Contest letterario di poesia e racconto breve “Cortocircuito poetico”
“L’obiettivo era/ mettere in ordine/ quel cassetto metaforico/ dove pensavo fosse possibile nascondersi./ […]/ L’invito era astratto./ L’ho materializzato./ […]” – “Cassetti” tratta da “Cortocircuito poetico”

Regolamento:
1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cortocircuito poetico” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Franco Carta e dalla casa editrice Edizioni DrawUp. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Cortocircuito poetico” edito nel 2024 dalla casa editrice Edizioni DrawUp.
Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 17 novembre 2024 a mezzanotte.

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Samuel Fernando Pezzolato (Poeta)
Simona Trunzo (Illustratrice e collaboratrice Oubliette)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!


IL PIANTO DEL CIGNO
E’ tardi,
il tramonto mi minaccia.
Sara’ ancora la notte
ad accompagnare i miei passi;
Dovrò ancora questa volta,
inventarmi colori dal buio.
Sara’ tutto nei miei occhi
questa volta intorpiditi dalle lacrime;
ma che importa?
E’ questo il pianto del cigno.
Sara’ il mio ultimo grande sogno a guidarmi,
saro’ il solo spettatore di me stesso,
finalmente solo,
sara’ solo il sogno a guardarmi da lontano.
E’ stato il tempo a traboccare
a mostrarmi i suoi confini che iniziavano a seccarsi.
E’ stato il tempo a collassare
nella Grande Citta’ Artificiale,
e’ stato il giorno in cui ho iniziato a vedere
il confine del Sole,
ho iniziato a correre verso un Non So Dove,
strappando coi denti la protesi
in cui era stata costretta la mia vita.
Era la malinconia che colava da ogni muro,
invadendo le strade,
rendendo tutto piu’ dolce.
Non c’era piu’ nessun male perche’
non c’era nessuno per davvero,
e mi ubriacavo di niente e di note.
Il pianto del cigno
non avra’ piu’ nessun occhio addosso,
tutto sara’ ordinatamente ignifugo
e sara’ la prima notte in cui
tutti i guardiani
– finalmente –
dormiranno.
Accetto il regolamento del concorso
STEFANO GERVASONI
Con un’ala spezzata
È un pianto d’anima questa notte
il buio accartocciato all’altare
dei perché, che san di stelle…
ma non brillano.
Nel profondo senso di vuoto
non capisco, mi dimeno girovaga
a illusioni, incanto, stupore…
Dove albergano, dove sono
– mi chiedo –
che strada han deciso di percorrere
e dove annaspo, io
in quale meandro oscuro
son finita, da non accorgermi
del soliloquio che m’ha risucchiata?
È una notte lunga
marmoreo diviene il corpo
che più non geme tepore
gli occhi prosciugati son fermi a ieri
quando la luce abbagliante
offuscava verità.
Sarà ancora giorno, poi
indosserò una mendace quiete
riversa sui fondali del mio
stanco esistere, finché l’imbrunire
accattiverà la melanconia
di ciò che più non è.
Mi terrò stretta
a un oleandro in fiore
affinché il suo profumo m’infonda
ancora vita… e sarà nicchia dorata
a cullare briciole di me
aggrappata a questa poesia…
È un riverbero d’amore ch’asciuga
l’ultima lacrima
a riprendere il mio volo
dove Icaro m’aveva raccolta
con un’ala spezzata
e l’altra che ancor freme.
Francesca Patitucci sez, a
Accetto il regolamento del Concorso
Brama
Perché bramiamo felicità, senza
poterla raggiungere realmente?
Essa, forse, è simile alla “Vana
fatica di Sisifo?” Oppure è
causa della nostra insoddisfazione
terrena? Bramosia nel volere
desiderare qualche cosa che poi
non soddisfi realmente lo spirito.
La brama è densa nebbia che occulta
il valore di ciò che sembra solo
una piccola cosa… Ma da quello
che è piccolo e scontato, deriva
vera grande felicità per l’animo.
Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento
È SOLO UN ARRIVEDERCI, 11/10/2024
Addio,
è l’augurio che Dio ti protegga ovunque andrai(costretta dalle vicissitudini) lontano dalla nostra amicizia.
Sai che nel mio essere fragile poeta la parola assume un significato profondo. Quindi: “Addio!” (Anche se il tuo credo è nel tuo “Io” simile al mio). Hai versato lacrime per noi (per il distacco che ci impone il Destino) questo è il regalo più grande che mi hai fatto, oltre ad esserci stata in tutti questi anni; sincera amica mia. Mancheranno ai miei dì le nostre intelligenti conversazioni e quello scambio di emozioni che ci rende umane creature. Oggi nella freddezza della società non si manifesta più nessuna emozione; mentre la nostra “fratellanza” è sotto quel raggio di luce che trafigge anche un cielo di piombo.
Mi hai sostenuto ed hai creduto nel mio poetare. Grazie! Grazie per la sincera amicizia di cui mi hai fatto dono, come la primavera che regala un nuovo fiore. All’interno della sua corolla leggerò per sempre la grandezza che è stata per noi l’amicizia.
Quindi: “Addio!” (Ha la melodia dell’arrivederci a presto.)
Il tempo non può spezzare il reale sentimento.
Anche tu, ora, sarai un tassello del mosaico che porto dentro. Mosaico di tutte le persone che ho amato e perduto nel maledetto tempo. Resterà l’assenza, ma la presenza rimarrà nei ricordi che raggiungerò ogni volta che a te mi ritroverò a pensare.
Grazie! Grazie per l’amicizia che mi hai donato.
1
Dentro me è germoglio germogliato.
E non voglio più chiudermi dentro il dolore per la paura di soffrire. No! Lascio aperta l’imposta nel mio petto, così che l’emozione come luce solare il mio cuore possa sempre riscaldare ed illuminare.
Il nostro addio, è come questo autunno in cui tu vai per un nuovo albeggiare; nuove esperienze di vita… Come queste foglie che si abbandonano all’ignoto vento ma le quali sanno che nella nuova primavera saranno più rigogliose.
Questo voglio pensare del nostro addio. Un’amicizia imperitura sempre pronta a rivestirsi nella nuova primavera.
In questi anni hai arricchito il mio animo.
Grazie per il dono che mi hai voluto donare.
“Addio amica mia…”
Le mie parole sono un abbraccio di sentimenti che vorrebbero avviluppare la tua anima. Questo, è il nostro Arrivederci.
Con vera amicizia!
Alessio
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Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento
MÉLOPLASTE
Salivano verso il cielo
legnosi vampi,
storti echi di portali,
sgocciavano pinti teli dai balconi,
a spirale si placavano le vecchie fontane
nel vociare di civette.
Non ricordo che un pallido
disegno d’occhi
nel cielo capovolto che scolora,
di passi incerti su zerbini
di conchiglie rosse;
riposa nel fogliame
la pagina divenuta bianca,
nella fessura in cui ricadde
la coda dell’accento
– rignata forbice di cavallette –
enumeri le bolle di sapone
come chicchi d’uva nera
ammucchiati sotto alberi di lana.
M’inventai una nuvola
sul rovescio blu della medaglia,
sulle ginocchia raggelate
dal crampo inesorabile del tempo
dove si snoda – condanna del passato –
il sasso nello stagno.
Thea Matera
SEZIONE A – ACCETTO IL. REGOLAMENTO
RESTA NEL MONDO
La poesia , al mattino
si diffonde nell’ aria,
nell’ immenso profumo
di un amaro caffè ,
scaltro sorriso , di un fugace abbandono
illusione perfetta.
Il suo aroma di terre lontane,
alito caldo , che avvolge le cime,
scolpita nel marmo,
o leggiadra foglia nel vento,
attraversa di certo, la pace e il tormento.
Poeta , lo sguardo si posa,
nell’ iride nera e scava profondi sentieri.
Tra lacrime e sangue ,
si perde e si abbatte , si salva da solo.
Libera il grido, nero su bianco,
fugge la mano , tra l’ inchiostro ,
oltre ogni tempo.
Resta nel mondo , la muta voce
di colui che scrive,
si nasconde tra i fogli , risvegliata nei secoli
sussurrata da sconosciute labbra.
Accetto il regolamento sez. a
Angosce e delìri
Pesci di gomma
e nani nudi,
pneumatici dipinti
di giallo e di rosso
e palombari paralitici
accompagnati da elfi sodomiti
e fate sgualdrine,
stanno qua e là
nel grande cortile
della casa di mio zio,
che scrive poemi surreali
e si ubriaca di rum
dalla mattina alla sera.
Io faccio a pugni
con tutte le mie angosce,
gioco a briscola coi nani
e fornico con le fate
ma non riesco a eliminare
tutte le fottute paure
che, da troppo tempo,
artigliano la mia anima
delusa dalla Vita.
Postremo Vate (Pinerolo-To)
Dichiaro di accettare il regolamento, sez- a
Sapore di Poesia
Mi radica al tempo
un ordine di storie e volti
emergono, avanzano e disfano
cascate di inchiostro,
diario di templi sacri.
Gli orizzonti balbettano
di lacrime salate gocciolanti
introducono, nutriscono
profumi di alghe
portate dal colore del vento.
Parole in preghiera;
come strade di ferrovie
abbandonate e isolate.
I semafori sono spenti.
Le parole danzano come farfalle;
un raggio clandestino di sole
bagliore dell’eterno
trasfigura in instante
la sfilata interminabile di giorni.
Un cassetto aperto continua a
diffondere i sogni di parole
tra i tuoi orizzonti, proteso sull’ulivo
predico a piene mani
il tuo sorriso che titilla le foglie,
il profumo della tua anima del sapore di POESIA.
Fabio Masala
Sezione A Poesia
Accetto il regolamento
“Stelle”
Puntini luminosi
che brillate nel cielo come lucciole;
fiaccole della speranza,
bagliori dell’universo
racchiudete i più dolci desideri
nascosti nei nostri cuori.
accetto il regolamento, sez. a
UNA PAGINA BIANCA
C’è una pagina bianca tutta da scrivere
alberga nel tuo cuore
invade i tuoi pensieri
Ti porgo una penna ed inchiostro indelebile
riempila con ciò che i tuoi occhi vedono
con quello che le tue mani toccano
Se puoi descrivimi su essa
chiedimi perché ti amo
e affida quelle frasi al vento
In questa domenica di sole io suono il piano
tu ti abbronzi d’amore
ma non dimenticare il mio dolore
Le nuvole erano soffici anche un anno fa
e forse non sapevi ancora che io so volare
tu fuggisti tra le braccia di un cieco millantatore in alta uniforme
C’è una pagina bianca nella nostra camera da letto
ti prego riempila di me di cosa sono adesso
se sei felice di vivermi accanto
Potrei regalarti un sogno ad occhi aperti
un mare di attenzioni e fiori di pesco
ma io so solo scrivere con la sinistra
Il grano quando è maturo diventa farina delicata
l’amore quando arriva ribalta i pronostici
è un poeta solitario ricomincia a colorare le strade
Sento il tuo profumo sul cuscino prima di dormire
ascolto il tuo respiro al mattino appena apro gli occhi
mentre prego in silenzio e non so a chi arriverà la mia supplica
Scrivo adesso e tu mi chiedi se son triste
io sorrido e ti regalo una bugia innocente
in fondo la tristezza è solo un anello indossato male
C’è una pagina bianca dentro la tua borsa
il tempo che passa ed esige una risposta
spero solo che quando la luna stanotte ti verrà a salutare
Tu su quel foglio con il tuo rossetto in mano
respirerai il mio amore
e scriverai il mio nome
Accetto il regolamento, sez. a
LA SCELTA
Mi allontano
dal rumore della gente
dalle frasi fatte,
dai saluti di circostanza.
Mi allontano
da chi mi cerca
ma non mi sa tenere
da chi mi parla
ma non mi sa ascoltare.
Mi allontano
dai posti scomodi,
dalle salite inutili
e dalle discese ripide,
mi allontano
dai pensieri scuri,
dalle tempeste di rabbia,
dalla malinconia.
E adesso
che tutto è vuoto
e silenzio
e solitudine
in questa distanza
mi prendo per mano
e scelgo di amarmi.
Dichiaro di accettare il regolamento, sez- a
Nostalgia
Esiste un luogo perduto e sommesso
luogo dove ci si ferma e manca il respiro
e l’esistenza è flebile e tremolante
una fiammella prigioniera all’umor del vento
Sono le cose che non ti dico
– quelle che vivono dentro la mia essenza
– quelle che sanno di me, del mio profondo
dov’è racchiuso ogni diletto e ogni timore
Dove paura e smarrimento danzano leggere
scrutando senza proferire
Senza pensarci troppo son passati giorni, anni
se il cervello capisce, il cuore s’intestardisce
Dietro un sorriso bagnato rivedi la vita passata
un segreto che accende ferventi lumi
Dove l’ignoto fato s’era arreso
e su frammenti di memoria solo i singhiozzi si staccano
per pronunciare un addio fissato nel vuoto
Lo spettacolo finisce, la platea è deserta
un’eterna lotta si è consumata.
accetto il regolamento, sez. a
Napoli 29-6-2024
Ore 12-15
sospensione
rubo frammenti e scintille
colorate dall’emozione viva
Fluenti nell’attimo, volano
mentre anima sente la vita
Sento l’essenza del respiro
Leggero e fluido acquieta
turbinio mosso del profondo
Immagine di altra vita felice
si appalesa rapida nell’attimo
con fragranza di muto desiderio
Mi sveglio dal sonno incantato
con gli occhi bagnati di gioia
che ancora ricercano amore
Igor Issorf@@##
sez. a accetto il regolamento
RAPSODIE
E’ grande il cuore del mare
che pulsa rapsodie d’onde.
Oltre l’azzurro equilibrio,
l’asimmetria di pietre calcinate.
-Le montagne hanno squame puntute
contro la linea merlata del cielo.
Da un angolo rotto l’aroma
di un sole disastrato che strugge
all’interno di un triste splendore-
Il vento che infame galoppa
lungo i declivi delle strade inesorabili
ha le sudicie scarpe consunte
di queste nostre vite sgangherate,
il continuo, incessante lamento
ci sminuzza e divora la mente
né l’Amore chiassoso più acquieta
il delirio di vuote esistenze.
E’ grande il cuore del mare
che pulsa rapsodie d’onde.
A me invece l’animo inquieto
non sa neppure raccontare il silenzio.
sez. a accetto il regolamento
Quante maschere
Ho attraversato
Tempesta
Dentro la testa
Se mi volto
Ho un altro volto
Mi riguardo
Con meno riguardo
Sul piedistallo
Non son mai stato
Anzi ti dirò
Mi sono detestato
Anche una lacrima
Basta,
A far fiorire un fiore
Forse non per davvero
Nemmeno per amore
E giù cemento
Sotto ai miei piedi
Perché di correre
Non me la sento
E se ho creduto
Alle parole
È perché ci stavo
Ma solo a parole
Io stavo altrove
Dentro una stanza
Ad amare il buio
Senza speranza.
Così ci ho messo un punto
Sulla mia croce
Cercando nella notte
La mia voce
La solitudine
Ha una doppia faccia
Prima fa paura
E poi ti abbraccia
Ma alla mia età
Aver paura
Vi dico
È una fregatura
Forse sorrido
Sotto i baffi
Sulla mia
Faccia da schiaffi…
accetto il regolamento, sez. a
IL RUMORE NEL SILENZIO
Fa cosi tanto rumore
Il silenzio…
Un rumore che
fa star bene
Quello delle lunghe
onde del mare
che si scontrano
e si adagiano
sugli scogli
Il fruscio delle foglie
che danzano sui rami
e che presto il vento
farà volare
Il fascino del silenzio
e… solo memorabile
silenzio
quello di un rosso sole
che la sera scende
bacia il mare
su di esso si riflette
e arrossisce d’amore
E ancora…
rumore… nel silenzio
della notte… che non dà
scampo a chi disperato
… corre… corre….
A chi implora che
il forte rumore
dellla guerra… taccia…
e che nel cuore
e nella mente dell’uomo
diventi un forte rumore… di PACE!
Accetto il regolamento sez. A
Sez. B Racconto breve
SCARPE DA TENNIS
Non ritenevo fosse così importante il non avere un paio di scarpe da tennis, invece lei si è posta il problema e non ha voluto venire con me…ed è stato meglio. Non avevo neppure ancora imboccato il vialetto, che già l’acuto odore dei pini mi ha investita, acre e fragrante come il profumo di quei biscotti di casa appena sfornati che tanto mi faceva impazzire da bambina, penetrando attraverso tutte le fibre del mio essere non distratte da altro suono, odore o presenza a me accanto e stordendomi lievemente all’interno di un’insolita ebbrezza. Eppure ci ero andata tante volte, però in compagnia…e ti accorgi così come cose apparentemente usuali e scontate possano assumere nuovi colori e cadenze se guardate e ascoltate in situazioni diverse. La solitudine accende ulteriormente i sensi dilatandone gli occhi, acutendo l’udito e l’olfatto. Non c’era nessun altro nel vialetto ancora venato dagli ultimi raggi morenti del sole che si aggrappavano ai cespugli, ai rami nodosi degli alberi quasi cercando un ultimo appiglio, un’estrema possibilità di sopravvivenza tra il fitto fogliame anch’esso, inesorabilmente, segnato dalla prima ruggine dell’autunno ormai incombente. Eppure, tra il giallo e il cremisi, spiccavano delle piccole foglie ancora stupendamente così verdi che si facevano spazio, festose, all’interno di una personale, gagliarda palingenesi. Non tutto mai muore del tutto, come i sentimenti. Non ho potuto fare a meno di pensarlo, di pensare se, tra il giallo e il cremisi dei suoi pensieri nei miei confronti, potrebbe mai rinascere una macchia di verde che gli riporti, alla mente, i miei lineamenti, all’animo il calore dei miei abbracci quando, come bambina festosa per il rinnovarsi di un meraviglioso regalo, mi aggrappavo al suo petto respirando all’interno delle sue labbra e vibrando all’unisono dei battiti del suo cuore. Ma, quest’ultimo, batte ora per un’altra donna…sicuramente lei ha le scarpe da tennis mentre io ho imboccato il vialetto a piedi scalzi. Man mano che esso si popolava di radi corridori in tuta e radiolina, avvertivo il loro sottile stupore sui miei piedi scalzi. Ora sono gonfi e scalfiti, ma non importa… non so bene neppure perché l’ho fatto né intendo starci a pensare su. So solo che, ritornata a casa, ho pianto.
Daniela Ferraro
Accetto le regole del concorso
PREGHIERA
A salvarci c’è sempre una Preghiera.
Un inno che comincia con un ciao,
con una pasqua, un bacio ed un abbraccio;
una carezza tramutata in danza…
ed in Poesia.
Prendo il tuo viso stretto tra le mani,
così ti dico quanto mi appartiene
il brano d’infinito dei tuoi occhi,
il tuo costato e l’acqua che ne bevo…
innamorato.
La nuca… il mento… stretti tra le mani…
e la tua bocca schiusa come un fiore.
Basta una goccia ad inventare il mare,
una bugia ad inventare il vero…
e un evangelo.
Il sangue mi percorre all’incontrario
tra le foreste d’infiniti errori.
S’è fatto carne il verbo incandescente,
nel nome del Padre, del Figlio e della…
e della Madre!
Che idea balzana escludere la Donna,
principio e scopo d’ogni accadimento…
il Verbo dell’Amore genitale,
il “Gignere” che assume le sembianze
di una Preghiera.
Accetto il Regolamento, sez. a
Angelo Napolitano
MILENA MUSU
SEZIONE A) POESIA
ACCETTO IL REGOLAMENTO
PASSATE PURE OLTRE VOI, che non avete cuore di onda per amare senza denaro. Due prostituzioni non faranno mai una virtù
Sognavo di te quando il giorno ebbe inizio
e poi occhi,
vetri di treno,
i tuoi pensieri urbani,
le valli di lacrime
sorriso di campagna.
I tuoi occhi,
vetri di treno di Francia,
sei il ritorno
con la Côte d’Azur,
a destra il mare,
il mare dentro il treno,
il mare fuori dal treno.
La tua mano sempre pulita,
noi siamo i vetri del treno.
E abitudine siano
le tue carezze,
i panorami di scoglio
il nostro amore a picco sul mare,
viaggiamo,
su questo solido binario che passa a Marseille.
Tu sei il padrone
dei laghi azzurri
sui Pirenei francesi
e mi regali,
senza cantarle mai,
le strofe occitane
dei pastori innamorati.
Proteggi i miei ricci dai pipistrelli,
e portami tra i nidi dei rapaci:
raccoglieremo le mie paure
dentro un abbecedario,
metterai ordine
al dizionario dei miei desideri,
mi spiegherai le radici basche della mia lingua,
e mi farai ballare
l’unico rebetiko allegro.
E ancora occhi, vetri di treno,
con fuori tutti i mondi
che non abbiamo ancora veduto.
E forse di questo amore,
così salato,
dovremmo vergognarci,
in questa insipida conforme tragedia,
chiamata mondo.
Che belle pennellate! Grazie.
Una rara potenza evocativa delle parole; una poesia alta. Complimenti.
Igor Issorf
sez. B accetto il regolamento
Il sentire del cuore
Il Libraio Broke, della libreria posta sul lato destro del fiume King nella città del sole, non si scompone mai, allorquando un cliente qualsiasi gli chiede notizie su un libro di, qualunque genere.
Poesia, narrativa o saggio od anche sugli autori moderni od antichi, siano essi famosi o poco conosciuti. Imperturbabile e distaccato riesce sempre a fornisce una risposta precisa, che possa in qualche modo essere utile per agevolare la scelta del lettore.
Assiso comodo sul suo sgabello di legno scuro dietro al banco dii quella strana libreria con voci riverberanti sempre, sull’onda garbata di sobri commenti musicali, i giusti i titoli e gli autori delle principali opere universali. Da sempre si considera il custode attento di tutti quei libri, che inutile dirlo, conosce bene, come fossero suoi figli prediletti. Ma in quella strana circostanza, non poté evitare di perdere la sua proverbiale aplomb, a quella strana offerta, all’incontrario, se possiamo dire così, che uno strano personaggio, per aspetto un po’ etereo e con parlare freddo e scandito senza pause, posto davanti a lui, deciso, gli formulava, in quel pomeriggio, un po’ diverso, di un giorno qualunque in cui il sole si nascondeva e riappariva tra le nuvole grigie “Vuole acquistare questo volume per la cifra di 1000 euro”?
“L’ho ritrovato in un vecchio scantinato scuro e nascosto. Non posso tenerlo ed ho bisogno di danaro per sopravvivere Sa, mi creda, leggendolo capirà che vale molto, ma molto di più di quanto io chiedo, Non lo giudichi dall’aspetto esterno un po’ trasandato e non lucido o dalla sua forma triangolare, un po’ bizzarra.”
“È un libro molto antico sa”, continuò, “se vede non è un riportato neanche l’anno di produzione, ma le assicuro che ha molte vite ed ancora riesce a sconvolgere”. Ancora continuò “il l suo valore è nel suo contenuto, non esiste esemplare identico in nessuna parte del mondo Il tutto è, sintetizzato nel suo titolo: Il libro del Sapere Universale”, che balzava stagliato, ben in vista con le lettere in stile gotico in oro sul fondo di cuoio Da ultimo concluse “aiuta a comprendere ed a vivere bene la Vita”
Il Libraio, persa la sua proverbiale calma, era un po’ sconvolto da questa strana situazione, per quanto frugasse nella sua mente, non riusciva a ritrovare la ben minima traccia di tale titolo e tanto meno del possibile autore dello stesso Scandaglio ‘con attenzione tutti i trattati filosofici ed i saggi critici sulla condizione umana, ma niente, non trovava alcun dettaglio che gli consentisse comprensione e catalogazione Il titolo, la modalità di presentazione, quello strano personaggio, ben vestito, ma che asseriva di essere in difficoltà, gli procuravano una strana condizione mista di paura e di spinta forte verso il comprendere con il peso della sola ragione pura Per quanto si sforzasse, si trovava sempre più spaesato e solo nella decisione da prendere Intanto era trascorsa già più di un’ora da quella proposta insolita ,quando lo strano personaggio, disse che doveva andare via perché lo chiamavano e doveva subito rientrare dal suo luogo di provenienza.
