“Vita mia” di Dacia Maraini: ogni sera mi preparavo a morire
Premessa necessaria: ho letto qualche mese fa Case, amori, universi di Fosco Maraini e da allora mi sento adottato dalla sua famiglia, con la speranza che le pratiche burocratiche non vadano a rilento come solitamente accade in Italia. Ed è solo per questo che ho letto “Vita mia” divorato in un giorno e mezzo e con cui ho reagito in sei-sette ore al massimo. Amen.

In secondo luogo, mi piacerebbe che Dacia Maraini adottasse a sua volta, almeno spiritualmente, mia figlia Anna. Il perché non desideri che faccia altrettanto con me e con mio figlio Michelangelo, non lo so o forse temo di saperlo. Noi maschi non siamo così cattivi come sembriamo, ma solo un po’ str… ani. Se fosse ancora vivo Fosco, chiederei a lui di adottarci, me e Mike. Ho sempre in mente quel dito che Fosco si è amputato eroicamente per inquietare i suoi guardiani giapponesi e non so decidermi se sia stato un gesto mirabile o no. Quel gesto assomiglia a un carico sacrificato per accaparrarsi la briscola finale.
Scopro a pagina 10 che Fosco ha scritto anche Ricordi d’arte e che sua figlia Toni “ha costruito un libro commovente, Ricordi d’arte e prigionia di Topazia Alliata, pubblicato da Sallerio” – Topazia è la madre – e sento che prima o poi me lo papperò (il più sarà forse trovarlo su una bancarella).
Dacia, ogni tanto mi capita di ricordare un filmato con te, Moravia e un’altra scrittrice. Alberto cercava di rispondere a una domanda sull’amore, e diceva più o meno che era uno scambio di vitalità. E tu, distesa su una specie di divano, sorridevi divertita. Non m’innamorai di te, quel dì, ma mi piacesti moltissimo.
Fosco era con tutta la sua famiglia (la moglie e le tre figliole) in Giappone per motivi di lavoro, quando successe l’imprevedibile/inevitabile. Fosco e Topazia non avevano aderito, nemmeno per finta, alla Repubblica di Salò, con annessa e giurata “fedeltà al governo nazifascista” – perché loro si sentivano italiani, siciliani, toscani, europei etc: cioé uomini consapevoli di sé. Non fascisti. Italiani, siciliani, toscani, europei etc.; uomini consapevoli di sé non vuol dire affatto fascisti. Un uomo è fascista quando non crede nell’uomo che di fatto è anche lui.
La conseguenza di questa scelta fu che diventarono nemici e prigionieri dei nipponici, pur “anche le bambine” – e mi chiedo cosa avrei fatto io, al posto di Fosco? Nessuno può dirlo. Le tre figlie di Fosco, disse uno dei carcerieri, essendo considerate “figlie di traditori, non possono che essere trattate da traditrici. Sapevamo di dovere partire, ma per dove? E quando?” – e questo è tutto.
Una famiglia molto unita, non c’è che dire: “Per tenerci caldi e anche per consolarci della fame, dormivamo abbracciati, come una famiglia di scimmie su un albero spelato.” – la scrittura di Dacia è più espressiva di quella di Fosco, che però è virile e forte, tanto che a una mia consanguinea è parsa quasi insopportabile. A me è piaciuta molto, forse perché anch’io, se mi ci metto, divento insopportabile. Virile e forte lo sono ogni tanto, quando non ne posso fare a meno.
“… scrive Fosco…”, “Fosco paragona…”, “mia madre racconta che…”, “mia madre scrive nel suo diario…” – Dacia si aiuta nei suoi ricordi con le pagine scritte da entrambi i genitori, e ogni volta onestamente lo dichiara. Ma talvolta fa riferimento esclusivo alla sua memoria.
“Molti anni dopo sono tornata a Nagoya a ritrovare il campo di concentramento dove siamo rimasti chiusi per due anni.” – anch’io qualche volta sono tornato a vedere i posti del mio servizio militare. Perché? Si trattava forse di terre sante, dove giaceva una parte esausta e alienata della mia anima?
Vengo anche a scoprire che “la figlia di mia sorella, Muja, ha girato un bellissimo documentario sulla nostra storia, andando a rivedere il Giappone del tempo del campo…” – chissà se un giorno mi capiterà di vederlo? E chissà perché avevano tutti dei nomi strambi in famiglia? In caso di adozione, temo che dovrei cambiare il mio. Quand’era piccolo mio figlio mi chiamava Fefo, chissà se potrà andar bene!
