“Vita di Samuel Johnson” di James Boswell: lettura ideale per curare ogni forma d’ansia

In Sotto il segno del drago, Ryūnosuke Akutagawa mi diede una prima indicazione, nel racconto Saigō Takamori, ove leggo: “Ah, storia. Anche tu fra quelli di cui il dottor Johnson si prende gioco. Per Samuel Johnson lo storico altro non è che un almanac-maker”.

Vita di Samuel Johnson di James Boswell
Vita di Samuel Johnson di James Boswell

Poi, recentemente, fu Mordecai Richler, anzi, l’io narrante de La versione di Barney a combinare l’affare, dicendomi: “Mi sono portato a letto la Vita di Samuel Johnson, libro da cui non mi separo mai – più che altro, casomai spirassi nel sonno, è quello che vorrei mi trovassero sul comodino” – casomai a uno mettessero i piedi verso l’uscio, metafora elegiaca, non me ne fregherebbe più di alcun libro (forse), essendo impegnato a inseguire le luci in quei susseguirsi di tunnel, ma è grazie a Mordecai che mi son deciso a sfilare il primo dei tre (ahimè non brevissimi) tomi di questa serie, che acquistai nel negozio Inchiostro e Nuvole il 22 giugno 2015, che si giova dell’ottima traduzione di Ada Prospero e che da quella data mi guardavano storto come per dirmi, E allora! Ci vuoi leggere o no? Ora è giunta l’ora! Mannaggia! Mi sia consentito dire!

Ho appena concluso la lettura del primo volume e non so decidermi se questo sia uno dei 37 libri più tediosi della mia vita o se rientra nel novero dei 52 più intriganti. Di certo fa parte dei 67 libri di più anaerobica lettura! Ogni tanto, mentre tengo il tomo levato in alto, compio la doverosa e catartica respirazione, come caldamente consigliato da ogni personal reader, ma quell’odioso acido lattico si fa davvero sentire, e son certo che da domani sentirò quella carne greve che è indice che il corpo ha lavorato ben oltre le sue quotidiane aspettative, inguaiando, ma solo per un giorno o due in questo caso per tre o quattro settimane, l’atleta non avvezzo a tali erculee fatiche.

Nella lungimirante Prefazione, Ada Prospero dice: “Ma se sarebbe ingiusto riconoscerne il merito soltanto alle vigorose virtù morali del maestro, altrettanto assurdo sarebbe attribuire questo durevole successo unicamente alle qualità di scrittore del biografo. Furono entrambe le cose; fu il fortunato incontro di due mentalità, di due caratteri bizzarramente, a volte contradditoriamente, complementari nel riflettere la complessa situazione della loro epoca, a fare della ‘Vita di Johnson’ un’opera dall’indistruttibile fascino: un’opera che ci permette di conoscere, comprendere, quasi rivivere tutta un’epoca della storia inglese.”

C’è anche chi ha detto che essa è il capolavoro di Johson, come lo è di James Boswell, trattandosi di un esempio d’opera simbiotica. Nella fattispecie Boswell è l’amphprion ocellaris, mentre Samuel Johnson è l’actinaria anfitrionis. L’autore (inteso come Boswell) scrive “che la conversazione d’un uomo celebre, dotato di particolare talento per la conversazione, sia quel che meglio serve a illuminarne il carattere, è cosa che credo ormai riconosciuta da tutti…”. E aggiunge: “Compito del biografo è spesso sfiorar appena quei fatti e quegl’incidenti che crean comunemente la fama, per guidare il lettore nell’intimità domestica e rivelare i minuti particolari della vita quotidiana…” qualcosa a riguardo ne sapeva Joyce coi suoi flussi di coscienza, nonché la Woolf e Faulkner. E tanti altri, mi sia consentito: chi più chi meno, tutti gli scrittori veri. Cosa sia poi un vero scrittore, è cosa da definire. Io ho la mia (sacra) rappresentazione della risposta: è colui che getta fuori quel che gli è insorto dentro, come se fosse uno zigoto o un escremento. Nel caso di Boswell pare invece che sia tutto e ogni cosa. Ma non è che un’illusione, poiché anch’egli sceglie di volta in volta cosa emettere e cosa tacere per sempre.

Ogni capitolo è relativo a un anno (fatta eccezione per l’Introduzione e per i primi due, in cui gli anni sono cumulati uno sopra l’altro). Del 1730, anno in cui Johnson aveva soltanto 21 anni, Boswell accenna all’ipocondria, il male terribile di cui il suo ispiratore soffrì tutta la vita: “… e ogni sua fatica, ogni sua gioia non fu che un intervallo strappato alla sua nefasta influenza.”

Una lettura di un’opera di Law, che egli temeva noiosa, gli mutò la vita: per cui “… cominciai allora, per la prima volta da quandfo avevo l’uso della ragione, a pensare seriamente alla religione”. Iniziai a leggere, nel 1975, la Bibbia, con un senso di empietà che pare dominare il mio oscuro essere, ma quando mi capitò di leggere l’Ecclesiaste, mi capitò di metter in dubbio la mia avversione al mistero della vita e delle sue illusioni: tutto è vanità, lessi. E da allora poco o nulla è mutato nel mio orizzonte umano (e non).