“Allora che fa? Lo acquista o me lo riporto con me?”
La confusione e lo sbandamento erano immensi. Affidandosi alla pura ragione, la stessa non sapeva dare assistenza Il Libraio pendolava tra l’idea di una truffa ideologica ben orchestrata a suo danno e l’idea struggente di poter avere tra le mani il mezzo che gli avrebbe permesso di comprendere in modo definitivo, quanto da una vita cercava tra i suoi libri: il mistero profondo dell’essere umano
Ascoltando la voce profonda del suo Sentire con voce decisa esclamò: lo prendo!
Igor Issorf sez. B
La lettera
Non ho mai voluto
scriverti una lettera,
ma ho sbagliato,
forse perchè la penna lascia il segno
ma le parole no.
Quanto fiato ho sprecato,
quanti giorni bui ho avuto,
quante parole al vento ho consegnato,
da te cocciutamente inascoltate.
Poter tornare indietro?
Non si può!
D’altronde non servirebbe a niente,
non fai più parte della mia esistenza,
ricordo vuoto di un passato spento.
E poi ti avessi scritto
non mi avresti letto,
come il destino delle mie parole
ignorate,ferite e senza storia,
percepite soltanto
come… un lieve movimento d’aria…
sez. a accetto il regolamento
Sezione B accetto il regolamento
Argiolas Teresa
Il sentiero sbagliato
Mentre passeggiavo nel bosco con il mio cestino in cerca di funghi, in compagnia di una amica, l’aria fresca e il profumo della terra umida mi avvolgevano, creando un’atmosfera di pace e tranquillità. Le foglie scricchiolavano sotto i nostri piedi e i raggi del sole filtravano tra i rami, disegnando giochi di luce sul terreno. All’improvviso, il mio sguardo si posò su un bellissimo fungo, il primo di una lunga fila che sembrava tracciare un sentiero misterioso. Era un fungo dal cappello rosso vivo, con macchie bianche che sembravano disegnate da un artista. Non potevo resistere alla tentazione di seguire quella traccia, come se fosse il filo di Arianna che mi guidava attraverso il labirinto del bosco. Dimenticando di non essere sola, mi incamminai lungo il sentiero, seguendo i funghi uno dopo l’altro. Ogni passo mi portava più lontano dalla mia amica, ma ero così affascinata dalla bellezza di quei funghi che non mi accorsi di quanto mi stessi allontanando. Il bosco diventava sempre più fitto e buio, e il silenzio si faceva sempre più opprimente. A un certo punto, mi resi conto che non sentivo più i passi della mia amica dietro di me. Mi fermai e mi guardai intorno, ma non c’era traccia di lei. Chiamai il suo nome, ma la mia voce si perse nel silenzio del bosco. Un brivido di paura mi percorse la schiena. Ero sola, persa in un luogo che non conoscevo. Provai a tornare sui miei passi, ma i funghi sembravano essere scomparsi, come se fossero stati solo un’illusione. Il bosco era diventato un labirinto senza uscita, e ogni albero sembrava identico all’altro. La paura cominciò a crescere dentro di me, come un’ombra che mi avvolgeva. Sentii un rumore alle mie spalle e mi voltai di scatto, ma non c’era nessuno. Il cuore mi batteva forte nel petto e il respiro si faceva sempre più affannoso. Ogni ombra sembrava nascondere una minaccia, e ogni suono mi faceva sobbalzare. All’improvviso, sentii una voce lontana che chiamava il mio nome. Era la mia amica, che mi cercava disperatamente. Seguii la sua voce, correndo tra gli alberi, inciampando sulle radici e graffiandomi con i rami. Finalmente, la vidi in lontananza, e il sollievo mi invase come un’onda calda. Quando la raggiunsi, mi abbracciò forte, e sentii le lacrime scendere sulle mie guance. La paura che avevo provato si trasformò in gratitudine per aver ritrovato la mia amica. Insieme, tornammo indietro, seguendo il sentiero che avevamo percorso all’inizio. Quella giornata nel bosco mi insegnò una lezione importante: non bisogna mai sottovalutare la forza della natura e la facilità con cui ci si può perdere. Ma soprattutto, mi ricordò il valore dell’amicizia e della solidarietà, che possono guidarci fuori dai momenti più bui.
I funghi rossi coi pallini bianchi sono pericolosi, in tutti i sensi
Notturno di strada
C’è la luna che sta lì, ferma,
tra le nuvole sfilacciate;
le strade sotto, coi lampioni gialli,
sanno di silenzio e asfalto caldo.
Le case dormono, eppure sembrano parlare,
come se avessero già visto tutto,
come se sapessero qualcosa che tu non sai.
È un tempo sospeso,
un attimo che non va da nessuna parte.
La luna guarda, ma non dice niente.
È sempre stata lì,
anche quando camminavi da sola
per quelle stesse vie vuote,
a capo chino e le braccia strette al corpo.
E tu, che fai?
Guardi anche tu, in alto,
come se quella luce pallida
potesse dirti qualcosa di diverso. Stanotte.
Ma è tutto uguale,
sempre lo stesso.
E forse va bene così.
Angela Maria Malatacca
– Sez. A – Accetto il regolamento
IN ANONIMATO
Non era famosa la mia nonna
ma nelle tasche del grembiale
conservava un’antica saggezza,
bianca, come la crocchia che portava
adagiata sulla nuca,
bianca, come la farina per il pane
sulle sue mani operose.
Non era famosa la mia nonna,
contadina di montagna,
traduttrice di lingua immortale.
Con ogni erba di prato intesseva
misteriosi discorsi,
per ogni foglia d’autunno ricamava
preziosi racconti.
Non era famosa la mia mamma
pur scambiando la valle con le vie della città,
l’alternarsi degli astri con la fredda
luce dei lampioni.
Nonostante tutto, nelle tasche del suo paltò,
albergava ancora tanta antica saggezza.
Non sono famosa neanch’io
in questi giorni più bui, dove graffio
le pareti di casa, in cerca dell’odore
pungente del muschio.
Non sono famosa in quest’oggi che è già domani,
un ponte scagliato verso un futuro ombroso.
Eppure, nei miei occhi, dimora ancora
quell’antica saggezza: di madre, di nonna,
di donna nella sua eterna promessa.
Anche se di tasche per riporla non ce n’è più.
(Josyel)
Accetto il regolamento, Giusy Locatelli, sez. a
Alessandro Alban, accetto il regolamento, Sezione A.
Titolo: In Between Days
Quando tutto cambia
e gli alberi si tingono di rosso
mentre il respiro fa capolino
da avide bocche
Quando tutto cambia
e la pioggia suona una ringhiera
producendo interne melodie
col lieve tocco di un’amante
Tutto cambia
eppur rimani
come l’alba ogni mattina
Bella e delicata.
L’ ardito proibito
E parlerò di te
in ogni luogo che sente
senza ascoltare,
in ogni spazio che apprende
ma non sa parlare;
Di un arcano che non fa baccano,
natura in parti di spartito,
suonerò la sua andatura con occhi invasi d’appetito.
Confesserò di ogni tremito di sguardo indomito
sorto in quest’azzardo
e mostrerò sorrisi sciocchi
come torri dissestate di un baluardo.
Ogni albero
brucerà di un fuoco adultero.
Ogni roccia
emanerà calore asfaltico.
Anche le stelle infuocheranno a intermittenza
in ardenti brividi di pelle in vicinanza.
Ogni elemento intriso di energia eluderà ogni possibile distanza,
e accoglierà con fosco riso e nostalgia l’estroso astro segreto nostro,
e si eclisserà con muta affabile afonia
in miti lettere dell’alfabeto
versate innocue dall’inchiostro.
Dichiaro di accettare il regolamento e il trattamento dei dati personali.
– Sez. A poesia
Debora Spanu
Traspare
Traspare
come su opaco vetro
un alito di fiato
che disegna
gocce di speranza
come rivoli di luce
che entrano
nelle crepe
della mia anima
che aspetta te
da sempre.
Dichiaro di accettare il regolamento e il trattamento dei dati personali.
– Sez. A poesia
Rita Furcas
Ecco una mia poesia. Siete meravigliosi. Complimenti vivissimi!
GRAPPOLI DI PENSIERI
E’ brutto essere soli,
in compagnia solo
di grappoli di pensieri
che invadono il corpo di malinconia.
Seduta sul mio divano
ammiro il sole
dalla mia grande finestra,
enorme quanto la mia stanza,
mi dà tanta gioia
il suo splendore,
ma il cuore mi fa dormire
e mi fa essere lontana
da ogni avvenimento
che più non sento!
Sto male
e non faccio che dormire,
che è come morire!
Gli uccelli cinguettano
tra i fiori del mio giardino,
sento un battito frequente
nel mio cuore,
ma è solo di grande dolore,
perché son prigioniera
e sola.
Non posso più volare!
9 – 10 – 2024
Giovanna Li Volti Guzzardi
sez a – accetto il regolamento
sez B
LA BAMBINA CHE NON DORMIVA MAI
La chiamavano ‘la bambina che non dormiva mai’.
Il fatto strano era, però, che quella bambina non esisteva. O almeno, non esisteva più.
Un tempo era vissuta tra le pareti della casa di Sophia e di essa non rimaneva altro che un ricordo fissato nelle menti delle vicine che l’avevano conosciuta.
Sophia era una donna divorziata che si era trasferita in campagna per riprendersi dal tradimento del marito e dalle sue continue violenze che si consumavano tra le mura domestiche. La loro bambina era traumatizzata e lei, dopo l’ennesima furiosa litigata, aveva deciso di denunciarlo e andare via dalla loro casa. Così aveva optato per quella piccola fattoria, l’aveva ristrutturata poco alla volta ed era andata a viverci con la sua piccola Amelia di soli cinque anni.
La donna si era trasferita lì da poco tempo quando le vicine le parlarono per la prima volta di Laura.
Laura era vissuta in quella piccola tenuta per tutto il tempo della sua breve vita. La madre diceva loro che la piccola aveva una brutta allergia alla luce solare, così non la faceva uscire mai. A qualcuno sembrò di vederla affacciarsi da dietro alla finestra della sua stanza qualche volta, e curiosare fuori nascondendosi dietro al velo della tenda che ricopriva i battenti, ma era stata quasi un’apparizione fugace. Non si era mai saputo che fine avesse fatto poi. Un giorno la madre corse fuori dalla casa e salì su di una macchina, ma della bambina neanche l’ombra. La piccola tenuta cadde in disuso fino al giorno in cui l’aveva presa Sophia. Le donne giurarono di non aver visto salire la bambina in quell’auto. Nessuna di loro, però, per una qualche ragione, se l’era sentita di andare a controllare poiché la piccola porticina all’ingresso era rimasta aperta e sarebbe stato semplice intrufolarsi nell’abitazione a cercare qualche indizio di un certo genere.
Sophia aveva liquidato quasi subito le donne che cercavano di incuterle una certa ansia con quei racconti;
Scusate davvero ma devo portare Amelia a scuola e credo si sia fatto tardi, concluse in fretta e, sorridendo appena, si congedò rientrando in casa e chiudendo il piccolo portoncino alle spalle. Sospirò abbastanza arrabbiata per la situazione.
Se avessero raccontato quella storia davanti alla bambina, quella avrebbe avuto di sicuro degli incubi. Come potevano essere così sconsiderate!
Cercando di ricacciare indietro quei pensieri, guardò su verso la piccola rampa che portava alla zona notte della casa e sospirò.
Poi si tirò via dalla postazione che occupava e iniziò a salire le scale.
Ameliaaaa, prese a chiamare.
La piccola si affacciò dalla porticina della sua cameretta facendo intravedere appena la chioma bionda e gli occhietti grandi, azzurri e furbetti e poi con i ricciolini che le ballavano sulla schiena, corse via per dare vita a quel gioco che lei amava tanto: acchiapparello!
Sophia sorrise, si fermò quel tanto che sarebbe bastato per dare alla sua bambina il vantaggio per raggiungere il bagno dove era consuetudine che le pettinasse i capelli e la preparasse per scuola. Poi a passo lento iniziò a contare: unoooo, dueeee, treeee…arrivoooo! E nel mentre sentiva la sua piccola che rideva forte.
Si avviò, quindi, verso il bagno dove Amelia la aspettava con il viso soddisfatto di chi è riuscita a fregare ancora una volta una persona adulta.
Sophia la prese in braccio, le fece il solletico e dopo averle stampato un bacio forte sulla guancia, la appoggiò per terra per iniziare a prepararla per quella giornata.
Si sedette sullo sgabello e prese a spazzolare i capelli. Li raccolse in due piccoli codini bassi e li avvolse in sottili nastri rossi. Poi le mise il grembiulino bianco e, mentre le abbottonava l’ultimo piccolo bottone all’altezza del collo, udì qualcosa.
Dei piccoli passetti, come quelli della sua bambina poco prima, fuori dalla porta correvano verso di loro e poi una risata proprio come aveva fatto poco prima la piccola Amelia.
Sophia si fermò guardando verso la porta e, nel farlo, si accorse che anche la bambina si era voltata. La donna fece finta di niente.
Dimmi amore, cosa hai da fissare la porta, eh?, disse cercando di elargire il suo miglior sorriso e fingendosi tranquilla.
La bambina la guardò stranita come se la stesse prendendo per matta.
Mamma, c’è una bimba fuori, e vuole giocare con me. L’hai sentita, no? La piccola Amelia aveva guardato la madre come se ciò che stava dicendo fosse la cosa più ovvia che potesse dirle. Ma Sophia non diede a vedere che anche lei aveva sentito quei passetti e quelle risate. Anche se tremava dalla paura, cercò di far capacitare la figlia che aveva sentito male.
Si affrettò, uscì dalla stanza da bagno con la piccola in braccio e si avviò fuori verso la macchina per portare Amelia a scuola. Nel frattempo si era accertata che nel corridoio non c’era nessuno davvero.
Sophia non aveva fretta di rientrare a casa. Tutta quella storia della piccola Laura raccontata dalle vicine e poi i passetti e le risate sentite un’oretta prima, le avevano messo una certa apprensione. Decise, quindi, di andare in biblioteca a provare a rilassarsi un po’ tra i libri.
Arrivò di lì a poco ed entrò cercando di rimettere in quel profumo di pagine antiche lo stress che le stava montando addosso.
Senza accorgersene si diresse verso il punto della biblioteca dove erano tenuti tutti i documenti della città: articoli di giornale, ritagli di notizie e tanta altra roba del genere.
Aprendo un libro alla volta e scrutandone l’interno, non sapeva bene cosa stesse cercando davvero. Così si ritrovò a vagliare, uno dopo l’altro, decine di libri.
L’ultimo della pila, però, catturò la sua attenzione.
Era più un fascicoletto, fatto di poche pagine e ingiallito.
Aprendolo, Sophia ebbe un sussulto. Nel fascicolo c’era ritratta la sua casa. L’articolo riportava un titolo con su scritto “La bambina che non dorme mai riappare ed il giorno dopo muoiono le sue vicine”
Sotto a quel titolo inquietante c’era l’immagine della finestra da cui le signore al mattino avevano detto di aver visto la bambina anni prima e un po’ più giù…Dio, Sophia non credeva ai suoi occhi! Le tre donne con cui lei aveva parlato al mattino erano ritratte proprio lì, nell’articolo che diceva che erano morte circa trenta anni prima!
Il fascicolo le cadde dalle mani. Si ritrasse e iniziò a tremare.
Ci doveva essere una spiegazione! Non era possibile…tutto questo era semplicemente assurdo.
Continuò a leggere l’articolo che diceva:
“La piccola Laura ha rifatto la sua comparsa l’altra notte alla finestra della tenuta. Non si sa con esattezza quali siano le origini dello spettro della bambina, si sa soltanto che quando ella appare, preannuncia morte. Difatti oggi le tre vicine che continuavano a curiosare nella casa facendo sedute spiritiche per parlare con lei (senza successo) sono state colte da un improvviso malore e sono state ritrovate nei loro letti senza vita. La piccola che abita da tempo, ormai, la casa, sembra avere antiche origini secondo le quali venne uccisa brutalmente da sua madre ed il suo patrigno perché riusciva a comunicare con i morti. Spaventati dai suoi poteri, credettero fosse una strega e la murarono viva nella sua cameretta. Di essi non si ebbe traccia fin quando i loro corpi non furono trovati sulla riva di un fiume. La madre, addosso, aveva una lettera con una confessione. Il corpo della bambina non fu mai trovato”
Sophia piangeva per quella creatura e allo stesso tempo iniziò a maturare la decisione di andare via da quella casa. Mentre nella sua testa cercava di restare lucida, ricevette una telefonata che la fece trasalire.
Il display rimandava un numero sconosciuto.
Pronto? Cercò di rispondere calma;
Sì, parlo con Sophia Rossi? Madre della piccola Laura?
Sono io, rispose la donna con una certa apprensione.
Salve signora, sono l’avvocato del suo ex marito. Volevo informarla che è mancato questa mattina e, come sue disposizioni, ho qui un testamento secondo cui ogni cosa che gli apparteneva adesso è vostra. Casa compresa.
Sophia piangeva. Ma non per quell’uomo che un tempo era stato suo marito, no.
Lei piangeva perché sapeva che l’apparizione di quella bambina solo qualche ora prima aveva a che fare con la scomparsa dell’uomo.
E sapeva che la bambina in qualche modo voleva che lasciassero la casa ma non voleva fare loro del male.
Tornò in fretta alla fattoria facendosi coraggio.
Guardò le finestre della casa accanto, quella delle signore scomparse con cui aveva chiacchierato la mattina, ed un brivido le percorse la schiena.
Poi osservò la sua casa, e si diresse piano dentro per raccattare il necessario per andare via da lì. Non avrebbe fatto rientrare sua figlia lì dentro. Quella sera avrebbero dormito in un motel e poi avrebbe deciso il da farsi. Avrebbe venduto la casa che le aveva lasciato il suo ex, là dentro non ci sarebbe mai più tornata, c’erano troppi brutti ricordi. Ne avrebbe acquistata un’altra, in una città lontana da tutto quello che le stava accadendo.
Con una certa urgenza raccolse tutti i suoi effetti personali. Non ci fu nessuna interferenza e Sophia fu grata a quella figura soprannaturale che aveva capito ogni cosa.
Prima di andare via definitivamente, raccolse dal giardino alcuni fiori di campo di tanti colori e li mise in un vaso al centro del soggiorno.
Si sentì una sciocca quando a voce alta disse: “Spero tu possa ritrovare la pace piccola.”
Una leggera sferzata di vento fresco le accarezzò la faccia e Sophia seppe che il fantasma della piccola Laura era lì con lei. Non ebbe paura, ma sorrise, aprì la porta ed andò via. Non si guardò indietro mentre si allontanava con la sua auto, ma se lo avesse fatto, avrebbe visto la piccola alla finestra che la osservava allontanarsi e le sorrideva.
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Antonella Chiego
SEZ. A DICHIARO DI ACCETTARE IL REGOLAMENTO
CINZIA PANUCCIO
LA FORZA NON È MIA
Ad Aleppo il tempo sembra essersi fermato
son passati dodici anni,
e ancora c’è un conflitto armato.
È solo terrorismo allo stato puro.
Tra attentati suicidi ed autobombe
si massacrano civili senza colpe.
Il più spaccato è il fronte dei ribelli
bombardamenti e mine
all’improvviso diventano coltelli.
Divisa in due,
è sempre sotto assedio,
non c’è scampo non c’è più riparo,
solo macerie che sembran fatte in serie.
Manca acqua, cibo, carburante elettricità
ma per i civili nessuno prova pietà.
Non bastasse il terremoto ed il colera,
lo scoppio della guerra in Siria è una bufera.
L’ho visto nelle foto lo sgomento,
la voglia di non arrendersi e lottare,
volere quello che per noi è normale,
una vita, un lavoro e una famiglia,
magari proprio davanti ad un focolare.
La mano di un bambino che chiedeva,
perché la sua scuola era bruciata,
mancava l’acqua o forse non era bastata?
In questo pezzo di terra martoriato
c’è un posto che però sembra incantato,
la casa della pace apre le porte
a chi cerca di sfuggir anche alla morte.
Un monastero tra i ruderi viene fuori
lì trovi i pochi cristiani,
che della pace sono ambasciatori.
Non tengono armi in pugno,
perché non serve
l’unica arma è la fede che riemerge.
Un fiore nel deserto della vita
perché tra tante morti e distruzione
ritorni a far bandiera solo l’amore.
Con gli occhi pieni di lacrime,
di fronte a queste anime abbandonate,
quel senso di impotenza mi pervade,
caro Occidente, hai perso tanta gente.
Muto
davanti a dei lenzuoli bianchi
e ad una grande fossa ora sei caduto.
La lezione più importante che ho imparato
è stata quella
con la violenza non si è mai vinta guerra.
La forza non è mia ma di quella gente
che in Dio
nonostante tutto è rimasta credente.
Grazie per questa testimonianza
IL SOGNO DI POE
Riaprii gli occhi. Trascorsero cinque secondi. Il buio era ovunque. Udivo dei passi, e un respiro affannato da qualche parte, ma non riuscivo a vedere né a capire chi potesse essere, ma avevo la certezza assoluta che qualcuno era qui con me.
Un lume era stato appena acceso. Odore di olio, piacevole.
Inizio a percepire l’odore della stanza e dei suoi oggetti. Libri, scaffali, inchiostro polvere, li riconosco.
La vista che ritenevo d’aver perduto, ritornava con estrema lentezza. Mi trovavo seduto da qualche parte, forse su una poltrona. Forse ero legato, cosi pensai. No…qualcosa di peggio. Guardavo le mie mani, le mie braccia, le mie gambe. Le vedevo, ma non riuscivo a sentirle vive. All’improvviso fece il suo ingresso la presenza che avevo percepito poco prima, con una voce fredda, pacata, molto controllata.
– “Come si sente? Mi dispiace davvero averle fatto questo, ma era l’unico modo attraverso il quale le avrei concesso di conoscerci”.
Riesco appena a muovere le labbra, non posso assolutamente muovermi.
– “Si starà chiedendo cosa le accade. Ebbene, ha bevuto quel che ho bevuto anch’io, tanti anni fa. Lo provai anch’io, per scrivere uno dei miei numerosi racconti. Dovevo comprendere io stesso.
È un preparato molto simile all’assenzio, apparentemente innocuo, ma produce i suoi effetti in soli due minuti. Le dico fin da subito che lei rimarrà paralizzato per almeno un’ora. Ascolterà la mia voce, proverà emozioni, sentimenti, potrà lacrimare, battere le palpebre. E nient’altro, per un’ora.
So bene, cosa sta provando .Sconforto, paura, smarrimento, disperazione.
Ma nessun dolore fisico, vero? Nessuno. È pronto dunque, ad ascoltarmi?”
Sto tremando dentro, adesso, ecco il mio sconforto, il mio smarrimento. Un’ora? E se fossero invece tre, o dieci, o avesse mentito? Pensai all’improvviso di essere stato imbrogliato, e con immenso terrore di rimanere per sempre imprigionato in questo limbo di veglia della mente, privato delle forze del mio corpo.
La voce, il respiro si fecero più vicini. L’ingannatore si sedette di fronte a me. Capelli neri, baffi stretti e curati, il viso emaciato, nel suo curioso pallore lunare. Gli occhi erano stanchi e vitrei, quasi spenti, e tuttavia attenti ad osservare i miei.
-” Io so perché lei è qui. Per chiedere. Sono certo che le sue domande sono numerose, ma vista la situazione in cui si trova, risponderò io per lei. Sarà sufficiente che batta le palpebre. Una volta significherà No, due volte Sì. Mi comprende?”
Non posso muovermi. Spaventato, batto due volte le palpebre.