“Quel cortile era il mio mondo, giocavo con le pietre, immagino che fossero cibi.” – a noi, baby boomer e ai nostri figli, ‘ste brutte esperienze sono mancate. Ci hanno dato fin troppo da mangiare e se non avevamo fame, papà si preoccupava, mentre mia madre, che era una donna di campagna, rudemente lo tranquillizzava dicendo: se a vōl ch al cûl chêga... – forse è meglio che non traduca. Ai genitori di Dacia queste ansie non erano consentite: “Mi era più facile immaginare che il sasso tondo fosse una ciotola colma di riso che si…” – mentre mia mamma di noi bimbetti viziati e inappetenti diceva: ci vorrebbe un po’ di miseria e forse capirebbero.
“Fra l’altro sono arrivati diversi pacchi dagli amici giapponesi, ma i poliziotti non ce li hanno consegnati…” – già leggendo il libro di Fosco rimasi sorpreso che quei guardiani giapponesi non erano meno disonesti di noi italiani. Ciurlavano pesantemente nel manico, derubando i loro prigionieri, piccoli o adulti che fossero, ché poco o nulla importava loro. Tale infamia è ingiusta ma naturale, in ossequio al principio di Agatha Christie secondo cui “l’uomo è uguale dappertutto”, pronto a delinquere ove necessita farlo.
Un giorno Dacia e le sue sorelline poterono mangiare “pesche sciroppate dolci e succose per un palato ormai secco e abituato solo a riso bollito e tè amaro, sembrava un miracolo.” – Dacia, se poi li frulli col latte, sapessi come diventano buone!
Non so se è un fatto logico, ma i miracoli accadono più spesso man mano che la vita si fa sempre più grama. Quando c’è ricchezza, ogni prodigio rischia di diventa folclore.
“Ricordo con commozione i canti di quella notte di Natale di guerra…” – se ci pensi, Dacia, tu li ricordi, io trascrivo il tuo ricordo, e un giorno qualcuno leggerà te e forse me, e anche lui inizierà a ricordare: a thing of beauty is a joy for ever… and for everyone in the future. Speróm!
Un atto minuscolo di Topazia diventa così immenso che tu dici: “ci sentivamo per una volta commossi e felici”. Mamma cesserà di scrivere quando, “morta la matita, è finito il diario.” – ma non la memoria, che poi verrà trascritta da tua sorella. Nel frattempo, a casa Maraini, tanto per cambiare, “si aspettava la morte come una liberazione”.
Non riporto quasi nulla delle vostre file al cesso, per via del “freddo” che “diventava più intenso”, per cui tutti si recavano in quel licit (termine che dalle mie parti indica il luogo dove tutto è lecito, ove vige la vera libertà, seppur condizionata) e “la più piccola, Toni, veniva portata in braccio da mia madre.” – gran bella immagine, davvero!
“… ogni sera mi preparavo a morire. Mi ci ero quasi abituata.” – pensa che fortunato è il tuo lettore, che sa che sei sopravvissuta!
Cambi registro al capitolo 9, dive parli di politica, nel senso che ti fai delle domande che hanno un sacco di senso, dopo tutto quello che hai provato: “Insomma, mi chiedo: ci siamo emancipati rispetto alla Santa Inquisizione oppure no?” – forse che sì e forse che no, perché oggi la persecuzione del Potere (unico detentore dell’Anarchia, come diceva l’amico Pier Paolo Pasolini) ha mezzi più ghignanti e infami per gestire le proprie esigenze pesando sulle spalle dei suoi sudditi.
Poi parli dei lager nazisti e de I protocolli dei Savi di Sion, opera che mi è capitato di leggere, che mi procurò dei cattivi sentimenti nei confronti di chi la scrisse. Occorre però conoscere le infamie per non più dimenticarle.
Tu ricordi “ancora la voce arrochita dalla stanchezza e dalla malnutrizione di Fosco che cantava quasi a se stesso la canzone del monte Canino…” – mentre io rammento grazie a te la caccia che davate ai “serpenti che risalivano dalle risaie e si infilavano dai buchi del pavimento.” – come lessi a suo tempo nel libro di Fosco. E tu ti chiedi: “ma come può morire un padre tanto amato?” – e io ebbi un’allegra intuizione una volta che ero andato in un parco a camminare con Nicola, un amico più anziano di me. All’improvviso gli dissi che tutti quegli alberi, quella selva oscura, era destinata prima o poi a marcire, e questo capiterà a noi, ai nostri figli e ai loro. Non so se Nicola mi fu grato per quelle spinose parole. Ma questo è il cosmo in cui viviamo, un gran bel vuoto a perdere.