Samuel era un tipo strano, “circondato da un gruppo di studenti che distraeva col suo spirito, distogliendoli dallo studio, quando non addirittura incitandoli a ribellarsi contro la disciplina del college che, nei suoi anni più maturi, doveva poi tanto esaltare.” – anch’io ne conobbi parecchi di questi rivoluzionari a tempo determinato e intermittenti! Samuel è quasi orrendo fin dalla nascita: “era allora così magro e sparuto che la grossa struttura delle sue ossa colpiva l’occhio sgradevolmente e le cicatrici della scrofola eran visibili in modo impressionante”. Quando si sposa, i rapporti con la più anziana consorte non furono esenti da problematiche. Tutte risolte, con qualche lacrima e alcune ripicche. Un matrimonio come tanti, anzi, sui generis come tutti quanti.

Per gran parte della sua vita, Johnson ha lavorato “per il guadagno, non per la gloria”: doveva pur campare, povero Cristo!

Concepisce l’idea del Dizonario che tanta fama poi gli darà. Un inglese sta a un francese come tre sta a milleseicento.” – e prima o poi giungerà al traguardo anche lui, tre anni dopo oppure in altro termine che il destino gli ha imposto.

Scrisse la tragedia Irene, che fu una mezza tragedia Secondo Garrick, “Johnson non soltanto non sapeva suscitar impressioni tragiche, ma non era neanche in grado di provarle.” – allora cosa lo spingeva a ricercarle? Le cercò, non le trovò e “fu abbastanza saggio per capire che non aveva il talento necessario a scrivere con buon successo per la scena e non tentò mai più opere del genere.” – e qui si scorge il carattere (prevalente?) di Johnson, la consapevolezza dei propri limiti. Si scrive, diceva, per mostrare al mondo la propria saggezza o il miglior spirito, poi era il pubblico a giudicare. Samuel sapeva di sé che non era in grado di scrivere “frasi sciatte, ma era capace “di dar voce ai propri pensieri” solo dopo “averli disposti nell’ordine più chiaro” e che in ciò “aveva finito con acquistarne l’abitudine.” – un mestiere di cui poteva andare fiero, ma anche una professione, un lavoro, un’attività, una forma di esistenza al serviuzo degli altri, oltre che di sé. Mentre “il foglio di Addison era una finzione”, i suoi appunti “sono tutti chiari e perfettamente applicabili all’argomento sotto cui son raggruppati.” Il suo stile “è troppo maschio per la dolce delicatezza femminile.”e questo che vale per le donne della sua epoca, non essendo un valore assoluto. Egli “predica ai lettori come da una cattedra accademica. Essi ascoltano con rispetto e ammirazione, e la forza della sua eloquenza imprime in loro i suoi precetti.” – quel che conta è il risultato finale.

Vorrei fare un paragone col mio maestro Paoli, eccelso uomo, autorevole come pochi, duro ma non rigido, capace di bacchettare (ed esigere il grazie per tanta severità) ma anche di colmare il discente di complimenti. È grazie a lui che amo il sapere, il me stesso che è alla ricerca di quel che ignora.

“Nel 1755, la sua posizione è migliorata: ha ottenuto (tramite una provvidenziale raccomandazione) la laurea in lettere, il suo Dizionario è stato pubblicato, tiene un’animata corrispondenza, la sua bontà continuamente si esercita” – a essere condivisa sempre di più e sempre meglio dagli altri.

La convinzione di Samuel Johnson ha un che di religioso: “… esiste per ogni pensiero una combinazione esatta di parole che nessun’altra può uguagliare, e che rappresenta, quando si riesca a imbroccarla, in questo caso particolare, l’espressione perfetta.” – e si può essere in disaccordo con lui senza cessare di ammirare tanta devozione per la lingua, che non è mai un luogo di perfezione, ma di caduche imperfezioni, che finché cadono continuano a sopravvivere. Anche immaginarle come compiute è una magica imperfezione di cui si può non essere consapevoli. Ecco che anche lui, il maestro consapevole, è ridotto ad annaspare nel buio, ma poiché egli crede di camminare in posizione eretta in una luce diffusa e meravigliosa, ecco che il miracolo ha luogo, ora e per sempre: il luogo è sacro dove l’uomo crede d’incontrare il divino.

“Le definizioni mi son sempre parse prove stupefacenti d’acuto intelletto e precisione di linguaggio, in cui si rivela un genio di qualità superiore.” – colui che trova quel che è lì dalla notte dei tempi e che solo lui riesce a inquadrare e a inserire nel sacco dell’umana cultura. Se questo talvolta non accade, la spiegazione che Johnson dà a una donna che lo coglie in fallo è stupefacente: egli ha sbagliato “per ignoranza, signora, per pura ignoranza.” – se il miracolo accadesse ogni volta sarebbe una tediosa consuetudine. E questo spinge chiunque, anche un povero genio, a una continua ricerca.

“La spiegazione richiede l’uso di termini meno astrusi della parola che si deve spiegare, e non sempre è facile trovarli.” – la natura, il mondo… nulla vi è di più complesso e di meno facile da inquadrare. Occorre però tentare. 

A differenza dell’antireligioso Voltaire, “Johnson intendeva invece, mostrando la natura imperfetta delle cose temporali, volger le speranze dell’uomo alle cose eterne.” – e mai come in questi incliti casi vale la pena di rispolvera l’antico adagio arşân: tót i cajòun a gh ân la só pasiòun.