” Ecco la sua prima domanda: a quale racconto sono stato piu legato? Sono certo che saprà già la risposta…”
Sorride leggermente, un gatto nero salta sulle sue gambe, lo accarezza. Il gatto, nero come la pece, corre veloce verso di me. Salta sulle mie gambe, sale con calma sul mio petto, con le unghie, fino al mio viso. I suoi occhi restano contro i miei. Soffia, come solo un gatto in preda ad una minaccia sa fare. Io non posso muovermi.
– ” Ecco la sua seconda domanda: perché ho scritto così tanto orrore. Il perché, caro amico, è nel mio tempo. Sono cresciuto al braccio della morte, le ho visto togliermi lungo la strada quel che avevo di più importante. Tutto questo ha portato a perdermi verso strade che lei nemmeno immagina. Gli incubi che racconto sono figli della mia realtà. Mi creda, avrei preferito essere analfabeta e felice di una, forse, più gratificante ignoranza e incoscienza, piuttosto che vivere la mia vita. Eppure, ho affrontato sino alla fine i miei demoni, e da ultimo, la morte, che per tante volte aveva giocato con me, ed atteso, fino a prendermi con i suoi artigli.”
Non posso muovermi, rispondere. Chiudo gli occhi due volte. È un “sì ” di attenzione, ma soprattutto di comprensione, compassione per la sua anima.
– ” E adesso, rispondo alla sua ultima domanda. Lei si chiede da sempre, com’io sia morto. E soprattutto, chi fosse Reynolds. Come ben sa, mi trovarono stanco e delirante, prossimo a morire, nel mentre pronunciato e pronunciavo quel nome…ebbene, nessuno l’ha mai scoperto, ma adesso, lei, per primo, schiarirà il cielo dei suoi dubbi. I dubbi che, leggendo i miei racconti, la mia vita, la attanagliano da numerosi anni. Così, le dico: diversamente da come in molti credono io…”
Poe si alza dalla sua poltrona, con la sua inequivocabile flemma. Lascia la mia curiosita in sospeso. Avrà molto da raccontare, e si prende per questo motivo tutto il tempo che vuole.
Sento che posso muovere adesso le dita della mano destra. Quel che ho bevuto con l’inganno sta finendo il suo effetto. Ho bisogno, ho bisogno di chiedere, di sapere.
– Mr. Poe…la prego…mi…a..iuti…Non… Vad…a via…Chi è stato…chi è stato…
– al prossimo incontro, amico mio…al prossimo incontro…
Poe solleva il bicchiere, in cenno di saluto, scomparendo dentro al suo studio, in una lenta dissolvenza.
Mi sveglio, all’improvviso. Respiro a fatica. Il mio cuore batte a mille, come ne “il cuore rivelatore”. Adesso posso muovermi, e mi sento come chi ha avuto una seconda possibilità, come chi è ritornato da dove non si ritorna.
Ma non è stato un sogno…forse un sogno dentro un sogno.
La mia guancia, al tatto, ha piccoli graffi di sangue. Questo non è un sogno, non è un sogno. Non potrebbe esserlo.
A presto, Poe. A molto presto.
Antonio Blunda, sez. B
Dichiaro di accettare il regolamento
Sognavo di te
la candida neve
dentro occhi lucidi di mare
mentre note simboliche
vagano su di me
eri proprio tu il mio Re
tra connessioni e boccioli
a creare in noi
l’amore sopra l’ordine delle cose.
L’amore sopra l’ordine delle cose, Sez A, Accetto il Regolamento
Noi
Di noi
non resteranno
che ombre d’inchiostro
su pagine bianche
esposte al sole dell’amore
righe di ricordi che
le tue dita affusolate
tingeranno di lacrime
all’incedere del tempo
mentre un alito di vento
le asciugherà accarezzando
la bellezza sopita
sul tuo viso di donna quando
alzando gli occhi al cielo
cercherai ciò che
un giorno è stato
la be
accetto il regolamento, sez. A
LA BELLEZZA CHE STORDISCE
Chiamiamo vita
la luce che si ammucchia
nel ventre d’un canto
strappato al silenzio.
Chiamiamo istante
il peso dell’eternità
che delizia l’olfatto, la pelle
e le nubi in lontananza.
Chiamiamo universo
il buio sempre più buio
che inghiotto dentro di sé
ogni alba e ogni tramonto.
Chiamiamo poesia
la bellezza che stordisce,
le battaglie, le burrasche
e i momenti di magia.
(Floriana Porta)
Sez. A – Dichiaro di accettare il regolamento
CARA SORELLA
Chiudi la porta, sei libera, in questa stanza
davanti allo specchio osserva, sei sola
mentre indossi tessuti di morbida organza,
godi del momento, il tempo, rapido, vola.
Fai presto, sciogli i tuoi lunghi capelli
la tua bocca, zitta, non può sussurrare,
accarezzali, lisci, ondulati, ricci, belli,
qui, tu, avresti il sommo diritto di urlare.
Con una matita delinea i tuoi occhi,
profondi pozzi di esperienze di vita
la tua, non è stata ornata da fiocchi
non solo la sorte, su te si è accanita.
Sul letto, labbra affamate, libri divorano
tra luci soffuse e desiderio di amare
e benché là fuori, con violenza ti murano
qui, emancipata, puoi anche sognare.
Questa è una guerra, mia cara sorella,
la tua intelligenza li fa sobbalzare
per questo opprimono, ricorda sei bella,
io qui, sono con te e ti aiuto a volare.
Manuela Orrù
Sez. A
Accetto il regolamento
Versi per Nina
.
sento la vita quasi fosse
apparenza in vaghezza di sogno
l’anima è spersa dove fitta
trama d’ambiguo s’incaglia
ah le uve dei tuoi occhi: uno spasmo
di luce una spina nel sangue
e quel sorriso – oggi
che mi sorprendo a inseguire ombre
in cerca del tuo profilo –
mi si trasfigura in un graffio
difficile da decifrare
la mano disegna nell’aria
il tuo profilo indugia
su bocca naso e occhi
la mano della mente ben conosce
quei dettagli come una madre – Nina
stella del cielo che mi cammini nei sogni
ora sono aghi che trafiggono
nell’accendersi nel sangue
la mai sopita passione
mentre la mente disegna
dove fermenta il cuore
.
entro ed esco dalla tua anima
dove dimorano pezzi di me
un odore di pini ci avvolge
– certo lo senti anche tu –
i nostri passi sul viale accecato di sole
un grido di gabbiani e l’ascolto
del mare in una conchiglia:
questi i momenti
d’incantamento
fermati dal nostro amore imperituro
.
sparire nel nulla
è l’urlo della rosa strappata
da mano indelicata
consola a tratti un palpito
di luce selenica
che abbraccia il ricordo
ravviva empatie
gentile il velo spiegato
dell’angelo
su un lato del cielo
.
forse solo nell’ oltre saprò
si scioglierà l’ enigma – e intanto
i tuoi modi garbati che ritornano
nella camera viola della mente
mi sorreggono per il tempo a me concesso
mentre perso sono
nel perimetrare il vuoto che lasci:
un’ombra feroce
mi strappa all’abbraccio del sangue
il buconero risucchia
presenze umori respiri
non il tuo garbo che in me
non si cancella
.
non ti vedrò più Nina
se non in vaghezza di sogno –
oggi mi nutro come un passero
dei tuoi scritti di luce che aprono
su universi solo a te noti
e che forse ospitano la tua
essenza mentre mi appare
delinearsi il tuo volto
in una nuvola vagante
in questo cielo bianco di silenzi
dimmi Nina: che vedi
tu che hai casa nelle nuvole
tu che sai il linguaggio dei voli?
forse
la giovinezza spezzata
che ora in lampi di déjà vu ritorna?
o
rivivi nel cuore
verde dell’acqua
che ti vide sirena emula del canto
di odisseo
rapimento
dei sensi
che in sogno ancora mi seduce
.
ahi i ponti sgretolati
o pure considera quelli
detti collanti di carne e di sangue
e il desiderio che
si fa arco d’amore
filo teso d’acrobata
all’altro capo sei Nina
e mi vedi adesso
varcare fra nuvole in sogno lo spazio
di un volo fino alle tue braccia
.
il tuo volteggiare Nina
nelle stanze viola della memoria
– dicevi il reale non è fatuo
apparire o entrare nello specchio
dell’essenza evocando
palpiti di luce
di un tempo senza tempo
noi dal celeste palpito
dicevi – qui siamo
affratellati nel sangue
con la terra e la morte
Accetto il regolamento, sez. a
Felice Serino
Dietro le apparenze di chiacchiere da bar
Roma
XX/X/DCCXVII
AB URBE CONDITA
Chiuso in un pesante mantello celtico, le scarpe chiodate ai piedi, guance rase e baffi che gli coprono l’intera bocca, capelli ricciuti chiarissimi, lo sguardo severo che accompagna il fisico statuario e imponente, la muscolatura guizzante, il vir ha varcato l’ingresso alla caupona. Gli basta un solo cenno d’intesa scambiato con l’oste per avere accesso al retrobottega.
Dietro la tenda che scherma il locale, le voci si fanno insistenti e concitate, ma alla prima vigilia noctis nessuno tiene ancora banco per cui non si prende nota delle vincite. A un tavolo già lo aspetta il suo compagno di avventure:
«Marcus, mi sorprendi, mi hai battuto sul tempo.»
La voce è arrochita e la lingua si scioglie in un latino stentato.
L’altro ha depositato sul tavolo un borsello e sta sorseggiando da una coppa colma di Zytos, la birra nordica che si va diffondendo sulle tavole dei romani.
Allunga verso Kalen l’anfora e la coppa, mentre prende a rispondere:
«Le mura domestiche sono sempre più ostili. Ortensia non mi guarda più quanto sono lungo. Da quando si è sparsa la notizia…»
Si interrompe, gira il busto e osserva intorno, si vuole assicurare che nessuno tenga d’occhio il loro tavolo.
Quindi, abbassando il tono della voce:
«Con i miraggi e i peccaminosi inviti delle terre egizie, grazie alla regina che starebbe irretendo con le sue arti il bell’Antonio, non si vive più. Sono continui acquisti di stoffe pregiate, che poi vengono confezionate in abiti preziosi e capirai, con tre femmine in casa, sono sempre ad allargare i cordoni della borsa.»
Si sistema più comodo a sedere, appiccicando il busto allo schienale alto della poltroncina e gettando di tralice uno sguardo a Kalen:
«Se credi ti faccio portare del vino rosso, ma non ne servono di buono. Comunque sarà il caso che cominciamo a giocare, non voglio attirare troppo l’attenzione.»
Ridacchia, il celtico, mentre si serve la birra e gustandola ne ingurgita una boccata esagerata, portando la lingua a scoccare sul palato:
«Dunque anche nella Suburra si perde il senso degli antichi mores!» Un guizzo, di intima soddisfazione fa saettare lo sguardo mobile del vir.
Non si sa come, forse per merito del ragazzo che girella tra i tavoli, sono apparsi gli astragali e i due, in apparenza, stanno giocando.
I discorsi invece si fanno più seri:
«Ho sentito che l’ultimo incendio ha fatto notizia. Per i Triumviri notturni sono finiti i tempi buoni. Al tempo del nostro, la provvigione era ottima, qualche volta piovevano premi a seconda dell’affare che ne nasceva e si poteva stare tranquilli e agire indisturbati.»
Sbuffa, Kalen. Prima di rispondere a tono, alza la voce imprecando per avere beccato il colpo del cane, mentre sul piatto deposita la posta concordata in sonanti sesterzi.
Lascia che i lazzi degli altri lo raggiungano incurante del ludibrio.
«Fortuna iuvat audaces.»
Mormora tra i denti ritentando il tiro.
La battuta vale anche per il discorso in sotto tono che sta affrontando:
«Per il prossimo obiettivo, presso il porto fluviale, sarà una passeggiata. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli, ma se vuoi mollare per noi non è un problema.»
L’altro impallidendo:
«No, no, ci mancherebbe che proprio in questo momento mi viene meno questo cespite. Sappimi dire il giorno e l’ora, ci sarò come sempre.»
La fortuna al tavolo gira e stavolta è Kalen che intasca la posta. Giusto in tempo per dire:
«Fatti trovare, Dies Iovis a quest’ora, presso la Porta Portuensis. Come già sai, tutti i giorni mi faccio un giro presso il tuo vicolo, puoi lasciarmi un messaggio da Pulcra se hai dei contrattempi. Grande donna Pulchra!»
Sospende la conversazione; recuperando il mantello lo indossa lasciando intendere che il tempo a loro disposizione è scaduto.
L’altro tra i denti:
«Tutte la fortune capitano a te, per soddisfare le mie voglie mi tocca a salire di sopra e a sborsare moneta sonante!»
Kalen, sarcastico, guadagna l’uscita:
«Attento a non ammosciarti troppo!»
Chiara Sardelli
Sezione B
Accetto il regolamento
Sezione B accetto il regolamento
Sabba
Prima che partissero per il sabba, l’ostessa fortificò Giano e Matteo versando loro un boccale a testa di idromele invec- chiato.
«Voah, buono!», gridò Matteo, mentre l’ostessa gli sussurra- va all’orecchio: «Vai, e poi quando torni il dolcetto ti aspetta nella camera».
Giano si era procurato una lanterna cieca con una piccola luce che permetteva a Matteo di seguirlo nel bosco che na- scondeva il prato del sabba. L’erba alta, gli alberi dalle fitte chiome, gli arbusti spinosi, i mille insetti che volavano o stri- sciavano, gli occhi tondi delle civette che scrutavano l’oscuri- tà, i suoni misteriosi del sottobosco, gli sterpi che si impiglia- vano negli zoccoli del cavallo, tutto rendeva inquieto Matteo.
Non che avesse paura, ma il fatto di andare al sabba, vedere streghe e diavoli, anche se non credeva all’inferno, non era la sua idea di come passare una serata. Legò il cavallo al leccio che Giano gli aveva indicato. Altrettanto fece il suo compagno.
Proseguirono a piedi.
«Ecco!». Giano segnalò con la mano di fermarsi e stendersi a terra. «Da qui, Messer Matteo, potremo vedere il gioco del barilotto» disse sottovoce, come non volesse svegliare i piccoli folletti malevoli che, si diceva, di notte mordessero le caviglie degli incauti i quali, spezzando gli steli di saggina, li distur- bavano.
Steso a terra, Matteo, immerso nel verdastro tappeto di alte erbe, ebbe la sensazione che non fossero soli. Alla sua sinistra, una forma grigia da cui spuntavano due cerchi azzurri
e una striscia rossa penzolante circondata da punti bianchi sembrava studiarlo.
Terrorizzato toccò il crocefisso che teneva nella tasca del giaccone. Giano sussurrò sottovoce: «Niente paura Messer Matteo, non sono demoni. Sono i lupi guardiani». Alzò la mano e l’apparizione scomparve.
«Guardate!» Giano indicò col dito dove guardare.
La radura erbosa di fronte a loro, circondata da alti alberi che nel buio sembravano pronti a ghermirli con rami schele- trici come mani di morti, si stava riempendo di figure. Ciascu- na, che fosse maschio o femmina, portava una torcia di stop- pie tenendola alta. La luce originata dalle torce via via accese si rifletteva sui loro volti. Però, Matteo lo vide subito, quelli non erano visi ma maschere. Semplici o raffiguranti musi di animali, venivano fortemente illuminate quando le torce ve- nivano gettate sulle pire di legno che costellavano la radura, incendiandole. Resi visibili dal fuoco avvampante, i parteci- panti, uomini e donne, si raggrupparono in gruppi vicino alle pire e si denudarono. Quando furono tutti nudi, formarono un cerchio intorno alla pira più grande posta al centro della radura e poi lentamente iniziarono, tenendo le spalle volte a quest’ultima, a ballare facendo un girotondo. La stridula me- lodia monocorde, generata da una zampogna e accompagnata dal suono leggero di uno zufolo, si diffuse nell’aria satura di profumi del bosco. Un tamburello lievemente percosso dette un suono ovattato che segnò il tempo della danza.
Il cerchio diventò un corteo di persone che, passando ac- canto ad un barilotto, bevvero in un solo sorso la grande tazza che venne loro offerta. Al terzo giro Matteo giudicò che fossero tutti ubriachi. Alzò la testa per vedere meglio ma Giano lo spinse giù. Improvvisamente si fece silenzio. Tutti si ferma- rono, e da dietro la grande pira uscì un uomo alto e nudo. La statura veniva esaltata dagli alti zoccoli caprini che indossa- va. La sua pelle riluceva unta di olii profumati. La loro fra- granza si mescolava all’afrore dei corpi che si accoppiavano. Sulla testa, l’uomo portava un elmetto a cervelliera adorna- to da due grandi corna di capro che tutti sembrarono adorare mostrando loro i palmi delle mani, come anche sembrarono
adorare l’enorme asinino eretto pene che le mani dell’uomo tenevano alzato. Dietro di lui, appoggiata ad una grande quer- cia antica, un’anziana donna dalla chioma grigia, vestita di una semplice tonaca bianca, guardava con riprovazione la scena.
Sulla sua spalla destra era appollaiato un corvo nero che sembrava gracchiare. Ai suoi piedi due lupi grigi accucciati osservavano la scena come se attendessero solo un ordine per scagliarsi sui corpi in movimento.
«Giù!». Giano con un filo di voce si rivolse a Matteo: «Ave- te visto? Vi ricordate cosa vi avevo detto?». Il suono stridulo della zampogna che aveva ripreso a suonare li interruppe, e, all’urlo trionfante del portatore di corna, seguì l’accoppiamen- to selvaggio tra tutti i partecipanti.
«Giano», sussurrò Matteo impaurito, «ma questo è un sab-
ba, e quello non è il grande Capro, il tentatore?».
«Ma no!», rispose sottovoce Giano. «Guardate meglio che poi, alla bisogna, lo riconoscerete».
Alla luce delle pire che si andavano consumando, vide le donne e gli uomini che si rivestivano. Prima che suonasse il mattutino e l’alba sorgesse, la radura era tornata vuota e solo cerchi di erba bruciata indicavano il trascorso.
Restata sola, la vecchia donna seguita dai lupi scomparve nel folto del bosco.
Matteo e Giano si rialzarono intorpiditi dalle lunghe ore di posta, e lentamente senza parlare tornarono all’osteria. Qui Giano andò al suo carro, e Matteo al letto dell’ostessa.
Floria intuì il suo turbamento, e fece per Matteo del suo genero- so corpo un sicuro ostello.
I MIEI PRIMI OTTANT’ANNI ( Acrostico)
I ntanto il tempo è passato veloce
M ostrandomi momenti stupendi
I ncorniciati da diversi traguardi
E non sempre conditi di pace, a volte
I ntrisi da umane debolezze di vita.
P rofuma di gelsomino l’amore
R adioso di mamma ricordandone
I a sua amorevole presenza
M ista da istantanee dolcissime,
I n tanti momenti di vita in famiglia.
O ra in questo febbraio generoso
T anti sono i ricordi di un amore
T ra il pianto e il desiderio d’averla
A ncora vicino la mia dolce sposa:
N emmeno il tempo in quel giorno
T rascorso, per salutarla, poi il buio
‘
A ttorniato ora dai miei amati figli
N ella gioia d’averli tuttora accanto,
N ell’andare, pure i cari nipotini,
I nsieme a tanti altri per augurarmi
”A CHENT’ANNOS”.
Sez. A – Dichiaro di accettare il regolamento
“Anime in controluce”.
I poeti?
Alleati preziosi
presenti nel tempo
con istanti lontani
Tasselli di un mosaico
labirinti inquieti
anime controluce
amici delle parole
che volano altrove
Sez A. Accetto il regolamento
Eden
Quello che per molti è avventura per me è solo un soffiarsi il naso. Non è che devo essere per forza anticonvenzionale, ma la parola realtà non ha mai avuto per me, come per la maggiori parte dei miei ‘consimili’, lo stesso senso. Decisi che quel pomeriggio mi sarei pregustata l’avventura. E così, sopportando il traffico e l’annoso problema del parcheggio, con le auto incastrate in ogni angolo della città, riuscii finalmente ad avere ‘i piedi per terra’ e raggiungere la meta anche se, nel mio caso, è semplicemente un modo di dire. Entrai nella grande libreria, tronfia tra scatole di palazzi con la sua bella insegna rossa in vista. Trassi un respiro di sollievo. Oltrepassai il gendarme all’ingresso e notai che le poltroncine di solito disposte a semicerchio nel baricentro della grande sala erano occupate e messe in riga come soldati accanto ad altre sedie. Si attendeva la presentazione di un libro. Gironzolai un po’ tra gli scaffali, sbirciando la fila dei classici e compiacendomi di averne letto una fila intera. Madame Bovary era stato uno di quei romanzi, letto quando avevo appena quattordici anni, che mi lasciò addosso una tristezza incredibile. Poi vidi I demoni di Dostoyevskij, Il ritratto di Dorian Gray e altri titoli già noti.
Mi sentivo a mio agio in quella libreria, come una dama di corte o una regina. Lì dentro avrei potuto essere quello che volevo, viaggiare in comunità esotiche o in paesaggi campestri o tra i miei demoni resi inoffensivi da mura di cinta di carta. O pellegrinare tra le mie strabilianti fantasie semplicemente rimanendo sul posto, composta e serena, invisibile come un pinscher. Questa, per me, era avventura! Presi un libro di Italo Calvino e andai al piano superiore, sperando di trovarci la mia poltroncina/astronave. La trovai, dirimpetto al reparto ‘libri per l’infanzia’, nella grande sala solo un po’ più rumorosa di quella in basso, per via del parquet in legno scricchiolante tra le luci accecanti. Aprii il libro, ma bastò poco per accorgermi del mio vicino di poltrona. Dalle scarpe semilucide che ondeggiavano con lo stinco che andava su è giù, indovinai che fosse un uomo. Non voglio vederlo, dissi. E annusai il suo odore, affinchè parlasse per lui. Lo udii tossire. Era quella specie di tosse secca degli uomini di una certa età, piena di verità pesanti come se la carrucola della gola facesse un’incredibile fatica a tirarle fuori.
Feci di lui i pensieri più banali: forse è un uomo solo e viene qui per consolarsi. Forse non ha niente di interessante ed è solo un uomo che legge. Mi sentii sollevata da quel pensiero. Cosa c’era, in fondo, di interessante negli uomini? Fu subito dopo quella epifania che fui costretta a voltarmi: l’uomo mi fissava. Aveva gli occhi colori cenere e occhiali scuri che gli davano l’aria da intellettuale nutrito solo dalla manna delle idee. Non so quanto tempo rimasi a fissarlo in uno strato di trance. Era sempre così, quando mi distoglievano dalla mia ‘realtà’.
“Sa che per un attimo ho pensato che essere semplicemente uomini che leggono può essere interessante” gli dissi con lo sguardo. Lui abbozzò un sorriso con le sue labbra che parevano cerniere.
“Un tempo coglievo le mele dagli alberi” mi disse, come sapendo i miei pensieri.
“ Interessante” dissi.
“ Io invece ho sempre attraversato tunnel”.
Lo vidi sinceramente addolorato di quella risposta.
“ Oh, avanti, non pensi che voglia fare la vittima” aggiunsi.
Nel frattempo la voce dell’autore che intercalava la sua presentazione con un ‘niente’ e raccontava di aver mangiato frittura di pesce, si era fatta più alta.
“Le va di prendere un po’ d’aria, qui non si sente niente” disse.
Accennai un sì, scendemmo ed io lasciai il mio libro sullo scaffale.
Fuori era già sera.
“Tunnel, interessante, disse l’uomo, gettandosi un cappottaccio sulle spalle.
“ Ricordo solo molto vento” dissi, anticipandolo, mentre svoltavamo l’angolo come amici di sempre, o amanti, diretti chissà dove.
“ Forse è un po’ come per lei, con le mele. Tirare giù qualcosa che sembra buono. Lei dall’alto, io dal basso. Non è così?”.
“Già, le mele” disse, fermandosi accanto all’insegna di una trattoria che emanava una luce liquida.
“ A volte penso che, riconciliandomi col serpente, sarei riuscito a…”.
Si fermò, come colto da un’improvvisa illuminazione.
“Sarebbe riuscito a?” lo incalzai.
