“Gargantua e Pantagruele” di François Rabelais: un ciclo di cinque romanzi

I – Chi può, vuol, deve: Genesi?

Gargantua e Pantagruele di François Rabelais
Gargantua e Pantagruele di François Rabelais

Gargantua o meglio: “La molto orrifica vita del grande Gargantua padre di Pantagruelegià composta da Mastro Alcofribas Astrattore di Quintessenza”, è il primo della serie di cinque romanzi scritti da François Rabelais nei primi decenni del ‘500, ma in realtà è il secondo a essere stato scritto.

Normalmente è posto all’inizio perché è il prequel di Pantagruele, scritto due anni prima, nel 1534, anche lui dotato di un interminabile sottotitolo, che tratta della vita del figlio di Gargantua.

Il Prologo dell’autore inizia con la salvifica dedica-invocazione: “Bevitori illustrissimi, e voi, Impestati pregiatissimi (perché a voi, non ad altri, sono dedicati i miei scritti)…”dopo di cui egli cita quell’Alcibiade che, nel Simposio di Platone, definisce Socrate “simile ai Sileni”, cioè a delle scatolette con su dipinte delle “figurine allegre e strambe”, che contengono “le droghe più fini”. Socrate era così, bruttino fuori ma arguto dentro.

Una domanda esistenziale: “Che cosa è venuta prima, la sete o il bere?” e la risposta è in dotto latino, “privatio præsupponit habitum”, la necessità fa l’abitudine (e non solo la virtù), ergo: la sete, avrei detto. Macché! È il bere, per cui sento che non posso che migliorare la mia capacità speculatrice se voglio intendere un po’ la logica sottesa al testo.

Qualcuno ammette la sua nevrosi (ancora non si chiamava così): “… io mi inzuppo, mi bagno, bevo, soltanto per paura di morire.” – la quale condizione non è né virtuosa né vile, bensì una sensazione fra le più gravi e importanti. E continua: “… se non bevo, sono nelle secche, son bell’e morto; e mi scapperà l’anima in qualche pozzanghera con le rane; perché l’anima non può mai star al secco…” – qualche annetto, ehm, secolo dopo lo confermerà la medicina ufficiale: noi siamo fatti d’acqua (anche di vino, birra e bevande, anche quelle yankee e gasate) nella misura del 60%!, la maggioranza assoluta che ci governa da migliaia di anni!

Qualcuno beve “non più d’una spugna”, l’altro “come un frate”. E poi qualcun altro dice: “Se io andassi sú come mandò giú, a quest’ora sarei già in aria.” – (notevole questa concordanza fonetica tra l’alto e il basso).

Una domanda sorge spontanea: “Di’, se il mio cazzo pisciasse di questa buona roba, tu lo succhieresti?” – la risposta è scontata: l’altro si metterebbe “in lista”, non essendo neppure il solo ad aspirare a tale liquida benedizione.

Tipi religiosi questi: “Ma volesse il Signore che non ce l’aveste più…” – e l’altro fatica un po’ a intendere: “Come, il mio membro? Oh, sacrableu! Se è per farvi piacere, datemi qua un coltello…” – gente rude, ma generosa!

Il putto, per nascere, “andò a sortire dall’orecchia sinistra”. È così che nasce un grand’uomo! Il suo primo vagito fu: “Da bere! da bere! da bere!” o almeno quello fu il grido che “il buon Grangola”, il padre udì. E così rispose: “Diavolo, alla gran tua” – (sottinteso, gola), da cui fu gioco-forza chiamarlo “Gargantua”. Latte dalle mammelle materne ne scaturì a sufficienza: “… mille quattrocento e due mastelli e nove boccali latte per ogni succhiata…”.

Subentrò ben preso un nuovo liquore: “rosolio settembrino” e “se batteva i piedi, piangeva, o gridava, portandogli da bere lo rimettevano a posto, e subito se ne stava allegro e quieto.” al che “lui si rallietava, trasaliva, e si cullava da se stesso, dondolando col capo, monocordizzando con le dita, e baritonando col culetto.” – come dicono dalle mie parti, una delle tanti: da un poco ‘e schifezza nasce a a criatura.

Finora il romanzo mi ricorda in certi passaggi il poema dantesco e quello ariostesco, più il secondo del primo. Ma anche… non so chi? Ah, il Decamerone!

Non difettano i riferimenti letterari: “in due belle fibbie d’oro” della braghetta “era incassato un grosso smeraldo della grandezza d’una melarancia”, perché secondo Orfeo e Plinio, “questa pietra ha virtù erettiva e confortativa del membro naturale.” Non mancano i riferimenti etnici: per “gli antichi Siracusani e certi Argivi” il nero non era il colore del lutto; fors’anche per i nipponici.

“La notte non è forse funesta, triste e melanconiosa…”quando uno dorme in effetti non beve, se non in sogno, che non è la stessa cosa. A me non dispiace perché si è finalmente soli, e quando lo sei, e lo dice Leonardo, sei tutto tuo!

Per descrivere L’adolescenza di Gargantua (Capitolo undicesimo) occorrono due pagine, da cui estrapolo poche righe: “… mangiava il companatico senza pane, mordeva ridendo, rideva mordendo, sputava spesso nel piatto, e scorreggiava bagnato; pisciava controvento…”, ma anche: “… faceva i conti senza l’oste, seminava vento e raccoglieva tempesta, prendeva i fiaschi per fischi…” – e in tal modo zufolava da dio! Precisazione necessaria: se si scorreggia con due r il tanfo è più penetrante.

Dice quell’impertinente bimbetto: “Se doveste andare di qui a Cahusac, cosa preferireste, andarci a cavallo di un’oca, o portando una troia al guinzaglio”this is the problem! Mostra d’essere un giovane deduttivo quando dice: “… sempre bisognerà cacare prima di nettarsi il sedere.” – verità assoluta a cui arriva con le sue gambette. E continua: “… non v’è miglior nettaculo d’un papero ben piumato: purché si abbia l’avvertenza di tenergli la testa in mezzo alle zampe.”  – una prudenza a cui non tutti pervengono in vita. Negli anni della giovinezza egli studiava ogni aspetto dello scibile umano, e dopo una giornata dedicata all’apprendimento di ogni mestiere e arte, dopo la necessaria preghiera a Dio, tutti quanti i discenti “si davano al riposo” e forse si dicevano le stesse parole che si usano nelle nostre campagne, dopo una giornata che è un eufemismo definire campale: che bèla invensiòun l ē al lèt!

Un esercito composto da “sedicimila e quattordici archibusieri e trentacinquemila e undici venturieri” – i conti sono sempre precisi e indubbi – semina il disastro ecologico ed economico in tutto quell’immenso microcosmo, un alternarsi buchi neri e di gelida entropia.

