“Melancholia” di Jon Fosse: scrivere è allontanarsi da se stessi?
In un paio di giorni il bipolare (di stampo gemellare, essendo il sottoscritto nato tra il 29 e il 31 maggio) che sonnecchia in me ha letto oltre metà di Melancholia I e II di Jon Fosse, e poi si è recato a dormire con un pensiero dominante: riuscirò mai a reagire a quest’assurdo romanzo?

Ho letto ’sto greve tomone contemporaneamente a Oltre la superficie di Nunzio Galantino, nel quale mirabile saggio v’è scritto che malinconia deriva da mélas – nero e kholé – bile: che tristezza! Questi due romanzi consequenziali sono disperati, tristi, rassegnati, ma a volte, a modo loro, felici: sono assai vivi, insomma.
Stamattina mi sono svegliato che ancora era buio e, dopo aver riletto (sempre al buio) un altro articolo che presto invierò a Oubliette Magazine, mi sono deciso ad affrontare, sempre al buio (che quell’assenza di luce sempre sia lodata), la scrittura che non posso (per mio imperativo interiore: per nulla esterno a me) evitare: devo dire la mia su questo libro e su tutti quelli che d’ora in poi leggerò fino alla mia niente affatto desiata tomba. È una croce che devo portare ma sono certo che al mondo ce n’è di peggiori.
Anche perché io sono uno scrittore che sa scrivere, come il protagonista del romanzo è un pittore che sa dipingere – e questo velo dice e velo torna a dire, e velo torna a ripetère, finché non lo capirete, che un bell’asino sarete (antica filastrocca delle mie bande), come tantissimo altro, innumerevoli volte (nel senso che non sono da contare). Mettiamo pure un velo sulla mia verace tendenza al nonsense. Chiamalo, se vuoi, piolismo.
É ancora buio e resterà tale per un’ora e mezza, se non due. Meglio. Potrò così dire la mia con maggior (interiore) luminosità. Se la luce manca in locum, significa che essa sta vibrando in un altro. Poiché un fotone è privo di massa e, pare, il suo tempo è annullato, c’è chi ipotizza che ve ne sia uno solo che galoppa come un pony impazzito all around lu munnu: sicut a crazy caballo…
Chi di noi sa cosa significa avere problemi mentali? Chi è in grado di rispondere è colui che non lo sa. Chi lo saprebbe, lo ignorerebbe in quanto non sa di saperlo, socraticamente. Ed è un mistero perché sia proprio così. Come per la faccenda di dio: chi ci crede, chi no, chi crede che abbia la maiuscola (Dio se non anche DIO) e chi no (oppure No o anche NO), chi crede che non sia possibile credere, chi, come me, ignora se sta credendo che sia possibile credere. Un mio affine certificato, dice che il suo amico Bob nun stace bono co’ ‘a capa… Una volta mia madre andò a trovare una parente ricoverata al San Lazzaro, che non parlava quasi. La sua vicina di letto, invece, pur non richiesta, era tutto un dire cose non sempre azzeccate l’una all’altra, fra cui la solita: non sono tutti dentro, sono anche fuori!; a forza di reiterarla, andò però errando, non so però fino a che punto, affermando convinta: non sono tutti fuori, sono anche dentro! La realtà è spesso ignobile…
Ai cosiddetti malati di mente capita di reiterare le parole e i concetti, dopo averli girati, rigirati, confusi e ri-confusi dentro di sé. Questo è loro ampiamente concesso. Anche agli scrittori lo è. Il primo nome che ho in mente è Thomas Bernhard e il suo Soccombente, e tanti, tanti, tanti altri. Nel frattempo una fioca luce aurorale è apparsa, ma perché si sta intromettendo nel mio discorso? Pussa via! Ce l’hai forse con me? O sono io che ce l’ho con te? Serro subito le persiane! E riprendo la mia guercia scrittura, che s’attacca al cieco dire del mio orbo cervello. La luce è un’illusione fotonica e nulla di più. Ed è la stessa che, con la sua elettro-magnetica interazione, consente a un pugno a stamparsi su un naso, nell’ignoranza che in quel folle istante rimane vana una discreta distanza fra i due oggetti, il contundente e il contuso. E poi dicono che il vuoto brulica di particelle che esistono virtualmente: virtuose ma presentemente assenti. Valli a capire ‘sti magici fisici!
