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“Ninfa plebea” di Domenico Rea: scrivere è aggrapparsi alle ragnatele dell’anima

Ninfa plebea, questo breve romanzo di Domenico Rea è un coacervo, che etimologicamente significa un mucchio che termina a punta, e su quella punta c’è lei: Miluzza, la ninfa plebea, la ninfa che casualmente è plebea. Ninfa, sposa velata, che tutti vorrebbero e che solo lo sposo del destino si piglierà.

Ninfa plebea di Domenico Rea
Ninfa plebea di Domenico Rea

Plebea ha lo stesso etimo di polys, platea, pletora, pienezza. Ninfa è colei che emerge dalla massa, assurgendo al rango di, seppur minuscola, preziosissima dea.

La storia si svolge a Nofi, città che potrebbe esistere solo nella fantasia dell’autore, e parte della mia ricerca sarà di capire se si tratti invece, com’è quasi certo, di Nocera inferiore, paese in cui Domenico visse fin dalla più tenera infanzia. Non che sia importante, ma ci tengo a capirlo: è un dato cogente.

Nunziata è la madre della ninfa, una marcusiana senza manco saperlo, che non disprezza la civiltà, ma preferisce l’Eros: “Lei non credeva a questo tipo di peccati perché erano la salute della terra. Non lo erano per cani e gatti, asini e cavalli, tori e vacche, lioni e pantere, che addirittura lo facevano all’aria aperta, chiedendo la comprensione benevola della gente?”

In caso di pentimento, si può sempre fare come Carmela ‘a Sguessa, la bazzuta zoccola che, al termine dell’inclita carriera, ha trovato una redenzione fatta di vitto e alloggio gratuito presso un monastero, dove svolgerà mansioni di serva.

Domenico ama produrre continuamente dei cumuli di parole, semplici oggetti ma anche tipi di persone, come a pagina 12: “In questo fragore ovattato tutto si rimescolava come in una sola caldaia: uomini, donne, ragazzi, alberi, polveri, sassi, colline, montagne, stelle e ogni altra cosa creata.”

Nella vita occorre avere sempre a consapevolezza di quel che si è: ognuno è “una casarella”, con tutti i mobili-organi che ci fanno vedere, parlare, cantare, baciarsi, litigarsi, bestemmiare, con in basso “il cesso che puzza proprio perché la gente non se ne vada di capa e si ricordi di essere animale.”un essere ammobiliato e dotato d’un’aulente anima.

Pur conoscendo bene il campano, mi sto servendo di un vocabolario napoletano, per meglio individuare certi termini che, a prima vista, mi paiono sconosciuti oppure dubbi: “cestunia”, “mafariello”, “tracchia”, “ciuciù”, “sperlunghe”, “sferra”, “tuocco”, “mafàro”, “cicerchie”, “‘o per’ e ‘o musso”, oh!, pietanza che conosco assai bene: per chi la ignora “è la carne nervosa bollita del piede e del muso del vitello, tagliata a pezzetti, deposta in una carta oleata che funge da piatto, condita con sale spruzzato da un corno-cornucopia su cui si fa cadere a pioggia il succo di un limone di Amalfi grosso come un cocomero”, e poi “abito a quadrigliè”, “zetella e ffresca” (a Pixuntum lo zitu è il giovane non sposato), “arricetta”, “dduje confiette”, “anguicrinita”, “trestola”, “legnasante”… e numerosi altri vocaboli che la scrittura dovrà salvare dall’oblio.

C’è questo “sur” che sta per su, non l’avevo mai sentito. Colgo vari “per intanto”, pleonasmo che mi sento di perdonare, essendo così tipico in Eco e in Bacchelli, che mal mi suona però. C’è una signora di nome Trifomena che mi pare una storpiatura di quella Ninfa che si gettò nel golfo di Patti col nome di Febronia, per emergere tempo dopo sulla spiaggia di Minori, dove la plebe la chiamò Trofimena e da allora la venerò come la sua santa patrona.

“Dopo le feste comandate, il 24 maggio era la ricorrenza più importante. Nofi viveva alle dipendenze del quartiere militare…”

Non trovo nulla su zio Wiki, se non la tragedia del 24 maggio 1999, in cui perirono tra le fiamme di un incendio doloso due giovani sul treno che recava a Salerno un migliaio e più di tifosi delusi per la retrocessione della loro squadra in serie B. Ma non c’entra nulla: il romanzo fu scritto vari anni prima. E nessuno amerebbe rammentare quell’assurdo evento.

A Nofi, per i militari era arduo “trovare una camera d’affitto. molti militari celibi abitavano nel quartiere, ma gli sposati dimoravano in paese” – e la maggioranza risiedeva altrove: “chi riparava a cava dei Tirreni, chi a Pagani, perfino ad Angri” – tutte località prossime a Nocera.

“Le fogne puzzavano – antico segno di Nofi – ma erbe e fiori, che s’inerpicavano sui muri, riuscivano a mitigare il fetore delle fogne e a primavera il profumo giungeva a ondate come un tremolar di musiche.”quel che si chiama odore di casa.

Quando alla ninfa plebea offrono un lavoro che è quasi ben pagato, “Miluzza tornò ballando a casa”: un’immagine che ogni tanto balza nella mia mente quando chiudo gli occhi.

“E Miluzza, come tutti i plebei disordinata di corpo era ordinata di mente”i plebei non mettono tutte le virgole, solo le necessarie.

Quelli che la conoscono provano attrazione per lei, chi per un motivo e chi, i maschi soprattutto, ma anche qualche femmina vogliosa, la scambia per quel che non è: un mero oggetto sessuale e non una persona da amare.

