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“Se son rose” di Massimo Vitali: quando il tuo capo ti licenzia e tua moglie ti lascia

Finalmente, a pagina 10 di “Se son rose” di Massimo Vitali, compio la mia prima sottolineatura: “… la fortuna non c’era più. Doveva essersi mimetizzata…” – forse si era pure volatilizzata.

Se son rose di Massimo Vitali
Se son rose di Massimo Vitali

Pagina 11: Pancaldi (il miglior amico di Roversi; mentre il mio, anche se nulla ci azzecca, è Pancani): “Sembrava leggere la mente del prossimo, solo che la leggeva al contrario.” – a chi dice che i libri di Moccia sono troppo semplici, suggerisco di leggerli a partire dall’ultima pagina, e poi mi si dirà.

Poiché deve prendersi “una pausa di riflessione”, così gli dissero il suo capo al lavoro nonché quello a casa, Emilia, la reggitrice, che a Reggio è la reşdōra, mentre il capofamiglia è al reşdōr, ma sōl quând lē la dōrom, quando lei ronfa; perché vuolsi colà dove si puote, ciò che si puote, e più non dimandare, il nostro (mezzo) eroe sussurra, fra sé e sé: “me la voglio prendere, al sicuro, chiuso a chiave dentro al bagno delle donne del cinema Corallo.”

Scelta valente, ancorché aulente. E apparentemente definitiva: reclusione senza sentenza e senza possibilità d’appello. Col mondo esterno là fuori, a giudicare, commentare, criticare. Ma che non ce la fa a entrare!

“Solo chi vive in un bagno sa quanto si può star bene anche senza portafoglio.” – lo scoprii quel giorno che mi cascò, e mai più lo vidi, né lui vide più me, e me tornai a casa attonito e sconsolato, per cui andai al licit (così si dice il bagno dalle mie parti) e minsi a lungo, nonché evacuai.

Scrivere è una minzione e un’evacuazione, ma, di rado, un parto, a cui di rado si sopravvive insieme al pargoletto.

Ma queste sono ciance da quattro soldi, mentre la soluzione dell’enigma (riuscirò mai a commentare ‘sto libercolo?) si affaccia soltanto a pagina 98: “‘Riproviamo’, ha ordinato Emilia.” – Emilia, nomen omen? In Emilia, a Rèş almeno, un marito succube si dice che l ē un dû ‘d còp in rifiû, due di coppe in rifiuto, quando briscola è spade. Ad Amalfi è invece ‘nu chiachiéllo, uno che se la fa addosso: perciò Roversi è ora al W.C.

Non cambia granché, quando è lei che decide a proposito dei tuoi bisogni, Roversi. E qui c’è una prima, e forse maggiore spiegazione della tua decisione di invadere un cesso delle donne, per poi rintanarti all’interno. Se lo avessi fatto in un bagno maschile non sarebbe stato il medesimo gesto rivoluzionario.

In alcune risposte che dai al prossimo (chiunque egli sia), mostri un tuo lato intollerante e quasi autoritario, pur non avendo alcun diritto di stare dove sei. Sai ora farti valere, dopo una vita passata a subire l’altrui potestà. Eppure resti una persona sensibile e delicata, talvolta un po’ nervosa. Vedremo come andrà a finire. Intanto, alla tua ex conducatrix, hai l’animo di rispondere: “Io credo che per oggi vada bene così.” – Amen e così sia.

Sei a casa d’altri ma hai vinto un appalto di servizi: dovrai dire alla proprietaria del cinema i gossip e le lamentele che senti dire dalle donne che frequentano il cesso, una sorta di customer relationer (termine concepito dal sottoscritto, non so se esista nella realtà).

Non potendo tu uscire, dovrà essere la padrona del cinema a provvedere alle tue risorse, essenziali per la sua sopravvivenza: oltre a “quattro rotoli di carta igienica” e a “nove paia di mutande”, anche “un po’ di scatolette di cibo per cani che non mangiano” – che non è un’assurdità o, meglio, lo è, ma è motivata dal fatto che una gentile signora ti ha scaricato un cagnolino di nome Giuseppe che è o pare atarassico e inappetente, poiché lei ormai non sa più come gestire il problema. Nemmeno tu, ma, buono come sei, accetti quell’arduo incarico, anche perché lei te lo scaraventa dentro al tuo rifugio. Il cane non abbaia, non guaisce, non sorride, non piange, non mangia: si sentirebbe a casa sua nella Val di Non, chissà: questa battuta è come se te l’avessi rubata ma, lo giuro, è mia.

Non so se c’entra ma lo dico lo stesso: Giuseppe deriva dall’ebraico yosef, fondato sul verbo yasaph, che significa accrescere. Un nome augurale, insomma, e di auguri tutti noi, non solo voi due reclusi, ne abbiamo davvero bisogno.

Una variopinta umanità: un arcano meretricio (o si dice meretrice uomo?) che, contattato telefonicamente, specifica che, per andare con i quadrupedi, “è prevista una maggiorazione”; un idraulico; un elettricista e tanti altri, tutti bisognosi di auguri, a occhio, si chiamano Giuseppe. Il tuo ex condomino pure. Anche colui che si definisce il tuo “Big Bang”, in quanto… beh, lasciamo perdere… e pure il suo bambino: Giuseppino. La moglie, ovviamente, è Santa, la figlia, ancora più ovviamente, è Santina: Santa Madonna, ora pro nobis!