Se io fossi matto… “S’ i fosse foco/ arderei ‘l mondo” – cantava Cecco Angiolieri, che tanto normale non era manco lui. Cosa spinse Alberto Burri a esporre i suoi sacchi, a Piero Manzoni a realizzare il suo fiato e la sua merda d’artista? E a quel suo virtuale antenato a scrivere di una storia che non esisteva se non nella sua cattolica cervice, ambientata in un periodo pestilenziale, secoli addietro? Gran parte dell’arte è fondata, se non sulla psicosi, sulla psicopatologia.
Noi sani (mi viene da ridere a dire così) non capiamo i matti, e poi diciamo che sono loro a non capire. I loro ragionamenti sono fissati, diciamo; sì, perché i nostri no? Tra assiomi, dogmi, postulati, tanto per iniziare… e poi per finire dove, se non nei paradossi più inspiegabili? Mi pare sia stato il premio Nobel Wolfgang Pauli a dire che chi affermava di capire la meccanica quantistica significava che non la capiva affatto. E fu, in QED, non rimembro dove, che Richard Feynman scrisse che il bello (inteso come il magico) della sua ricerca era fondato sull’assurdità. E non saprei dire (avendo letto troppo e il troppo, notoriamente, storpia i ricordi) se abbiano detto realmente così o se sono stato io a interpretare, tra-ducendo (interpreting, traslating), a ingannare, tra-dendo (cheating, betraying), i loro (folli e inclìti) pensieri. Essendo questo un indizio, per quanto precario, di sanità mentale: coltivare il dubbio come se fosse una presa di rape, una presa per il…! Ogni tanto perdo il senso del senno, chiedo scusa. Altro sintomo positivo: pare che il pazzo non senta mai il bisogno di scusarsi. Pare, ma chi l’ha detto? Il sano?
Ora la luce sta penetrando fra le assicelle della veneziana. C’è ben poco da fare ormai! È quasi giorno e il sole, per dispetto, fa capolino in modo torvo. E questo non tranquillizza, essendo i primi di dicembre. Il malato di capa ha più nemici che amici. E più dicono di volerti bene, e di riscaldarti, per esempio, in questa mattinata di inizio dicembre, e più inquietano i tuoi demenziali timori.
A pagina 86 ho sottolineato “Hans Gabriel Buchholdt Sundt” – il mentore primo del protagonista, che si chiama “Lars Hertevig”, detto anche “Lars da Hattärvȧg o Hertevig”, mentre il maestro presso cui Lars Hertevig sta svolgendo il suo apprendistato di pittore è Hans Gude, più riportato dall’io narrante, e già dalla prima pagina di Melancholia I, in cui spicca uno spazio-tempo approssimato, cioé indeterminato: “Düsseldorf, pomeriggio, tardo autunno 1853”.
Poi c’è “Bodom”, il perfidamente ironico “Alfred”, ma soprattutto “Winckelmann” – ciccione e spietato; e sua cognata, la “signora Winckelmann”, e la di lei, non so come definirla: angelica?, pietosa?, non eccessivamente infatuata, ma un po’ sì, figliola quindicenne: “Helene”.
Si stia ora a sentire: “… ed è la voce di Helene che sto sentendo, vero? Ed Helene sta dicendo qualcosa a me? La sua voce sparisce? Cosa c’è che non va Helene, mi stai dicendo qualcosa? Cosa vuole da me Helene? E la tua voce non deve sparire! Perché, Helene, tu vuoi dirmi qualcosa, no? Cosa dice Helene? Io non…” – il che continua per varie righe ancora, ma ho pensato bene di tagliargli la lingua, a ‘sto benedetto (dal dio dei geni, se pure esiste) Lars Hertevig, che è la scelta di chi si occupa di matti come questo Lars: dargli o una botta in testa o, meglio, un sedativo, dopo averlo costretto in una camicia di forza, se necessario. Questo conato di Lars da Hattärvȧg o Hertevig accade a pagina 102, ma alla fine della successiva vedo tanti di quegli “occhi” che… quattro “occhi” nella pagina 104, il quale, notoriamente, è il numero a cui lo stato italiano ha assegnato agli inabili che sono bisognosi di “occhi” che li assistino giornalmente. Altri tre “occhi” a pagina 105, però. Occorre qui cambiare la legge. O il suo numero.