Un esempio di passione (che non stento a capire): Rasselas, principe d’Abissinia, è l’opera che più è entrata nell’anima di Boswell: “Difficilmente lascio passar un anno senza rileggerlo da capo a fondo; e ogni volta che lo rileggo, la mia ammirazione per lo spirito che lo concepì aumenta a tal punto che quasi non posso credere d’aver avuto l’onere di goder dell’intimità d’un uomo simile.” – ancora: tutto è relativo. Come vorrei aver conosciuto l’Arthur di Une Saison en Enfer, o l’Henry di Il tempo degli assassini, o il Pascal Vrebos che conobbe il primo tramite il secondo e il secondo tramite se stesso. Perché allora non rileggo mai (se non errore) un libro già letto; perché è un’esperienza unica che non cessa di evolversi. Se lo leggessi, sarebbe una seconda esperienza unica, e allora, perché non ripeterla all’infinito? Chi sa spiegarmi chi o che sono e cosa voglio dall’Altro? Je est un autre! 

Un esempio della follia chiara e della chiarezza folle di Samuel: “I piccoli debiti son come i colpi di cariche a pallini; crepitan da tutte le parti ed è difficile non restarne feriti; i debiti grossi sono invece come cannonate; fan molto rumore, ma non sono molto pericolosi.”

Nascono problemi che se non sei un Canetti saranno quasi irrisolvibili: “Il suo stile inglese conserva la sua purezza e il suo vigore. A mantenerne il vigore basta il suo genio; ma ci vuol molta attenzione per conservarne la purezza. È molto difficile usar familiarmente due lingue, senza contaminar l’una con l’altra; e usarne più di due è quasi impossibile.” quel quasi m’affascina! La purezza di una lingua è la patologia che prima o poi si trasformerà nella temuta ma necessaria variante.

“Gli uomini son disposti a sottomettersi a qualsiasi regola pur di liberarsi dalla tirannide del capriccio e del caso.”il caso e la necessità di un tiranno, da eventualmente uccidere, per mantenerne la carcassa come riserva di cibo per le popolazioni a venire.

Padre Aldo Bergamaschi
Padre Aldo Bergamaschi

Occorre collegarsi non alla speranza “dettata non dalla ragione, ma dal desiderio, non dalle comuni circostanze della vita, ma dai bisogni dell’interessato: quella speranza a soddisfar la quale si richiede un capovolgimento nel corso comune delle cose e un’infrazione alle regole generali che reggono qualsiasi azione.” il che somiglia alla metanoia di cui parla Padre Aldo Bergamaschi, quell’inversione a U che converte l’anima di un uomo, una tantum, o al massimo due o tre.

“… Quando vediamo nemici e amici allontanarsi da noi, non dimentichiamo che siam anche noi soggetti alla legge generale, e che ci troveremo presto là il nostrod estino saraò fissato per sempre.”tót à fîn ma a la mȏrt a s’ rîva vîv!

Diatriba su bianchi e negri: l’opinione di Samuel è biblica, quella di un fantomatico “signore irlandese”, il sempre preciso ed esasutivo Boswell stavolta non può che ammettere: “l’ho completamente dimenticato; ma ricordo che, scaldandosi nella discussione, s’espresse con una certa intemperanza; Johnson allora s’alzò e se n’andò tranquillamente”, provocando l’acido commento del suo interlocutore: “Ha un aspetto sgradevole e un tono affettato e pomposo, indegno d’un uomo di genio.” tale che, a prescindere dalla ragione o dal torto, crea fastidio. La classe, seppure snob, non è torbida acqua da ingoiare a forza, è purissimo gin da centellinare.

Vi è la necessità “di un potere legislativo supremo, anche se talvolta si possa abusarne.” – il che non toglie che “se l’abuso sarà eccessivo, la natura insorgerà e, proclamando i propri diritti originari, abbatterà un sistema politico corrotto.” – da cui si deduce Samuel Johnson non fu tanto servile quanto rispettoso dell’autorità. La cultura vera la si raggiunge non seguendo un vano (e altrui) programma, ma uno proprio “se si vuol ottenere una conoscenza completa di qualsiasi scienza.” – e mi domando se io l’abbia mai assecondato.

“Mi raccomandò di tenere un diario completo e senza riserve. Disse che sarebbe stato un ottimo esercizio e m’avrebbe dato poi molta soddisfazione quando i particolari fossero svaniti dal mio ricordo.”il consiglio fu inutile, in quanto già Boswel già ne teneva uno.

“Johnson: ‘Nulla è troppo piccolo per una creatura piccola come l’uomo. Soltanto prendendo in considerazione le cose piccole, possiamo imparar la grande arte d’evitare la pena e di conqusitar la felicità nel miglior modo possibile.’” – amen.

Johnson chiede a un’amica “livellatrice” se avrebbe permesso al suo servo di sedere a tavola con lei. Questo crea un conflitto insanabile fra il filosofo e la sua devota lettrice: “Tutti questi partigiani dell’uguaglianza, mio caro, vorrebbero abbassare gli altri al loro livello; ma non possono invece soffire che gli altri si innalzino al loro. Vogliono aver degl’inferiori: perché non dovrebbero dunque aver dei superiori?” – per cui sarebbe un problema se “le distinzioni sociali non fossero soggette a regole invariabili che, in quanto accidentali, non possono suscitare gelosie.”