“ Magari a riscrivere la storia del paradiso, ma mi rendo conto che è una sciocchezza. Non è che mi senta così piccolo da pensare di non riuscire a riscrivere la storia delle origini, ma è che…. Non so. Col tempo ho imparato a perdonare il serpente. E persino le mele cadute. Quelle che non tollero sono quelle che rimangono attaccate ai rami”.
Lo guardai.
“Ma lei per caso sa qualcosa di quell’uomo di Nazaret. Mi pare che dicesse qualcosa di simile”
Fu allora che nel suo sguardo balenò qualcosa di strano.
“ E come faccio a saperlo se sono il suo progenitore….”
“ Intende dire…”
“ Sì, Adamo, proprio lui!”.
Fu allora che mi tornò la memoria: la mela, la cacciata, la maschera che avevo dovuto indossare per fingermi pentita del mio gesto, i figli da partorire con dolore, i piatti sempre quelli da lavare, la famiglia borghese da tollerare e poi il tunnel nel quale entravo ogni volta per ritrovare quelle foreste dove c’era sempre vento e il vento era bello, perchè era il linguaggio di dio.
Ci guardammo smarriti.
“Se tu sei Adamo allora vuol dire che io sono Eva. E che finalmente ti ho ritrovato”
“Però non posso seguirti oltre” aggiunsi con una grande tristezza nel cuore.
L’uomo non capì e andò via molto triste, senza voltarsi ma senza neanche drammatizzare, perchè l’umiliazione della cacciata dal paradiso terrestre lo aveva reso un gentiluomo
Ed io non seppi mai quando avevo eletto a mio unico amante il serpente al quale ammiccai. E che ora risplendeva, magnifico e solitario, sull’insegna della trattoria ‘Eden’.
accetto il regolamento, sez. b
I profughi
I profughi non guardano la luna
specchiarsi nel mare, né le onde
arrotolarsi come stracci
sotto il cavalcavia. A loro
il dolore percuote le tempie
e come tempesta furibonda si accanisce
sui fianchi della barca.
Non è perfido
il mare, ma la guerra
sì. Muta le case in crateri e corre,
corre più veloce della madre quando
si lancia trascinando i figli
verso occidente, là
dove il sole incendia il mare
e beve sangue.
(Accetto il regolamento, sez. a Eleonora Bellini)
Refrain
et ne plus jamais nous revoir
Lo scorse di sfuggita, seduto al tavolino di un caffè, nel quartiere dove avevano vissuto insieme, sei anni prima, in una mattina grigia. Il primo impulso fu quello di far finta di niente, e fuggire, ma in quel momento lui alzò lo sguardo dal giornale. In un lampo Elena vide nei suoi occhi stupore, rimpianto, desiderio.
Balzò in piedi e le disse: “Come mai qui? Non eri mai tornata da queste parti”.
Un attimo di esitazione, poi riprese: “Vuoi prendere un caffè con me?”
Era incerta; da una parte la fregola di andar via, dopo un formale saluto, dall’altra la curiosità per quel buio di anni in cui erano precipitati, da lati opposti.
Lui fece un passo, le si parò di fronte come per baciarla. Offrì le guance, titubante, per un breve contatto.
Sembrava confuso, impacciato, ma lieto per quell’incontro inaspettato. Scansò la sedia per farla sedere, con uno stridore di ghiaia.
‘Goffo e impulsivo come sempre’, pensò lei.
Chiamò il cameriere, insistentemente, e le chiese cosa voleva ordinare. Lei non voleva niente ma, per imbarazzo e cortesia, disse: “Un cappuccino”.
Le offrì il croissant che aveva davanti, nel piattino, ancora intatto.
“No, grazie. Ho già fatto colazione. È tardi”.
Già, notò Elena, lui non aveva mai avuto l’abitudine di fare colazione tardi, quando stavano insieme, tanto meno in un bar. Ma vide che aveva steso il giornale sul tavolino. Voleva concedersi un tempo di quiete, pensò.
Del resto, ormai era in pensione.
Si accorse che la scrutava inquieto, come sempre ma con una punta di ansia in più, mentre lei era in silenzio e si guardava intorno, come per ritrovare un paesaggio perduto.
Quando tornerai
Mi dicevo, e sai
Ci si mangia il cuore a volte
Per resistere
Una musica lieve veniva dall’interno del caffè.
“Come hai vissuto in questi anni?”, si decise a interrogarla Luigi, con un sorriso ambiguo sul volto, incerto fra mostrarsi disinteressato e far notare il miscuglio di curiosità, gelosia e risentimento che gli bolliva dentro.
Elena sorrise, un po’ forzatamente.
“Con le solite abitudini, senza angosce. Con calma, direi”.
Ma poi vivi e dai
E ti accorgi che
Non è tempo più
Di bandiere appese…
‘Con più calma’, pensò lui, cogliendo il significato della sua riposta, ‘senza l’angoscia che le procuravo’.
Ma invece disse: “Mi sei mancata”.
Forse, no, sicuramente, aspettava una replica, ma lei non seppe aprir bocca. Alzò gli occhi, quasi stupita, e le vennero in mente gli ultimi, tormentati giorni del loro stare insieme, gli sguardi truci, i silenzi pesanti, i litigi per un nonnulla.
Voleva andarsene, subito.
Ma lui subito si scusò.
“Non volevo riaprire vecchie ferite. È che sono stato un po’ sbandato, specie i primi tempi, senza di te. Ma ho vissuto, è questo che importa”.
‘Hai potuto fare i tuoi porci comodi’, pensò lei, ancora silente, ‘con le tue amichette, che tenevi nel cilindro. Hai vissuto, sì, come ti è sempre piaciuto, senza legami’.
“Beh, anch’io ho vissuto”, disse a sua volta, “Sai, avevo bisogno di ritrovare me stessa, e in parte ci sono riuscita”.
E si cambia sai
Non si aspetta più quando tornerai
Tu quel giorno avrai
Mille anni in più
Tutti gli anni messi in conto
All’abitudine
Luigi si sforzò di reprimere quel senso di rabbia che lo induceva a torcere la bocca.
Lei lo sapeva bene.
“Certamente hai avuto più tempo per te stessa. Ma avrai pensato a me, ogni tanto?”
Ripensandoci, sì, qualche volta, ma con distacco, come a un’epoca della vita ormai archiviata; fece un’espressione la più scettica possibile.
“Vedi, eravamo arrivati a un punto in cui giravamo a vuoto, come se ognuno di noi si fosse voltato dall’altra parte. Ero stufa, ma eri stufo anche tu”.
Ecco, era stata lei ad entrare in argomento. Non avrebbe voluto, non avrebbe mai dovuto. Doveva aspettarsi il peggio.
E infatti.
“Le tue manie, le tue imposizioni, addirittura il tuo modo di schernirmi che mi feriva ogni giorno. Sarebbe bastata un po’ di comprensione da parte tua per impedire quella deriva”.
Stava scatenandosi, come al solito, senza violenza, ma con acredine.
“Lascia stare. È roba passata”, cercò di arginare le sue ire.
Il croissant giaceva nel piatto; lei bevve un sorso di cappuccino.
Aveva perso troppo tempo, era ora di andarsene. Che motivo c’era di rodersi ancora? Non voleva ferirlo, né essere ferita.
“La tua insofferenza verso tutto ciò che facevo, i continui sospetti. Non potevo neanche più farti una carezza, che con sdegno mi respingevi”.
La fronte si aggrottava, la bocca si stringeva, stava quasi per piangere. Le fece pena.
“Non ti adirare. Ne abbiamo parlato tante volte. Troppe. Io non ce l’ho con te. È stato così”.
Poggiò la mano sulla sua, che tremava.
E mi accorgerò
Che non basta più
Camuffare il tempo per sentirsi
Quelli che
Che si amavano, che ridevano…
Era spuntato il sole, e lei doveva andare.
Lui cercò di stringerle le dita, ma lei, rapida, le ritrasse.
“Elena, ho fatto tanti errori, ma ti amavo, lo sai. Non dovevi lasciarmi”.
‘Dovevo, dovevo’, pensò lei, ‘e devo farlo anche ora’.
“Guardiamoci come siamo, senza rimpianti. Stai bene, sei ancora giovane, hai molti interessi. Mi ha fatto piacere rivederti”.
Fece la mossa di alzarsi.
“Aspetta, aspetta. Un’occasione come questa … Un caso, dopo tanti anni. Vorrei sapere di più, di te”.
Certo, voleva sapere di più. Ma era inutile.
Aspettarti sai
mi fa ridere,
a vent’anni aveva un senso
adesso? inutile
“Non c’è niente di interessante nella mia vita”.
non ti ho amato mai,
non ti ho amato mai,
ma che cosa ti credevi, vecchia stupida?
Gli soffiò un bacio e, finalmente, andò via.
Figurarsi se,
uno come me,
fa il pupazzo per le cosce tue,
e poi gli anni e poi…
non ne ho voglia sai…
non ti aspetto più…
sez. b – accetto il regolamento
NON CHIEDERMI MAI
non chiedermi mai
cosa c’è dietro il mio sguardo
potresti soffrirne
o chissà stupirti
ne mai cosa nasconde il mio sorriso
pallido, incerto
come la luna d’inverno
ne se il mio ciglio si aggrotta
e le mie labbra sussurrano suoni
somiglianti ai sibili del vento
Non chiedermi mai
se scorre lentamente il sangue
nei miei capelli al vento
ne perchè sospiro
vedendo quella rondine
squarciata al suolo
Non chiedermi mai
perchè suono l’illusione di un violino
tra mille volti distrutti dalla noia
mai
accetto il regolamento, sez. a
Il tempo galantuomo
Dai miei verdi castani occhi
scorgo la leziosità dei rintocchi
del campanile al calar dei tramonti
sui ridenti e verdeggianti monti…
Concepire tanta velata lealtà
in una svelata e complessa slealtà
del mondo radio visione,
allo scomodo podio dell’avversione.
Missiva torna al mittente,
una ronda iperbole di ricevente
sbigottita domanda del fare
allo scomodo podio del disfare.
Così la venerata Musa del controllo
misura la strategica fascia al collo,
consuma Crono in centesimi minuti
dei secondi beffeggia gli Arguti.
E il galantuomo tempo vaneggia
sul ticchettìo di lancetta scheggia,
chiamata all’ordine su tutto.
Esce e rientra nel quadro distrutto.
Jonny Souto, sez. A
Dichiaro di accettare il regolamento
21 OTTOBRE – STACCHI
Chiavi-
Documenti-
Tabacco-
Occhiali-
grigia mattina-
sporge il melograno
per occhi e mani
Prodotti in offerta-caffè-insalate-pomodorini-porro-forrmagggio-carne-pesti-
acciughe-idrolitina-cartamani-fazzolettini-
dentifricio-scalogno…
timido sole-
attraversa la strada
la lumachina
Lodovico Scapin – Sezione A – Accetto il regolamento
Giovanni Ferrari sezione B
Accetto il regolamento
KILLING SEEDS
La sua immagine si rifletteva sulla grande vetrata che dava sulla vista rilassante della collina al crepuscolo. Il rosso del tramonto stava per essere inghiottito dalla notte e il colore del cielo terso spegneva il carminio facendolo virare dal pervinca al magenta scuro. Il suo requiem era una musica new age rilassante. Il riflesso illuminato invece, dalla lampada dalle linee pulite di un famoso designer, faceva vedere i suoi contorni, quasi in dissolvenza, seduto su una poltrona comoda, con addosso l’accappatoio ed un bicchiere di tisana in mano.
Quello era sicuramente l’ultimo posto dove potevano cercarlo.
Alle sue spalle sempre sul riflesso, si intravedevano i contorni di altre persone che si rilassavano distese su dei lettini in direzione della grande vetrata.
Tutti in accapatoio. D’altro canto il centro benessere delle terme, sfarzoso e moderno, raccoglieva le persone più abbienti del territorio, garantendo anonimato e relax.
Aveva sempre pensato alla stranezza che avvolgeva quel luogo, dove tutte le persone, una volta entrate e indossato l’accappatoio, indossavano anche una maschera, uno sguardo compíto, un fare calmo, tale da sottolineare il desiderio di non essere avvicinati da nessuno, rispettando la ricerca di solitudine di tutti gli altri clienti. Un limbo in cui ognuno staccava la spina dalla realtà e si ricaricava. Immaginava le persone che gli stavano intorno, nella loro vita quotidiana, non più compassati, ma magari brillanti avvocati, manager dalla battuta pronta e dal cipiglio di comando. Anche lui era solamente una forma, appoggiata a quella poltrona con uno sguardo impassibile che non lasciava trasparire la minima emozione.
Il suo sguardo spostava il focus dalla collina e dal suo silenzio, a ritroso, fino ad entrare nella stanza appoggiato alla sua immagine semitrasparente.
Quel movimento e accomodamento dell’occhio gli serviva anche sul lavoro e allo stesso tempo gli permetteva di guardarsi le spalle, nella direzione del riflesso della porta d’entrata, da dove potevano venire i guai.
Nelle ultime settantadue ore aveva lasciato il segno, un segno indelebile che lo avrebbe seguito fino alla morte. La sua speranza era che questo segno lo accompagnasse a lungo e che non lo trovassero per fargliela pagare. Quanto avrebbe voluto che quel bicchiere di tisana in realtà fosse un bicchiere di cristallo al cui interno dei cubetti di ghiaccio tintinnavano immersi in un single Malt yamazaki 55. Era riuscito a berlo un paio di volte nella sua vita e ne era rimasto stupefatto, forse dopo tutto quel trambusto, se lo sarebbe proprio meritato.
Nessuno lì intorno lo conosceva, nessuno sapeva che come lavoro uccideva le persone. In quel centro benessere sotto le colline che ormai erano illuminate dai faretti del parco e dalle luci della piscina esterna riscaldata, era un uomo anonimo, nessuno era interessato al suo passato e nemmeno al suo futuro.
Appena prima, mentre prendeva parte al rito dell’ aufguss, nella sauna, insieme ad un’altra ventina di persone anonime come lui, immobilizzate dal caldo che non li faceva muovere minimamente per la paura di sciogliersi all’istante e avvolti dalla musica rilassante su cui il meister si muoveva sventolandoli ad uno ad uno con quell’aria incandescente e secca arricchita da olii essenziali profumatissimi, aveva pensato a quanto fosse difficile uccidere un uomo.
La prima volta che lo aveva fatto era giovane, non aveva ancora compiuto vent’anni e aveva dovuto farlo con un coltello. Sparare era semplice, con quel coltello era stato tutto difficilissimo invece. Sentirlo entrare nella carne, nella gabbia toracica della vittima, rompendole le costole e sententire il rumore delle ossa frantumarsi, era stata la cosa più forte che avesse mai provato in precedenza. Poi tutto era diventato un’ abitudine, era diventato il migliore, il più pagato, il più affidabile. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva che faccia avesse. In tutti quegli anni era rimasto un’ombra, un anonimo avventore da centro benessere.
Lo avevano contattato, con il solito modo, un bigliettino sotto un sasso a Hide park a Londra, il quindicesimo giorno di un mese qualunque.
Si era sempre considerato un netturbino, uno scavenger come dicevano gli anglosassoni. Il male del mondo lo assoldava per far fuori l’altro male del mondo, vista così sembrava proprio che nel suo ragionamento lui rappresentasse quasi il super eroe, in ogni caso eliminava i cattivi, che fossero di una parte o dell’altra. Poche volte si era chiesto se quelli che uccideva fossero davvero tutti cattivi e le poche volte che lo aveva fatto aveva dovuto ubriacarsi con il whisky più costoso che riusciva a trovare nelle vicinanze. Single malt ovviamente.
Il foglio sotto il sasso diceva “zar” e al suo interno c’era una foto del presidente russo Putin.
Quando l’aveva letto aveva sorriso, non voleva nemmeno immaginare chi potesse desiderare di uccidere il presidente russo, con la guerra in ucraina avrebbe potuto essere tutto il mondo occidentale unito, eccetto i venditori di armi che godevano di ottima salute.
Nella cassetta di sicurezza della Nat West trovò tutto ciò che gli serviva, passaporti di tutte le nazionalità con più alias e una cifra molto considerevole, proporzionata alla difficoltà dell’impresa, anticipo del cinquanta per cento e saldo a lavoro concluso, come sempre.
Ripercorse velocemente tutti gli step di preparazione per quel lavoro complesso ma, di ciò che era stato, ricordava solo i suoi pensieri e le sue emozioni. Pensò a quanto facile sarebbe stato risolvere il problema della guerra. Due pallottole, ben esplose, da una mano ferma, accurata, delicata come se accarezzasse l’aria che separava la canna del fucile dalla fronte dei due presidenti, lo zar russo Putin e il falso democratico Biden. Il mondo intero si era stufato di quelle puttanate, dello show off virtuale di muscoli, delle minacce plateali del ricorso alle armi nucleari, di omicidi esplicitamente di stato per eliminare gli infedeli al regime, delle strategie occidentali per provocare il grande orso russo e delle zampate stesse dell’orso.
Avevano scelto la sua mano delicata, la sua carezza di morte. Era davvero così semplice? Eliminare due uomini? Due semplici simboli? E tutte le altre teste di legno che avrebbero preso il loro posto successivamente? Per mettere a posto tutto ci si sarebbe avvicinati alle stragi di un film di Quentin Tarantino.
La sua commissione però riguardava solo uno dei due, il mondo occidentale si auto proclamava padrone del mondo.
Si riguardò riflesso nel vetro, ancora in accappatoio, capelli umidi, pelle ammorbidita dal bagno turco e la faccia di tutti e di nessuno, la faccia da stabilimento termale.
Anche a Mosca nessuno l’aveva notato, aveva la faccia dell’uomo qualunque, aveva preso la stanza d’albergo esattamente da dove sapeva avrebbe potuto sparare agevolmente, gli avevano procurato un Barret M95, la sua arma preferita. I suoi committenti glie lo avevano nascosto dietro al cassonetto dell’hotel, un caricatore completo, più che sufficiente.
Si ricordò che mentre oliava il suo strumento, lo immaginava come un potente enorme bisturi, capace di incidere e tagliare il danno di un corpo, la massa di replicazione cellulare impazzita di un’organo.
E poi mentre beveva l’ultimo sorso di tisana, ricordò il momento esatto in cui tutto era accaduto, l’osservazione del momento propizio, il focus del suo occhio che retrocedeva fino al mirino di precisione per poi catapultarsi a più di milleduecento metri, sulla testa dai capelli d’argento dello zar, sulla sua scriminatura che vedeva nitidamente nel mirino ottico telescopico. Rivisse il suo rallentamento del battito, il suo sincronizzarsi con il respiro, fino all’apnea e al movimento dell’indice che dopo un piccolissimo ritardo fece esplodere quella testa, sconquassando con un grosso proiettile da 12,7 millimetri la scriminatura alta ed a sinistra sull’osso parietale.
Tutto secondo i piani, aveva nascosto nuovamente il fucile dove lo aveva trovato, aveva cancellato velocemente ogni traccia anche se nessuno lo conosceva e se ne era andato come da copione. L’orso era stato abbattuto, ma proprio mentre in aeroporto attendeva che la situazione si calmasse e partisse il primo volo per la Turchia qualcuno lo aveva seguito in bagno e lui come all’inizio della sua carriera aveva dovuto usare il coltello. Girandolo nella carne il suo esecutore gli aveva rivelato che il suo mandante era “The president” e che il presidente non voleva testimoni. Caro democratico occidente, “The other side of the same Coin“ gli voleva dare il benservito. Ventiquattro ore dopo anche la colomba Biden aveva un terribile mal di testa da calibro 12,7 millimetri.
Settantadue ore, tre giorni interi da quando aveva esploso il primo colpo a quando anche la colomba bianca si era macchiata di rosso.
Entrambi si erano meritati la loro fine, la sua carezza infallibile li aveva accompagnati docilmente verso la storia e chi doveva terminarlo lo aveva riconosciuto solamente a causa del bording pass che aveva utilizzato, l’incertezza gli aveva lasciato il tempo di difendersi.
Era un fantasma, sufficientemente ricco e sufficientemente anonimo.
Si alzò dalla poltrona, quella tisana aveva un gusto strano. Pensò che tutti ormai sapevano che i gusti erano solamente cinque: dolce, salato, acido, amaro ed umami. Mentre scandiva i cinque gusti uno ad uno gli cedettero le gambe, riusciva a vedere solo il bicchiere riverso sul pavimento di legno dopo aver sbattuto la testa. Oltre al bicchiere la collina leggermente illuminata dalla luna era un’immagine meravigliosa per morire.
Fosse almeno stato un single malt.
ALLE SEI DI SERA
Tra poco sarò anch’io una di quelle donne di cui parlava Gabriel García Marquez in un vecchio articolo del 1982, una di quelle mogli felici che si suicidano alle sei di sera.
Non c’è niente in questa mia ultima giornata che sia diverso, se non impercettibilmente, da tutte le altre. Stamattina mi sono svegliata una mezz’ora prima di lui, abbiamo bevuto insieme il nostro consueto caffè e poi è uscito per andare al lavoro, che non è piu quello di tanti anni fa. Oggi mio marito è un professionista affermato che esce alle nove e rientra quasi sempre alle ventuno, a meno che una cena d’affari non lo trattenga fino a notte, allora mi chiama per dirmi di andare a letto, mi dà la buonanotte in modo affettuoso ma a me non arriva niente dentro. Siamo sposati da trent’anni e abbiamo tre figli. Nessuno di loro vive più con noi, telefonano raramente e sempre in modo frettoloso e a volte uno di loro a turno viene alle feste comandate. Questa casa durante il giorno sembra una cattedrale abbandonata, ma scintillante come uno specchio. La pulisco ogni mattina al ritorno dal supermercato. Sta a tre isolati da qui, ci vado da una vita, tutti mi conoscono, mi sorridono, il gerente ancora mi corteggia dopo tanti anni, mi dice che sono sempre bella. Non so se mi facciano piacere i suoi complimenti, da troppo tempo non conosco cosa sia il piacere. Quando c’erano i bambini avevo una donna che mi aiutava, anche perché, oltre che di loro, dovevo occuparmi di quel marito che ambiva a un grande avvenire e si appoggiava a me per raggiungerlo. Riassumevo per lui i libri che doveva studiare, scrivevo al computer i suoi appunti, lo abbracciavo quando aspettava i risultati dei suoi sforzi. Che ci fossero dentro anche i miei di sforzi, a lungo non l’ho neppure considerato. Allora ero giovane, ma nonostante l’energia e la salute di ferro ero a volte stanca, convinta comunque che la felicità vivesse tra noi, una coppia con qualche problema economico ma tanti sogni e tre bellissimi figli, due maschi e una femmina che riempivano di risate le stanze e il giardino.
Da anni alla casa ci penso da sola, se non dovessi pulirla e ordinarla passerei troppe ore a pensare e da un certo punto in poi ho capito che pensare in questo deserto mi fa male. Prima riuscivo anche a leggere, avevo una biblioteca ben fornita di romanzi, poi ho cominciato a regalarli non per mancanza di tempo ma di desiderio. Non riuscivo più a perdermi tra quelle pagine e a credere in quelle storie, non che fossero romanzi rosa a lieto fine, no, erano titoli di scrittori importanti con tutte le allegrie, i drammi, le tragedie della vita. Non mi interessava ormai neppure quel lato oscuro dell’umanità di cui alcuni sapevano parlare con straordinario talento e che nella giovinezza mi aveva tanto affascinato. Ora per distrarmi mi concedo qualche serie televisiva, mi piacciono quelle in costume che mi trasportano in epoche lontane, mentre pranzo, dopo essermi apparecchiata sul tavolo del salotto con i piatti di porcellana e le posate buone, perché nonostante tutto amo ancora la bellezza delle cose e la loro eleganza che in parte mi salva dal truffaldino caos del mondo. La sera, mentre lo aspetto per cena, qualche vecchia canzone mi aiuta ad arginare la malinconia che cala con le ombre.