Lars da Hattärvȧg o Hertevig ce l’ha così tanto, in maniera pazzoide, qualcuno potrebbe dire, ma chi è di voi sicuro di essere normale?, con “tutti i pittori che non sanno dipingere”, una vera e propria “fila di pittori che non sanno dipingere”, “quei pittori norvegesi che non sanno dipingere”, “tutti i pittori che non sono buoni a dipingere”, “in mezzo ai pittori che non sanno dipingere”. “tre file di pittori che non sanno dipingere” – e una caratteristica situazione in cui piomba Lars da Hattarvȧg o Hertevig è che, nell’attimo cruciale, e ce ne sono uno ogni due o tre secondi, di ‘sti attimi… non ricordo che stavo dicendo, e questa è un’ulteriore prova che si è normali: ci si accorge di perdere talvolta la capa, il matto no, pensa sempre d’essere dritto e loico.
Lars da Hattärvȧg o Hertevig desta sempre la mediocre ilarità di quei colleghi inabili al 100% con indennità di accompagnamento per quanto riguarda il dipingere. Lui non crede di essere un 104, ma semmai un 208, se non un 416, un 832…
Finché accade non un miracolo, ché non esiste psicopatologo in grado di farne, ma un evento spazio-temporale: “tutti i pittori, quelli che non sanno dipingere, quelli che sanno dipingere, adesso stanno in cerchio attorno a me.”: Lars da Hattärvȧg o Hertevig è circondato: “… gli altri pittori, alcuni che sanno dipingere, alcuni che non sanno dipingere, e tutti i pittori stanno semplicemente lì a guardarmi, con gli occhi lucidi e rossi, e anch’io mi guardo intorno e vedo che tutti i volti guardano davanti a sé con uno sguardo, sì, interrogativo, come lui, e io guardo giù, una delle mie valigie.” – lui è ovviamente (ah ah ah!) lui, Alfred, un pittore che non sa proprio dipingere, ma a celiare è un asso. Il tutto avviene in un locale, “al Malkasten” – vocabolo che è reiterato in modo tale che quello stecchito suono finisce per assordare.
“Vado in Jägerhofstrasse e vedo la casa dove risiedono i Winckelmann. Vado verso l’ingresso in Jägerhofstrasse. Vado da Helene…” – che lui sa, poiché l’aveva udita, che l’aveva chiamato quando era là, al Malkasten, solo lui l’aveva sentita, gli altri no, gli altri sono quelli che non sanno dipingere, alcuni però sanno dipingere, ma non ce la fanno a sentire la voce di Helene. Similmente, solo Lars da Hattärvȧg o Hertevig è stato capace di vedere, standosene a Düsseldorf, il proprio papà che era in Norvegia, mentre quello stava fumando la pipa mentre era immerso in uno dei laghetti che abbelliscono quella zona. E se qualcuno di voi pensa che sia pazzo, mi dica pure che non ha fatto mai una videochiamata, al che io gli direi: non ti sputo ché ti profumo!
Il problema grande e grosso (e persino grasso) di Lars da Hattärvȧg o Hertevig è che l’imponente e , diremmo, a Rèş, ciûnt, opimo, signor Wincklemann, non lo vuole più in casa perché lo crede pazzo, un pericolo ambulante (anche quando se ne sta a letto!) per la piccola Helene, di cui egli è zio, essendo il fratello del defunto marito di “Henriette Winckelmann”, mamma di Helene, i due cognati Winckelmann, a dirla tutta, non vogliono che Lars da Hattärvȧg o Hertevig rimanga lì: “Leviamocelo dai piedi, questo pazzo, dice il signor Winckelmann.”
Alla fine ci riescono, essendosi recato il signor Winckelmann a chiamare un gendarme.
La seconda parte di Melancholia inizia così: “Manicomio di Gaustad, mattino, vigilia di Natale del 1856: i gabbiani gridano.” – incavolati per la vita che quegli strambi implumi e prepotenti bipedi, ogn’ora desiderosi di dissidi, conducono sull’opposta riva …
Fai bene, caro, a prendertela con “Il sorvegliante Hauge” – che minaccia di dire al dottore “che mi sono toccato giù li tra le gambe.” – come ti compatisco! Hai avuto un attacco di quello che a Rèş chiamiamo spiûra, plurito, e ti sei grattato, aumentando in loco (non mi sto riferendo a te!) la circolazione. Chi non l’ha mai fatto getti la prima pugnetta! – come disse quel Tale.