Entra ora in gioco tale “fra’ Giovanni Fracassatutto” – che ha tante qualità da far concorrenza al nostro gigantesco Gargantua. Egli spappolerà tutto quel che c’è da spappolare e “gli uni morivano senza parlare, gli altri parlavano senza morire; e chi moriva parlando e chi parlava morendo.” E nessuno mostrò più letale valentia “quanta ne mostrò il monaco contro i nemici della sua vigna, con quel suo manico di croce.” – con quel segno nessuno perderà, così dicono.

Ormai tutta l’Europa è in guerra, quando finirà? Picrocole, nemico di “quel villanzone ubriaco di Grangola”, il cui figlio è un gigante in tutti i sensi a cui vengono sparate delle balle di cannone, al che quello dice: “Mi tirate degli acini d’uva? La vendemmia vi costerò cara!”. E quelli “gli tirarono almeno novemila e venticinque colpi di falconetto e archibugio, mirando tutti al capo.” – inquietando l’immane essere, che non può fare a meno di sbraitare: “… tutte queste mosche mi accecano: datemi per favore un ramo di quel salice per cacciarle…”.

Dopo la vittoria, Grangola fa festa ed evito (per mia desolata pena) di dire quanti buoi, giovenche, vitelli, caprettini poppanti, montoni, porcellini di latte in salsa di mosto, pernici, beccacce e capponi son serviti e, al solo nominarle, mi stan sorgendo i sintomi della gotta. I vincitori sono sempre i più virtuosi, il frate a cui scappa un “corpo di Dio”, mica bestemmia in quanto “è solo per ornare il mio discorso: sono colori di retorica ciceroniana.” Prima di troncare il capo a un meritevole, il frate recita la sua prece: “… io ti affido a tutti i diavoli!” Il re vincitore non dimentica di premiar le sue truppe: “distribuì a ciascuno di loro tutti i suoi servizi da tavola, del valore di un milione e ottocentomila e quattordici bisanti d’oro.” Il frate si limita a chiedere “il diritto di fondare un’abbazia a mia idea.” – e quale? una la cui regola aurea “consisteva in questo solo articolo: Fa quello che vuoi, perché persone libere, bennate, ben istruite, che frequentano oneste compagnie sentono per natura istinto e inclinazione che sempre li spinge ad atti virtuosi, e li tiene lontani dal vizio; ed è ciò che essi chiamavano onore.” E, per condire questi buoni e marcusiani sentimenti, mai difetterà del buon vinello.

II – Chi può, vuol, deve: Levitico?

Nel Prologo l’Autore spiega tantissime cose, che basta leggere per saperle, ma vorrei sottolineare solo queste parole: “Io non sono nato sotto un tal pianeta, e mai mi è accaduto di mentire, o di dar per vera una cosa che non fosse sicura.”al che il re delle Finzioni (tale Borges) annuirebbe sorridendo e sorriderebbe annuendo. Rabelais più che mentire, amplifica al massimo (è meglio dire che giganteggia) la realtà quotidiana, anche l’attuale, in quest’Europa umiliata, offesa e bombardata (e martoriata).

“Dovete dunque sapere che, ai tempi delle origini del mondo (la prendo alla lunga, e son cose che accaddero più di quaranta quarantine di notti fa per contare al modo degli antichi Drudi)…” – in effetti cinque o sei miliardi è abbastanza più di 1600. E cosa accadde in quel mitizzato periodo? “Fu uno di quegli anni talmente fertili in ogni frutto che suole offrirci dalla sua matrice…” – un po’ come io ora raccolgo i frutti della mia recente lettura; “… e particolarmente di nespole, che a memoria d’uomo quell’anno fu chiamato l’Anno delle nespole: perché bastavano tre per farne un moggio”a me finora è stato sufficiente il primo romanzo per colmare un paio di pagine.

Fu un florido periodo in cui tutto aumentava di lunghezza (ventri, spalle, membri, orecchie etc), ad altri tutto il corpo, per cui nacque e si sviluppò la genia di giganti a cui appartennero, tra l’altro, “Atlante”, “Golía”, “Polifemo”, “Caco”, “Anteo”, “Sisifo”, “i Titani, da cui nacque Ercole”, “Fortebraccio, quello che fu vinto da Oliviero, pari di Francia e compagno di Orlando”, “Grangola”, “Gargantua” e “il nobile Pantagruele, mio padrone…” – è l’Autore che parla, servitore della sua creatura, com’è corretto che sia. Fosse stato per me io ci avrei messo anche Primo Carnera, Robert Wadlow ed Henry ‘Hank’ Pym.

Senz’esagerare, “Gargantua all’età di quattrocento e quattro volte venti e quarantaquattr’anni, generò il figlio suo Pantagruele, dalla moglie sua, che si chiamava Baldebec, figlia del re degli Amauroti in Utopia, la quale morì di parto” – e chi non avrebbe seguito tale sua infelice sorte: come potrebbe una sorcina partorire un elefante? Quel benefico e tragico dì “si poterono veder chiaramente uscir di terra grosse gocce d’acqua, come quando qualcuno fa una grossa sudata.” – onde per cui il neonato fu chiamato Pantagruele, dal greco, “tutto” “assetato” (“Gruele” è “in lingua agarena”).

Dal disgraziato ventre materno uscironoben sessantotto mulattieri, ciascuno dei quali tirava per la cavezza un muletto ben carico di sale…” – e fu il sale, più che l’equino, a dilaniare quel povero addome e stroncare la vita di quella giovine mammina. Pantagruele “era peloso come un orso…” – fatto ben augurale, e in Australia sarebbe diventato un pittore rupestre. Pianse Gargantua (ma non si capisce se con o senza lacrime) per la morte dell’amata, che chiamò “amor mio, bella mia, mia fighetta…” – non adeguata, miserrima, a quel nobile compito. Non dico indifferente, ma non così colpito dalla tragedia, intanto il poppante “succhiava il latte di quattromila seicento vacche”…

All’ormai cresciuto (in tutti i sensi) infante capitò un giorno d’incontrare “un Limosino che contraffaceva la lingua francese”, il cui eloquio è comprensibilissimo utilizzando all’accesso ogni forma di analogia. Un esempio minimo: “… e in estasi venerica i véretri nostri inculchiamo nei penitissimi recessi delle pudenda di quelle amicabilissime meretricole…” – s’intende il consumar del naturalissimo sesso, ben inteso. Ancora, dai: “… libentissimamente, non appena illucesce qualche minutola parte del giorno, io demigro in qualcuno dei così bene architettati templi…”et sic ora pro nobis! A Orleans l’infante sollevò una campana con il mignolo, “così come potremmo noi con un campanellino da sparviere”. E poi suonò tutto il suonabile, rovinando in tal modo la qualità del vino che “si risentì e andò a male”, per cui a berlo gli abitanti del paese rimasero con la bocca aspra, addossando giustamente la colpa a quel giovane e asperrimo titano.