Anche il suo nuovo padrone, don Peppe Arecce, ne è vittima e carnefice al contempo: l’avvicina e le dà “un bacio sulla guancia, poi sulla bocca a tutte labbra” – e quella gli sorride, sconvolgendolo per sempre, lui che era avvezzo alle meretrici, ma non alle ninfe. Pare un amore recirpoco ma non lo è affatto. Miluzza lo scoprirà ben presto.

Un discorso che non comprendo: “Giunta all’albergo non ebbe il coraggio di domandare del commendator Arecce. E a chi? Un fattorino le disse che in quel momento non c’era, ma che sarebbe tornato in mattinata, dunque per ora poteva accomodarsi e aspettarlo.”

Non è importante capire tutto di un libro. Lo è prestare la massima attenzione.

Don Peppe “aveva intuito che con Miluzza l’estasi provata in quel tramonto nel capannone del sacchettificio era solo l’inizio di una discesa agl’inferi che lo avrebbe portato alla liberazione dei suoi intrugli morali e carnali.”

L’infatuato datore di lavoro dona alla sua operaia dei vestiti sfavillanti e la ninfa “scomparsa ogni traccia plebea, si era trasformata in un non so che di creolo di certe donne americane che lui aveva sbirciato a Londra. le mammelline sotto la stoffa erano grandi quanto un morso”.

E lei gli era così grata che “lo baciò sul volto, sul collo, sotto il mento, sulle orecchie, sui seni peluti, sull’ombelico e ancora più giù fino alla fine della terra. via via che non gli dava respiro, lei divenne adulta e padrona, lui bambino e servo.”

“Sotto le coperte, lei gli stava a fianco come una figlia alla madre”: “spogliato Peppe era più vecchio” di quel che pareva da vestito.

“Per la prima volta il basso le sembrò una grotta umida e fetida” – e per lei, ora “tutto era brutto”.

Dopo questa sua avventura vissuta lontana da Nofi, “In poche ore aveva visto come si poteva vivere meglio, più comodi, più spaziosi, con più luce, con il paralume sul comodino.”

La gente del paese vide Miluzza “prendere il direttissimo dell’1.05”, che “era il treno popolare-pendolare dei nofinesi che si recavano a Napoli a far spese nel pomeriggio” – e che “si fermava a tutte le stazioni, a Pagani, ad Angri a Scafati, a Torre” – e da dove può partire se non da Nofi-Nocera?!

Mi pare che quella ninfa plebea rassomigli alla radiazione che riesce a evadere dal buco nero, in cui potrebbe sempre ripiombare, ché nel cosmo tutto è possibile.

“A Nofi di notte una persona si ritrova con se stessa; a Napoli esce dal suo corpo.”

Domenico Rea
Domenico Rea

A pagina 123 Domenico parladell’Agro Sarnese-nofinese” e, due pagine appresso, che “Napoli si trova a una trentina di chilometri da Nofi” – in realtà una decina in più. E accenna alle “Manifatture Cotoniere meridionali”, rinomato satabilmente con sede a Nocera.

Volutamente ho tralasciato di parlare delle scene obbrobriose della gente di Nofi, che danno della puttana alla figlia di Nunziata, talis mater talis filia, e la riempiono di botte, perché la gelosia è un’atroce bestia e meno se ne parla e meglio è.

E quando nessuno riesce più a invidiare nessun altro, vuol dire che c’è una tragedia in atto, per esempio una guerra, con i bombardamenti che distruggono un piccolo centro, sperduto perché circondato da altri piccoli centri, che paiono indipendenti, ma ora oppressi dalla medesima sventura.

“Corbara stava a cinque chilometri da Nofi…” – in realtà sono circa otto.

Pagani “stava a un chilometro da Nofi.” – facciamo tre e mezzo?

Centri tra loro vicini e al contempo distanti, appartenenti a cosmi diversi: “Ogni città, ogni paese, ogni villaggio, allora, era separato dall’altro quasi in mezzo ci fossero delle murate alte cento metri. Nessuno sapeva o conosceva chi abitava nell’altro vaso. Non erano paesi l’uno contiguo all’altro, ma nazioni spostate in remote zone geografiche.”

Leggo a pagina 141 che da Angri a Nofi sono “una decina di chilometri”, in realtà variano da 8 a 10.4, ma dipende da quale via attraversi.

Ora qualcosa univa tutta quella gente in un unico destino, stabilito dall’immonda guerra. In quel khaos, in quello schifoso baratro, Miluzza incontra il suo Pietro, bello, alto, poverello come lei, forse un po’ meno.

I due si sposano e “gli sposi, fra mille evviva, uscirono fuori dalla chiesa raccolti sul sagrato.”

I due giovani “cessarono di essere persone e si trafsormarono in esseri superni”: come le statuine degli sposi poste sulla cima di una torta nuziale.

Quel che non fu cucinato e offerto nel desco in cui era invitato tutto il paese, fra cui spiccavano le nobili figure di “Cusimiello, Naniello, Gigino ‘o turco, Jennaro ‘a Jastemma”!

Pietro sgozza un innocente cappone, e ne raccoglie il prezioso sangue e, “ricordandosi di quel che doveva fare, si alzò per prendere il fazzoletto del pollaio e buttarlo giù come un colombo ucciso…”

A scorgere quel salvifico sangue tutti quanti i paisàni gridarono, con un’unica voce: “Viva gli sposi! Viva gli sposi!”.

E viva per sempre colui che li scorse appènnerse a ‘e ffelìnie ‘e l’anema soja, e ce li seppe e volle donare!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Domenico Rea, Ninfa plebea, Leonardo Editore srl, 1992

 

 

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