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“Taccuino arabo” di Giuseppe Acconcia: una famiglia di girandoloni

Taccuino arabo” di Giuseppe Acconcia è una silloge di racconti eterogenei per ampiezza, stile e profondità. Il primo è sicuramente autobiografico. Gli altri non so, forse a tratti. Di doman, nonché dell’altro ieri, non c’è certezza.

Taccuino arabo di Giuseppe Acconcia
Taccuino arabo di Giuseppe Acconcia

Bocconi di traverso: Soltanto a pagina 122, prima riga, sconfesso la primitiva convinzione che non sarei stato in grado di commentare un libro così acconciato, che pareva già dire tutto lui e che poco o nulla sarebbe rimasto al povero recensore che tale non è, tra l’altro, essendo tutt’al più un fortuito reagente, praticamente un enzima che passa di lì per caso.

L’io narrante è anche lui un peregrinante. Nella stessa pagina egli è e, subito dopo, altrove. A nord, a sud, a est e a ovest, dentro e fuori un confine. Anche a sudovest e a nordest, volendo.

Il primo, lungo racconto o romanzo breve, in ogni caso sconfinato, consta di 73 capitoletti, più o meno brevi, più o meno estesi. Tutto è relativo e scorre quasi ovunque.

“Insomma, sono partito per questo viaggio verso l’America latina perché non riesco più a guardarla in faccia, non posso parlarle. Sono partito per digerire questi bocconi di traverso, per agire prima di arrendermi, per leggere, scrivere, parlare spagnolo e, magari, arrivare in America latina.” – non so se serve per capire, ma l’io è studente alla Bocconi. L’inguardabile ormai incomunicabile si chiama Francesca e colleziona suicidi celebri. Una specie di hit parade dell’eroe più artisticamente autolesionista. Attualmente in testa c’è Sarah Kane. per quanto riguarda il concorrente Kurt Kobain il caso “è controverso”. Francesca puntava a condurre uno studio sull’effetto Werther (mia ipotesi).

Una volta ero sul treno che da Salerno mi riconduceva nella mia città, dove normalmente c’è nebbia, in quanto agli arşân tèsta quêdra piace vedere l’aria che respirano, e dove, da alcuni milioni di anni, difetta l’oceano. Se vai sui colli scandianesi, trovi però delle conchiglie fossili. Nel mio scompartimento c’erano due fratelli salernitani che stavano risalendo a Milano perché studiavano alla Bocconi. Ma perché, dentro di me mi chiedevo, perché lo fate?! C’era anche una coppia di cavesi disperati. Dopo anni lei era stata nominata vincitrice di un concorso pubblico, a cui quasi si era scordata di aver partecipato. Stava salendo per prendere servizio, ma non si sa se avrebbe accettato l’incarico. Suo marito sarebbe dovuto ridiscendere presto al sud, dove faticava e dove abitava con due figlioletti, nonché una suocera attempata.

Una volta, sul treno era possibile interagire con gli altri passeggeri, si faceva gruppo, molto più di oggi, che i treni sono ultrarapidi (raggiungono i 300 km/h) e i posti divisi a due a due, al massimo a quattro. A meno che tu non prenoti un’offerta family, che ti isola dagli estranei, ma costa un casino.

“Ancora una volta riesco a partire con la mia famiglia per un viaggio lungo e incredibile.” – anche il lettore si azzecca, di nascosto, agli Acconcia, per ritrovarsi poco dopo “a Cesme, in Turchia. Di lì raggiungiamo la Ionia, la Licia, la Cilicia, la Lidia fino in Siria. Scopro Aleppo…” – un po’ scostato, intravedendo qualcosa, vengo a sapere che vi fu ambientata “Medea di Pasolini…”.

Alla Bocconi, però, è un’altra cosa: “… Le giornate in classe passano grigie e monotone…” – e ci si sente gravitare da “un peso” da “un fastidio” che ti collega a “quel mondo”. Ma chi te l’ha fatto fare?

Caro Giuseppe, in questa balzana esistenza si è sempre in bilico fra due diverse, antagoniste forze del cosmo: la gravitazione universale e l’entropia, il disordine, com’è previsto dal secondo principio della termodinamica. Tu preferisci essere spiattellato in un black hole, dove tutto di te diventa quella singolarità e nulla più; oppure preferisce il gelo cosmico in cui nulla, nemmeno tu, che non esisti più, potrà gestire una briciola di energia?

Meglio una temperatura di svariati milioni di gradi oppure lo zero assoluto, a meno -273° C?

Propenderei per una via di mezzo, però più sul tiepido, intorno ai 20°, variabili.

“In realtà non ho un’alternativa valida alla Bocconi. In quegli anni penso ancora che solo l’agire politico possa…” – sì, in quegli anni, dici bene. Poi siamo andati a –666° C, mi sa.

“Il peso sale, il mio corpo si ingrandisce a dismisura…” – cresce e cala, ma che te ne cala in fondo? Arrivi a 1130 etti, anche a me toccò una volta, ma poi sono sceso, grazie ad alcuni mali pensieri… com’è successo a te.