I libri della “Biblioteca di San Vittore” erano meravigliosi, e della lunga serie (tre pagine) di titoli vorrei citare quello dal titolo meno sintetico: “Antipericatametanaparbeugedamphicribrationes merdicantium” – quest’ultima, come esplica la nota in basso, probabile “stroppiatura burlesca di Mendicantium”. Un altro titolo che merita una citazione è, ovviamente, “La Martingala dei cacatori”, nonché il “De patria diabolorum” di “Merlinus Coccaius”, noto pseudonimo di Teofilo Folengo, maestro acclamato dall’autore.

Toccante è la missiva in cui papà Gargantua incita il figlio a vivere culturalmente la vita sua, studiando tutto, in precipuo modo le sacre scritture e i classici, nonché le arti liberali, il diritto etc etc: averlo un padre così, e io pure l’ebbi! Importante chiosa quasi in chiusa della lettera: “la scienza senza la coscienza non serve che a rovinar l’anima…” – a cui però aggiungo che la coscienza senza scienza è misera cosa (et vice versa).

Nella disamina degli anfratti di “una donnetta vecchia vecchia”, fraintendendoli, un leone disse, tra l’altro (si tratta, ben inteso, di una favola), a una volpe non troppo scaltra: “Iddio ti ha ben provvisto di coda, ce l’hai grande e grossa a dovere, sú, dagli forte, e non ti incantare: un buon lavoratore, che, smoschettando continuamente, smoschi col suo moschetto, non sarà mai smoscato dalle mosche. Smosca dunque, coglioncino mio, sú smosca, zuccone bello! che io vado e torno.” E quell’imperito e imperituro canide dovette poi patire le peggiori aulenze che l’anziana non pareva mai smettere di intercalare ai suoi sorrisi l’una a seguito dell’altra.

“E siccome tutti domandavano come mai i frati avevano la coglia così lunga, Panurge risolse benissimo il problema, dicendo…”e qui occorre leggere tanto, ma la spiegazione merita, lo prometto, l’intero libro. Da coglia, ovviamente ne esce il coglione

Il petante Panurge dice a delle donne maliziose: “… cerco di accompagnare col basso la musica che voi fate col naso.” – erano tutte raffreddate. Panurge che sta a Pantagruele come il Che al Fidel (sono ben consapevole della gravità del paragone), ma solo perché più minuto e vivace, aveva “sessantatre maniere per procurarsi denaro; ma ne aveva duecentoquattordici per spenderlo, senza contare i rifornimenti del sottonaso.” – l’orifizio più ingordo. Alla fine rimaneva così senza denaro che risparmiava persino sugli accenti!

Panurge corteggia una garbata e ammogliata femmina e glielo dice in modo spiano: “… sappiate che io sono così innamorato di voi, che non posso più neanche pisciare né andar di corpo…”. Poi le chiede gentilmente se sa cogliere “l’anagramma di Rica fede pria calafi”, lei nega, e lui: “È facile: Federica, apri la fi…bbia…” E anche se cerca di svegliare in lei una pena per il suo stato, avvisandola: “… c’è qui Giovannin vagabondo che cerca rifugio…” – e nel contempo occupa il pertugio, dico io… Lei pare irremovibile e lui la maledice, minaccia e offende. Ma poi se ne va, per escogitare la punizione che non descrivo ma mi limito a definire ultra-aulente. Mai tanta fedeltà coniugale fu così riconosciuta dall’altrui olfatto. Scoppia poi la guerra, anch’essa evitabile, come tutte le altre, col semplice buon senso, che allora come ora difettava: “… Panurge diede fuoco alle polveri, e li mandò tutti arrosto come anime dannate, uomini e cavalli”sic transit merda mundi. Ora le cose s’ingigantiscono. Il prossimo nemico è immane: “trecento Giganti, tutti armati di pietre da mola, e grandi a meraviglia, però non così grandi come voi, eccettuato uno che è il loro capo, che si chiama Lupo Mannaro, e che è tutto armato di incudini Ciclopiche…” – e una miriade di truppe, fra cui spiccano “centocinquantamila puttane tutte belle come dee…” – a ogni milite il suo sacro servizio.

Le ultime di cui dissi turbano l’anima del buon Panurge che geme nel lamentarsi: “come arriverò mai a infilare tutte quelle puttane in giornata, senza che ne scappi una che sia sistemata a dovere…” – e mi vien da dire, e mi vergogno per ciò: So’ c… tuoi!… anzi so’ f… tue!

Con un petone Pantagruele fa tremar la terra “per nove leghe all’ingiro, e da essa, insieme alla corruzione dell’aria, nacquero subito più di cinquantatremila omettini, tutti nani e contraffatti; e da una scorreggia, che gli venne dopo, altrettante piccole donne, come ne avrete potuto veder sulle fiere, di quelle che non crescono mai se non quanto una coda di vacca in lunghezza, o tutte in grossezza come le rape del Limosino.” – detto ciò ogni fatto è lampante.

“Questi mozziconi d’uomini (che in Scozia chiamano manici di frusta) sono facilmente collerici. E la ragione fisica è che hanno il cuore molto vicino alla merda.”al buco del culo, dirà poi Fabrizio De André.

Piscia ora il sommo Pantagruele e annega una moltitudine di poveracci. Dai, capita!

Ora bisogna parlare dello scontro con quel Lupo e i suoi scagnozzi. E io mi rifiuto, già fu una dolorosa e meravigliosa pena leggerne la narrazione. È nel romanzo che ci sta tutto, il mio lettore deve diventare il suo (di François). Preferisco citare la resurrezione di Epistome (l’unico deceduto dalla parte dei cosiddetti buoni), operata non si capisce come dal solito mattacchione Panurge, e il bello, nonché il brutto, è che il redivivo va ora narrando del mondo di Colà e dei suoi demoni, nonché delle anime ivi alloggiate, ognuna con la sua mansione: “Alessandro il Grande obbligato a rammendare un mucchio di calzette vecchie”; “Scipione Africano vendeva feccia di vino in una tazza di legno”; “Lancillotto del Lago scorticava i cavalli morti”, “Antonino che faceva il lacchè” – il solito raccomandato; “Lucullo, che faceva il rosticciere” etc etc. Stavano tutti da dio, ma senza dio, oppressi solo dall’alienazione connaturata al lavoro, per citare quel Karletto che è uno dei pochi maestri che l’Autore non mostra di conoscere.

“… al contrario, i filosofie, e tutti quelli che avevan dovuto lottare con la miseri quassú, toccava loro stavolta a fare i gran signori.”tutto gira che ti rigira, come uno spiedino che arde scottato e infelice.