A volte esco con le amiche, viviamo quasi tutte nel quartiere, andiamo al bar della Piazza a bere la cioccolata calda d’inverno e la birra fresca d’estate o a comprarci qualcosa di bello nei negozi del centro. Sappiamo tanto l’una dell’altra, sappiamo riconoscerci quell’abisso nello sguardo che quando ci siamo conosciute non avevamo. Due di loro si sono trovate un amante per sopravvivere al vuoto delle loro vite, nessuna folle passione, solo uno con cui andare a letto ogni tanto nella penombra ambigua di una stanza di motel. Io non potrei, non ho mai potuto. Mi piace fare l’amore, non scopare, mi piace farlo su un prato come la prima volta o sul mio letto mentre i bambini giocano sull’altalena e insieme io e lui cerchiamo di stare attenti se i loro piccoli passi si avvicinano, mi piace farlo in una città d’arte con la finestra aperta su una Piazza antica e il brusio della gente che passeggia godendosi la primavera e poterlo guardare negli occhi e ridere con lui e sentirmi scivolare tra le sue braccia come nel mare d’estate, umida e abbagliata. Non è per moralismo che non ho un amante ma perché nessuno mi ha più dato quell’emozione necessaria perché una storia cominci.
Per questo siamo io e la casa, io e lei da troppo tempo.
Alle cinque sono uscita e in profumeria mi sono comprata un rossetto di un viola acceso, un colore che non ho mai portato, al ritorno ho indossato il vestito di quel Natale bellissimo, tutti insieme, che ancora ricordo. Mi disegna il corpo, il suo velluto azzurro m’illumina la pelle. Nella mia camera c’è un grande specchio dove posso guardarmi, ai piedi del letto. Mi sdraio, prendo dal cassetto il flacone dei sonniferi e lentamente comincio a inghiottirli. Ci vorrà giusto una mezz’ora perché facciano effetto e allora saranno le sei, le sei esatte, le sei di Garcia Marquez, le sei delle mogli felici.
Domani i conoscenti parleranno del mio gesto incomprensibile, quello di una donna che ha avuto tutto dalla vita. Solo le mie amiche non diranno niente, le mie amiche che hanno come me il cuore gelato, le mie amiche che sanno.
Alle nove l’uomo arrivò, parcheggiò la macchina, entrò
La casa era immersa nel buio e silenziosa.
Grazia Fresu accetto il regolamento sez. b
Nelle pianure della morte
Là, nelle pianure della morte
i bambini hanno occhi di ghiaccio
mani artigliate fumo nel respiro,
non conoscono ninnananne
né carezze gentili,
camminano tra macerie,
calpestano bambole rotte
binari divelti tracce di una vita,
colonne di gas oscurano il cielo,
non ricordano l’azzurro
né gli aquiloni, non scrivono alfabeti
non disegnano fiori,
si perdono nel ventre di città ferite,
si nascondono negli antri dell’ingiustizia,
si radicano come fantasmi
di un’infanzia perduta all’ombra dei torrioni
nelle insondabili gallerie dove il nemico
ha perso scarpe e sangue,
non sanno chi è il nemico,
raccolgono le scarpe e fuggono.
Ci sarà pure un posto
dove li aspetta una madre
un piatto caldo una palla rossa,
ci sarà pure un senso che li salvi,
un abbraccio che li redima,
una nostalgia che ricomponga il mondo
lo maturi come una mela succosa
sugli alberi del vecchio giardino?!
Là, nelle pianure della morte
dove li abbiamo lasciati,
effetti collaterali della nostra insipienza,
della nostra crudeltà di stirpe di Caino,
noi che uccidiamo o guardiamo uccidere
trovando ragioni perché l’aria esploda
il fiume culli cadaveri
l’anima sia divelta dalla Storia,
là, nelle pianure della morte
i bambini…non dormono.
Grazia Fresu accetto il regolamento – sez. a
Silenzio
Ho chiuso i miei silenzi
in un cassetto.
Un silenzio
per ogni occasione.
Ma il silenzio del cuore
non ama la prigione.
E grida
– muto –
la sua emozione.
© Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento.
Dove
Portami dove finisce il mare
per unirsi con il cielo
Portami dove si sente il vento
accarezzare i pensieri della notte
Portami dove si vede la luna
nascondersi tra le nuvole
Portami dove riposa il colore delle foglie
nei giardini pieni d’autunno
Portami dove c’è un treno
che corre verso Sud
Portami dove la musica
svela il tuo passato
Portami dove si nasconde
la porta dei tuoi sogni
sez. a accetto il regolamento
La morte dell’ anima
Non voglio i tuoi baci
puerili, casti, senza anima.
Baci che non lasciano traccia,
portati via dal vento con un soffio.
Cerco la passione, il desiderio,
il fuoco che arde e brucia le anime.
Sogno un amore travolto dalla poesia, dall’ istinto carnale, dalla brama di essere posseduta all’ infinito.
Non sono una donna qualunque.
Non voglio essere uccisa dalla monotonia, dal tempo che non scorre, da sogni non realizzati,
da un uomo che ha semplicemente smesso di vivere.
sez. a accetto il regolamento
IL MARE
Il vecchio guarda il mare stanco
Ode lo stridere del gabbiano che vola sempre più in alto, mentre lotta e si batte contro il vento di scirocco caldo e impetuoso.
Trionfa sprezzante tra le alte onde del mare e si rituffa negli abissi in cerca di pace che possa quietare il suo spirito indomito.
La luce accecante del sole è il paradiso
dei naviganti.
E il vecchio ne conosce
il loro antico canto.
Urla sempre più forti di uomini piegati dal sacrificio echeggiano nell’ aria, tra santi e preghiere invocano l’altissimo padre.
Vite spezzate, migranti abbandonati, uomini mai salpati figli dello stesso mare, sognano la libertà.
Vele spiegate a tribordo riportano il vecchio sulla malinconica terra ferma, non vide danzare sirene a festa, ma solo le luci della sera.
Tutto all’ imbrunire svanisce e la magia di un tempo che passato torna a vivere tra i canti del mare.
Caterina Lucido
SEZIONE A – ACCETTO IL. REGOLAMENTO
RESPIRO
Il tuo respiro tiepido
avvolge ossa assiderate
nel recepire la sostanza
mai apparsa.
SezA MININI MICHELA
Accetto il regolamento, sez. a
LA CREAZIONE DEL LAVORO
C’era una volta, nella notte dei tempi. Quando i tempi stessi dormivano un sonno un po’ eterno e l’eternità stessa sognava, immersa nel buio, divinità luminose giardiniere, creative e creatrici.
Al principio era il verbo, poi arrivarono i complementi, la luce e le bollette.
Prima del tempo e delle bollette, tutto nel giardino era latte e miele, non esistevano ne fatica ne dolore, il lupo dormiva con l’agnello, ma l’agnello coltivava strani presentimenti e un po’ di insonnia ce l’aveva.
La divinità creativa si annoiava tutta sola, anche il divino giardinaggio può arrivare a noia.
Così, a fango e sputacchi, si inventò il primo bipede implume … zac … su due piedi.
Vide che gli era uscito così così e sullo slancio ne invento subito un altro.
Un modello molto meglio imbottito nei punti chiave e vide che ciò era buono.
Per i bipedi implumi, nel giardino luminoso tutto era concesso, un immenso reality in un ipermercato senza casse allestito in una serra.
Solo consapevolezza e conoscenza erano proibite … mi sa che non è cambiato ancora molto!
Una piazza infinita … al centro di una città che ancora dovrà essere …
Al centro di un palazzo infinito …
Una stanza infinita … Una divina stanza infinita.
Al centro dell’infinita stanza … Un tavolo … da gioco.
Una divina bisca.
Bottiglie di rilucenti di galassie e un bicchiere di fili di luce.
Partì la corsa, folle, del bicchiere di fili di luce, rotolante sul piano apparentemente inclinato di tavolo legnoso, intarsiato a pensieri piani e forti, sparsi eppur disposti ad arte di arrangiarsi fra piccoli archi.
Riparato, dove c’era una volta, lucido, un soffitto. Un soffitto a botte da orbi, che da un occhio vede benissimo ma, da quell’orecchio non ci vuole sentire mai.
Così, nella piazza assolata, facevano orecchie da mercante i tempaioli, riempiendo le loro clessidre con la polvere del tempo.
Tutto quel tempo perso dalla gente in attesa di sogni impossibili, dimenticati e sparsi negli angoli del mercato.
Sogni che, raccogliendo la polvere del tempo perso, i sogniaioli ritrovano impigliati nelle ragnatele d’argento all’incrocio dei muri.
Sogni da ripulire per benino e riporre in cassette di luce d’arcobaleno ben imbottite con ciuffi di nuvole, così che chi li ha sognati possa un giorno ritrovarli intatti e pronti all’uso.
Ormai frolla, la follia della folla si scioglie, stillando dalla foglia, fino a che poi crolla, confondendone la voglia.
Nei colori s’invola, con nome e voce viola, con passo archeggiante, selvaggiamente amante, il cuore di diamante, la pancia conciliante e l’anima pia.
Così torna, risuonando al fin di follia, il cerchio si chiude, riprende e scorre via.
Dal bicchiere di fili di luce filtrano gocce luccicanti, rugiada eterna che la notte ha deposto fra i fili.
Rugiada che il rotolare sul piano apparentemente inclinato sparge con controllata casualità fra i piani ed i forti.
Risuonano note dall’aria indifferente, un picchio bussa alla larva che non apre.
Si è barricata in una delle quattro lunghissime gambe del tavolo, apparentemente inclinato.
Forti gambe che affondano le radici nel folto del bosco sulle spalle della terra e dipingono le chiome fra le nuvole, dove riposano i sogni.
Seduto al tavolo infinito, infinitamente impegnato al rubamazzetto con parche ed angiolanza mista, dopo aver dissetato la divina arsura con l’ambrosia del bicchiere di fili di luce, al divino giocatore, si scateno un biblico appetito.
L’infinita mano, quella libera dalle carte del gioco, si protese con l’infinito braccio.
Si sporse anni luce al di là del tavolo intarsiato a pensieri piani e forti che suonava la musica delle sfere celesti.
Si slanciò ben oltre la via lattea, tentonando fra le galassie per afferrare un qualche vaso di biscotti che quietasse l’evangelico languore.
Per un istante si scordò la pratica ubiqua ed impegnato com’era nel contemporaneo controllo degli inaffidabili compagni di gioco, le onnipotenti dita tentonarono alla cieca nell’universo.
Fu questione di un attimo … colse così l’errato vaso.
Dalla padrona dell’argillico contenitore si levò un urlo contrariato che attraversò l’universo tutto, in lungo e in largo, di lato e di traverso.
L’eco dell’urlo giunse fino ai giocatori, fulmineo l’infinito braccio si ritirò un poco a naso.
Urto un paio di galassie a caso e … al dio cadde di Pandora il vaso ….
Un grande tonfo e rotolar di idee con suono d’argilla, cadde sulla paglia del tempo.
Che fortuna! Non si ruppe, saltò solo il tappo.
Un tappo tondo, d’argilla rossa; mattone corriere, prese a far pazzie, curvando gli angoli e gli spigoli della stanza infinita della divinità maldestra, un tappo sinistro che distrasse il dio.
Per svista del vaso, finanche per la botta, appena disperso l’eco del tonfo, proiettate dall’orlo, mille goccioline colorate finirono fra la paglia del tempo.
Divinamente imprecando venne raccolto il vaso, riunirlo al tappo curvatore di angoli fu il divino gioco di un istante.
Rimasero però le gocce colorate disperse oppure nascoste, fra i fili di paglia sul pavimento del tempo.
Sulla stessa paglia dove, nel tempo che fu, divinità iraconda e smemorata, aveva già disperso la prima coppia di bipedi implumi, cacciati per eccesso di sete di conoscenza.
Così i posteri dei due implumi di pelle e di pensieri, ormai costretti da generazioni a camminare sulla paglia del tempo, condannati a lavorare … per sempre, si ritrovarono le mille goccioline colorate attaccate alla pelle.
Ogni goccia un colore, ogni colore un lavoro.
Sez. B – Accetto il regolamento
IL SILENZIO DEL BOSCO SILENZIO NON È
Alberi come preghiere.
Il silenzio del bosco
silenzio non è.
Dalla roccia triste
allegra canzone d’acqua
su coro di bronzo
campane lontane
accarezzano i rami.
Arancione su nero
piccoli passi
sinuosi sul muschio.
Frusciano
i pensieri fra le foglie secche.
Il richiamo
del corvo s’impone
taglia il cielo
due metà di blu
una per i sogni
una per far volare l’anima.
Sez. A – Accetto il regolamento
INVERNO DELL’ANIMA.
Spade di ghiaccio
mi trafiggono l’anima
trasportate da gelidi venti di rancore
i miei gemiti di dolore
si posano su orecchie sorde
angosciante solitudine accompagna
i miei tramonti
il mio spirito
trabocca di occulti pensieri:
è un calice avvelenato
al quale tento invano di dissetarmi.
Il suo siero autentico è racchiuso in cassetti blindati
orfani di una chiave
imprigionata nel mio petto.
È ancora inverno nel mio cuore
@Laura Dessi
SEZIONE A
-Accetto il regolamento-
IL BACIO
Sono nato gemello, mezz’ora prima di Alfredo, lo chiamavo Teto.
Il giardino di casa nostra confinava, per tutto il lato ovest, con un podere lungo e stretto attaccato alla ferrovia. Aveva un casolare in fondo e un unico vialetto spoglio che lo collegava al viale della stazione. Ci veniva spesso a lavorare una famiglia con papà, mamma e due figli, un maschio poco più grande di noi e una femmina più vecchia, di una ventina di anni. Io e mio fratello Teto, siamo gemelli, salivamo e ci sedevamo sull’alto muro di cinta per guardarli. Loro ci salutavano continuamente, da lontano.
Un giorno la signorina venne sola. Si avvicinò e si mise a parlare. Era alta, molto magra, il volto allungato, con un vestito scuro allacciato in vita, lungo fino alle caviglie.
«Se scendete, vi mostro una bella cosa» disse.
«Vai!» mi incitò Teto ad alta voce.
Volevo tirargli un pugno in faccia. Vacci tu, volevo dirgli.
Lei mi guardò. Cosa potevo fare? Saltai giù.
Mi prese per mano e ci avviammo verso il casolare. Teto, seduto a cavalcioni sul muro, guardava.
Entrammo. Era una stanza con tante casse vuote, un focolare, un tavolo e un lettino senza coperta, su cui si sedette. Mi tenne in piedi fra le sue gambe, prendendomi le mani. Io ero sprofondato per l’imbarazzo e la vergogna.
«Quanti anni avete?» mi chiese. Il plurale mi piacque, non eravamo soli.
«Undici» balbettai.
Cominciò ad accarezzarmi il sedere, prima piano poi stringendo forte, una natica alla volta. Poi mi prese la mano e se la infilò nella scollatura del petto. Rimasi inerte.
«Vuoi vedere il mio buchetto?» mi chiese.
La guardai tremando. No, risposi con la testa.
Poggiò la mano sulla patta: «Che cosa abbiamo qua dentro?» mi domandò guardandomi.
Si rese conto del mio estremo imbarazzo e mi diede un bacio leggero sulle labbra. E dopo sulla gola.
«Ti vergogni?».
No risposi, sempre con la testa.
Mi sorrise e uscimmo fuori. Il pinocchio stava ancora seduto sul muro e ci guardava coprendosi gli occhi con il braccio, il sole era già all’orizzonte. Lei mi prese per mano e ci avviammo lungo il viale. Mi sovrastava con tutta la testa. Arrivati in fondo, quasi sulla strada, mi si mise di fronte, mi alzò il mento, accostò le labbra alle mie e mi versò in bocca una palla di saliva.
Fui disgustato. Lasciai la sua mano e corsi via. Il conato di vomito mi perseguitò fino a sera.
Il pinocchio mi tallonava.
«Che cosa avete fatto?» mi chiedeva insistentemente.
«Niente!» gli dicevo, per fargli credere il contrario.
In seguito, nei giorni successivi, gli dissi di tutto: che mi aveva sbottonato, che me lo aveva accarezzato, che se l’era appoggiato in mezzo alle gambe e che le avevo leccato i pizzi delle minne. Non credette a tutto, ma neanche a niente, aveva visto anche lui che mi aveva baciato sul viale del tramonto. Mi guardava sott’occhi, io mi toccavo apposta quando gliene parlavo, per fargli credere che il ricordo mi eccitava.
E in ogni caso, avvertii che sentiva di essermi rimasto indietro di anni per quella sola ora del crepuscolo, anche se a me dell’esperienza non era rimasto altro che il disgusto.
Gli confessai che mi aveva semplicemente sputato in bocca solo quando mi raccontò di quella sua sera. In piedi davanti a una panchina della villa comunale, la sorella diciottenne di un nostro compagno di scuola leccava davanti a lui un cono di gelato, conoscevamo bene le sue provocazioni, stava sempre a stuzzicare. Era d’estate, avevamo finito la terza media e ci saremmo iscritti al liceo classico.
Mi raccontò che, seduto alla panchina sotto il lampione, guardava come muoveva la lingua avvolgendola tutta rossa intorno alla sfera congelata.
«“Vuoi assaggiarlo?” mi chiese, strizzandomi l’occhio. Le dissi di no con la testa. Allora si piegò e mi baciò, aveva le labbra morbide e fresche, al gusto di cioccolato bianco. Mi si sedette accanto e ricominciò a leccare, guardandomi di lato in silenzio e continuando a fare occhiolini. Poi si rialzò, si piegò e mi ribaciò. E questa volta lasciò cadere nella mia bocca una pallottola di gelato. Dovetti scappare per non vomitarle addosso».
Quando gli raccontai di quello che era davvero successo tre anni prima con la signorina nel casolare: «Tanto lo sapevo» mi disse «che non avevi combinato niente!»
Sezione B – Accetto il regolamento
UOMINI E TOPI
26 luglio 2024.
MRC Laboratory of medical science,
Imperial College di Londra.
“Ora l’accompagno nella stanza degli esperimenti. Venga, professore” gli disse Stuart Cook.
“Grazie, è un vero piacere visitare il vostro centro” gli rispose di rimando lui.
“Oh, il piacere è tutto nostro, le assicuro. E ne siamo onorati: non capita tutti i giorni di ricevere la visita di un premio Nobel. Ecco, per di qua, le apro la porta”
Già, uno era Stuart Cook. A capo, nel laboratorio, della divisione che si occupava di studi sull’invecchiamento. Scozzese, 56 anni, laurea in biologia. Docente presso lo stesso Imperial College.
E l’altro? Beh, l’altro era Gerard ’t Hooft, olandese di 78 anni che aveva, tramite un collega che insegnava all’Imperial, chiesto di poter visitare il laboratorio, intrigato dagli studi e dagli esperimenti che lì si svolgevano.
Ah, dimenticavo: nel 1999 aveva anche vinto il premio Nobel, ma non per la medicina… per la fisica.
Dunque, nel frattempo i due studiosi erano entrati nel cuore del laboratorio, la grande sala di 12 metri per 7 piena di gabbie per topi (se fate parte di quelle persone alle quali i topi fanno effetto e pensate che questa storia non faccia per voi rassicuratevi: ne incontreremo solo uno).
Sì, perché, come spesso avviene vista la somiglianza del metabolismo fra roditori e umani, gli esperimenti sull’invecchiamento si svolgevano sui topi.
Ma, appena entrati nella stanza, il cellulare di Stuart Cook emise un potente squillo, al quale Cook rispose con “Pronto. Margaret? Dimmi… ah, va bene, arrivo”.
Subito dopo aggiunse “Scusi, professore. Era la segretaria, c’è un piccolo problema: le solite noie burocratiche. La lascio per pochi minuti. Dia pure un’occhiata in giro, torno subito”
“Non si preoccupi, a più tardi” rispose Gerard ’t Hooft, che subito dopo si volse a studiare il curioso ambiente che lo ospitava, incuriosito e stupito dall’incredibile numero di topi che abitavano in quella stanza.
Mentre stimava mentalmente il loro numero sentì distintamente un “Buongiorno!”
Si voltò, ma non vide nessuno.
“Buongiorno. Sono qui. A destra!”
Il famoso, e prestigioso, fisico quasi balzò in aria quando capì che la voce proveniva da una gabbia situata 4 metri alla sua destra, che conteneva un piccolo animale.
Un animale parlante, evidentemente.
-Sto sognando- pensò il premio Nobel.
“Finalmente mi ha visto. Buongiorno, mi chiamo Charlie Ellsworth”
“Ehm… buongiorno” rispose Gerard ’t Hooft che non voleva sembrare maleducato, non prima però di aver pensato che Ellsworth non era male come cognome di un roditore.
Subito dopo l’olandese aggiunse altre informazioni: “Io di nome mi chiamo Gerard, diminutivo di Gerardus, sono un fisico teorico e nel mio campo me la cavo: nel 1999 ho vinto il Nobel per la mia disciplina”
“Oh, forse ho letto di lei, come fa di cognome?”
“Ecco, glielo scrivo qui, su questa lavagna”
Il professore si avvicinò ad una lavagna posizionata nella sala, prese un gessetto e passò a scrivere:
‘t Hooft
“Uh. Come si legge?” chiese Charlie Ellsworth.
“Esattamente non lo so”
Il topolino rimase sconcertato qualche secondo; sul suo muso si poteva facilmente scorgere il suo stupore. “Non lo sa? Lei è premio Nobel per la fisica e non sa il suo cognome??”
“Beh, sa, l’olandese è una lingua molto complicata. Comunque, da quel che mi hanno detto, credo che si legga ET OF”
“Da quello che le hanno detto? Io, quando mi sono imbattuto nel suo nome nei saggi divulgativi di scienza, ho sempre creduto che si pronunciasse TUFT”
“No. E’ più giusto ET OF”
“Ah, è più giusto? Comunque, io la conosco. So che il premio Nobel del 1999 lo ha condiviso con Martin Veltman per aver spiegato la struttura quantistica dell’interazione elettrodebole, che insegna fisica teorica all’Università di Utrecht, che ha vinto anche, nel 1986, la medaglia Lorentz e che pure un suo prozio, Frits Zernike, ha vinto il Nobel per la fisica”
“Accipicchia. Lei è molto colto!”
“Credo di essere più colto della maggior parte dei premi Nobel. E sicuramente sono più intelligente di quelli che lo hanno ottenuto per la letteratura”
“Addirittura! Perché? Non le piace come scrivono?” “Odio i romanzi. Troppo lunghi”
“Ah, lei è un tipo sbrigativo. Anzi, un topo sbrigativo”
“Che battuta! Non è degna di lei. La lasci fare agli ingegneri” “Perché agli ingegneri?”
“So che spesso i fisici e gli ingegneri si stuzzicano con battute scherzose di vario genere. Voi accusate gli ingegneri di essere tipi quadrati senza troppa fantasia”
“Ma io non ho nulla contro gli ingegneri: neanche uno spray!” disse ridendo Gerard ’t Hoof.
“Questa è già meglio. Comunque… le stavo dicendo che noi roditori siamo molto intelligenti. Ad esempio, risolviamo i labirinti in un batter d’occhio.
“I labirinti?” “Sì. Sei mesi fa stavo a Brighton, una amena località sulla Manica”
“Sì. La conosco”
“Lavoravo in un centro dove vengono condotti studi sull’intelligenza animale. Quasi tutti i santi giorni mi collocavano in un labirinto per vedere se riuscivo poi a ricordare i tentativi fatti per uscire e a trovare alla fine una via di fuga dal dedalo. Immancabilmente io uscivo dopo pochi secondi, guadagnandomi così una gustosa crocchetta. Sapesse quante ne ho mangiate! Non ho mai svolto un lavoro più facile e piacevole”
“E nel corso della sua vita, signor… ehm Ellsworth, ha cambiato molti lavori?”