“‘Michaux’ dice Samuel che sta scrivendo la tesi sui suoi testi. ‘pendant dix ans aviat pris le mescaline. Il écrivait et dessinait sous ses effets’, Samuel lo emula. Io no, anche se lessi Allucinogeni e conoscenza e Miserabile miracolo, forse quarant’anni fa.

“Imbocco via Mezzocannone…” – la zona universitaria; anche a me capitò più di una volta. Lì assistei impotente (e indifferente) alla lite fra un posteggiatore e un posteggiato, il quale si lamentava di una botta a un fianco della sua utilitaria. Accadde prima o dopo il posteggio? Chi sa parli! Li lasciai che stavano ancora alluccando.

“Tutti hanno una storia di furto da raccontare…” – io ne ho due o tre, uno a Parigi (nel 1975, ma capitò al mio amico Alberto), una a Barcellona (1990, a me) e un’altra a Reggio (2022, a me).

Ti porgo un’inquieta domanda, ora che sei “a Santa Maria la Nova dove ‘aréta palma si beve, si parla, si suona e si balla.”. L’arcispedale di Reggio si chiama Santa Maria Nuova perché una volta era nei pressi di via Dante, e si chiamava solo Santa Maria. Ma perché anche quello di Firenze si chiama così e perché la stazione di Firenze è Santa Maria Novella? Perché c’è un paese anconetano che riprende quell’indefinito nome? Perché bisogna sempre rinnovellare il nome della mamma di Gesù? Ma se andassi oltre nella disamina del tuo testo, non farebbe gioco?

“Nei piccoli teatri dei quartieri spagnoli ripropongono Orgia di Pasolini o le nuove Baccanti di un uomo che cambia forma.” – e chi non muta mai le sue sembianze, cellula per cellula, fermione per fermione… A volte però ci si limita a cambiare nome, come dissi poc’anzi.

“A Napoli non ti uccide nessuno e se cerchi la vita, c’è. Ma Napoli è anche un Porcile…– film dove i suini se la videro buona, se ben rimembro, leccandosi pure i baffi col giovane protagonista!

“Hanno visto in me un potenziale zio Antonio: un potenziale inetto…” – mio padre assurdamente confidava in me, mentre io intendevo diventare un inetto al lavoro, questo dopo aver ingurgitato una dose di Eros e Civiltà di Marcuse.

E ora “mi trovo a ingoiare questi bocconi di traverso…” – successe anche a me, per quaranta due anni dietro fila, destino cinico e baro.

“Samuel anche a Napoli cerca erba. Vorremmo tentare di lavorare, di trascurare quei bocconi, rimanendo a casa…” – ma sì, assèttate e aspietta che te passa: ‘o tiempo l’ha criato uno che teneva pressia!

“La sera prima di addormentarci mi cerca, vuole che stiamo vicini, giunti, dandoci piacere a vicenda. La sera, prima di addormentarsi, due amici si aiutano, si trasmettono piacere, anche col corpo”: amore, amicizia, kāma sūtra, il solito diabolico e appassionato kam’a.

A proposito di sanscrito-campano: “’O calero, mangia e dorme sotto ‘a fica. Si nu’ mbstone, na palla e sivo” – e che ‘sto calero, sto ‘mbstone, che significano, me lo dirai un giorno?

Giuseppe Acconcia
Giuseppe Acconcia

Nel frattempo ti trasmetto il parere autorevole di un mio ziu acquisito, pixuntiano doc, esperto botanico: …a fica, quando è jovine, è delicata, ma quando è becchia va innanz’arretro… – dondola, quannu u rammu è anzianu, ma si può spezzà quannu è zurieddu. Una volta era andato a far visita al padre deceduto di una sua ex, la quale era ormai sessantenne. Il tipo era esposto nella camera da letto. A Pixuntum, quando questo accade, tutto u paisi si reca a salutare chi non potrà più scendere in piazza a fa’ du chiacchiere. Entrò e la sua ex corse ad abbracciarlo. Al che ziu le disse le immortali parole: Dio esiste, punto! E poi se ne scappò, che teneva a che fa’ con ‘na guagliona…

“Anche Henry Miller, l’autore di Tropico del cancro, ha vissuto a Parigi, arrangiandosi, mai svegliandosi prima di mezzogiorno, con in testa solo come cercare un piatto caldo.”ed Henry fu il mio disgraziato maestro… Che pessimo alunno ha avuto!

Finalmente sono giunto a pagina 23, al Satori, alla prima riga: “un ruscello e una cascata. Facciamo pessima musica, come”.

come in Cosmo di Roberto Moscardin, che ti presento, Giuseppe, Roberto… siete entrambi miei amici, ormai.