Nonostante il turbinio di idee e di motti continuamente forgiati, Johnson “disse che ‘provava sempre una forte inclinazione a non far nulla.’” – al nulla succedeva un qualcosa a cui succedeva un nuovo nulla e poi un nuovo qualcosa: un cronico ricaricarsi e scariscarsi le batterie. Egli era un grande alimentatore di sé, che “mentre mangiava, le vene gli si gonfiavano sulla fronte, e in genere sudava visibilmente”, causando “uno spettacolo disgustoso”, non troppo filosofico. Egli “sapeva rinunciar completamente, non moderarsi.” – anche questo parrebbe poco edificante. Viveva l’attimo: “Non sto mai a pensre se debbo esser grave o allegro; m’abbandono all’inclinazione del momento.” Il suo giudizio sulla produzione poetica altrui sa essere ironica: “Siccome scrisse una quantità di versi, gli accadde anche, per caso, di farne qualcuno buono, ma senz’accorgesene…” – il che fa pensare a quanti autori siano incapaci di scrivere una riga che non sia magica (sto pensando a Piovene, a Kafka, a Canetti), mentre altri producono un capolavoro solo, così superiore al resto della loro produzione da parere sospetto.

Un ragionamento intorno alla Corsica mi fa pensare al disastro attuale che sta violentando la nostra piccola Europa: ci si può smetter di occupasi di quell’isola? “È come consigliarmi di dimenticar l’onore, dimenticar l’umanità, dimenticar l’amicizia, dimenticar la pietà religiosa. No! finché vivrò, la Corsica e la causa dei bravi isolani susciteranno sempre in me la simpatiaa più sincera.” – poi egli morì, e anche quel mito fece la stessa fine. Che il problema vero siano i confini?

Johnson capì quel che non tutti (io per esempio) vorranno comprendere: che un libro va innanzi tutto pubblicato, e che questo sia il suo fine ultimo. Importante è l’espressione, poi segue la comunicazione. Il rendere pubblico il tutto, e non restringerlo a poche menti, pare sia il fine ultimo della scrittura: “L’autore d’un libro che sia piaciuto al pubblico può invece abbadonarsi alle proprie inclinazioni naturali…” – l’ozio?, “… senza tuttavia rinunciare all’orgoglio d’essere un genio superiore, poiché continuerà a essere rispettato da quelli che lo consocono soltanto come auore.” – e se uno non avesse il tempo per oziare? Per lo spirto guerrier che entro gli rugge?

Intanto colgo l’ultima estrapolazione da questo primo tomo: “L’atto del morire non ha importanza perché non dura più di un attimo.” – e se quell’attimo fosse eterno? Ora uno di noi due ha sessant’anni; l’altro va a raccogliere dallo scaffale il secondo vangelo secondo Boswell, il quale ha finora alternato lettere, mozziconi di conversazioni, ricordi sparsi, dialoghi serrati e conlusivi, mai chiusi e mai abbastanza riaperti. Il libro oramai è di entrambi. Si è ora creata un appalto a cascata: Johnson-Boswell-Pioli e tutta una serie di centinaia (o fors’anche migliaia, chissà) di piccoli artigiani collaboratori, ognuno necessario a cesellare ogni verbo, aggettivo, avverbio, congiunzione: la scrittura che ricrea se stessa, cosa c’è di più e di meno essenziale? Tutto. Oppure nulla.           

“Mi disse che spesso gli erano stati offerti dei buoni posti in campagna, se soltanto avesse voluto prendere gli Ordini; ma che non se l’era mai sentita d’abbandonare la vita raffinata della capitale.” – per cui vale il detto che ognuno rincorre quello che riesce a smuoverlo dalla sua naturale inerzia. Dove poter dire qualcosa di arguto che, magari, altrove non sarebbe stato recepito. Per esempio: un cenno dell’opera di un certo “lord Lyttlelton”, il quale “s’è messo a scrivere un libro per dire al mondo quel che il mondo aveva continuato a dirgli per tutta la vita…” – che è quello che capita a ogni scrittore: egli assorbe un dato e lo rimanda, opportunamente modificato. La frase di Johnson manca della necessaria precisione ma, ed è questo che importa, fa molta scena. È un gioco delle parti (alcune privilegiate, altre no): “… è assai più facile rispettar chi sia stato rispettato sempre che non colui del quale sappiamo che l’anno scorso non era e l’anno prossimo non sarà superiore a noi.”

Un punto fermo (immobile) rimane la religione: “Quel che la filosofia ci suggerisce su quest’argomento è probabile: quel che dice la Scrittura è certo.” – l’argomento è la felicità umana con annessa beatitudine: che necessita di un palcoscenico tetragono e non scricchiolante.

“Egli non parve disapprovare la mia curiosità circa questi particolari, ma disse: ‘Verranno fuori gradatamente, a misura che chiacchieriamo.” – è nella (mai) vana chiacchiera che si crea la Bellezza.

“Il maestro che punisce non solo promuove la felicità futura del fanciullo ch’è oggetto immediato della sua correzione, ma impone l’obbedienza a tutta la scuola; e stabilisce una regola con giustizia esemplare.” – questo valeva anche nel recente passato. Io amavo quel maestro Paoli di cui dissi già, anche se il mio spirito ribelle non si adeguò sempre a tale rigore, per cui un giorno scelsi la rivolta, con tutta la problematica connessa, decidendo di non recarmi più a scuola, perché non mi sentivo in grado di sopportare tanta pur giustificata violenza. La settimana seguente mia madre mi riportò a scuola, parlando col maestro, che si mostrò dolce e accomodante per un po’, ma poi riprese a bacchettare e a esigere il grazie: questa era la sua ideologia. Quel che mi fa reputare Paoli una delle persone più importanti della mia vita era la sua notevole onestà intellettuale e la sua tendenza a premiare con regali (che custodisco ancora, seppure in solaio) certi piccoli successi scolastici. Morale? La severità premia soltanto se è intelligente. Diversamente è distruttiva. “Ma le punizioni che, per quanto severe, non producon danni permanenti, possono essere necessarie.” – come tutto nella vita, lo si scopre esistendo.