Ma fai male quando dici: “… se Helene, se quella maledetta puttana, lei che se la fa con suo zio, con il signor Winckelmann! Helene, no, mia cara Helene! Non devi stare seduta in quella posizione! E io sento che il signor Winckelmann respira pesante.” – anch’io un po’; ma Helene ha quindici anni, dovrebbe essere vergine, sempre che non sia occorso quel da te continuamente temuto e talvolta dato per assodato atto impuro con lo zio, e di questo ipotetico e per te certo fatto il tacer è bello!, e tu non hai mai visto con i tuoi occhi che lo zio Wincklemann abbia davvero approfittato di lei, accarezzandola a sua volta ov’ella sente più che in altri punti del suo efebico corpicino. Lei, da quello che ho capito e che anche tu hai capito, è l’unica germanica che ti ama un po’, lasciamo in pace al momento i tuoi consanguinei norvegesi, che ho conosciuto solo on line, grazie al tuo flusso d’in-coscienza. E si sa che questi social, nel tuo 1853, sono portatori insani di fakes. Oggi no!!
Al momento quel che conta è che tu torni a quanto dicevi (o scrivevi?) a pagina 15: “Ma io ho così tanta voglia di dipingere quadri bellissimi, nessuno è bravo come me a dipingere. Perché io so dipingere…” – perché tu sei Lars da Hattärvȧg o Hertevig. – “… Mentre gli altri studenti, loro non sono capaci. L’unica cosa che sanno fare è ammiccare e ridacchiare. Non sanno dipingere.” – fatti loro! Fregatene! E smettila con quelle stupidaggini cattive che vai dicendo a pagina 223 e seguenti: non tutte le donne sono come le chiami tu, anche se capisco che sei iratissimo col tuo angioletto, che si chiama Helene, ma sai meglio di me che la tua vita sarà un’eterna ricerca della sua angelica bellezza, che tu potrai sempre ritrarre, nel tuo ri-cordo, anche se, lo ammetti tu stesso: “… sono io che sarò incolpato e punito, infatti non potrò più dipingere, sono diventato matto e adesso devo spalare la neve anziché dipingere, io, Lars Hertevig, io, che so davvero dipingere, devo spalare la neve anziché dipingere, mentre tutti gli altri…” – non ci badare agli altri! Che non sono mica con la testa a posto come te! Se la pensi così sulle donne io sono il primo a dire che devi stare rinchiuso lì dentro e spalare la neve anziché uscire a dipingere e ad ammazzare! Che fuori sono i cosiddetti normali che ammazzano le donne, mica i grandi pittori che sanno dipingere, quale tu sei…! E che dicono sciocchezze, ma non sono mica cattivi! Sono uomini sani! Appunto! In quanti malati dentro.
Tieni botta, guaglio’. E datti ‘na mossa se vuoi uscire. Fa’ come me, fingiti sano di mente…!
“Buono, Hartevig, dice il sorvegliante Hauge.” – sì, perché è buono lui…
“Basta con queste risatine, altrimenti vai dal dottor Sandberg anche tu, dice il sorvegliante Hauge.” – lo sta dicendo al tuo compagno di patimenti, Helge, per cui dici: “E io vedo che Helge preme il viso contro il cuscino cercando in tutti i modi di non ridere più.” – mi pare che quell’Hauge non applichi né i principi didattici della Montessori né il metodo di Malaguzzi. E che non abbia mai letto un libro di Gianni Rodari, tipo Favole al telefono.
“… il sorvegliante Hauge è uno che non serve a niente, se non fosse che è così grosso e forte, non sarebbe servito proprio mai a niente.” – serve perciò il Potere, che necessita della prepotenza, e non l’arte, che esige il valore. E poi assomiglia nel fisico al bieco signor Winchelmann.
E poi mi presenti l’altro scagnozzo del Potere, “… il dottor Sandberg sa il fatto suo e se dice che non potrò mai diventare un pittore, eh, e quindi mi sa davvero non potrò mai diventare un pittore, allora. Io non diventerò un pittore. So dipingere, nessuno sa dipingere come me, Solo Tidemann, solo Gude, ma nonostante questo non diventerò mai un pittore.” – lo sarai quando non dovrai più sottostare all’altrui supponenza: questo accade al mio conterraneo Antonio Ligabue, che ogni tanto si vestiva da donna, ma le donne gli piacevano tanto, ad Antonio Ligabue.