In un paese non dei più infelici “si prende la gente a giornata per dormire, e guadagnano da cinque a sei soldi al giorno; ma quelli che ronfano ben forte guadagnano fino a sette soldi e mezzo.” Si tratta di “una borgata in fondo al clivo, di cui ho dimenticato il nome…”dove vorrei pernottare talvolta, ma solo di passaggio verso l’Altrove.

Per discorrere (speriamo per l’ultima volta) delle minzioni del Capo (Pantagruele), l’Autore non mente dicendo che “la sua orina era così calda che da allora in poi non si è ancora raffreddata. E se ne trova in Francia in diversi luoghi, secondo il corso che ha preso. E si chiamano acque termali…” – fra cui cito, emilianamente, quella di “Porretta”, “nella contea di Bologna”.

Per tale secondo romanzo, che è il primo, o per il primo, che è il secondo, Franceschino chiede d’essere perdonato dai suoi lettori: “e non pensate troppo alle mie colpe, più di quanto io alle vostre”. E dice la verità, l’unica ammissibile (sono io un integrale integralista?) su “queste fanfaluche e questi scherzi”: “se li leggete per lieto passatempo, come io per passare il tempo le ho scritte, voi e io siamo più degni di perdono d’un mucchio di…” – di rei della storia civile, “Sarraboviti, Bacchettoni, Lumaconi, Ipocriti, Scarafaggi, Zoccolantacci dei miei stivali , e simili congreghe di gente che si travestono come le maschere a carnevale per gabbare il mondo.” – e io, a te, perdono tutto, anche quel quasi subliminale machismo che aleggia ovunque nella tua mirabile opera, come perdono al Mario Bonfantini quel quasi impercettibile cambio di genere di poche righe innanzi.

III – Chi può, vuol, deve: Deuteronomio?

Tocca ora al terzo gnocco: Dei fatti e detti eroici del buon Pantagruele, composto da Maestro Francesco Rabelais Dottore in Medicina e Jerofante delle isole di Hyères – a cui c’è l’aggiunta: “L’autore supplica i benevoli lettori di riservarsi a ridere al settantottesimo libro”. Chiaro vi è? A me no. Il terzo libro del Pentateuco rabelesiano consta di appena cinquantadue capitoli. Dopo averlo letto sono indeciso se paragonarlo al Levitico o al Deuteronomio. Non di certo a Numeri, Genesi ed Esodo.

Colgo nel Prologo che “… filosofare in vino, e non invano…” – questo occorre oggigiorno (negli ultimi tredici miliardi, settecentomilioni e dodici anni, semestre più, semestre meno). “Ciascuno stava all’erta, ciascuno portava il suo fardello. e gli uni lucidavano corsaletti, verniciavan corazze, lustravano barbute, frontaliere, usberghi…” – etc etc., e poi continua a elencare siffatte attività per mezza paginetta. E ancora, nella pagina che segue il prologhetto finisce con la più terribile delle maledizioni: “Che non possiate cacar più se non a forza di staffilate, e non pisciar mai se non a tratti di corda, e non scaldarvi mai se non a legnate!” – a chi rivolte? A tutti quelli che… che cosa… che!

Nella terra testé conquistata e redenta dei Dispodi, il mitissimo nonché saggissimo Pantagruele “trasferì in esso una colonia di Utopiensi, in numero di 9 876 543 210 uomini, senza contare le donne e i bambini…” – come se non contassero! In pratica tutto il genere umano, canidi e felidi compresi! Deduco: tutti noi, troppo poco o troppo tanto, siamo utopici; ma solo una minoranza è eu-topica; chi cerca e chi, in sé, già tiene tutto stipato.

“… tagliando i boschi e bruciando i tronchi per vender la cenere” – ed è con un certo orgoglio che nella mia Rès, dove il più corto è alto sette metri mezzo (mentre a Parma le banconote da cinque euri son grandi come una taverna), diciamo bruser la ca’ per vende la sendra… e che fra corer e scaper…!

Cito l’autore che cita San Tommaso, per una lampreda e un argomento teologico, non meno viscido del teleosteo, ma chi vuol sapere di più: che esca, vada ad accattar il Pentateuco e se lo legga! Secondo l’immorale moralista Panurge “i creditori sono (e lo sosterrò fino al rogo escluso) creature belle e buone. Mentre chi non presta nulla è una creatura brutta e cattiva, creatura del più brutto diavolaccio d’inferno…” – noi finti dotti diremmo anaffettivi e poi il losco e simpaticone consigliere di Pantagruele va spiegando quale terremoto inumano accadrebbe se nessuno più prestasse (anche e soprattutto a fondo perduto): “… sarebbe più facile in natura allevare i pesci nell’aria, pascere i cervi nel fondo degli Oceani, che sopportare questa porcheria d’un mondo che non ci presta nulla. Per carità io non lo posso vedere!”. E continua: “Perché questo microcosmo che presta, che deve, che prende a prestito, è così provvido che condotte a termine tali operazioni, già pensa ad imprestare a quelli che ancor non son nati, e perpetuarsi con tal prestito, se può, moltiplicandosi in immagini simili a sé: cioè i figli” – tanto che mi viene da dire che Panurge e il suo autore qui preannunciano lo scambio nergetico-materico che Einstein escogitò soquanti secoli dopo (meno di quattro).

“E a chi vi si rifiuta è assegnata dalla natura una giusta pena, acre tormento nei membri e furia nei sensi; mentre a chi vi si presta è stabilita una ricompensa, gran piacere, allegrezza e voluttà”forse ai primi si augura una perenne e totale entropia; ai secondi un tepido e ravvivante white-hole.

Pantagruele (citando qualche insigne pensatore persiano), dice: “… il secondo vizio è mentire ma il primo è esser debitore insolvente. Perché debiti e menzogne vanno di solito insieme.”

Poi addolcisce il discorso: “… d’ora in avanti non state a fabbricarvi i creditori: per tutto il passato vi assolvo.” – meglio è peccare che non perdonare. Anche il pentimento è una virtù come poche, tanto che spinge il reo a esclamare: “… non nascerà ormai più peto che non sia indirizzato al mio naso. Tutti gli scorreggiatori del mondo, scorreggiando, diranno: ‘Eccoti la quietanza’…” – già quel fesso acuto immagina: “Morrò tutto candito di peti”.