“Non esiste un carattere nazionale permanente: varia secondo le circostanze. Alessandro il Grande invase vittoriosamente l’India; ora i turchi invadono la Grecia…” – e tutti gli altri popoli. Questa è la frase di Johnson che finora so più apprezzare.

“‘Si può far qualunque cosa d’uno scozzese,’ disse, ‘se lo si prende a tempo.” – questa è una johnsonata da pochi spiccioli. Questa invece vale il doppio (come numero di spiccioli) della precedente: “Lei è quasi l’unico esempio di scozzese da me conosciuto che non tiri fuori, una frase sì e l’altra no, il nome di qualche altro scozzese”.

Hawkesworth si era recato in missione scientifica “nei mari del Sud”, “scoprendo un solo animale”. A chi obietta che ha però individuato “molti insetti, però”, il nostro faceto eroe replica: “Eh, mio caro, quanto a insetti, il Ray ha calcolato ventimila specie d’insetti britannici. Poteva starsene benissimo a casa, e in quel campo avrebbe scoperto abbastanza.” – che è il limite di Johnson, per cui la cultura deve servire a raggiungere uno scopo sociale hic et nunc, e non può essere mirata alla conoscenza di quel che esiste (per i fatti suoi) in terre lontane.

In un’altra occasione, Johnson “si mise allora a ridere forte come se avesse le convulsioni; e, per tenersi in piedi, s’attaccò a uno dei pilastri a fianco del marciapiede continuando a emetter scoppi di risa così clamorose che, nel silenzio della notte, parevan risuonare da Temple-bar a Fleet-ditch” – il riso abbonda dove c’è un cervello che pulsa per i fatti suoi. Non sempre a torto, non sempre a ragione. Ma ogni volta è la prova di una consapevolezza della propria superiorità.

È nazionalista quando afferma che “tutti gli scozzesi… no, non tutti… ma intere mandre di essi sarebbero pronti a giurare qualsiasi cosa per salvar l’onore della Scozia.”fatto che caratterizza intere mandre di tutte le nazionalità. Non mandrie, come poco oltre è farmachi, non farmaci. La scelta dei vocaboli è mirata ad antichizzare mirabilmente la traduzione (che è del 1954) di questo classico del Settecento.

Non gli andava giù che in cambio della pensione “il governo si credesse in diritto di fargli scriver dei libelli politici…” – ma poi un amico lo convinse di accettare quel libero scambio. Anche perché: “Poche son le occupazioni a cui un uomo possa dedicarsi più innocentemente che a far denaro.”la pecunia non solo non olet, ma rinfresca il sangue e dona l’illibatezza a vita.

“Non raccomanderò mai abbastanza ai miei lettori di cercar di ricordare, mentre leggono il mio resoconto della conversazione di Johnson, il tono robusto e sonoro della sua voce. Il suo modo di parlare era in verità tale da colpire e da imporsi…” – tanto che il tifoso Boswell vorrebbe “che fosse stato possibile conservarlo, scrivendone la musica…”. Quando dice al suo Magister vitae: che “pochissimi erano i suoi amici dotati di tanta precisione ch’io osassi metter per scritto quel che mi riferivano come detto da lui…” – garantendo pertanto una sua corretta trasposizione; Johnson si finge (a occhio!) modesto, replicando: “E perché mai vorrebbe metter per scritto quello ch’io dico.” – Boswell spiega all’ormai esausto lettore: “Ma dove avrei mai potuto trovare un altro come lui?” – al che mi sento di rispondere: se l’avessi trovato saresti andato in overflow d’informazione, a meno che non avessi avuto a disposizione una seconda esistenza.

Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat - dicembre 1871
Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat – dicembre 1871

“… non essendo la poesia una necessità, ma un semplice lusso, uno strumento di piacere, non ha valore alcuno quando non sia, nel suo genere, perfetta.” la frase di Johnson non convince l’allievo (c’è ancora speranza per lui!), al che il Magister, tronca la discussione, dicendogli: “… se la sbrighi con Orazio.” Mi domando anche quale sarebbe stato il parere di Arthur Rimbaud.

“I principi generali si trovan nei libri, anche se si debbon poi sottoporre alla prova della realtà della vita.”come le teorie fisiche necessitano della loro popperiana verifica ed eventuale falsificazione. Domanda: è possibile sottoporre a disamina scientifica la poesia? O è soltanto una teoria religiosa?

Del viaggio in Francia del Magister non rimane che un diario sintetico che tutto dice e poco stringe al cuore del lettore. È notevole soprattutto l’intento di Boswell di riportare tutto quel che è riuscito a salvare. Qualsiasi avvenimento raccontato da Johnson pare all’autore di per sé veridico in cui gli altri (contrapposti all’unico loro Magister) “sapevano di poterci credere come se l’avessero visto coi propri occhi.”