Sai, caro, ho capito a cosa non somigli: sei più abbagliante dell’ultimo buio, sei più oscuro del sole nascente, sei più annebbiato della luce che, in solitaria, attaversa il Kósmos intero!
Cambia ora lo scenario, ma lo spettacolo credo sia pressocché, sempre, unico. Sei tu, mio nordico alter ego, la ragione per cui quel Jon Fosse sta scrivendo… e io lo sto leggendo!
Leggo, come inizio della terza parte di Melancholia, a pagina 282: “Åsane, sera, tardo autunno 1991: lui, Vidme…” – lui, Vidme, è il nuovo protagonista, ma non è un io narrante, chissà perché.
“Vidme, uno scrittore fallito quanto basta, invecchiato presto…” – poi si viene a sapere che è un trentenne: “… uno scrittore fallito quanto basta, sta camminando ora in mezzo alla pioggia e al vento…” – lo stile della prosa somiglia alla precedente, meno ossessiva, non troppo meno però.
“… il quadro che in quel momento lo scrittore Vidme stava guardando con le lacrime agli occhi e certo non poteva rimanere lì con le lacrime agli occhi a guardare il cielo azzurro che Lars Hartevig aveva dipinto e che ora stava appeso nella Galleria Nazionale, a Oslo.”
Dopo una mezza sbornia, “… lo scrittore, il mediocre scrittore Vidme entra nella Galleria Nazionale. Lì s’imbatte in un suo lontano parente, il pittore Lars Hartevig. Quindi vuole scrivere su Lars Hartevig, no, non su di lui, affatto, ma comunque.” – parola che tutto dice e tutto tace.
“… lo scrittore Vidme cammina contro la pioggia e il vento…” – e l‘ho già sentito dire, mi pare.
“… è un uomo ridicolo. Lo scrittore Vidme cammina attraverso la pioggia ed è un uomo ridicolo. Oggi avrebbe voluto cominciare il suo nuovo romanzo, che ha atteso a lungo prima di cominciare…” – so per esperienza che esso non viene se non quando lo dice lui, il romanzo, non lo scrittore. Lui, non lui. Anche se poi mi auguro che Lui sia lui. Che Dio sia io.
“… lo scrittore Vidme…”, “… lo scrittore Vidme…”, “… lo scrittore Vidme…”, “… lo scrittore Vidme…” – ma che mestiere fa “lo scrittore Vidme”?
Egli cerca un prete di quella che non è più la sua religione, o non lo è mai stata, e trova la figlia Maria, che è un prete anche lei, strano, no?, “con i suoi grandi seni tondi” – anche una sorella di Lars li aveva grandi e grossi, di più ancora, credo.
E “… Maria ha appena aperto una bottiglia di vino rosso, sicuramente di buona marca…” – come suo padre è un buon prete, immagino. Preti e vini vanno d’accorso, dicono. Specie se fa freddo.
“E Vidme non è né vuole essere un prete, tuttavia ammira i preti…” – che bello! Chissà se sono vestiti di nero anche a Oslo? Il vino lo bevono anche lì.
“… e poi Vidme ha detto che era stato bello parlare con Maria e poi Maria ha detto che è stato bello parlare con lui e Vidme l’ha ringraziata del vino e poi Vidme è uscito sul pianerottolo e poi Vidme ha camminato nella pioggia, nel vento e nell’oscurità, verso casa, casa sua.”
Pensiero dominante di quel fallito scrittore: “Ma poteva chiamare e andare a trovarla. Tuttavia, non doveva assolutamente andare in chiesa e sentirla predicare.” – e ora “Lo scrittore Vidme sta pensando, seduto. A desso Dio deve avere pietà, in modo che lui riesca a scrivere.” – e con quest’immagine di un Dio che prova pietas per la sua creaturiella, termina (posso dire finalmente?) ‘sto bel I romanzo melanconico. Ora necessito di un po’ di riposo… Vado a letto, augurandomi di non essere scetato da quel sorvegliante Hauge. Ché domani apro II.
Lars, una cosa ho capito di te, non sei amante di congiuntivi imperfetti o di condizionali composti. Perché tu sei mer(d)avigliosamente aulente e ano(r)mal-mente bello. E semplice nella tua complessità. Sei un ossi-moro che non vorrei mai smettere di rosicchiare.