Come forse t’ho già detto, sono quasi innamorato della figura di tuo padre. L’assimilo un po’ a quella di Egidio Baraldi, detto Valter, partigiano, che mi disse una volta che in guerra aveva ucciso parecchi tedeschi e fascisti, o io o loro, mi dicevo, e sparavo! Valter pareva un misto di Tex Willer e di Socrate. Passò sette anni in carcere per un delitto che non aveva commesso. Mi disse che aveva ringraziato, in fondo alla sua anima, gli infami che l’avevano fatto incriminare ingiustamente, falsificando le prove e corrompendo i testimoni, perché grazie al carcere aveva iniziato a leggere i libri e a imparare i rudimenti del latino. Ora lui e Fosco si vedranno, forse tutti i giorni, in quel ceruleo bistrot dove anch’io un giorno mi andrò a sedere a un tavolino, dopo aver ordinato un cornetto e un cappuccio. Sarà una cosa bella, lo sento!
Ricordo di quando lessi che Fosco stava udendo la voce della madre che, dall’altra parte del mondo, “lo chiamava: ‘Fosco!’. E Lui aveva risposto: ‘Arrivo, aspettami che arrivo, appena finisce questa maledetta guerra ci riabbracceremo’…” – ed ora ‘sto penoso conflitto cosmico si è per loro concluso, e i due formano un’unica anima.
“Ad una certa età il cuore diventa un cimitero.” – e non so come mai ma ogni volta che vado al camposanto mi sento il cuore leggero, come se fossi un uomo fortunato, che ogni tanto scopre all’improvviso di esserlo.
Torno al gesto di Fosco che, per atterrire un suo aguzzino, si amputa un paio di falangi e gliele getta sul grugno, e ora che me lo fai rileggere, non so davvero come definirlo: follia, estrema saggezza, extrema ratio? Ti giuro, non so che dire, se non che, grazie a esso, la sera quegli infami “sono venuti al campo portando in regalo una capretta.” – che diventerà la tua, e la mia amichetta.
“La regola che ci teneva uniti era proprio questa: ogni piccola conquista si divideva prima in cinque, e se c’era più roba, si divideva per diciotto.” – un giorno a Fosco e a Valter presenterò Aldo Bergamaschi, il frate teologo perseguitato dal suo vescovo (che gli proibì la messa in pubblico); quel sant’uomo mi trasformò, da ateo che ero, dapprima in agnostico e poi in ignorante di dio. Questi sì che sono miracoli! Disse una volta, in una sua memorabile omelia, che Gesù non aveva quel dì moltiplicato i pani e i pesci, ma li aveva equamente divisi. Semplice come concetto, no? Per Aldo l’unico miracolo inspiegabile del Messia era stata la sua Resurrezione che non doveva essere intesa come la rianimazione di un cadavere. Ma anche di questo ne riparleremo, se vorrai.
“Conoscere l’universo, per quel poco che riusciamo, ci porta a fare sempre più domande, anziché cullarci nelle certezze.” – a volte nella culla il bebè rischia di morire soffocato, quel che importa è che si agiti sempre un po’.
“Tante domande a cui non trovo risposte.” – per cui mettiti seduta e vedrai che almeno una risposta troverà te.
“Dopo morti qualcosa di noi passa nelle piante, nel terreno, ma poi tutto si dissolve e non rimane niente.” – se non la nostra scrittura, che è la penultima a morire, l’ultima rimane sempre la speranza.
Un giorno, se insisti, ti narro delle teorie che Frank J. Tipler descrive ne La fisica dell’immortalità e di quelle che Julian Barbour va tessendo in La fine del tempo.
Fosco ti diceva: “… Ora il tempo ti sembra lungo ma poi si accorcerà, man mano che crescerai, e da anziana ti sembrerà cortissimo. In realtà il tempo non esiste, bambina mia…” – questo dice Julian!
Secondo te “Il tempo invece è un caos…” – in cui ogni cosa precipita, ma poi si abbarbica di nuovo su per quel vortice: “… ma gira vorticosamente come girano i corpi celesti nell’universo…” – sei informatissima! Secondo Carlo Rovelli lo stesso spazio è una specie di derviscio rotante ed errante, quantisticamente ebbro (la metafora purtroppo è mia).
“Ero sicura che Cristo mi ascoltasse…” – pensa che io avevo un filo diretto con certo Dione, il suo illustre padre, a cui chiedevo un po’ di tutto (dal mistero di Atlantide a dove cavolo avevo ficcato quel giornalino) e, dato che non mi rispondeva quasi mai, gli dicevo: quando sono morto me lo dirai… – e poi aggiungevo: ricordati di ricordarmelo!
Scoppiano poi quelle due mostruose bombe yankee e tutto cambia… Non è però “strano che gli alleati non abbiano tenuto conto che a Nagasaki c’era anche una delle più grandi collettività cristiane e che nei suoi dintorni si trovavano diversi campi di prigionia di guerra” – era carne da macellare, senza nome, cognome, codice fiscale e fede professata.
Scrivi: “Com’era dolce la libertà!” – per cui era subito per tutti “tornata una voglia di famiglia e di tenerezza che era stata cancellata dalla paura, dalle malattie, dal rancore di tutti contro tutti.”