Amena contrapposizione fra scrittura e architettura/scultura: per la prima: “tutti questi ornamenti sono utili poiché permettono alla verità d’esser più facilmente accolta; ma un edificio non è affatto più comodo per il fatto d’essere decorato con sculture superflue”: se si trova Colà con Gaudì (e se conosce il catalano barcellonese) il Magister potrà difendere la sua doxa.

La morte dell’unico figlio maschio dei coniugi Thrale sgomenta il Magister: a chi andrà il loro nome? Lui non ne ebbe, di figli, di alcuna qualità. Quel che preme segnalare è la sua concezione maschilista che gli impedisce di cogliere il dolore di tale perdita tragica e improvvisa. Non ho riportato, per un misto d’indolenza e d’orrore, alcune sue considerazioni sulla donna e sui suoi sostenuti limiti esistenziali. Ne accenno a uno: se un uomo si risposa dopo un divorzio esalta il valore del primo matrimonio, cercando per sé un secondo. La prima moglie dovrebbe gioirne come una pazza. Lo dirò (penso per telefono) a mia moglie.

“La pena che proviamo per la perdita d’un amico e d’un parente amato è prodotta dal vuoto che si fa in noi. Col tempo il vuoto è colmato da qualche altra cosa: e qualche volta si colma addirittura da sé.” – così capitò, intuisco, con la sua vetusta più che venusta mogliettina.

“… le prostitute son necessarie per impedir che i violenti effetti della concupiscenza turbino l’ordine e la correttezza della vita, e che la loro esistenza deve quindi essere ammessa per salvar la castità delle nostre mogli e delle nostre figliuole. Le assicuro, mio caro, che leggi severe, costantemente applicate, basterebbero a guarir questi mali, e promuoverebbero inoltre il matrimonio.”così sia, Magister!

Il quale Magister dice di Boswell (ma solo per strappare una risata): “… poiché lei sa ch’egli vive tra i selvaggi in Scozia e a Londra tra i libertini…” – al che un commensale (che il Segretario Boswell ha cercato di fargli conoscere perché le due menti interagissero) aggiunge: “Eccetto quando si trova on gente grave, saggia e dignitosa come lei e me”, che fa da assist alla pronta risposta di Johnson: “Che ci vergognamo di lui.”ciuff, vergognamo senza i!, e canestro da tre punti, con fallo a carico!

Il nazionalismo strisciante e a volte galoppante contro gli impuri scozzesi ricorda un po’ quello che in Italia divide i settentrionali dai meridionali, in frasi del tipo l ē un taròun ma a gh à vòja ed lavurêr!

Non ho nemmeno riportato tutte le insolenze che il conservatore Magister lancia ai whig, paragonati a dei criminali e sovvertitori dello status quo. Johnson ha un piano principale (tutti ce l’hanno, anche lui), proteggere il privilegio di pochi: che è l’unica maniera per evitare che tutta l’umanità soffra. I privilegiati sono coloro che dovranno vivere con dovizia di ricchezze per poter propagare la propria genia.

Ogni tanto chiama la moglie del suo Segretario “la mia irriducibile nemica, signora Boswell”, poiché con la stessa non riesce a stabilire alcun tipo di rapporto (che strano!).

In questo secondo tomo ogni capitolo/anno (il prossimo è il 1777, quando Johnson raggiunge i suoi primi 68 anni) è lunghissimo, quasi eterno, superando per lo più le cento pagine. Una lettura assai poco agevole ma, mi si capisca, dettata dal destino. Ormai sono entrato in questo caos (inteso come abisso vorticoso) e non mi rimane che assistere all’evolversi dei fenomeni descritti. Il centro del black hole è distante, ma tornare indietro non è più consentito. Il tempo e lo spazio si dilatano e poco o nulla può essere più salvato. Conto soprattutto su quel poco.

Il racconto di Boswell riguarda tanto sé quanto il suo Magister, in una misura non facilmente ravvisabile, in quanto per lo più compenetrata. In taluni casi è anche un’autobiografia che prescinde dalla sua missione letteraria, che è quasi unicamente un’agiografia del divo Samuel Johnson scientificamente comprovata da lettere, ricordi più o meno precisi (in cui è sempre indicato il grado di accuratezza) e testimonianze altrui. “Provai nel passeggiare per le vie di Derby il piacere che sempre provo percorrendo le vie d’una città che non m’è familiare. Si ha come un senso immediato di novità, e ci si chiede qual vita si conduca in essa; chè, pur essendo la vita in complesso la medesima ovunque, varia tuttavia molto nei minuti particolari. Straordinarie son le piccole differenze che si possono notare in ogni cosa.” – lo stesso mi capitò di pensare passeggiando per i portici dell’arcana Bolzano e qualche giorno per quelli della gloriosa Trento. Lo stesso mi capita leggendo libri diversi dal consueto, come questo in cui si è pronti a giustificare un chè, ché consono al momento storico e cert’elisioni e troncamenti un po’ esagerati.

“È impossibile determinare il momento preciso in cui l’amicizia si forma. Come quando si riempie un recipiente a goccia a goccia, c’è alla fine una stilla che lo fa traboccare, così in una serie d’atti gentili ce n’è uno alla fine che riempie il cuore. Non dobbiamo dividere gli oggetti della nostra attenzione in piccole parti e considerar separatamente ciascuna di esse. Solo contemplando una gran massa d’esistenza umana, l’uomo può, pur attribuendo un giusto valore alla propria vita, non vedere nella morte la distruzione di tutto ciò che al mondo è grande e bello, come se veramente tutto fosse contenuto nel suo spirito, secondo l’assurda teoria del Berkeley…” – per cui, ora e sempre, credo quia absurdum (e perché reca sollievo). James pensa a quel che ci fu e che cessò prima del suo “far parte di questo mondo.” – e similmente le altrui e le mie disgrazie dovranno colpire soprattutto chi le vive più che gli altri e… così va il mondo… sia quando siamo giovani che quando “invecchiamo o siamo infelici.”: un indiscutibile relativismo esistenziale. Perché allora scrivi, gli chiederei? Per trasmettere la sofferenza e la gioia, e per null’altro?