Quell’inclito miserabile è a una svolta esistenziale e chiede al dolcissimo e fetentissimo padrino padrone se è per lui il caso di ammogliarsi. Quello un po’ dice di sì e un po’ di no, a seconda della conseguente previsione del figlioccio-allievo. Ed è un po’ come giocare all’infinito a testa o croce, ma ora una volta è l’una e poi l’altra, e poi ancora l’una e l’altra in un dramma che si definisce solo a pagina 348: “E allora voi ammogliatevi,in nome di Dio.” L’infame quesito (mentre m’auguro che io non mi sposi più, passando, come m’accadde, tra la condizione di single e di chi aspetta il suo turno per entrar in municipio a dar parola, e poi, uscendo, fummo colmati entrambi di sale fino) dura non so per quanti capitoli (mi tedia contarli). Più intrigante è la questione: “La natura, mi sembra, non senza ragione ci ha dato le orecchie bene aperte, senza riparo di porta o di altra chiusura, come invece ha fatto per gli occhi, la lingua e gli altri meati del corpo.” – motivo? per ascoltare chi ci insegna (sintetizzo e aggiungo: questo potrebbe essere il motivo per cui Madre Natura rende gli avi ‘nzallanuti, con la testa fra le nubi, se non anche in preda alla tempesta: non più bisognosi d’essere istruiti da alcuno, che già han sentito a sufficienza ogni specie di dottrina).

Panurge, nella sua immensa e simulata modestia, le femmine, specialmente le anziane, le chiama “sagge donne”, ma anche “presagge, cioè presaghe, perché divinamente prevedono e sicuramente predicono quello che deve avvenire”, ma anche “non già Moinette, bensì Monette, giacché da ogni dì ci vengono monimenti, cioè ammonimenti giovevoli e salutari.” – in arsan mennett è mal netto, sozzo.

A pagina 374 Epistomene, definisce “Eraclito, gran scotista…” – e allora, mi e ti chiedo, posso chiamare Rabelais reichiano, marcusiano ed henrymilleriano? La risposta è sempre sì, no, sì, no, sì.

In difesa della fellatio: “Chi ruba, non succhia, ma azzanna; non inghiotte, ma arraffa, porta via, e fa sparir di mano” – ladruncola succhionista è un ossimoro? Dovrei compiere una perigliosa verifica in riferimento quella tipa tracagnotta e obesuccia (si fa prima a saltarla che a girarle attorno) che si offre ogni dì alla bisogna presso la stazione dei treni di Salerno.

Leggo che: “i Giudei per circoncisione se lo tagliano e incidono da loro stessi: preferendo essere corti e tagliatelli marrani, che non essere scorticati dalle donne.” – obietto, Vostro Onore: quando si sottopongono a questa santa usanza sono marmocchi e ancora non conoscono le femmine. Oh, questo è fondamentale: “… le parole, come dicono i Dialettici, non hanno un significato naturale, ma convenzionale, a piacere” – tanto che gli italici si fann’intendere (anche) col gesticolare, sempre linguaggio artificioso e artificiale è. ma anche naturoso e naturale, per (il) dio (della parola, chiunque Egli sia). Prendiamo l’espressione “girognomica circumbilivaginazione”, si provi a contattare il più espressivo dei parte-nopei parte magicamente espressivi: ce la farebbe a rendere l’idea? Anche il mago Silvan e Totò, miracolosamente coesi, faticherebbero a comprendere, finendo per scompisciarsi l’uno appresso all’altro.

Panurge col solidale Epistemone, giunge a casa di Her Trippa, esperto in tutto quello che finisce per -gia e -zia, anche di “Lacanomanzia”, “Ictiomanzia”, “Antropomanzia” etc etc. Nel prendere congedo da questo e poi da Fra’ Giovanni Fracassatutto, gli dice “Senti, coglion mio vezzosino” e poi tira lungo per altre due pagine (da “coglion monchino” a “coglion travolgente”; passando per “coglion d’alidada” e “coglion sussidiario”)… gli chiede il più saggio dei pareri: e quello, senza alcun dubbio, dice di sì, che si deve maritare, o ammogliare, ma forse, a dirla tutta, pensa che è meglio che no. Alcune paginette dopo, tocca al frate a chiamarlo “Coglion mio appassito, coglione ammuffito” e poi per due pagine ancora (da “coglione smangiato” a “coglion febbricitante”, passando da “coglione ernioso”, ad Amalfi direbbero paposcioso, e “coglione a scimitarra”), a cui insegna come non diventar becco (ché tale parrebbe il suo destino contrappassante), cercando un fatidico “anello di Hans Carvel”, che a me pare ‘nu scartilloffio!

Una citazione da controllare: secondo Diogene “la fornicazione è l’occupazione della gente non altrimenti occupata” – il che è vero: mentre ari il campo non puoi, al contempo, fornicare, manco se sei Ercole, almeno credo.

Poi parla della classificazione dubbiosa da parte di Aristocle (lo nomino così per non farlo identificare all’istante), che rimase col giudizio sospeso: fra “gli animali ragionevoli, o fra le bestie brute…” – io direi di cangiare argomento. Mi devo solo rammentare di non inviare l’articolo a Letteratura e cultura al femminile, rivista magistralmente diretta da Emma Fenu.

Quest’ultima amenità: parrebbe che il primo aspirante femminicida Satanaccio abbia sussurrato a Eva: “Ti è stato proibito, dunque tu devi mangiarne, o non saresti più donna.” – parlando della mela, che s’era capito?! Io mi sarei pappato l’ofide! Scopro che occorre non dire mai a una donna che il marito è geloso, a meno che non si cerchi di renderla fedifraga!

Cambiando un filino argomento, ora Panurge e Pantagruele tentano di definire Triboulet. Il secondo comincia per primo: “mi sembra competentemente matto”; il primo aggiunge per secondo: “propriamente e totalmente matto”. Al che il primo che fu secondo aggiunge: “Matto fatale” – e l’altro che fu secondo ma anche primo, replica: “Matto fuor di registro”, e dopo poco più di cinque pagine, Panurge definisce: “Matto a prova d’archibuso”, e io cito ancora soltanto un casuale “matto logaritmico” e un “matto abbreviatorio”, l’uno del secondo primo, e l’altro del secondo secondo.

Una chiosa: il padrino dice: “Matto abbreviato”, il discepolo consigliere dice: “Matto abbreviatore”; ergo tutti siam matti. Quarantaquattro pagine dopo (in gran parte deuteronomiche) si conclude il terzo romanzo.

IV – Chi può, vuol, deve: Esodo?

François Rabelais
François Rabelais

Quarto scarpasòun: Dei fatti e detti eroici del nobile Pantagruele, composto da Maestro Francesco Rabelais Dottore in Medicina: come io mi sento e sono infermiere professionale. Se il terzo è Deuteronomio, questo è Esodo. Il primo che è il secondo facciamo che sia Genesi, al secondo che è primo consideriamolo Levitico e all’ultimo spetterà per diritto re-censorio Numeri, essendo quello coi numeri di pagina più elevati. Spero d’esser stato logico e trasparente.

A pensarci meglio, mi pare questo più un’Odissea, che viene a fagiuolo dopo così tante Iliadi.