“No, questo qui all’Imperial è il terzo. Mi trovo molto bene, sa? E’ vero che Londra è una metropoli caotica, ma tanto io non esco dalla mia gabbia, e ho acqua e cibo in quantità. Sì, indubbiamente il dottor Cook ci tratta bene e noi lo ricompensiamo aiutandolo nelle sue ricerche. Siamo, per così dire, le sue cavie”
“Non metto in dubbio che siate cavie. Ecco, mi parli piuttosto di queste ricerche. Sono interessato”
“Oh… il team del dottor Cook sta in questo periodo conducendo due esperimenti, che riguardano una sostanza chiamata interleuchina 11”
“Se non sbaglio le interleuchine sono piccole molecole la cui funzione è quella di agire sulle cellule del sistema immunitario e di indurle a comunicare tra loro”
“Complimenti, anche lei è molto colto. Sì, l’interleuchina undici fa appunto parte di questa famiglia e i livelli di questa molecola presenti nell’organismo aumentano con l’età di quest’ultimo. La grande scoperta del professor Cook è che gli organismi con bassi livelli di questa sostanza vivono di più!” “Accipicchia!”
“Già. Nel primo esperimento i topi vengono geneticamente modificati in maniera che non siano in grado di produrre interleuchina 11. Nel secondo esperimento invece, e io faccio parte di questo, si è aspettato che i topi avessero 75 settimane di vita…” “Ah, poco più di un anno e quattro mesi…”
“E’ bravo lei con i calcoli, vero?” “Beh, me la cavo”
“Allora mi dica: a quanti anni corrispondono, nell’uomo, 75 settimane di vita di un topo?”
“Devo confessarle che non so quale sia la vita media di un roditore”
“Anche lei un po’ ignorante, eh? Glielo dico io! Sono circa 55 anni”
“E lei, perdoni la curiosità, quante settimane ha?” “Ho compiuto 106 settimane due giorni fa”
“Auguri! Dunque 106 settimane… ma sono 78 anni dei miei. Siamo della stessa leva!”
“Leva?” “Non si preoccupi, è un modo di dire. Significa che abbiamo la stessa età”
“Ah, ok. Le stavo dicendo che ai topi con almeno 75 settimane di vita è stato somministrato un farmaco per espellere l’interleuchina dai loro corpi. Sa quali sono i primi risultati degli esperimenti fatti?” “Certo che no”
“A seconda dell’esperimento e del sesso dei topi, la durata della vita aumenta comunque del
20 o 25 per cento! Inoltre il corpo è più snello, meno fragile ed il pelo più sano. E i topi molto vecchi, che spesso muoiono di cancro, presentano livelli bassi di questa patologia”
“Straordinario!”
“Esatto. Pensi che Stuart Cook ha dichiarato alla BBC, testuali parole, cerco di non emozionarmi: è troppo bello per essere vero”
“E’ veramente entusiasmante: magari in futuro potremo trasferire questi risultati sugli esseri umani…”
“Forse, anche se a me interessa di più che valgano per noi roditori. Comunque non sappiamo ancora se si possono ottenere gli stessi effetti sugli umani, e se gli eventuali effetti collaterali saranno da voi tollerabili”
“Lei che effetti collaterali denuncia?”
“Oh, io fatico un po’ a digerire i formaggi alla sera e, soprattutto, di notte ho sempre incubi. Nel sonno sogno di non trovare una via di uscita da certe situazioni. Spesso sogno di trovarmi in un labirinto senza soluzione. Meno male che poi, grazie al fatto che di dedali ne ho risolti un mucchio, riesco sempre a cavarmela. Ma al risveglio sono un poco stanco” “La capisco”
“A proposito, le voglio dare un consiglio, visto che sono un professionista, nel caso dovesse avere pure lei incubi simili o se si trovasse a risolvere per diletto uno di quei labirinti che si trovano sulle riviste di enigmistica” “Ah, che gentile. Dica pure”
“Per i labirinti meno complessi, ovvero quelli semplicemente connessi, cioè quelli dove ogni parete è collegata al confine esterno del labirinto, la regola è semplicissima, basta seguire il muro, vale a dire poggiare la mano su di una parete e continuare a camminare senza mai staccare la mano dal muro. Si arriva sicuramente all’uscita. La spiegazione è matematica, o meglio topologica”
“Ah, ho capito, un labirinto semplicemente connesso può essere trasformato in un cerchio, quindi percorrere un labirinto è topologicamente equivalente a spostarsi da un punto di una circonferenza ad un altro fino ad arrivare all’uscita”
“Bravo, lei è abbastanza intelligente” “Abbastanza?”
“Sì. E poi conosce la topologia. Se ricordo bene, lei ha scoperto un’espansione topologica in certe teorie che si è dimostrata importante per una ipotesi nella teoria delle stringhe”
“Si ricorda bene. Lei è veramente coltissimo. Vivissimi complimenti. E, naturalmente, conosce anche lei benissimo la topologia. E’ un topo!!”
“Deprimente, battuta veramente deprimente, e triste. Di nuovo da ingegneri. Mi si sono rizzati i peli per la freddura. Comunque, dicevo, per strutture di labirinti più complesse, dove la regola di seguire il muro non basta, ci sono altri metodi, come quello di Trémaux, oppure il Pledge algorithm, oppure ancora… accidenti, sento un rumore nell’altra stanza, sta tornando Cook. Glieli spiegherò un’altra volta. Non dica che so parlare, non voglio che si sappia in giro”
“Stia tranquillo, sarò muto come un pesce”
“Tanto non le crederebbero e la prenderebbero per pazzo. Già non sa nemmeno come si pronuncia esattamente il suo cognome!”
E Charlie Ellsworth si azzittì, giusto un attimo prima che Stuart Cook rientrasse nella sala scusandosi con il nostro amico Gerard ’t Hooft dicendogli: “Chiedo venia, mi sono attardato più di quanto pensassi”
“Oh, non importa” gli rispose il premio Nobel guardandosi in giro “E’ stato molto interessante. Ho decisamente aumentato le mie conoscenze sull’invecchiamento delle cellule e, pensi, persino un poco quelle di topologia”
“Ah, davvero?” e Stuart Cook lo guardò con aria interrogativa, ma senza dire nulla.
sezione B accetto il regolamento PIETRO RAINERO
Amore
In una stella credo ascolto profumo
Vedo desiderio vedo ascolto una della amore
Sento gridare la lontananza desiderio vola
Un gabbiano, vola la lontananza
Si vive di emozione che tu sai il mio nome
Cio che sento amo ascolto un profumo
Dolce amore quello
Vedo in mio amore fantasia
desiderio vola fantasia destino quello che vedo
ascolto fantasia amore via desiderio
domani una stella luccica una stella desiderio
vola la cazone sale in te e amore
fantasia
Forse questa è poesia
S’immerge il mio io
in un’acquasantiera
che purifica lo spirito
inerme e travagliato.
Ricalchi di vita e d’immaginazione
che vanno a vivere in eterno
su delicati fogli
qual macchie d’inchiostro indelebile
schizzate da un cuore ed un’anima
sofferenti d’amore e malattia.
Ecco nascere la vita
di un qualcosa
che chiamano poesia.
Semi multipotenti
che si trasformano
donando vita eterna
donando speranza
donando serenità
donando donando donando.
Non avevo mai visto
un campo di grano maturo
al tramonto, insanguinato
dal rosso dei papaveri.
Forse questa è poesia.
Accetto il regolamento Sezione A
26/10/2024
Accetto il regolamento, sez. b
Clara.
Clara era il nome di mamma, anche se all’anagrafe si leggeva “Fortunata” ecc. nata a….
Quanto poco fu idoneo quel nome su quella carta d’identità.
Nata nell’aprile del 1921 e morta nel mese di luglio del 1943, aveva quindi 22 anni
ed io a 17 mesi ero già sola, esattamente come sono stata sola poi tutta la vita.
Ma questo non lo sapevo ancora perché mio padre pensò bene di risposarsi nel luglio del 1945
dopo un anno di fidanzamento… nel ‘46 nasceva mio fratello.
Io ancora ignoravo tutto, ero piccola e per me avere una mamma era vitale, ma la sua nuova compagna non era mia madre e neppure in seguito provò mai ad esserlo.
Strano vero?
Avere una cucciola di 3 anni, felice ed attaccatissima ad una giovane donna che di materno aveva soltanto gli slanci per il figlio e la devozione per mio padre che le aveva dato una solidità di vita in quanto bancario. Essere benestanti all’epoca era privilegio.
Troppe cose da raccontare di mamma, tutte ascoltate e narrate dalle voci di nonna, nonno, zie, zio, ognuno dicendo la sua, raccontando cose sconvolgenti e tristissime.
Si, perché mamma dopo aver avuto me, rimase nuovamente incinta.
Si dice che mio padre accolta la notizia esclamasse:-
– Non preoccuparti Clara, dove sta uno, stanno due, e lo disse con convinzione.
Mamma invece, che era profondamente legata alla madre, accettò di abortire, malamente come si usava ai tempi e fu portata da una fattucchiera che usò, dissero, un ago da calza immagino per la perforazione, ma questo l’ho immaginata io perché nessuno mi spiegò bene ed a fondo.
All’epoca gli aborti erano punibili con il carcere quindi quando le vennero paurose emorragie, non ne parlò con nessuno e fu per caso che mio padre accorgendosene la fece ricoverare a suo rischio e pericolo personale.
Come fece a non trapelare la cosa non lo so, quello che so è che venne operata d’urgenza per sospetta appendicite già degenerata in peritonite.
Ma l’operazione andò bene, lei si riprendeva alla grande, era giovane si, ma tanto sventata specie nel momento in cui sua madre le portò una scatola di Sugoro condimento di quei tempi, per macchiare un poco la pasta bianca con l’olio che consumava all’ospedale e che lei aborriva.
Forse affamata e debilitata dal lungo digiuno con quattro cucchiaiate ingordamente se lo mangiò tutto e la cosa segnò la sua condanna.
Infezione dilagante dicono, sconvolgimento intestinale e da profana capisco che tutto smise
subito di funzionare in lei, le feci vomitate dalla bocca nascoste subito e lei impaurita che non capiva cosa le stesse succedendo e lo chiedeva a tutti con un filo di voce.
Fu avvertito mio padre che doveva aspettarsi il peggio ed allora lui iniziò a dormire in sala d’attesa sera dopo sera senza che lei lo sapesse, ma lei già lo aveva intuito.
-Gino, perché dormi in Ospedale? Gli chiese.
E lui prontamente:
-Ma no Clara, cosa dici, passo da te prima di andare in ufficio.
-No Ginetto, dici bugie, sento alla sera ed alla mattina il rumore della tua cinghia quando te la allenti.
Silenzio di morte nella stanza.
Nonna mi portò in ospedale per salutare mamma ed io anche se piccola, mi dissero, slanciai verso di lei per avere il latte al seno, anche se erano almeno tre mesi che non mi allattava più.
Lei mi respinse e disse a sua suocera:
-Mamma, da sempre la chiamava così, portala via, non voglio pensare che un’altra donna abbia la mia bambina quando morirò.
Due giorni dopo si sedette sul letto ansimando:
– Cosa mi succede Ginetto? Cosa mia sta succedendo?
E morì.
Fu tragedia in famiglia, mio padre dava zuccate nel muro e quando gli chiesero il consenso per l’autopsia lui energicamente negò.
Ma di notte l’esame autoptico venne effettuato ugualmente e lui se ne accorse, quando abbracciandola come sempre e chiamandola: amore mio, si rese conto che era stata sezionata e svuotata degli organi ed il suo interno riempito di ovatta.
Fu la volta che mio padre aggredì la patologa quasi strozzandola contro il muro, ci vollero in tre per levargliela dalle mani.
Nessuno denunciò il fatto.
E così si concluse la vita di mia madre ed in un certo senso anche la mia.
Sezione A, accetto il regolamento.
Il gabbiano.
Fissava il cielo con uno sguardo altero
fra l’azzurro e l’orizzonte grigio di pensiero.
Padrone della roccia e del suo volo,
si librava nell’aria un bianco gabbiano
ma si sentiva solo, irrimediabilmente solo.
Planando maestoso su traiettorie note
con l’ali aperte rapaci e repentine
beveva in picchiata quasi tutto il cielo
sfiorando laghi, mari ed alghe marine.
Sorvolava terra, cielo ed acqua da bere
artigliandosi al mondo sempre più vorace
con grande abilità e strida di piacere
sognando solo la libertà e la sua pace.
Volava sulle pareti del golfo e sulla spiaggia,
e mille posti ed altri mille aveva per volare,
ma lui adorava solo il mormorio delle onde
e la risacca… lui amava il suo mare.
Dormo di giorno
Gli orologi hanno deposto le ore
dopo il pianto delle madri impoverite
Dopo i cieli squarciati da spavento
Dopo notti che non conoscono colore
Nessuno dirà t’amerò di più domani
Nessuno ricorderà i sogni
Gli orologi hanno deposto le ore
E le madri e i figli
e le cetre e i violini
e le stagioni e i giorni
sono respiri senza vita
Gli orologi hanno deposto le ore
Dormo di giorno davanti a una finestra sconfinata
E della fioritura dei giliegi più non rammento
Maria Antonietta Càssaro
Sezione A
Accetto il regolamento
MI CHIAMO AISHA.
Mi chiamo Aisha nel 1948 ero una bambina araba di 8 anni, li vidi arrivare, un bel regalo fattoci dagli inglesi, loro, i sionisti, arrivarono e per noi 700.000 iniziò la Nakbà. Non ebbi più una casa ma divenni pellegrina da un campo all’altro.
Ma in me viveva la speranza
Mi chiamo Aisha, sono araba, vivo a Gaza, con la morte che costantemente mi gira attorno, nel 1967 ero una giovane donna di 27 anni, già vedova, con due bambine, e loro, i sionisti, erano sempre lì, sempre più numerosi, ladri della nostra terra, della nostra acqua, delle nostre vite.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, vivo a Jabalya, con la morte che costantemente mi gira attorno, nel 1987, ero una donna adulta di 47, già vedova, nonna, madre di una figlia già vedova anche lei, volli fare qualcosa, perché la speranza era ancora viva in me. E fu Intifada, rivolta. Loro ci sparavano e noi rispondemmo disobbedendo, con lanci di pietre e barricate.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2000, ero un’anziana di 60 anni, tornata a Gaza partecipavo con tutte le donne e le bambine della mia famiglia, monca di uomini, alla seconda Intifada, nulla ci faceva più paura, cosa avevamo da perdere? Nulla! Ci restava solo da difendere la nostra identità araba.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2014, ero una vecchia di 74 anni, per 14 anni ho resistito con la mia famiglia a tutto il peggio che i sionisti ci potevano e volevano fare: ci siamo nutrite della loro violenza quotidiana. Gaza conserva solo il mare, il resto non c’è più. E noi come fantasmi ci aggiravamo in cerca ancora della nostra identità e dignità.
Ma in me viveva ancora la speranza
Mi chiamo Aisha, sono e resterò per sempre araba, nel 2024, a 84 anni sono morta, a Gaza sotto il crollo di un vecchio edificio dove ci siamo rifugiate, vecchie, adulte, giovani e bambine. Donne sole, ricche di identità e dignità.
Ma anche da morta in me vive la speranza.
Sez. A Accetto regolamento
Luana Farina Martinelli
Serena Pusceddu
Accetto il regolamento, sez. A
Blade Runner (ovvero Il conflitto armato)
E’ di fuoco e di fiamme il cielo
d’agata blu,
E’ lapislazzulo azzurro
l’orizzonte, e verde di pioggia
e rubino di sangue.
Ho visto micidiali navi da combattimento
bruciare in una vampa cremisi,
nell’urlo del vento e dell’uomo
al largo delle antiche roccaforti
e ho visto balenare agghiaccianti strumenti di morte
contro fratelli, figli, madri, indifesi.
E tutto senza uno scopo:
ogni cosa scorre come lacrime di rugiada
su smeraldine foglie e poi nella terra ocra
si spegne.
© Serena Pusceddu
Ottobre 2024
NOSTALGIA DI TE
Sul palcoscenico
dell’amore
mi sono piegata
e quasi spezzata,
ma le mie ali
mi hanno rialzata
e su punta
di piedi
ho ricominciato
a danzare e…
Danzo in silenzio
e senza voce canto
il ricordo di te
mentre sbucano foto
sbiadite e
sciupate di malinconia.
Ho disegnato
un cuore spento
e con parole mute
caccio via la nostalgia.
Brinati raggi lunari
si affacciano
su trine di pizzo
delle mie lenzuola
è notte e fa freddo
le gocce di pioggia
son nostalgiche
e battono sul mio cuore.
E tu arrivi
mi accarezzi
il sorriso
mi baci la luce
degli occhi
e stringi a te
le mie emozioni.
Oh sfera magica
del destino
che accarezzi
i miei sogni!
Non ho più freddo
ci ubriachiamo
di felicità
cibandoci d’amore
e le parole si inchinano
davanti a te
donatore di coccole
e di versi di gioia
nei tuoi baci.
Rinasce l’alba sulla pelle
ho dormito
nei tuoi sogni
e tu nei miei,
sogni cuciti
con fili di seta
e ricamati
con schegge di cielo.
Anna Fiorillo Clavelli
accetto il regolamento
sez. a
Sezione A
Accetto il regolamento
LA NATURA
Vedo la bellezza
in un timido raggio di sole di fine inverno
e in una goccia di pioggia rimasta sulla foglia bagnata
dopo un improvviso acquazzone.
Vedo la bellezza
in ogni petalo di un fiore selvatico dei campi verdi,
nelle ali colorate delle minuscole farfalle,
nei rami frondosi di un albero secolare
e nel profumo inebriante del tappeto erboso.
Vedo la bellezza
nella rugiada del primo mattino,
nel cinguettare degli uccellini nascosti tra i cespugli,
nel sussurro di un ruscello dalle acque trasparenti
e nel silenzio di un fitto bosco.
Vedo la bellezza
nel danzare delle foglie dorate al ritmo del vento
della stagione autunnale,
nelle cime innevate di una montagna lontana
come nel corso di un fiume impetuoso.
Vedo la bellezza
nel canto insistente delle cicale
nelle calde giornate estive
e in una spiaggia di ciottoli
da dove ammirare il romantico tramonto.
Vedo la bellezza
in un frutteto di campagna pieno di mele succose,
in un lago alpino color smeraldo
e in una cascata che sbatte contro le rocce.
Vedo la bellezza nella natura
purché sia incontaminata.
“O capitano…”
(W. Withman – Foglie d’erba)
Ogni mattina dispongo la casa
come un vascello – pronto ad affrontare
il giorno, coi suoi venti e mareggiate
(tra fenomeni climatici estremi,
causati dall’inquinamento antropico –
per cui è facile ci estingueremo):
viaggio lo spaziotempo della vita
in solitaria, come un comandante
disperso in questo deserto inumano –
di rado incontro altri esseri senzienti
e ognuno, certo della rotta, sbanda
né ascolta e intende il silenzio del sole.
(sez. A – accetto il regolamento)
AMARCORD
Sono passati tanti anni dall’ultima volta che ho varcato questa soglia.
Qui ho vissuto i momenti più felici della mia vita, e quelli più tristi.
Mi aggiro per queste stanze, rimetto in ordine ciò che ormai è sempre ordinato, non c’è più nessuno qui che tocchi gli oggetti, che li sposti, che li viva.
Ed è qui che mi intrattengo un poco con i ricordi, con i fantasmi delle persone che ho amato.
Lo studio.
Sull’imponente scrivania di legno scuro sono ancora posati i libri consunti dall’uso, con i sottilissimi fogli arricciati dall’umidità.
I quaderni dall’austera copertina nera e nelle pagine una civettuola righina rossa.
Il vecchio calamaio e la collezione dei pennini, un tempo brillavano d’oro e d’argento, ora opacizzati dal velo di ruggine del tempo.
Le ampolline dell’inchiostro, ordinatamente schierate, come un minuscolo esercito pronto all’attacco.
E degli occhialini, con le lenti a mezzaluna, così delicati e fragili.
Queste erano cose preziose, gli oggetti che toccavo ogni giorno.
E la sua sedia, che conserva ancora la sua impronta.
A questo tavolo sedevamo spesso insieme, confabulando fittamente per ore.
La mamma si affaccendava intorno a noi e intanto ascoltava, incuriosita e ammirata.
Nell’armadio ci sono i suoi abiti, li tocco, li accosto al viso, emanano ancora un leggero aroma di tabacco.
In un angolo un vestito, tutto bianco, di antica foggia, il vestito da sposa di mia madre.
Profuma ancora di fiori d’arancio.
Lo accarezzo pensosa.
Chiudo gli occhi, e una grossa lacrima scivola furtiva su quelle vesti.
Dalla finestra aperta, scorgo il giardino solitario e silenzioso, solo il rumore del vento che fa frusciare le fronde degli alberi.
Sembra una voce che bisbiglia qualcosa, parole segrete che solo io posso intendere.
In lontananza il mormorio, tanto amato, di acqua che scorre.
Mi concilia i pensieri, mi infonde serenità e rifugio alla spietata durezza dell’esistenza.
E nei mille fruscii e suoni trasportati dall’aria della sera incombente, percepisco uno scampanìo lontano che preannuncia un nuovo inizio, la vita che si perpetua, un atto d’amore che si ripete…e voci…che si levano alte verso il cielo in un inno alla vita.
( Nali Esse – Annalisa Spanu )
Sez. B
Accetto il regolamento
Storia di Alberto
Alberto è un bambino, un’anima fragile
la schiena diritta e la testa persa tra i sogni
il suo cuore è innocente, lo sguardo debole
gli occhi azzurri e profondi come due stagni.
Se ne sta solo, seduto sul muretto
gioca beato con la sua bambola accanto
l’ama, la pettina, non ci trova un difetto
con lei ha riso ma qualche volta ha pianto.
A scuola siede su un banco da solo
c’è chi lo schernisce dietro le spalle
non capisce e prova un senso di gelo
brividi freddi scorrono sulla sua pelle.
Alberto cresce ma non è ancora uomo
la sua vita è ambigua e piena di guai
sente come una musica e segue quel suono
ora è cresciuto ma uomo non sarà mai.
Incede ancor fiero con la sua bambola vecchia
l’accarezza, la culla, gli racconta i suoi sogni
a ogni vetrina si ferma e si specchia
si ravviva i capelli, si accomoda i seni.
La vita lo sfiora passandogli accanto
il suo mondo è la fiaba di quand’era piccino
il riassunto di un uomo ormai in affanno
una burla, uno scherzo, un tiro mancino.
Ma Alberto è invecchiato senza rimorsi
e sorride a un mondo che non ha capito
che lui la vita l’ha presa a morsi
affondando i denti dove ha voluto.
Alberto è rimasto sempre quello di ieri
il suo animo puro non è mai cambiato
come il vento che piano accarezza i fiori,
un re di cuori che non ha mai abdicato.
(Sez. A) Accetto il regolamento
Atzeni Annalisa sezione A, accetto il regolamento.
Intreccio d’Amore: Su Filindeu
Nel tempo del tempo,
nel cuore della terra, dell’isola antica,
le donne tramandano, da madre in figlia,
antichi legami, fili preziosi, intrecci di lignaggio.
Tra passato e futuro si tesse l’asfodelo,
radici e promesse, mani sapienti, mani di cure,
un sapere che mai si perde.
Tre strati leggeri, la Trinità preziosa,
terra, sole e luna uniti in speranza,
fili benedetti al sole asciugano,
per nutrire corpo e anima,
ogni pellegrino, ogni malato.
In quel fondo di fili e memoria,
le mani danzano, custodi d’amore,
ogni nodo racconta una storia infinita,
un legame di terra, vita e cielo.
Su filindeu, sostegno prezioso,
nutrimento per ogni viandante,
che mai deve cedere, mai rinunciare,
al cammino d’amore che Sardegna offre.
Sardegna di cuore, Sardegna nel cuore, intreccio d’amore.
Atzeni Annalisa sezione B, accetto il regolamento.
La vita è vento
Mi sveglio di soprassalto, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli è così forte da interrompere il mio riposo pomeridiano. Guardo l’orizzonte, il cielo è irato, crucuiu, arrabbiato come me. Le goccioline d’acqua nebulizzate mi bagnano il viso, confondono le mie lacrime, oggi salatissime. Le asciugo con il telo di spugna, faccio un grande sospiro. Tutto passa… anche questo passerà. Ancora due giorni di mare, poi andrò in ospedale. Sono stanco, preoccupato. Ho paura che il mio cuore, già malato, non reggerà un’altra operazione.