“Johnson mi consigliò questa sera di non raffinare troppo l’educazione dei miei figli: ‘La vita,’ diss’egli, ‘non ammette troppa raffinatezza: si uniformi a quale che fanno gli altri.” – questo insegna il Magister, uomo non prolifico, ma inclito educatore di chicchessia, nonché avido lettore, anche se lui si può permettere quel che io vieto a me leggendo Viaggio nei mari del Sud del Forester: “Quanto a me, mio caro, non mi trascina affatto: mi lascia indietro: o meglio mi lascia andare avanti; perché m’induce a voltar molte pagine senza leggerle.”Tiremm innanz!

“Scrivere dopo un certo tempo le cose dette da lui era come metter in conserva o sottaceto frutti serbati troppo a lungo o disseccati, o altri vegetali che, così ridotti, ben poco conservano del sapore che hanno quando son freschi”: diventando acidi latticini utili per produrre yogurt, in cui è a volte opportuno inserire un qualche sapore che li renda edibili.

Un bulldog dev’essere grande e grosso, perché, dice Johnson, se si prescindesse dalle sue misure potrebbe essere “piccolo come un topo” e questo non parrebbe possibile. Leggendo Genetica del cane dalle origini al futuro di Denis Ferretti, che attesta le mille stoltezze umane che hanno prodotti bassotti assurdamente nani e cani da alimentazione grossi ma dalle zampe corte. Qualche dubbio ce l’avrei. Dice Boswell: “Non voglio che vada perduto neppure un frammento di quanto ricordo, sia pur vagamente, circa il grande protagonista di quest’opera. Un piccolo particolare che parrà insignificante ad alcuni, sarà forse gustato da altri; la più minuscola scintilla aggiungerà sempre qualcosa al complessivo splendore.” – in questo caso non è eccessivo definire l’autore leggermente canino. Qualsiasi gesto o detto di Samuel “costituisce un piccolo tratto caratteristico nel ritratto di stile fiammingo che io sto tracciando del mio amico, e in cui aspiro a riprodurre i più minuti particolari.” – tutti brillanti della medesima, illusoria e innaturale luce, privi della leonardesca prospettiva aerea.

Il Magister è severo quando rimprovera il suo Segretario perché usa l’espressione “far denaro”, che è notoriamente fatto dalla zecca e non dal riccone, che si limita ad accumularlo. Al che sospendo la lettura (essendo un afoso tre luglio) per farmi una doccetta.

“… provai un impeto d’affetto per il dottor Johnson, mio precettore e amico, non privo d’una certa tenera tristezza al pensiero che, essendo egli ormai vecchio, l’avrei probabilmente presto perduto.”

Tót à fîn, anche i Magister! Il quale non è da meno nel proprio sentimento amicale: “L’affetto che provo per lei è così grande che quasi non ho parole per esprimerlo; ma non mi costringa a continuare a ripeterlo: se lo scriva nella prima pagina del suo taccuino e non lo metta in dubbio mai più.” Ipse dixit! Dopo di cui, ora vado a nanna e domani abborderò il terzo, finora silente, ma presto ringhiante, tomo.

Eccomi. Mi sono sorbito, come si fa con un amaro ricostituente, il primo capitolo: 1778 – anni 69.

“… perché la memoria è spesso confusa dal rapido susseguirsi delle cose, e ogni giorno si è meno convinti della verità di quel che si racconta, quando non si possa ricorrere a qualche documenti scritto…” – che è quel che si definisce Storia, che forse talvolta risulta menzognera, ma non abbiamo altre ancelle in grado di tramandare l’evoluzione della congrega umana. Oppure sì? Come definire questi miei svolazzanti appunti? Storia di una storia? Esiste una storia assoluta che non ha bisogno di interpretazioni e manipolazioni altrui?

“Il mio spirito è così incline di trovare ovunque ragioni di scontento che questa sera provai quasi dispiacere nel sentirmi tanto a mio agio. Mi spiaceva di non provare più la profonda, quasi paurosa reverenza con cui consideravo un tempo il signor Samuel Johnson, nella complessa grandezza della sua figura letteraria, morale e religiosa.” – credo di capire; qualcosa di simile mi capitò quando decisi di andare a trovare il mio maestro spirituale (senza che lui sapesse di esserlo), il già menzionato magister meus Padre Aldo Bergamaschi, di cui frequentavo la messa pur non essendo credente, poiché affascinato dalla sua mirabile dialettica. A quel tempo non officiava più, a causa della malattia che l’avrebbe condotto alla morte entro quell’anno. Decisi di affrontarlo da pari a pari, cioè senza esagerare, con gentilezza, rispetto e la mia consueta (non sempre bonaria, ma spesso tenera) ironia (arte di cui egli era l’indiscusso magister meus).