Nel Primo Prologo, colgo ‘sto fiorellino:i calunniatori”, dice: “con più precisione potreste chiamarli Diavoli. Perché in greco calunnia suona diabolé…” Passo direttamente al Terzo Capitolo per segnalare una lettera ricca di paterna passione di Gargantua, il cui commiato è commovente (e due parole hanno la medesima radice da movère): gli dice di salutare tutti gli amici e si firma: “Il tuo padre e amico Gargantua.” – il nome di un gigante non può contenere minuscole (nel testo è scritto tutto in maiuscolo).

L’autore ci dice che di un tale argomento: “ve ne comunicherò volentieri il contenuto, se me lo chiederete con la debita insistenza”: Sì, affare fatto! È anche un invito a leggere l’opera, essendo però consapevoli ch’essa è assai ricca di tranelli. Panurge e un avido mercante litigano e poi fanno la pace, bevendo insieme allegramente. L’amicizia ha una breve e tragica durata. Uno dei due insegue la sua mandria di montoni dove non potrà mai brucare erba (sono su un natante che recherà lontano i nostri eroi). Arrivano nel primo paese dove tutti sono e non sono parenti, dove i due sessi vivono in armonia (che assurdità!), dove lui le dice: “mia ombrina” e lei “mio nasello”. Un altro dice a un’altra: “Salve, mio guscio.” e lei “Salve, mia ostrica.” una lei dà a un lui del “pisello”, anche perché lui le aveva dato del “bacello”. Questa faccio fatica a capirlo, lui a lei: “buon viso” e lei a lui: “cattivo gioco!”. Questa è chiara: “Ricòrdatene, scorreggia.” – “Non dubitare, peto.” Intuisco che in quel paese dove la parentela è simulata non esista nepotismo. Se un giorno incontro Panurge o l’autore glielo chiedo. Parlare “da monaco monicante e non da monaco monicato” – ed è dura da capire. Ipotizzo: sempre in fieri, mai fiato. Quel monaco dice che sta contando le “rosticcierie rosticcianti” – in piena attività?

Questi girandoli finalmente arrivano nella città dei “Mangiaprocessi”, il cui mestiere è così orripilante che mi sento orripilato. Quando uno di loro tornò dalla sua missione esistenziale, “visse fino alla morte. Non se ne sentì più parlare, e la sua memoria spirò insieme al suon delle campane che suonarono al suo funerale.” Qualcosa mi voglio lasciar sfuggire su questi disgrazianti disgraziati: si rompono facilmente e rompono gli altri similmente: a uno di loro “fu rotta la testa in nove posti”, a Oudart “uno degli assistenti” aveva “disincornifistibulato tutta una spalla”, a Loyre un assistente diede un pugno a “un gomito che si sentiva tutto sgrarrettatricchetraccheribellivoltato il tallone.” –  il pugno l’aveva ricevuto sul gomito e da lì ebbe inizio il problema. C’è Trudon che si lamenta: “Non gli è bastato d’avermi pestariverzicomazzettabiricostrabaccorigirafriccotrituraveggiato il mio povero occhio.” – che non fu più, in seguito, quello di una volta. Uno scudiero stava anche peggio perché dice: “Non vi bastava d’avermi marcatrivellantambussafridellagridelliscopapopondrillato tutte le membra superiori a scarpate, dovevate anche mordicchiagrimpititabirobirincoccobirancaccotirintimpaneggiarmi negli stinchi con le punte dei vostri stivali? A voi vi sembrano scherzi, questi? A me no” – manco a me.

Un Mangiaprocessi a una sposina aveva però “tasteggiarimpenillopizzitrimballinsfreghettato di nascosto e parti vergognose” – tapino e colpevole, ma non fesso. Un maggiordomo si sente “tutte le braccia svergolinstravoltizzirate”. In quel paese alla fine si andava tutti ragionevolmente d’accordo.

“… due vecchie Mangiaprocessine del luogo” si lamentavano piangendo e piangevano lamentandosi, perché “poco prima avevan gettato il monaco al collo, sulla forca, alle due più brave persone che ci fossero in tutta l’isola di Procurazione.” – e qui m’è scappato la parolina rivelatrice.

I nostri vanno oltre quel paese fin troppo legale: di passaggio segnalo le “isole di Enig ed Evig, belle fruttifere in fatto di clisteri.” e poi, Altrove, “ci sembrava di essere nell’antico Chaos…” – che con quell’acca inquieta di più; “… nel quale stavano e fuoco e aria, e mare e terra, tutti gli elementi in refrattaria confusione”: altrimenti detta entropia.

Dice “Giovannino senza paura” che è “mica cuore di pecora; ma un vero cuore di lupo, un cuor d’assassino! Non ho mai avuto paura di niente, fuorché dei pericoli.”mentre io temo di ferire me ferendo il prossimo, di ferire il prossimo ferendo me.

“… quelli che navigano per mare sono così vicini che vivono morendo e muoiono vivendo…” – fors’anche maggiormente indotti all’annichilimento personale: mentre mi recavo in traghetto da Livorno a Palermo pensai: e se mi lanciassi su questa scia candida, che ne sarebbe di me?

“Una sola e unica causa li aveva spinti in mare, e cioè un pertinace desiderio di vedere, apprendere, conoscere e visitare…” – a chi mi chiedeva a che mi serve scoprire tutte queste cose?, non seppi che domandare a mia volta: a che ti serve vivere?

Un momento di raccoglimento, per favore: “Pantagruele, finito questo discorso, restò in silenzio e profonda meditazione. Poco tempo dopo, vedemmo le lagrime colare dai suoi occhi, grosse come uovo di struzzo. Mi voto a Dio, se mento d’una sola parola.” – io ti credo, proprio per quell’arcano Dio. Anche Borges ti crede.

Ora Xenomanes notomizza e descrive in due paginette Quaresimante, che è “simile al coglione sinistro d’un pedicello maschio”; finirà poi per dire che la sua ragione è “come un poggiapiedi”; di passaggio ha “il gorgozzule, come un paniere da vendemmia”, “gli uretri come una cremagliera”, “i vasi spermatici come pasticci sfogliati”, “l’orina, come le fiche al papa”. Continua nel capitolo successivo (altre due paginette): dove cito soltanto “il membro, come una pantofola” e “il buco del culo, come uno specchio di cristallo”.

Nel prossimo, si parla del suo “contegno”: “Se piangeva, erano anitre in salsa di cipolline”, “Se sogghignava, eran piedini di porco al sanguinaccio”, ed era un tipo che ignorava il temine paura, e se ce l’aveva era solo “della sua ombra, e delle grida dei cerbiattoni.”