Mi cullo e mi conforto con il mare. Ascolto le onde, sento le loro voci profonde trasportate dal vento. Oggi è scirocco, bentu e soi, fastidioso, mi ruba i pensieri cupi e mi riporta alla realtà. L’acqua avanza, mi costringe a spostare tutto velocemente: asciugamano, borsa. Poi mi sdraio di nuovo, cercando rifugio nel vento.
Tu, che sei brezza leggera, mi fai navigare nel mare al sicuro. Al calar del sole mi riporti a casa, rinfrescata dal tuo soffio, che accarezza le tende degli anni ’70, facendole svolazzare leggere. Ami il mio porto sicuro quanto me, ti ci infili, arieggiando ogni angolo con il tuo respiro.
Ma è il vento di tramontana che amo di più, quello che mi trasporta nel mondo dei sogni. Mi addormento pensando alla gioventù, quando il tuo soffiare era libertà pura. Il tuo vento mi faceva sentire forte e audace, mi faceva sentire vivo.
Oggi, invece, ti affido i miei pensieri, caro vento, e mi aiuti a sognare la serenità. Sarà l’età che avanza, ma sento di affidarmi a te sempre di più. Mi aspetto di vederti arrivare, e ogni tanto lo fai, come libeccio, bentu e mari, scuotendomi violentemente. Mi sbatti sulle rocce, ma come acqua non mi arrendo. Alla tua calma, ritorno sereno, con la speranza nel cuore.
La vita è così, tempesta e sereno si alternano, e senza vento non si vive, non si naviga. Ogni volta mi scompigli e poi mi riordini a tuo piacimento. Aspetto sempre il maestrale, come lo si aspetta nelle calde serate estive per respirare a pieni polmoni l’aria fresca della mia terra.
Io sono come te, vento, un’isola abbracciata da te. Non mi fermo davanti alle battaglie della vita. Ti chiedo solo di abbracciarmi forte e di portarmi lontano quando ne ho bisogno.
Mi addormento pensando a te, vento mui mui, che hai fatto cadere le mie vecchie foglie. Oggi, con i nuovi germogli, non mi spezzo nelle tempeste. Brillo sotto il sole e luccico nelle notti stellate. La vita è vento.
Nostalgia
Apro la porta
con un nodo
alla gola,
mi guardo intorno
c’è solo il silenzio.
Vecchi giornali
Ingialliti dal tempo,
un velo di polvere
ricopre gli occhiali.
La nostalgia assale
il mio cuore
Non c’è più nessuno
ad aspettarmi…
Cosa è rimasto
della mia casa?
Tanti ricordi
di mamma e papà.
Chiudo la porta
senza voltami,
sognando il passato
che mai tornerà…
@Teresa Argiolas
Sezione A accetto il regolamento
Se cancelli l’ultimo verso, la poesia è molto bella!
Dentro
Non entra la notte
dalla porta del cuore.
Il buio,
come un nero sipario
pesante,
rimane avvolto su sé stesso.
C’è il sole
ci sei Tu,
gioia straripante,
cascata di luce.
Brillano i miei occhi
assetati del Tuo amore
chiusi sul mondo.
In mezzo alla fronte
e vibrante nel cuore
l’amore si irradia.
Ascolta il suono
primo
creatore
onnipresente.
Prega.
Ama.
Vellise Pilotti sez a. Accetto il regolamento
“Al di là delle favole”
Candidi fiocchi su una città straniera, uno si posa sul suo viso:
non si è accorto del colore della sua pelle;
Ai suoi occhi un paesaggio da favola,
una di quelle favole che nessuno gli ha mai letto:
perché figlia di quella povertà secolare,
dove l’innocenza vale appena un piatto di riso!
Candida è la neve, … candido è il suo cuore.
Una stanza fredda l’accoglie: intrisa della libidine di troppi corpi viziosi!
Un caffè forte poi …, viso vinto! Sui vetri della finestra,
mentre la neve … continua a cadere;
Un altro giorno sta muovendo i suoi passi: un altro giorno … al di là delle favole.
sezione A Accetto il regolamento
sezione A accetto il regolamento Ronchi Donatella
LEGGENDO ALTRUI POESIE
Ingoio cibi senza senso,
mentre mi riempio la testa
di poesie dell’assurdo.
Ognuna è visione fantastica,
senza nesso apparente,
ma nei miei occhi
si proiettano immagini a ripetizione,
come fossero filmati musicali.
Attraverso i confini dell’ignoto,
trasportata da parole messe a caso
(o forse no).
viaggio a cavallo
di un Griffone dalle ali di pizzo,
ma, come Icaro,
sono troppo vicina al Sole
e brucio i miei sogni
come cera profumata.
sfoglio le pagine, una ad una,
e mi perdo in ciò che non capisco.
Autunno in città
Il cielo è una coperta di lana
grezza e pesante distesa
su un vasto cortile umido
che non sa come scaldare il gregge
che pullula tra il cemento
il vetro e l’acciaio delle sue pareti.
Così è la città guardata
dal più alto palazzo che la sovrasta
coi mille occhi di un pastore senza speranza.
Pecore e montoni che intrecciano
le pelli ma ognuno fugge
inseguito dagli impegni
e le mani non s’incontrano, si chiudono
a pugno in un silenzioso riserbo.
Nessun profeta consolerà il loro affanno.
Le sue mistiche parole sono
per coloro che vissero in altre epoche.
Chi gli passa accanto lo riconosce
solo da morto e lo dimentica.
Il cortile è affollato di gente
che non sa di vagare
dove la solitudine è non sapere
e vede nei riflessi illuminati delle vetrine
gli specchi dei propri sogni.
——-
Accetto il regolamento sez A
Marcello Comitini
Mi piacerebbe
Oggi oramai abbiamo una certa età
e siamo mamme e papà …
e in più fortunatamente siamo già anche nonni
ma a me piacerebbe tornare indietro un po’ di anni
per poter accarezzare ancora una volta le mani
del mio papà e della mia mami !
Mi piacerebbe poter
riabbracciarli ambedue ancora una volta …
come si faceva da bambini,
quando eravamo tutti giovani e belli …
Mi piacerebbe poter
salirci in braccio come allora …
sedersi sulle loro ginocchia
come quando eravamo vicini al camino
a riscaldarci tutti assieme … d’inverno …
quando nevica di fuori
e rimanere li per una qualche ora …
Tempi e ricordi passati da un pezzo oramai
ma che nella memoria sono sempre vivi !
Accetto il regolamento, sez. A
COMPONIMENTO
Il bip elettronico
supera il belato, mentre il jpeg
immortala la pecora stordita.
Così gli sms pietosi tacciono alla rete
l’inconsistente amore, tradito
dalla tua sciupata faccina smiley.
Non fotografata, in altra posa,
la pecora bruca,
indifferente, insensibile
ai nostri crucci d’amore telefonici.
*Accetto il regolamento del contest, sez. a
Foliage
Foglie che cadono
dagli alberi stanchi
di quella estate afosa
che si spogliano bisognosi
di un nuovo vestito
foglie che abbondano
in quelle strade
sembrano fiumi in piena
di un colore rosso arancio
mi piace immaginare che
siano come stelle cadenti
in quelle notti d’agosto
e che possano realizzare
quei sogni mai confidati.
Accetto il regolamento – sezione poesia
Alessio Asuni
COME LA PALLA NEL CANALE
Seduto sul bordo del ponte
seguiva un’ansa del canale,
con lo sguardo del vegliardo,
finchè vide una palla a galla
perdutosi fuori dal campetto
in cui giocavano tre ragazzi,
lo vide sfuggire ai suoi occhi
come lenta fuggiva la sua vita,
ed il suo cervello corse veloce
ripensando al suo passato,
poi si immaginò il suo futuro,
si sentì perduto, come la palla,
come lei s’avviava all’ignoto
chiedendosi cosa ci fosse
una volta oltrepassata l’ansa,
tutto gli sembrò così naturale
che non ne ebbe più paura.
accetto il regolamento sez. a
L’UMARELL
Troppo arzillo è nonno Adelmo
canta, balla non sta fermo
mai diserta la balera
nonno Adelmo quando è sera.
Ieri il ballo l’ha tradito,
fece un passo troppo ardito
oggi è fermo già da un’ora
con le braccia sul sedere
criticando chi lavora
e chi sgobba nel cantiere.
Bello, dritto e col cappello
trasformato è in omarello!
(Al stà in pì col su capèl che a mè am pèr un umarell)
Accetto il regolamento – Sezione a
Ho visto i tuoi capelli azzuffarsi
Per spuntate da un basco nero,
Inclinato in cima a un manichino;
Ed erano i tuoi occhi a guardarmi,
Senza parlare, dall’uovo di plastica chiara.
Mentre il tuo corpo pelleossa a me ignoto
Sotto il cappotto,
Rosso, appena svasato,
Si nascondeva
accetto il regolamento, sez. a
Per spuntare (forse?)
Attento alla punteggiatura, quando vai a capo il verso inizia con una minuscola, a meno che non sia preceduto da un punto.
Spuntare, certo (grazie)
Per il resto, come me l’hai restituita non rispetta la divisione in versi e strofe con cui l’ho inviata.
Buon pomeriggio!
Ho sempre creduto che la prima parola di ogni verso andasse scritta con la maiuscola.
No, in realtà due sono le opzioni che si usano maggiormente: maiuscola ad ogni inizio di verso, e maiuscola dopo punto oppure per enfasi e personificazione. Io preferisco la seconda opzione.
Fabiola Murri – accetto il regolamento – sezione poesia
Meteora
E’ una meteora
il mio transitare in questo giardino
di mani fiorite,
steli inclinati al vento padrone.
Lo vedo quel piccolo insetto verde oro
anch’esso implora un attimo in piu’
ma non conosce parola utile
che il batter d’ali,
si lancia,
afferra un raggio di sole,
s’infinita!
Bello quel “S’infinita”!
L’AUSTRALIA E LE LUMACHE
Le lumache in Australia ci sono dappertutto, anche nei nostri giardini e si mangiano non solo le verdure, ma tutti i fiori più belli, però nei supercati e negozi di piante, vendono un mare di veleni di tutti i tipi e di tante marche diverse, e li avveleniamo come i topi, se vogliamo mangiare le verdure e profumare i nostri fiori.
Costoro, con la loro pigrizia, sono sempre allerta mangiando anche le piantine appena nate, sono una vera tragedia per tutte le piante, pensare di mangiare le lumache è completamente fuoriluogo, impensabile per noi australiani. Ormai abbiamo dimenticato queste abitudini italiane, solo a guardarle ci fanno venire il voltastomaco.
Se piove, loro fanno il loro ingresso in grande stile pure nei vasi in veranda distruggendo tutto, lasciano soltanto la scia della loro bava, per far capire a tutti che sono stati loro, come sempre, a rosicchiare le piante più belle e lasciare soltanto qualche stelo rinsecchito.
Dire agli australiani che le lumache sono piatti prelibati in Italia, in Francia ecc, significa farci prendere per matti.
In questo periodo di bella primavera, loro sono felici, mangiucchiano ogni pianta verde che incontrano per la loro via, le loro vie sono tante, vanno piano ma raggiungono la loro meta sempre, che disastro che sono per i nostri giardini che qui ce n’è sono infiniti in ogni casa e in ogni via. Se volete, potete venire qui in Australia a raccoglierle senza problemi e fare pranzi prelibati, ma non invitate noi.
accetto il regolamento, sez. b
Robinson
Vivo al limite del mondo,
su questa roccia
che sovrasta il mare,
su questi scogli
pieni di sporgenze,
invasi da granchi astuti
e morbidi licheni.
Osservo il cielo
con occhi di speranza,
senza binocolo per veder lontano,
sperando in una nave di passaggio
che mi porti via da questo assurdo luogo di silenzio.
Vorrei parlar con tutti,
coi passanti sconosciuti e senza tempo,
baciare bocche di donne affascinanti,
fare l’amore giorno e notte
e perdermi per sempre nei tuoi occhi,
lontani cristallini e compiacenti.
Ma la mia vita è ancora qui,
da solo a rovistare nel mio scrigno
cercando di non perdere il mio senno,
fingendo ancora di esser vivo.
Sezione A Accetto il regolamneto
Sez. A accetto il regolamento
Poesia
UNA MADRE
Cos’è una madre
se non una
sublime creatura,
che tramite il voler dalla natura,
elargisce il miracolo della vita?
Divino e misterioso portale.
Acconsente il trapasso
da un posto ignoto
al mondo reale.
Contenitrice sacra
di un seme donato.
Abbraccia l’universo e
si rispecchia col creato.
Creatrice e fondamento.
È fonte di alimento
di un feto in accrescimento,
mediante l’atto del concepimento.
Sebbene la sua opera impone dolori,
paure e patimenti.
L’atto del parto offre meravigliosi sentimenti.
L’amore per una nuova creatura;
La speranza di una vita duratura;
La gioia per questa travolgente avventura.
Ella è nido e porto sicuro.
In ogni luogo oscuro
accompagna i suoi nati
conducendoli per mano.
Donando protezione e
vigililando da lontano.
Come fa una scogliera
ella proteggerà la rena.
Dove la spiaggia è
il suo figlio prediletto,
ella la difenderà
con amore e rispetto.
Resistente e curatrice.
E come una scogliera,
anche una madre
rischierà l’erosione.
Ma finchè sarà in vita,
resisterà.
E non importa con quanta forza
le onde si infrangeranno
sulla sua materia.
Ella si fortificherà
tramutandosi in barriera.
Quella sabbia è la sua vita
e una madre si impegnerà
a curarne ogni ferita.
Eclettica creatura.
Muta e si trasforma.
Può essere cuoca, sarta ed infermiera.
Psicologa, amica, insegnate e combattiera.
Maestra, filosofa e pasticcera.
Una madre riserva alle sue creature
calorose braccia sicure.
Occhi vigili e luminosi.
Parole dolci e rigorose.
Profuma di infanzia e felicità.
Di anni passati e maturità.
Di polpette e baccalà.
E quando una madre vola via,
in quel preciso istante che
ti schiaccia la nostargia.
Ti accartoccia e ti spreme
come con la lamiera,
un lattoniere.
Dà la vita al proprio figlio
e se costretta
la perderebbe,
senza batter ciglio.
Ma quando un figlio perde una madre,
il corpo e la mente si riempion di piaghe.
Lui vive, ma ahimè,
perde parte fondamentale di sè.
Quella che, nel bene o nel male,
lo ha reso ciò che è.
Quella parte di amore
potrebbe essere immortale.
Se il cuore di un figlio
riuscirebbe a custodire
e conservare.
E palpitando di malinconici momenti,
esso danzerebbe
su un ritmico cardiaco
di ricordi commoventi.
Una Madre è
traccia costante che
nel cuore di un figlio
batte incessante.
GESSICA SANZONE
Accetto il regolamento, sez. a
Mamy
“Questa è Mamy: d’ora in poi sarà lei la tua padron”.
La sagoma scura si
allontanava nel buio. Gli occh di Hada salivano piano
sull’imponente figura
arancione, ancora su fino alla
faccia aperta da un sorriso di
scherno, poi cadevano a terra.
“Una timida verginella!”.
La risata tuonava tra muri
scrostati e macchiati di verde.
Hada si sentiva a disagio e si sforzava di trattenere le gambe che vibravano.
La puzza di muffa mista a quella di piscio le faceva venire la nausea.
Stai calma si diceva Mamy ha la tua stessa pelle e parla la tua lingua. Ti proteggerà.
“Voglio… andar via” aveva sussurrato.
Gli occhi di Mamy si erano avvicinati: enormi sfere bianche in una macchia scura.
Lei aveva fatto un passo indietro.
“Qui comando io, mettitelo bene in testa! E ora apri le orecchie: prima di tutto …dammi i documenti.”
I documenti? Avrà timore che io li perda, pensava Hada. Ora glielo dico che non li perderò.
Quel corpo era una nuvola nera e le faceva paura.
No. Meglio ubbidire.
Le forbici nella mano di Mamy la rendevano ansiosa.
“Cosa… mi fai?”
La risata grassa.
“Avvicinati, fifona.”
Ciocche di capelli e pezzi di unghie cadevano; Mamy li raccoglieva con cura dentro un sacchetto e li faceva sparire nella borsa.
“D’ora in poi, se sbaglierai, saranno gli spiriti a decidere la tua sorte”
Rideva e tossiva, la voce a singhiozzo.
“Ricordati: non sei più Hada. Ora, sei Nimia. Ni mi a. Capito?”.
Mamy era intenta a premere tasti sulla calcolatrice e a scrivere sulla pagina di un quaderno; gocce di sudore le bagnavano la fronte.
“Ogni mese verrò a farvi visita e…”
Visita a chi? Hada non capiva.
“… E tu dovrai darmi soldi per…diciamo tre anni. Guarda!”
L’indice della sua mano sulla colonna di numeri.
Gli occhi di Hada erano fanali.
“Tutti quei soldi per…”
“Sei venuta in Europa? E pure in aereo! Credevi che ti pagassi il viaggio per la tua bella faccia? Stupida ragazza.”
Io, adesso, ero Nimia.
Avevamo percorso vicoli stretti e bui, puzzolenti di immondizia traboccante dai bidoni, abitati da gatti come spiriti in fuga. Poi eravamo entrate in un portone. Su per scale strette rovinate dal tempo. Mamy aveva suonato un campanello. Una ragazza era apparsa sulla porta. Indossava una vestaglia azzurra.
“Lei è Rose, la più anziana, ti dirà cosa fare”.
Mamy aveva messo la borsa a tracolla e scendeva i gradini guardandosi i piedi.
La fissavo. In quell’istante, di colpo, mi resi conto che abbandonavo Hada, la lasciavo andar via da sola, dentro quella borsa.
E perdevo anche la sua anima.
Sez B accetto il regolamento
LA BACHECA A ROZZANO
Nei giorni scorsi sono stato a Rozzano
quale accompagnatore alla Humanitas
naturalmente condividendo l’ansia
di chi doveva essere sottoposto a visita.
Nell’attesa come succede spesso
mi son messo a guardare le bacheche
con le disposizioni ed i tanti avvisi
ma anche quella dei ringraziamenti.
Pensavo fosse solo un rituale
un ringraziamento per le cure avute
invece testi profondi pieni di dolore
ma anche di grande fiducia nel futuro.
Ho letto e riletto i numerosi post
tutti con una grande speranza
nelle cure a loro somministrate
ma anche dalla qualità della struttura.
Come fare a non condividere
la speranza di questa gente
che non vuole assolutamente darla vinta
al mostro che desidera la loro vita.
A tutti mando il mio modesto augurio
che la medicina possa fare la parte
che i malati possano trovare giovamento
e che il mostro possa essere abbattuto.
Giuseppe D’Acchioli, accetto il regolamento, sez. a
Poesia d’ amore
Mi accoccolo nel tuo cuore
in un sogno di eterna primavera
per riempire i lunghi silenzi
sognare cose mai viste
dove il tempo non esiste
e si spande intenso
il profumo del bianco mirto
Lasciami nel mio angolo di cielo
nulla qui mi manca
in questa sorgente di vita
con grappoli d’ amore
colmero’ ceste di dolore
Le mie mani son piene di fiori
mi accoccolo nel tuo cuore
tenerezza immensa
grembo di ogni cosa
Qui incomincia e muore la vita
in pulsazioni d’ amore
ritmi lenti di note leggere
palpiti nascosti nell’ immenso
dove vola il mio canto
Sez.A
Accetto quanto previsto dal Regolamento
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Ponte tibetano
Tra i monti di ghiaccio
scorsi un ponte tibetano,
passo dopo passo
più insicuro,
più sdrucciolevole,
mortale:
come un pazzo amore.
Sotto i piedi ritrosi
dense nubi inghiottivano
il legno marcio
che gemeva la sua fine
nell’abisso silente.
Mi voltai
livido di terrore
non volli arretrare.
E saltai avanti … Verso te.
sez. a accetto il regolamento
Siamo soli
nel vasto cielo oscuro
dove l’eco si disperde.
Testimoni silenziosi
di una notte di sogni.
Un antico mistero
e un debole pensiero.
Tra il tutto e il niente
d”una inevitabile ferita.
Sospesi
Raffaele Di Palma
Accetto il regolamento, sez. a
IL DIVANO A RIGHE
Sono stati i parenti a trovarla.
Adesso è il divano a righe
a trattenere il corpo.
Da ben sei giorni il tempo
l’ha espulsa dalla sua corsa.
Se fosse uscita sarebbe accaduto al parco.
Sulla panchina a destra della magnolia.
Vicino a lei la busta di latte scremato
comprata al bar dell’Ortensia.
Sarebbe forse potuto accadere, sul prato:
Poco più in là dalla mano sinistra
un rivolo di latte si convoglia
in una piccola pozza candida.
Quelli dal passo veloce
non se ne sono accorti.
Emilia invece avrebbe sicuramente
chiamato un’ambulanza.
Il telefono muto- giustifica la figlia.
Nemmeno l’Ortensia, con la testa infilata
fra tazze, tazzine cappuccini e caffè
non ne ha notato l’assenza.
Sono stati i parenti a trovarla.
Adesso è il divano a righe
a trattenere il corpo.
Da ben sei giorni il tempo
l’ha espulsa dalla sua corsa.
Il macellaio è convinto
che avrebbe potuto salvarsi.
La parrucchiera denuncia la solitudine.
Il postino dà colpa all’indifferenza.
La figlia con loro, è invece assai clemente.
Lei ha le idee chiare, conosce il colpevole.
Telefona alle pompe funebri
e fra una lacrima e l’altra
accusa il destino.
Serenella Menichetti
accetto il regolamento, sez. a
Visto che poi hai scritto un racconto, questa è una poesia, giusto? Molto particolare, complimenti!
QUELLE DUE
Patate, farina, uova e grana, questo aveva comprato nonna Perla al mercato del giovedì.
Dopo aver appoggiato la borsa beige sul divano, essersi tolta le scarpe di vernice, calzato le sue comode ciabatte, appeso l’abito di schantung azzurro alla stampella e indossato la vestaglia a piccoli fiori turchesi, nonna Perla mise a bollire le patate.
Prese il telecomando e spinse il tasto dell’accensione del televisore, quindi si sedette sul suo piccolo divano a quadri con l’intenzione di guardare “il suo programma preferito”, verrebbe da scrivere.
Ma cari signori, non è proprio così!!! Perché, nonna Perla, si sedette sul divano, ad attendere la cottura delle patate per preparare gli gnocchi, mentre sul piccolo schermo scorrevano immagini che lei non guardava e arrivavano notizie che lei non ascoltava.
Spesso il nipote Lorenzo le chiedeva: – Perché accenderla, dal momento che né guardi, né ascolti i programmi, nonna?
Dovete però sapere che, in effetti, ascoltava.
Oh, no, non il contenuto, ascoltava il suono delle voci. Infatti mentre la sua testa, fuggiva dalla parte opposta del senso dei discorsi, le sue orecchie percepivano con piacere il brusio.
Lorenzo, è il brusio delle voci che voglio ascoltare, a me basta questo, senza non so stare. Questa era la risposta che lei regolarmente dava e che il nipote stentava a comprendere.
L’importante è che sia soddisfatta tu, nonna! – Rispondeva il giovanotto a sua volta.
Pure quel giorno il “brusio” l’accompagnava all’interno della sua giornata e all’interno dei suoi pensieri, una gran parte dei quali era formata da ricordi.
Ricordi che affioravano alla sua mente, spesso, evocati da una parola, da un gesto, o da un odore.
Insomma, per nonna Perla, ogni occasione era valida per ricordare.
D’altronde, cosa avrebbe fatto, se non avesse avuto i ricordi?
Si mise a sbucciare le patate, ancora calde, le inserì nel passatutto.
La sua mano destra cominciò a muovere il manico dell’utensile con grande maestria, in senso rotatorio: Non si potevano contare, le volte che nonna Perla aveva ripetuto quel gesto.
Ogni giovedì della sua vita, aveva speso un po’ del suo tempo a macinare patate per fare gli gnocchi.
