la sua caduta in disgrazia, gli abbonati ricevettero una nota da incollare in sostituzione di quella su Berija riguardante lo stretto di Bering (ecco da dove deriva il titolo dato al saggio originale nel 1986).
Forse, il genere letterario dove comunque è stata più utilizzata l’ucronia è quello della fantascienza, dove giganteggia il già citato Philip Dick, il quale, secondo Carrère, grazie alla sua indifferenza da nichilista, mantiene una posizione neutrale, raccontando come la storia avrebbe potuto essere se qualcosa fosse andato diversamente di come è effettivamente andato.
Written by Algo Ferrari
Note
[1] Philip K. Dick, La Svastica sul Sole, Fanucci editore, 1997
[2] Anna Maria Lorusso, Postverità, Editori Laterza, 2018