Rinchiuso ma agganciato al resto del mondo acusticamente e grazie a una salvifica fessura aperta dal “fabbro Giuseppe”, tutto uno zoo umano si alterna a visitare quella specie di abside, che diventa una specie di luogo da visitare almeno una volta nella vita.

Il fatto capita anche alla tua “coscienza”, con cui hai un battibecco decisamente stressante, la cui “voce” ti offre un “consiglio di un’amica”, cioè di pensare a lei, oltre che al tuo io.

Esiste tutto un cosmo che esiste fuori da esso, anche il proprio sé. E tutta una serie di animali (genitori, amici, moglie) che compongono quella che si definisce una costellazione familiare, composta da svariati astri e meteoriti, ognuno dotato di orbita e capacità gravitazionale. Come mia costumanza, ho messo in bocca alla tua coscienza dei concetti miei, che ho intuito ascoltando il vostro dialogo.

Massimo Vitali
Massimo Vitali

Ormai sei un filosofo capace d’individuare “gli unici abitanti della terra oltre agli animali, in grado di vivere il concetto del ‘qui e ora’. Ovvero gli unici capaci di vivere il proprio tempo nel presente, i bambini.” – sono abbastanza d’accordo, e per questo amo giocare a fare il critico (ma quando mai?), il recensore (magari!), il reagente (beh, forse sì) dei romanzi di quel bimbo, che non so se sia il Massimo degli scrittori viventi, ma certamente uno dei più Vitali. Egli è un tipo che ama trastullarsi col proprio io, il proprio sé e con quelli degli altri: i lettori. Anche a me non fa schifo aver a che fare con lui. E spero che chi ha scritto ‘sto papiello composto da 70 capitoli sappia apprezzare la lode sottesa.

Il capitolo intitolato Se son rose darà la misura del dramma esistenziale (o si dice commedia umana, oppure tragedia fatale?) in cui viviamo? Dopo averlo letto ho la risposta: no.

Ora ti poni un paio di insidiosi quesiti a cui nessuno, nemmeno l’autore (cioè tu, caro il mio io narrante) sa rispondere. Ti chiedi a quale voce dovrai ascoltare e a cui render conto. Nessuno lo sa! Ma ricordati che la vita è un’allucinante partita doppia. E che, a pagare e a morire, c’è sempre tempo.

Non vorrei fare da spoiler, ma mi scappa detto che ora tua moglie non fa che sussurrarti che, in fondo (al vostro pozzo), le manchi. E che, ancora più in fondo, ma potrebbe essere una gravidanza isterica, lei è incinta. Qui lo dico e qui lo nego. Se si legge il romanzo si acquisiranno delle ancor più pallide certezze.

Altra dose di saggezza filosofica: “Se si riuscisse a pensare più spesso alle prime volte in cui si è sentito caldo dappertutto, forse nei rapporti di coppia si riuscirebbe a scaldarsi di più, forse nel mondo le separazioni calerebbero all’istante…” – e forse un certo M. V. cesserebbe di essere il vate (senza r) degli ex. Ma che mondo distopico sarebbe!

Dopo di cui tu rimiri la ghégna (cioè la faccia, lo specifico per chi vive altrove) che ti ammicca dalla tua carta d’identità, e scopri che in fondo quel tanghero ridens sei tu.

Conto appena cinque “avevo i brividi”, un “avevo sempre avuto i brividi”, e quattro “voglio”: di più non riesci a scriverne, al momento, ma devi essere ottimista: sappi che alla morte e alla riappacificazione col partner ci si arriva da vivi.

Un concetto emerge dalla tua scrittura: solo allontanandosi dalla passione, essa ricomincia a fiammeggiare. Chiamo all’uopo a testimoniare Enrica Bonaccorti (La lontananza sai è come il vento) e Denis de Rougemont (L’amore e l’Occidente). E pure l’autore de Il circolo degli ex, di cui non rammento però il soprannome.

E tutto è bene quel che finisce bene.

Giuseppe il peloso è tornato dalla sua padroncina.

Anche Roversi, che tanto glabro non è.

Un’ultima aggiunta, a mo’ di concia (in fondo un reagente letterario non è che un carnezziere): lo stile di Vitali è basato sul gioco, sul dialogo frizzante e ironico, sul dire, tacere, nascondere, scoperchiare verità, a volte pure negarle, sempre irridendole, sempre bonariamente.

Quello che più apprezzo della sua scrittura sono le sciocchezze che egli sa inanellare in una lunghissima collana, in cui sono va infilandole insieme a qualche ossicino, delle conchiglie e svariati tappini di birra.

Perché la sete è sete, la fame è fame. Poi, la catarsi avverrà lì, nel licit, dove tutto parrà lecito.

Un’ultima sciocchezza. Ora mi sto accingendo a leggere Peter pan, un classico dell’infanzia che l’acuto Dorfles, in I cento Libri, sconsiglia agli adulti maturi, e mi domando se lui l’abbia riletto, per la centesima volta, ora che è anziano.

Ti chiedo, Massimo, e anche a te, Roversi: in caso di difficoltà esegetiche, posso contattarvi?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Massimo Vitali, Se son rose, Sperling & Kupfer, 2021

 

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