La polpa bianca e calda dei tuberi scendeva lentamente dai buchi alla pirofila, in numerosi vermetti molli, che adagiandosi sul fondo di vetro si univano, e, via via che cadevano, assumevano forme sempre diverse.
Agli occhi della piccola Rita apparivano nella veste di forme di animaletti.
Assistere al rito del giovedì, per la bambina era un gioco veramente divertente. La sua fantasia spaziava, riconoscendo in ogni variazione della quantità della materia, animali di genere diverso, di cui prontamente pronunciava il nome comune, abbinandolo ad un nome proprio, subito prima che la magia, mettesse in atto una nuova trasformazione.
Grande era la sua soddisfazione nel pronunciare: – Adesso è il cagnolino Emilio! – Ecco che si è trasformato nel rinoceronte Maurizio! – oppure, questa è proprio la tartaruga Emma! –
Nonna Perla, pensava, ricordava e girava con la mano destra, mentre la polpa bianca e calda scendeva nella pirofila. Immaginava sua figlia Rita, bambina, dall’altra parte del tavolo, con le sue trecce rosse, le sue lentiggini e la sua vocetta squillante.
La scampanellata insistente le fece presumere l’arrivo del nipote, prima che lei aprisse la porta ed aprì uno spiraglio sulla realtà.
Nel vano apparve invece l’immagine della piccola Rita.
La bambina è assetata! – riferì poco dopo, la voce della donna, la cui immagine era comparsa, in secondo piano.
Perla dopo averle fatte entrare, si recò a prendere una bottiglia d’acqua nella dispensa e un bicchiere. Lo porse alla piccola che attendeva vicino al tavolo.
Il tempo di bere e già quelle due erano uscite senza salutare.
Nonna Perla pensava, dispiaciuta, che avrebbe scambiato volentieri due chiacchiere con loro.
Quella bambina era così somigliante alla sua Rita.
Avrebbe potuto consigliare la signora, ricordandole che la pelle chiara delle bambine con i capelli rossi essendo molto delicata abbia ha bisogno di attenzione e cura.
Questo pensava nonna Perla, mentre impastava le patate con le uova e un pizzico di sale. – Avrei potuto dare alla bambina una caramella e alla signora la ricetta dell’acqua di crusca. –
Pensava, nonna Perla, senza tregua, anche mentre le sue mani facevano rotolare i pezzi di pasta di patate, sul marmo infarinato del tavolo:
Che la ricetta fosse a portata di mano, nella scatola azzurra del cassetto di mogano del mobiletto del bagno: un pezzo di carta ripiegato e ingiallito, chissà se la scritta era ancora visibile.
Se solo quelle due fossero state disposte ad unire un po’ del loro tempo, al mio, per guardare quel foglio, – certamente avrei trascritto la ricetta, su una carta nuova – si disse.
Pensava, nonna Perla, mentre tagliava i bastoncelli di patate passandoci la punta del dito medio, per imprimervi una fossetta.
E quella la fossetta, come in una reazione a catena: faceva scappare dalla scatola dei ricordi, l’immagine del mento del suo Giuliano.
E il colore e la morbidezza degli gnocchi, così simile alla pelle morbida del suo bambino, contribuivano a farle apparire il ricordo ancora più nitido.
Pensava, nonna Perla, intanto che il brusio della televisione l’accompagnava nel cammino di un percorso a ritroso, in cui si trovava immersa fino al collo, come in un torrente impetuoso, anche nel momento in cui il telefono squillò.
– Il tempo di risalire e vengo! – Disse all’apparecchio che continuava a chiamarla.
Quando riuscì a prendere in mano la cornetta grigia, udì dall’altra parte, la voce del nipote che la informava che non sarebbe venuto a pranzo dovendo rimanere a lezione.
Questo è il secondo giovedì consecutivo, che Lorenzo diserta il gustoso piatto di gnocchi – si disse un po’ delusa Perla.
Nonna Perla pensava ancora, mentre spegneva l’interruttore del gas dove l’acqua stava bollendo. Se quelle due fossero rimaste un po’ di più, avrei trovato il coraggio di invitarle a mangiare un piatto di gnocchi.
Pensava pure questo, mentre il brusio della televisione, occupava tutto lo spazio della stanza, vuota di suoni, rimanendo impigliato alle pareti.
Attaccandosi alla superficie dei vetri e scivolando giù, per poi risalire, ed anche mentre saltava sul divano, rimbombando.
Pensava la nonna, mentre quel brusio, cantilenava la sua filastrocca, soffiando dolcemente sul silenzio della solitudine, fino a spegnerlo.
Quel brusio l’aiutava a ricordare il suono prodotto dalle voci reali dei suoi cari, che un tempo aleggiava nella casa.
La nonna attraverso di lui, aveva scoperto che riuscendo ad appannare un pochino il pensiero logico, poteva immaginare Giuliano e Rita, all’interno della propria camera, intenti a ripetere a voce alta, rispettivamente la lezione di greco e quella di biologia.
Perla si ricordava di sorridere, mentre si tappava le orecchie con le mani, allorché Lorenzo, cercava di riportarla alla realtà, dicendole:
– Nonna ma non ti accorgi che il “tuo brusio” è paragonabile ad un surrogato! Un brodo di dado ecco cos’è!
La nonna, decise di conservare gli gnocchi. Li avrebbe serviti a Lorenzo se fosse venuto a pranzo, l’indomani.
Oggi il suo menù sarebbe stato costituito, da uno dei soliti suoi frugali pasti: formaggio e frutta.
Quando sentì suonare alla porta, nella sua testa guizzò il pensiero e la speranza che potessero essere “quelle due.”
Forse la bambina aveva bisogno di qualcos’altro?
Ma si sbagliava, era Teresa, la vicina, che dopo essersi accomodata sul divano accanto a Perla, le chiese se avesse visto una donna con una bambina, poi concitatamente, riferì che le due si erano presentate da lei chiedendo da bere per la bambina.
E poco dopo la loro uscita, di essersi resa conto, di aver subito il furto del suo portagioie.
Perla, incredula, senza proferir parola, fece cenno di no con la testa.
Teresa, dopo aver palesato il suo grande disappunto, uscì indirizzando pesanti improperi alle due ladruncole.
Perla rimase sul divano. Lo sguardo, scese sul cuscino alla sua destra, dove avevo riposto la sua borsa beige.
Non aveva il coraggio di infilare la mano al suo interno, per verificare se contenesse ancora il suo portafoglio. Anche se, in cuor suo, sapeva che non lo avrebbe trovato.
E a questo punto della storia, forse il personaggio ingannato, su consiglio dell’autore avrebbe detto
“FIDARSI È BENE MA NON FIDARSI È MEGLIO” e indignato, avrebbe sicuramente sviluppato, un forte sentimento di odio verso quelle due, come era accaduto a Teresa.
Per Perla, non fu così. Anzi, ogni volta che udiva lo squillo del campanello della porta, dentro di lei si accendeva una fiammella di speranza da cui scaturiva il desiderio di trovare, sul vano della porta una volta o l’altra ancora quelle due.
accetto il regolamento, sez. b
Secondo me va rivista la punteggiatura
3 febbraio 1943
Traduzione dal russo di Anna Maria Carpi
Dalle rovine sale un fil di fumo.
Ah stia qui, compagno generale,
e se fossero fritz?
Ma l’ufficiale
zitto s’accosta al muro di cemento.
S’affaccia e cosa vede?
Nella fossa una lotta furibonda.
Tre fritz stanno giocando a preference
fumando con ardore.
Mani in alto!
Leva gli occhi il tedesco e a denti stretti
Un momento – mormora
e fa il suo asso in pezzi
e sparge l’asso
sulla neve fonda di Stalingrado.
Fritz – era il soprannome dei soldati tedeschi in Russia
accetto il regolamento sez. a
MARI VICINI, MARI LONTANI
Mi guardo intorno: è estate e la spiaggia è affollata da persone sole che, nascoste dietro a visiere a specchio, gesticolano connesse a chissà chi.
Io, invece, prendo in mano l’e-folio e rileggo ciò che ho scritto, ricordo di quella notte dello scorso inverno con te, esattamente qui.
Stavamo osservando il mare sferzato dal vento, quando ti sbottonasti il giaccone beige e lo lasciasti cadere sulla sabbia gelata.
“Che fai?”, domandai perplesso.
Mi fissasti stupita.
“Non si vede?” – chiedesti di rimando, mentre anche i pantaloni di fustagno blu e il maglione azzurro andavano a far compagnia al giaccone – “Mi svesto”
“Questo l’ho capito” – ti concessi – “Ma perché?”
“Secondo te perché qualcuno si sveste in spiaggia?”, rispondesti, e c’era sarcasmo nella tua voce.
Realizzai.
“Il bagno!? – esclamai – “Vuoi fare il bagno? Ma è il 21 dicembre e”
Mi bloccai in mezzo alla frase.
Come se quello fosse un problema per una come te, BEATA, “Biomacchina edu-programmata alla totale amicizia”, regalo della Biotech di Piombino ai dipendenti per le Feste di Buon Inverno.
“Come è strana e difficile, l’amicizia” – sussurrasti all’improvviso, mentre ti accostavi e la tua voce si faceva più profonda, gli zigomi diventavano meno affilati, i glutei si alzavano e rassodavano, labbra e seno si inturgidivano – “Mentre è così semplice, amarsi. Che ne dici?”
Chiusi la bocca, deglutii.
“Dico che non è il caso – risposi – “Va pure a fare il bagno, ti aspetto qui”
“Meglio di no” – replicasti – “I nanoattivatori del metabolismo che stai testando stanno esaurendosi. Tra poco saranno a zero; meglio che ti copra di più”
Pochi minuti dopo – stavo aprendo il borsone termico con la giacca a vento che avevo lasciato in uno spiazzo della lecceta dietro la spiaggia – la tua voce mi arrivò nell’auricolare.
“Hai fatto?”, diceva.
Risposi di no.
“Allora vieni e tuffati, che ho un regalo per te” – mi confidasti – “Però non starmi troppo vicino”
“Tuffarmi?” – risposi ridendo mentre mi incamminavo – “Ehi, guarda che mica posso resistere come te fino a meno 128 gradi. E perché dovrei starti lontano? “Perché… ehi! Ma sempre a quello, pensi?,esclamasti, “Perché sto diventando rovente, bamba! Altrimenti come faccio a scaldarti l’acqua?”
Vidi il mare in quel momento.
C’era come una nebbia luminosa, sull’acqua, vicino a riva. E in mezzo, tu.
Capii; mi denudai, corsi verso il mare e mi tuffai.
Il tramonto che infiammata il cielo si era mutato da tempo in una stellata glaciale quando: “Posso chiederti di venire più vicino?”, ti sentii dire, mentre il vento si chetava, ma non il mio desiderio di essere, anche, lassù
Mi avvicinai. Confesso che diedi anche una sbirciatina sotto il pelo dell’acqua, ma c’era ben poco da vedere, se non un fuso pulsante di luce giallo-arancio.
“Fermati”
Bastò quella parola a bloccarmi, vergognoso come un bambino beccato a rubare la marmellata.
Poi riprendesti a parlare.
“Per favore. Ieri l’Extramoenia, la nave stellare, è uscita dal non-spazio e ora una-di-noi sta trasmettendo dal mare orientale di Proxima B. Lassù la temperatura dell’acqua e dell’aria sono identiche a quelle di dove stai e anche la consistenza del fondale è uguale; anche i vapori che fluttuano sopra l’acqua sono molto simili…”
Alzasti il viso verso di me, arrossendo.
“Oggi è il tuo compleanno, ricordi? ” – concludesti con gli occhi che ti brillavano – “Ecco, il mio regalo è questo: ho fatto in modo che, in un certo senso, su quel mondo ci fossi anche tu”
Mentre finisco di leggere, do un’occhiata alle persone vicine e mi chiedo come abbiamo potuto credere di riuscire a convivere con macchine che avevano imparato a coniugare le tre leggi con la capacità di amicizia, quando noi stessi abbiamo scordato cosa essa sia.
Poi guardo l’ora e ti mando il racconto, mio regalo di pover’uomo innamorato alla sua amata che tra pochi secondi, nel Centro di Riconversione Provinciale di Livorno sarà messa in stasi (dicono, ma forse è solo una leggenda, che le creature come te conservino nella memoria le ultime cose percepite) e solo a quel punto appoggio l’ e-folio sulla sabbia, entro nell’acqua tiepida e con il cuore già morto cammino verso il largo.
Sezione b, accetto il regolamento.
La parte da: “stavamo osservando…” a: “… ci fossi anche tu” dovrebbe essere in corsivo.
Come foglie d’autunno …
Viviamo come zombi
Senza Amore
Siamo come farfalle
che volano di fiore in fiore
in cerca di un po’ di calore umano
Siamo come della cenere fredda
in cerca di una scintilla di fuoco d’Amore
che ci riscaldi il nostro animo
Sfioriamo giorno dopo giorno
come foglie morte d’autunno
Moriamo nella indifferenza degli altri
come della carta straccia
Antonio Pittau
Accetto il regolamento, sez. a
Le spire di ogni Scarpia, che di sangue e vita si nutre.
Il Male
arriva suadente, con lucida logica
di una lama ti invita al suo cospetto,
insinua, precede, ammicca ;
spietata-mente conduce il filo
del più sordido progetto:
baratro di sangue. Perfidia.
Invita la morte al banchetto
succulento
gode e ostenta
promette, insiste, minaccia.
È Seth
contraltare del Bene,
dell’amore appassionato e fedele
a se stesso, all’Amore.
È abisso che divora
l’umano , le ali, l’ascesa .
Ma Niente può contro la Vita .
Le viscere cieche della sua brama
serbano ignare l’acciaio che le dilania.
sezione A accetto il regolamento.
Luisella Pisottu
Scusami, ma scarpia è un errore e volevi scrivere arpia? Altrimenti non capisco. Buona domenica!
… O c’entra con la Tosca?
PER QUANTO OBLITERATO
Non è la testa vuota
per la mancanza
dei pensieri che si sentono
in un’eco frastornata
che mi fa male,
per quanto il mio sguardo inabile,
pensieroso, perso nel mio mondo
metamorfizzato in un cipiglio
pronto a far nascere
un tsunami di lacrime,
con l’ultimo desiderio
di guardare il tuo sorriso angelico.
Non sono le parole scritte
che fanno impazzire
lo stato d’animo,
per quanto…
le parole dette
come vere promesse
che restano nella tua dimenticanza
per la stupida mancanza
delle cose incompiute,
ormai obliterate.
Sez. A – Accetto il regolamento
Quel dì che fossi
Quel dì che fossi da te troppo distante
cenere ardente sulla città imbrunita
‘sì desolato dal disertato amore
disseterei l’arsura alle grondaie.
Poeta affranto che cigola ai crocicchi
senza lo straccio di un vil lubrificante
inforcherei l’abbrivio alla ragione
che si dà ai matti seppure già rinchiusi.
Sez. A – Accetto il regolamento
IN PROFONDITÀ
Metti attenzione
alla tua mano quando accarezza,
quelle dita possono sfiorare tutto il mondo.
Metti attenzione
ai tuoi occhi quando osservano,
cosi informano il tuo cuore.
Dentro o fuori
non fa differenza,
tu scappa sempre
con la bellezza.
Metti attenzione,
a ciò che fai,
vai in profondità,
lasciati cadere
in una frequenza
senza tempo
lasciati volare,
mentre la mente riposa
e la tua anima
diventa più virtuosa.
Metti attenzione
al tuo respiro,
un attenzione amorevole,
seguilo dove terra e cosmo si uniscono,
dove fiori di stelle nascono.
Metti attenzione
al tuo riflesso,
sorridi e vai oltre a quello specchio,
perché la gioia
non è una coincidenza
ma è una tua scelta fatta con presenza.
Simona Grammatico
Sezione A – Accetto il regolamento
Non siamo mai stati qui
.
Stiamo parlando d’altro
non siamo mai stati qui
Siamo nel dopo, nell’oltre,
nel ciò che avrebbe potuto e non è.
.
Più in la dei sintomi, degli dei,
di ogni assenza e presenza
come d’ogni altra distanza.
.
Qui potrebbero accendersi destini
cancellarsi e bruciare antiche scritture,
un seme sepolto farsi foresta
nell’attimo di una rotazione universale.
.
Qui il tempo si fa probabile
nelle leggende di anime trascorse,
ed è un tempo fanciullo,
un ramo fiorito,
un fiume senza nome.
Abner Rossi
accetto il regolamento, sez. A
Donzella
Oh mia aspra vita per quanto ancor
devo cantare tanti sospirati lamenti
prima di incontrare la donzella
che mi guida per risalire la montagna
per ritornar a riveder le stelle?
Giorno e notte aspetto
Il tuo incontro.
E solo in quell’attimo disiderato
I mie occhi incontreranno te,
il guscio della mia anima troverà
finalmente riposo.
Accetto il regolamento, sez. a
**Come un lembo di fuoco
spesso appare il mio cuore,
mentre rincorro il vuoto
della mente,
navigo in un mare in tempesta
e richiamo alla mente
i ricordi perduti nel tempo,
che mai mi fu amico
e che spesso
ha nascosto i dettagli
dei volti incontrati
quasi a ferire
i miei istinti d’amore.
Non aria, non sole, non vento
ma fuoco,
tal da versare un calice amaro,
e luce perenne nascosta
al più fertile amore,
ho vissuto un passato,
nascosto ai miei occhi,
ormai ciechi,
impregnati di immagini
prive di luci e colori,
e assaporo il frutto del melo
che assorbe l’inganno
del tempo,
privo di teneri amori
e colmo
di numerosi rimpianti .
Sez.A
Accetto il regolamento
Sez B
Accetto il regolamento
Il pollo
Atrio d’ingresso dell’università fantastico: grandissimo, di forma ellittica. Da uno dei lati corti la porta d’ingresso altissima, di materiale trasparente; all’interno una zona pavimentata a livello della porta, di forma oblunga; a destra una scalinata di 4 gradini percorreva tutta la curva, che terminava in una sorta di piattaforma, quasi un palcoscenico luminoso, delimitata alle spalle dalla curva più accentuata della parete esterna, costituita in massima parte da una vetrata; a sinistra uno spazio specularmente uguale, sullo stesso piano dell’atrio, quasi una platea in penombra; in fondo, sempre a sinistra, un muretto divisorio, curvo, accompagnava l’iter verso l’ingresso alla zona degli uffici.
Quello era il luogo dell’appuntamento.
Lei aveva deciso di uscire dalla mediocrità culturale della sua famiglia coniugale, si era recata all’università, ma si era sentita intimorita e a disagio in mezzo a tutti quei giovani. Un assistente universitario si era offerto di supportarla. Si erano dati appuntamento di lì a qualche giorno. In verità si erano scambiati anche i numeri di telefono e si erano sentiti con una certa emozione, per cui quell’appuntamento non era più un fatto di sola cortesia.
Entrò e si diresse verso il muretto, lì si fermò e si voltò a cercarlo; lo vide su quello che le sembrò il palcoscenico della sua nuova vita e le sembrò di vedere il sole: non che fosse bello, tutt’altro, ma aveva un’aria così felice di vederla che la inebriò. Il cuore le batté e proprio per questo si ricordò di essere sposata; si sentì in difetto e, cercando improbabili persone conosciute, guardò la sala davanti a sé e verso la porta d’ingresso.
C’era suo marito che stava entrando.
Si volse verso l’assistente, per fargli cenno di non avvicinarsi, ma, per non attirare l’attenzione di suo marito, riuscì solo a strabuzzare leggermente gli occhi, ma già lui, avendo notato che lei osservava quell’uomo che avanzava, si era fermato a guardarlo.
Suo marito arrivò fin quasi dove era lei e venne a trovarsi tra i due. Lei lo guardava, pronta a dirgli che intendeva iscriversi all’università, ma l’uomo non guardava nella sua direzione: si guardava intorno a mezza altezza con uno strano movimento del capo che volgeva a piccoli scatti da una parte e dall’altra in un modo stolido. Sembrava divenuto più alto, per cui, non abbassando lo sguardo, non vedeva nessuna delle persone presenti, ma continuava a cercare. Il collo gli divenne più lungo. Posizionò le mani al punto vita, tenendo i gomiti staccati dal corpo. L’uomo, alla fine, si voltò per andarsene. Si avviò e i suoi passi erano divenuti legnosi, a scatti, quasi non piegava le ginocchia, per cui i piedi si muovevano distanziati lateralmente uno dall’altro. Quando si fu del tutto voltato era nudo, i vestiti gli si erano stracciati ed egli mostrava la schiena diritta, il posteriore come rattrappito, le gambe che si muovevano come zampe.
Era diventato un enorme pollo.
Lei gli corse dietro per coprirlo col suo corpo e rinunciò all’università e al sogno romantico.
IL CUORE, IN FITTO TUMULTO, ORIGLIA
Il cuore, in fitto tumulto, origlia
da un orlo terroso
nel luogo che un giorno fu suo,
annerando di plumbeo amore.
Mille a mille, pensoso, dialoga
d’un esausto ritorno,
di una brace di ricordi ammutoliti
dal mentire dei sensi vogliosi.
Pregno d’abisso, radica nel silenzio
mordendo i frutti marci
d’ un’arborea luna serva ingobbita
tra gli afrori di notti desolate.
Carco d’anni, cerca ancora il suo parelio
di falsa luce fuligginante,
il pianto e il riso dei piaceri morti,
il languido tocco dell’ore soavi.
E al precipitare di lacrimosa gronda
si bagna, sfatto di sorte all’incanto
che strascica un tempo schiavo
quasi schiuso a molle tomba muta.
Allora, s’accuccia, volta a volta
a cianciare come comare di nostalgie di neve,
debole e stanco nella gabbia vuota
di via mai vissuta, di sole.
Sandra Ludovici
Sezione A
Accetto il regolamento
I bisbigli dell’anima
Durante l’infanzia
Mia madre mi guardava negli occhi
E in silenzio mi implorava di aiutarla
Ah! Quante emozioni si sono posate sui bordi dell’anima
In attesa …
Solo in attesa.
Nell’autunno del mio vivere
È giunto il tempo del mio spazio sacro,
I sentieri impervi,
Rifugio delle mie emozioni,
Sono divenute scorciatoie
Verso orizzonti dipinti
Con i colori dell’arcobaleno,
Il mio cuore ha illuminato i miei deserti
Portando a galla i miei desideri
Adagiati su un manto di speranza,
I miei vuoti si sono riempiti di sogni,
Il murmure delle emozioni sospese
Sono divenute ali di farfalla
E rubando le ore alla notte
si sono posate sui fogli di carta.
Il nero d’inchiostro che scorre negli affranti del cuore
Sono i bisbigli della mia anima
Grati al tempo che Dio mi
ha concesso.
Michele Bruno
Sezione A
Accetto il regolamento
CONTEST CONCLUSO
I finalisti riceveranno comunicazione tramite e-mail.
Vi ringraziamo per la partecipazione!
La prossima settimana verrà pubblicato un nuovo contest! Iscrivetevi alla nostra mailing list: è gratuito e lo sempre!
FINALISTI DEL CONTEST:
Sez. a
Serenella Menichetti con “Il divano a righe”
Felice Serino con “Versi per Nina”
Roberto Marzano con “Quel dì che fossi”
Thea Matera con “Méloplaste”
Anna Rita Furcas con “Traspare”
Marcello Comitini con “Autunno in città”
Guido Burgio con “Non chiedermi mai”
Sez. b
Annalisa Scialpi con “Eden”
Antonella Chiego con “La bambina che non dormiva mai”
Annalisa Atzeni con “La vita è vento”
Igor Issorf con “Il sentire del cuore”
Grazia Fresu con “Alle sei di sera”
Luana Farina Martinelli con “Mi chiamo Aisha”
Giovanni Ferrari con “Killing Seeds”
COMPLIMENTI A TUTTI I PARTECIPANTI
Fra qualche giorno si potrà partecipare ad un nuovo contest letterario! Seguiteci su Facebook!
Grazie
Grazie
Vi ringrazio, di vero cuore ❤️
Grazie. Vi ho inviato una mail.
Grazie mille
Che bello, grazie…