Bene… ieri conclusi la lettura del II romanzo Melancholia, e stamattina (sono le 4 e mezza scarse) provo a reagire, anche stavolta stando al buio, avendo visto che qualcosa viene fuori meglio, poi per gli eventuali riporti ci sarà tempo. Forse. A proposito di tempi verbali, qui qualche congiuntivo e persino pochissimi condizionali li ho beccati. In Melancholia I non credo ce ne fossero, ma non ci giurerei. Ecco così siamo noi normali esseri comuni, standard e convenzionali: ricchi di dubbi e di eventualità. Così come si dice che noi siamo ricchi rispetto ai paesi poveri. Poi magari usciamo in strada e un camion ci falcia, una malattia tignosa ci assale nel bel mezzo di un bidè. Viviamo di più e tendiamo a scordarci gli anni. Uno ha sessanta cinque anni e si crede un giovanotto, per cui si scorda la sua infanzia e quel che è successo ieri l’altro. Il tempo è un mistero, ma per lui va bene così.
A capire quel che mi è alla fine entrato mi aiuta la Nota della traduttrice, di cui ciancerò poi, quando ci sarà un po’ di luce, ché dovrò riportare alcune frasi, mi sa.
Chi è ora l’io narrante? La sorella di Lars, che si chiama Oline, e pensare che la mia devastata mente tende a farmi leggere ogni volta On line. L’io narrante è tale solo quando glielo conduce lui, il narratore ex cathedra, ex scribania. Lei è un’anziana che necessita di un bastone per camminare. Lars è appena morto. Lei è viva e passa da una perdita urinaria all’altra. Minge senza volerlo consciamente, in altre parole, sgocciola per tutto il tempo, e sempre ha a che fare con le sue mutande (che immagino lunghe, essendo a inizio ‘900, e bianche, ma sono ipotesi), anche perché, da quel che ho capito, ogni tanto perde pure qualcos’altro. È l’età, si dice. E c’è tutta. Mentre l’io talvolta narrante Oline è così indaffarata, lui, l’autore, la descrive, nei suoi rapporti col pesciaiolo, per esempio, che le cede al momento senza farsi pagare un bel merluzzo, se ben rimembro. Ah, ora mi viene in mente che Oline ha sempre male ai piedi, un doloroso disturbo che va e viene, e poi resta, e poi s’addolcisce un po’, finendo per peggiorare di nuovo quando deve camminare a lungo. Che sia gotta? Non credo, penso d’aver capito che la sua alimentazione è povera di acidi urici. E ricorda il fratello, e mentre lo fa torna l’io narrante, poiché il lui si è fatto volontariamente da parte. E Oline pensa al fratello geniale e complesso, che sa essere scontroso e affettuoso, a seconda del momento e dell’età. Il padre è un tipo strano, la madre ha il compito di tenere attaccati alle vesti i due pargoli più piccoli. Lars getta un oggetto contundente contro la casa. Dopo un po’ il padre la distrugge perché non la vuol lasciare ai vicini che gettano sassi contro di lei. Un’umile famiglia, ideale per coltivare complessi. Faccio conoscenza anche di un terzo fratello, che non sta morendo, ma è proprio morto e Oline non se n’è accorta, finché non viene la cognata, con cui non ha mai legato, che glielo fa presente, con tanto di accuse di averlo tanto trascurato, il fratello, mentre era forse lei che non sopportava Oline. E l’accusa che lei pensa più al merluzzo che ha in mano che al fratello che è steso sul letto che è ora funebre. Gran bella storia, in effetti.

C’è un disegno che Oline ammira con rispetto devozionale e che è bello solo perché l’ha fatto Lars, anche se quel cavallo non è venuto benissimo. La scrittura dell’autore (chiunque egli sia) è a scatti, discontinua, a zig zag, lineare, circolare, esagonale, etc, confusa quindi, e come poteva essere la mia rimembranza? Il fratello che muore si chiama… la cognata si chiama… Lo dirò poi, quando ci sarà più luce. Lo confesso: ho dimenticato come si chiamavano. Anzi, come si chiamano perché basta che venga un po’ di luce e riuscirò a leggere le pagine e loro continueranno a dire la loro. Un collage, ecco cos’è la scrittura di Jon Fosse, di Chissà Chi è. Un insieme di figure accostate l’una all’altra senza un ordine reale: si tratta di una vera realtà: espressione insulsa. Non è che un kaos, in cui tutto precipita e poi riemerge e poi precipita e poi riemerge. Questa è la vita secondo lui, Jon Fosse. Un su e un giù, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, una destra e anche una sinistra.