Grazie a questa recente lettura, ho compreso il senso del tuo narrare frastagliato e inconcludente, perché nulla va concluso sul cuor della terra, ove nulla deve mirar alla perfezione, alla definizione, alla morte. Nulla vuole, può e deve terminare. Un Altro deciderà. Ma i confini non sono di questo mondo, che non essendo infinito, di certo è illimitato. Il tuo pellegrinaggio ha uno scopo: non averne, e questo ti permette di raccogliere le anime che incontri qui, lì, costì e colà.

Dopo l’entanglement (fra te, Roberto e il sottoscritto) posso anche rilassarmi. In definitiva, ognuno ha il Cosmo che si merita.

Sto pensando che oggi “è il 19 marzo, prepariamo i purptielli affogati…” – e quanta invertebrata sapienza finirà nelle nostre epe!

“Dormiamo allora all’Ostello di Arezzo e poi facciamo una tirata fino a Salerno.” – in che senso una tirata? E ja! Sto pazzianno!

Io proseguo fino a Pixuntum, che, italianizzata, diventa Pisciotta, dove stavano sette donne che insieme orinavano, per cui le vide nu previtu che, alzando la tonaca, disse loro: mua pure io pisciu, e simmu a Pisci-otta! Ci sta anche chi, per l’etimo, lo riferisce a pisci, pesce. Il paese originariamente era Pixous (dal greco Πιξούς). Se un giorno ti capiterà di andarci, o di tornarci, sappi o ricordati che prima dell’Enoteca Perbacco, dove ci scoleremo insieme del buon Fiano, ci sta, in zona Rizzico, il chilometro della morte, che almeno una volta nella vita va affrontato. Cose che voi nordici di Salerno…  

“Io voglio vincere lo spazio, digerire questi bocconi di traverso viaggiando con lentezza dopo la laurea…”tutto accadrà aroppo, dimàne.

Julian Barbour in The end of time scrisse che il tempo non esiste; Rovelli, arrovellandosi, giunse poi a dire che lo spazio non è che un rutilante grumo che si aggruma con altri grumi, e nulla più!

Kobane ultima andata: la tua Francesca parlava di Kurt Kobain. Non c’entra nulla, arguisco.

“Seguirono i giorni più straordinari che abbia mai vissuto.” – non conoscendo o non ricordando la magia di Rizzico, ovviamente.

“… nessuno era lì con la sicurezza di poter rimanere, con la certezza di poter uscire, con la sensazione di salvezza che può dare un titolo, o un ruolo di rilevanza, o semplicemente l’appartenenza alla categoria di ‘straniero’.” – diversamente che a Pixuntum, dove vige il detto: meliu nu male maritu che nu male vicinu il primo può anche andarsene, il secondo pure, ma quello che viene dopo è pure peggiu.

Il lutto nell’hammam: è il magico luogo dove si narra di diciassette uomini che se la vedono bene in una specie di islamica Spa (salus per aquam): “Lì ci sono uomini che mostrano i loro peni turgidi, che si masturbano, che guardano gli altri. In una delle ritirate si sente un odore intenso di sperma che si estende nel corridoio laterale…” – ed è un effetto splendido quando, nell’atto erotico, quel che in genere procura fastidio, l’eccessiva aulenza, diventa un agente inebriante.

L’autore avverte l’insipiente lettore che: “chi è stato con uomini sa che le due parti sono perfettamente uguali nel momento in cui si uniscono. L’uno ha un bisogno necessario dell’altro.” Il grande Cesare (conosciuto anche come Cesarina) fu ingiustamente diffamato, in quanto, a dire di alcuni commentatori dell’epoca, era sia attivo che passivo.

“Un proverbio persiano dice ‘se un iraniano mette la mutanda al contrario il pene si alza perché sente odore di culo.’” – la pussa di casa, dicono a Venezia.

Il mio amico Francesco: “Dividiamo in due un grande letto matrimoniale. La mattina seguente parlo appena, mi sento così felice di stare con il mio nuovo amico da non aver alcun bisogno di nulla”. Amen e così sia.

L’eteria di Darhas: “(… Gli scarafaggi camminano quatti lungo il pavimento, vengono fuori dai tombini, dalla bagno dalla cucina)”: In fila, come tanti soldatini. Da questo racconto imparo che il mondo per lo più è racchiuso fra due magiche parentesi tonde.

La turista: “… un fetore chiaro di verdure putrefatte coglieva chi fosse passato in quell’angolo di strada e avesse voluto interrogare cipolle e pomodori sulla loro freschezza.”pochi taccuini, come il presente, mi sono parsi più odorosi, forse nessuno.

“La turista fu ammirata da questo racconto e visse la città per un momento…”, e poi “la turista sentì di nuovo la voce provenire dalla moschea per la preghiera.”, e anche, “… con la pesante valigia sulle spalle, scese le scale anguste, l’aria calda le ravvivò il volto.” – e infine? Che poteva fare una turista? “Partì.”

E noi (tu e Robby e il sottoscritto, le iammu arretru).

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Giuseppe Acconcia, Taccuino arabo, Bordeaux, 2022

 

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