Un essere che dava poche incertezze sul suo comportamento: “… se mai avesse stretto con loro amicizia o alleanza alcuna, le due parti si sono orribilmente inasprite, invelenite, indignate e rinfocolate negli animi, né è più possibile provi rimedio; sarebbe più facile riconciliare insieme i gatti e i ratti, i cani e le lepri.”

Pitagora era certo che “secondo il numero pari o impari delle sillabe di ciascun nome proprio, arguiva da qual parte fossero zoppi, o gobbi, o ciechi, o gottosi, paralitici, pleuritici, o soggetti a simili altri difetti di natura, gli umani” – e sto pensando al mio amico tamil Anuruddha, dotato di altri quattro nomi che non posso citare per la privacy, ma ne riporto l’anagramma: ha preso valanghe di danar ad un’ammalata brava a judo. Forse perché i pitagorici avrebbero faticato a contarli, non ebbe mai, a mia memoria, menomazioni nemmeno momentanee.

Mi gusta l’esordio del Capitolo trentottesimo: “già voi ghignate qui, bevitori; e non credete che la verità sia come io ve la conto. Non saprei cosa farci. Credetemi, se volete, e se non volete andate a vedere.” – dopo, magari, ora ti sto leggendo. E scrivendoti, che poi io ti leggo scrivendoti e ti scrivo leggendoti.

Glisso quattro paginette dei “nomi dei prodi e valenti cucinieri” della “grande troia, che si trovava nella nave Pintardana.” – non avendo sentito alcun diniego, proseguo serenamente. No, dai, non me la sento di non citare almeno:

“Reggitazza, Vuotatazza, Rompitazza, Lecca tacca”, che secondo me erano cugini germani. E che dire di: “Vergehettino, Vergadritta, Vergastoppa, Belverghino, Verganuova, Verghettone, Verrettone, Vergastanca, Vergapeloso”, se non che secondo me Verrettone fu adottata dalla famiglia Vergafessa?

Finalmente i nostri arrivano nell’isola più aulente dell’emisfero boreale, pur’anche dell’australe: l’isola di Ruach, termine ebraico che nella nota è tradotto “vento o spirito”, dove “nessuno caca né piscia, né scaracchia”, limitandosi a più nobili attività: “petano, scorreggiano, e ruttano copiosamente.” – tira insomma una gran bell’aria! Gente molto spirituale: “Muoiono tutti idropici coi ventri tesi come tamburi; e gli uomini petando, le donne scorreggiando. E così l’anima gli esce dal culo.” – Colà il “sonetto”, esce dal più intimo dei buchetti, inclito e “piccolo peto virginale”.

Gaster, pessimo od ottimo uomo o dio che sia, è il personaggio che non vorrei, ma devo descrivere: ma sarò fin troppo, lo sento, conciso. A lui tutti noi dobbiamo l’invenzione dell’“arte fabbrile”, e dell’“agricoltura per coltivar la terra”; poi per difenderla, quel geniale tanghero fece costruire “cannoni, serpentine, colubrine bombarde…” – e forse, in tarda età, i mezzi di comunicazione di massa.

Cambiando argomento, ora “Ponocrate fantasticando fantasticava, si faceva solletico per farsi ridere, e si grattava la testa con un dito.”

Tutti stanno porgendo domande su domande al loro capo, Pantagruele. Cito la meno assurda, che gli serve umilmente Epistemone, che riguarda “il modo di orinare quando uno” non ne ha per nulla voglia. Tutti i quesiti saranno regolarmente inevasi da colui che solo può rispondere. Si narra poi di un Senese che, già stitico, che, grazie a un umanissimo gesto di un “savio stalliere Vinet”,  presto “cacò più copiosamente di quel che avrebbero fatto nove bufali e quattordici arcipreti d’Ostia” – che “ringraziò con bel garbo Vinet”.

Quasi tutti i capitoli di tutti i quattro libri (ma vedo che è così anche del quinto) cominciano con un “Come”, tipo “Come, finita la tempesta, Panurge fa lo spiritoso”. L’ultimo è però Breve dichiarazione di alcune dizioni più oscure contenute nel Quarto Libro dei fatti e detti eroici di Pantagruele, un prontuario sagace e mordace, in altre parole, di cui citerò soltanto: “Tachor, un fico nel sedere. Ebraico.”; “Scybale, stronzo indurito.” e “Spyrathe, cacca di capra e di pecora.” – termini che si possono utilizzare, senza incorrere in censure, in ogni sorta di social.

VChi può, vuol, deve: Numeri?

Libro quinto e ultimo – Dei fatti e detti eroici del buon Pantagruele, il quale è davvero così buono che anche quando gli capitò d’uccidere Lupo Mannaro, la sua bonarietà trasudava, eccome se trasudava! Opera postuma, uscita nove anni dopo la tua morte, trasudante Rabelais; qualcuno dubita che il testo sia interamente tuo o, meglio, che non vi siano successive manipolazioni, da parte di chi li curò ed editò. Ma come? Si può editare un Rabelais? Certo, ma solo dopo che quello è andato Colà, a veder l’erba dalla parte delle radici. Intanto sei tu a fare da io/noi narrante (fosse pure editato): “Più ci avvicinavamo, e più sentivamo quella soneria rinforzarsi” – il suono che finché si sente ci si sente sensibilmente sensibili al mondo dei sensi.

L’isola Sonante è “abitata dai Siticini, i quali erano diventati uccelli”. Capita: questi pennuti sono migratori per natura e poi, sempre per natura, stanziali, esattamente come gli umani. A riceverli sull’isola è il “mastro Editus”, che “era un omettino vecchio, canuto, col muso ben acceso, la faccia tutta cremisi” che li accoglie con tutti gli onori e che mostra loro dei pennuti che “erano belli, grandi e piccini, e rassomigliavano un po’ agli uomini della mia patria. Bevevano, mangiavano come uomini e guanavano come uomini. Dormivano e facevamo quella faccenda degli uomini: insomma, al vederli, avresti detto che erano uomini…” – anche se qualcosa mancava loro. Ipotizzo: il senso del peccato (anche l’originale?). Lasciamoli svolazzare in quell’immensa gabbia che è il cosmo. Mentre li congeda, a Editus scappa un’aulente ammonizione: “… Amici, voi noterete viaggiando come nel mondo ci sono più coglioni che uomini, ricordatelo bene!” – mo’ me lo segno, direbbe Troisi.

“Vero è che in tutte le cose (Dio eccettuato) avviene talvolta errore, anche la Natura non ne va esente, quando produce mostri e animali difformi.”secondo me lo fa apposta, perché la perfezione l’annoia. E, se lo fa, di sicuro il suo committente non ne è all’oscuro e, se essa va condannata, io, per me, lo chiamerei in solido a pagarne le inadempienze. Il problema è che non c’è un Ente in grado di sanzionarlo, nonché di addebitargli il dovuto.