Come finisce il romanzo Melancholia? Non ricordo le parole esatte ma solo che manca il punto finale, come in Her di Lawrence Ferlinghetti. Fiat lux!
“Stavanger, inizio dell’autunno 1902: Oline risale il pendio dal mare, appoggiandosi sul suo bastone va su, un passo alla volta…” – per carità!
“E Sivert, dice Signe/ e s’interrompe e Oline pensa che vorrà parlare con lei…” Spesso ci sono questi va a capo con la e che svolge l’onorata e funebre funzione di congiunzione.
“E pare proprio che adesso anche Sivert se ne andrà. Neanche il tempo di mettere Lars sotto terra che anche Sivert se ne va.” – Sivert è il fratello morente, Signe è la cognata indisponente, che non so se legava col marito, che non ha mai legato con Oline, la cognata ora zoppa e con problemi orinari.
“… pensa Oline, e poi quel suo straordinario fratello che avreebbe certo potuto diventare un grande artista, e ha dipinto dei quadri stupendi, ma verso la fine più che altro sono scarabocchi.” – detto ironicamente: poiché ne parla anche Aunt Wiki, forse anch’essi meritano.
“Lars, dicono. Lars il pazzo, lo chiamavano.” – sapessi cosa dicevano di Antonio Ligabue, fino a che non fecero la serie tivu e, recentemente, un film.
“No, no, era un fratello strano. E quel giorno che lo seguii. Mi tenevo nascosta. Non si accorse di me-e se se ne fosse accorto…” – sarebbe cascato il mondo!
“Diventare vecchi è peggio di quello che si pensa, dice Oline. È molto peggio, dice.” – finché c’è vecchiaia c’è speranza, dico io. La vecchiaia ha le calze rosse, insanguinate, dicono a Pixuntum.
A pagina 373 c’è un (mio) richiamo a pagina 285, andiamo a vedere: “Tuttavia lo scrittore Vidme decise che avrebbe scritto un romanzo sul pittore Lars Hertervig, non su di lui, no no, eppure su di lui comunque, in qualche modo.” – si scrive sempre in qualche modo. Ma il riporto è di Melancholia I, non di Melancholia II. Poi non ho sottolineato nulla, strano, forse ero en tranche.
Il romanzo finisce così: “… occhi di pesce e questa luce tranquilla” – quieta, e senza full stop. Il pescatore Svein (ho appena controllato) aveva pescato un bel “merluzzo” – ricordavo bene.
A dire il vero qualcosa, a pagina 397, avevo sottolineato, ma ho pensato che era inutile che dicessi al lettore dell’altrui lettore delle mutande che puzzavano tracimando, che tracimavano puzzando. Se qualcuno è interessato ad annusarle sappia che sono là, in gran parte di Melancholia II, non solo a pagina 397.
Ora, anche se è un po’ presto, oppure tardi, mi collego con la traduttrice Cristina Falcinellam che scrive che Jon Fosse “vanta una lontana parentela e afferma di condividere una certa affinità del sentire, e nei suoi oli su tela riconosce una capacità di vedere ‘quasi spaventosa’ al di là di ogni logica.” – anche se i colori a olio gli costano troppo e quell’incanto finisce di ri-crearsi.
A proposito di Jon Fosse, la sua foto in terza di copertina un po’ mi fa simpatia e un po’ m’inquieta.
Poi Cristina parla di “paratassi martellante” – e allora mi getto a pesce su zio Google, per cui scopro che è il contrario della ipotassi, ok. Ok e ok; ok, ok.
Devo anche informarmi chi sia questa Julia Kristeva, che di certo merita un’ampia lettura, poiché dice (e dicendolo conclude il suo dire Cristina): “… scrivere è in un certo modo maltrattare la lingua, e chi di mestiere maneggia parole lo sa.” – non lo ignoro, essendo il mio mestiere, nel senso a cui diede la parola Gino Paoli. Nel senso che mi diletto a violentare me stesso, anche se non sono fatto di sole parole, ma anche di accadimenti, tipo leggere e scrivere, tanto per cambiare. Nel senso specificato da André Gide: un acte gratuite – a gratis, aş dîş a Rèş!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Jon Fosse, Melancholia I e II, La nave di Teseo, 2023
