“Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo: una volontaria denuncia di diversità

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis costituiscono la vera opera prima di Ugo Foscolo.

Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo
Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo

Il romanzo assurge difatti a primo romanzo epistolare della letteratura italiana in cui trapela la necessità espressiva, l’urgenza di chi convoglia nelle parole il proprio travagliato e sofferto vissuto.

Più specificatamente L’Ortis attesta, parola dopo parola, la consapevolezza di una dicotomia insanabile tra illusione e mera realtà, ideale e disincanto.

Il protagonista Jacopo Ortis, reduce dalla delusione politica del trattato di Campoformio, rianima la speranza, o meglio l’illusione, incontrando Teresa. Nelle lettere che scrive all’amico Lorenzo Alderani fa convergere il flusso altalenante del suo stato d’animo, in un climax emotivo che culmina in un pessimismo totalizzante e dunque nel suicidio.

“Io non so né perché venni al mondo; né come, né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazi dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.”

Edoardo Sanguineti scrive:L’Ortis foscoliano occupa nella letteratura italiana, la responsabile posizione di primo romanzo moderno”.

La componente moderna è evidente in quella struttura aperta, preludio del romanzo contemporaneo.

Un procedere mediante piccoli frammenti, al ritmo cadenzato dalla disperazione e dallo spaesamento di chi vive in un’epoca storica segnata dalla fine della rivoluzione.

Ugo Foscolo ha difatti vissuto un frangente storico di grande instabilità politica e sociale, tra Rivoluzione e Restaurazione.

A Jacopo, esule sconfitto, non rimarrà che scegliere come modulo espressivo la follia, che traslandosi in un linguaggio scomposto, manifesta l’estraneità di chi non si riconosce nella realtà in cui vive.

Dunque l’opera non è il romanzo di una pazzia, di una patologia di un singolo individuo, bensì la denuncia di una sintomatologia storica che raduna una diversità universale di percepire il mondo.

Ugo Foscolo
Ugo Foscolo

“Taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora. Forse io mi reputo molto; ma è mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita. Che facciamo noi tutti i giorni vivendo e querelandoci? Insomma non parlarmene più, ti scongiuro. Narrandomi le nostre tante miserie mi rinfacci tu forse perché io mi sto qui neghittoso? E non t’avvedi che tu mi strazi fra mille martiri? Oh! se il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano basterebbe. Ma chi mi biasima or di viltà, m’accuserebbe allor di delitto; e il savio stesso compiangerebbe in me, anziché il consiglio del forte, il furore del forsennato. Che vuoi tu imprendere fra due potenti nazioni che nemiche giurate, feroci, eterne, si collegano soltanto per incepparci? E dove la loro forza non vale, gli uni c’ingannano con l’entusiasmo di libertà, gli altri col fanatismo di religione: e noi tutti guasti dall’antico servaggio e dalla nuova licenza, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati, e non provocati mai né dal tradimento, né dalla fame. – Ahi, se potessi, seppellirei la mia casa, i miei più cari e me stesso per non lasciar nulla che potesse inorgoglire costoro della loro onnipotenza e della mia servitù! È vi furono de’ popoli che per non obbedire à Romani ladroni del mondo, diedero all’incendio le loro case, le loro mogli, i loro figli e sé medesimi, sotterrando fra le gloriose ruine e le ceneri della loro patria la lor sacra indipendenza.”

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis s’impongono quindi come una premessa indispensabile a spiegare l’impotenza condivisa e conseguente ad una sconfitta epocale.

 

Written by Manuela Muscetta

 

Bibliografia

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Feltrinelli

 

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