“Là ci fu detto che v’era altresì una fiasca di Sangraal, cosa divina e a poche genti note. E qui il curatore dice: sembra confondere il San Graal della leggenda medievale…” – che era “il bacile che avrebbe raccolto il sangue di Gesù in croce…” – a me pare un’allusione alla sangria (vino rosso, frutta, servita in genere ghiacciata). Chi vivrà, berrà!

In un’isola dove la quint’essenza è soltanto l’essenza che precede la sesta, la settima e tutte le altre, in fila, l’io narrante dice: “E vidi un giovane Spodizatore, che artificiosamente cavava peti da un asino morto e li vendeva a cinque soldi l’auna.” – che non è un refuso, ma un’antica misura francese di lunghezza pari a poco più di un metro.

“Altri tagliavano il fuoco col coltello e attingevano acqua col crivello. Altri facevano con lucciole lanterne, e con le nuvole padelle di rame. Altri facevano di necessità virtù; e mi sembrò bella e utilissima cosa.”a ognuno la sua mansione, come disse una volta un rinomato nullafacente. Come quella signora, la cui funzione consisteva nel consentire agli altri di svolgere le proprie condizioni corporali (altri masticavano le cibarie, e poi “gliele colavano con un imbuto di oro fino, sin dentro lo stomaco. Per la stessa ragione ci fu detto che non andava di corpo, se non per procura.”una persona servizievole come non mai, che non principiò mai a servire perché troppo occupata a esser servita.

“Voi dite che non si sono visti mai cavalli verdi; io in verità ne vidi là undici, e li notai bene.”così dicevano delle rose, che non potevano essere blu; ora sono uno dei colori più ricercati!

Rabelais, questa me la devi spiegare. Dici: “Vidi dei catoblepa, bestie selvagge, piccole di corpo ma con le teste grandi fuor di proporzione, che possono appena sollevarle…” – e fin qui tutto bene. Poi affermi che: “hanno gli occhi così velenosi che chiunque li vede muore come chi vedesse un basilisco” – la domanda è immagino che tu non abbia incrociato i loro sguardi, non citi però casi sperimentali in senso probatorio: si tratta di una verità magica o scientifica? La seconda che ho detto, immagino; perché basta fissarli per un attimo. Occorre trovare lo scienziato disposto all’esperimento, e io avrei un paio di nomi da proporti, se verranno eletti fra un paio di mesetti. Senz’obbligo, per carità ma prospettando un Sacrificio in nome della Verità, impresa che donerebbe la Gloria imperitura. Ma forse preferirebbero studiare nel paese di Satin al fine d’apprendere l’arte di “diventar testimoni”, per rendere “sicure testimonianze su qualunque cosa a quelli che li pagavano meglio a giornata….”.

Ora parliamo di alcune pietanze: “Del Lasciamistare, Del Tiratinlà, Del Buttaticitú, Del Battinmano” ma anche: “Del Soffiaminculo”. Io so di una donna che faceva innamorare gli uomini col suo Tiramisù. Vorrei specificare che tutto questo parlare culinario illumina l’intero Capitolo Trentaduesimo bis, alla fine del quale colgo che l’autore coglie l’espressione “più hilica”, tra “più divina” e “più dotta”. Il curatore pensa che “potrebbe trattarsi di un errore di stampa”; io penserei a “aulica”. In francese è “hilique”.“Il loro numero era di ottantacinquemila e centotrentatré.” – non pare strano questo 85.133 privo di zeri?

“La quinta, di smeraldo, cinquecento volte più magnifico di quanto” – il che mi pare rabelaisiano al 101%, anche se avrei preferito cinquecentosette volte.

Questo Pentateuco è dedicato a chi ama il vino. Dici: “noi non abbiamo mai detto di no a nessuno che ci invitasse cortesemente a bere.” – e di questo mi rammarico, di non averti mai potuto offrire, condividendolo con te e con la tua manda, il lambrusco rubino di Massenzatico!

Babuc li invita a bere immaginando di assaporare un vino secondo la loro (fervida) immaginazione: ognuno sogna il vino suo; così capita a me quando sono lontano da casa e il miglior vino per me è sempre un altro, quello che mi aspetta a casa!

Nel Capitolo Quarantaquattresimo mi disseto da una composizione a forma di giara!

Una parola echeggia: “TRINK.” – il vino si trinca e basta, poche balle! Vino, secondo te, deriva dal greco “ό νόος”, che “val come vis”; al che ti dico che per Cicero deriva dall’unione di vis e vir, ma è una balla, e ben lo si sa, che il vino forte la dà, la balla.

Ora prendi congedo, essendo, non a caso, al Capitolo Quarantasettesimo, 47: morto che parla.

“… e ci reputiamo felici, non se prendiamo e riceviamo molto dagli altri, come per avventura decretano le sétte del vostro mondo, bensì se agli altri possiamo sempre elargire e dar molto. Solo vi pregherò di lasciarci per iscritto i vostri nomi e paesi, in questo libro registrale.” – Ogni libro è un registro delle (momentanee) presenze e delle (momentanee) assenze.

Per Talete tutta la sapienza è “nel tempo”. Questo “perché per via del tempo son state son state e per via del tempo saranno tutte le cose latenti trovate; ed è la ragione per cui gli antichi hanno chiamato Saturno, ossia il Tempo, padre di Verità, e Verità ebbe come figlia il Tempo.” – in un susseguirsi di attimi e di generazioni, ma allora perché per alcuni fisici moderni il Tempo è un’illusione? Forza! C’è un’ultima speranza, chiamata Ipotesi del tempo di Planck. Lo spazio di Planck è il minimo ipotizzabile, ma dove non si possono ricondurre le nostre leggi fisiche, perché Colà esse cessano di avere Senso, Verità. Il Tempo di Planck è quello impiegato da un fotone a percorrere tale pressoché nullità. Quasi o del tutto? Quein sabe, direbbe Tex Willer. Se l’attimo esiste è Laggiù, o Lassù!

“… Bacbuc ci ammonì di proporre quesiti, due volte tanto di quanto è alto l’Olimpo.” E, anche noi “… trovammo infine le nostre navi nel porto.”

Perché ho aspettato tanto tempo a leggerti, François? Non era ancora, fino a oggi, giunto il Tempo! Cos’ho imparato da te? Quello che, da Tempo, già conoscevo e ogni dì dimenticavo: non si scrive di tutto, ma sol di quel che si vuole, si può e si deve. Questo e solo questo tu hai fatto.

Ora ti lascio perché devo compiere un diverso ma similare viaggio con Leonid e Mendel, che stanno tornando a casa (con Primo Levi), la cui scrittura è come la tua, pur diversa dalla tua: è altrettanto cogente. Talis vita, talis scriptura.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Einaudi

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