A pagina 170 scrivi che Fosco “deduce che i fatti hanno sempre ragione: la guerra è come un estremo sport.” – a me fa schifo la suddetta e per nulla machiavellica verità effettuale; non avendo lo spirito e l’educazione dei Maraini, non manco mai di far notare che la ragione la si dà ai coglioni e che la guerra è un cancro, come gli effetti di quelle due bombacce orrende hanno dimostrato. Nulla v’è di buono nella guerra, se non la sua conclusione.
“Mi ero adagiata sull’erba, cosa che mi era stata proibita per due anni, e osservavo con un senso di profondo benessere le…” – come mi spiace di non essere stato al tuo fianco, in quel magico istante.
Fosco, poliglotta (io sono pioliglotta, nel senso che conosco un po’ italiano, d’arşân, di pisciottano, di amalfitano, di inglese e poco altro) è un creatore di “poesie ‘meta semantiche’”, che un giorno farò mie. Perché la “parola” era per lui “un giocattolo, un fuoco di artificio, un telescopio, una trappola…” – mi dispiace di non avergli mai parlato (io che tanto amo i rebus e gli anagrammi).
Lui “era silenzioso e poco espansivo sulle questioni che riguardavano gli affetti. Ma le rare volte che l’ha fatto, ricordo che aveva gli occhi lucidi e gli tremavano le labbra.”
M’intriga quello che dici sul verbo spagnolo “esperar per attendere” e il riporto della frase di Seneca, che non so se vorrò mai condividere (è a pagina 179 se a qualcuno interessa): dalla vita non m’attendo che di continuare a essere sereno. Ma intanto esigo di vivere!
Tu cerchi “una serena comprensione” – invece io vado cercando e quasi pretendo un’empatia che vada al di là delle parole e delle convenienze. Io cerco un entanglement, una correlazione. Per cui nulla mi deve fare restare indifferente.
“Come è possibile che due assassini crudeli rivelino una sensibilità poetica così evidente, mi chiedevano gli amici.” – lo dici a proposito di quei due ragazzi sardi che avevano ucciso il padre. Anche se tu dai una mezza spiegazione al loro crimine (magari è anche intera, chissà), non so che dirti. Insieme al tuo romanzo, sto leggendo Il canto del boia di Norman Mailer. Sono appena agli inizi ma la storia di quel Gary m’inquieta assai. Non ho ancora deciso se la tenerezza che provo per lui sia maggiore della rabbia che mi fa. Ogni volta che parla, Gary sbaglia la logica dei suoi discorsi, per cui condivido il tuo pensiero: “chi veramente conquista il potere della parola significativa perde l’interesse per la parola povera e brutale delle armi.” – per cui Gary continuerà ad ammazzare fino a che non sarà ammazzato.
Un militare yankee tenta di abusare della bambina che eri, ma tu riesci a scappare e a denunciare il fatto. E poi ti chiedi perché una donna amata in inglese si dice “baby” – vedi che noi italiani siamo peggio: puttana deriva dal latino medioevale putta – bambina; chi ha fortuna con le donne a Reggio si dice che l ē un bèl putanêr.

Tralascio di commentare il capitolo 23 in cui riporti le varie opinioni su quanto fascista fosse il regime nipponico: la frase della Christie che ho detto poco fa, vale anche in questo caso.
E ora ti faccio una confessione di cui quasi mi vergogno. In tanti punti del tuo libro leggo di fatti commoventi, ma solo a pagina 203 mi sento come un singulto, per cui strizzo gli occhi per non piangere: ed è quando vengo a sapere di quella “squisitezza che struggeva l’anima.” – ma perché, dio mio? Possibile che alla mia età la cosa più dolce che mi aspetto dalla vita è un banale ice cream? Dici che “Il sapore della libertà era impagabile.” – anche quella del gelato che preferisco: bacio, giovanna e panna montata. Se passi a Reggio te ne offro uno. Se capiti a Pisciotta (SA) ti faccio vedere come si cavalcano le onde, cioè si fanno i guarda-guarda. Non so perché si dica così. Penso perché in ogni scimmia nuda si cela un esibizionista. Boh!
Nelle ultime pagine parli degli autori che più ti hanno cambiato (e reso complessa!) l’esistenza, molti dei quali conosco e amo anch’io. Ne riparleremo?
Il romanzo finisce con alcune considerazioni sulla guerra e su quello che conviene a noi “Paesi piccoli e chiusi con altezzosità nei loro confini…” – concordo con le tue considerazioni, ma mi pare che il mondo vada da tutt’altra parte. Chissà dov’è e chissà chi è il matto che s’illude di saperlo.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Dacia Maraini, Vita mia, Rizzoli, 2023

Un pensiero su ““Vita mia” di Dacia Maraini: ogni sera mi preparavo a morire”