“Ho uno straordinario e superstizioso amore per il mistero; o questo si deve forse alla nebulosa oscurità del mio spirito…” – per cui un Samuel Johnson non deformato dall’ammirazione incondizionata gli pareva in qualche modo difettare dell’essenziale. Un dio che non fa soggezione pare un disabile da sostenere.

“… io penso che ognuno abbia il suo stile…” – dice Johnson – “ma bisogna che ognuno scriva molto perché il suo stile diventi facilmente riconoscibile. Come dicono gli studiosi di logica, questa personalizzazione dello stile è infinita in potestate, limitata in actu.”

Di Johnson si dice che “o dice cose nuove, o le dice con tono nuovo.” – o sono nuove oppure lavate con Perlana. Fa parte del gioco letterario vestire di vecchio le cose nuove (Foscolo, Leopardi) o di nuovo le cose vecchie (il rognosetto Samuel Johnson). Qualcun altro dice che il Magister “sa leggere meglio di chiunque altro…” – poiché “arriva direttamente alla sostanza del libro; ne estrae subito il cuore.” – ho sempre amato questi Christian Barnard letterari.

James Boswell da un ritratto del 1765 - Painting by George Willison
James Boswell da un ritratto del 1765 – Painting by George Willison

Un esempio di egoismo johnsiano: “Colui che ha amici, non ha un amico.” – Non ha? Non è? Non ha, mi pare di intuire. Il possesso di una cosa determina, a suo parere, l’essenza di una persona, al che Erich Fromm getterebbe il libro nel canale di scolo. Io continuo a leggerlo tranquillamente, c’è di peggio. Anche di meglio, però.

“Ora il cristianesimo predica la benevolenza universale; vuole che si considerino tutti gli uomini come fratelli; il che è contrario alla virtù dell’amicizia qual è definita dagli antichi filosofi.” – rimango perplesso quando si attribuisce ai filosofi, più che agli altri studiosi della scienza umana ed extraumana, un valore commisurato alla loro antichità, per cui antico è giusto. La visione di Tolomeo sarebbe corretta, in quanto più antica di quella di Copernico, di Galileo, Newton e Keplero. Chissà che ne penserebbe Johnson dei principi popperiani e della teoria dell’indecidibilità di Godel? Samuel disprezza questa democraticità della filosofia di Gesù, eppure è sempre con un libro di orazioni in mano. Gran parte delle sue teorie non sono facilmente falsificabili, altre sono essenzialmente religiose. Hanno tutte un pregio: sono dette, anzi, proclamate, col tono giusto. Le sue teorie naturalistiche ovviamente non possono contemplare l’ancor ignoto evoluzionismo, e perciò le si possono definire errate: ma anch’esse, per quanto assurde, non risultano banali.

Una perla che in questo momento storico, dal dopoguerra in poi almeno, faccio fatica a non vedere con simpatia: “Sono disposto ad amare l’intero genere umano, a eccezione degli americani.” – allora gli inglesi erano gli imperialisti e gli yankee erano i ribelli. Sic transit gloria mundi!

“Qualunque ragionamento teorico porta a negare il libro arbitrio: tutta l’esperienza sta invece a favore di esso.” – la quale è un’affermazione icastica che non toglie né aggiunge nulla al problema, come tante affermazioni johnsiane di cui l’umanità avrebbe potuto fare a meno: per il loro senso, non per la loro necessità esistenziale.

“È impossibile spender denaro in oggetti di lusso senza beneficare i poveri. Li si benefica anzi maggiormente, spendendolo, poiché li si costringe a essere attivi; mentre regalandolo li s’incoraggia all’ozio.”un certo Draghi lo disse prima di assurgere a quello che è assurto: volete dare soldi a chi non lavora, redditi di cittadinanza vari, fatelo, sono soldi gettati; affidateli alle aziende, e tutti (quelli che potranno) ne godranno i benefici. L’importante è che giri l’economia, insieme a un malcontento che fa parte dei rumori di fondo del cosmo e che sempre ci fu nella Storia, questa laccata e mai truccata prostituta d’alto bordo.

Johnson non è uno che te la manda a dire, a volte pare incassare una provocazione, utilizzandone però l’energia per la sua reazione successiva, che non tarda mai ad arrivare. Poi tutto si placa, perché si è placato lui, il vulcano londinese più eruttante della storia: “Nonostante alcuni sporadici scoppi di violenza, la compagnia di Johnson ci aveva, in complesso, deliziati.” – stavo ipotizzando un talk-show televisivo con Johnson, Sgarbi e Mughini, a cui non assisterei ma che non mancherei di guardare in reply il giorno appresso su Youtube, con la bava alla bocca.

Chi non beve in compagnia è un ladro o una spia (detto che valeva originariamente per la minzione). Oppure: chi non beve con me, pesta lo colga (Nazzari)…!

Dice il Nostro: “Sento il bisogno del vino soltanto quando sono solo. M’è spesso accaduto, trovandomi in solitudine, di desiderarlo e di berlo.” – onanisticamente.

Boswell ha un’inestinguibile necessità di ingollare il vino ideologico/letterario di Samuel: “mi sia dunque permesso di confortarmi al pensiero del grande patrimonio di conversazione di Johnson ch’io conservai per edificazione mia e del mondo e mi si conceda di presentar ogni volta quel che ho conservato, sia poco o tanto, sia una manciata di brillanti o sian le scintille di un’unica gemma.”

L’elezione del nuovo sindaco di Londra avverrà come sempre “fondandosi sull’anzianità”, poiché “il danno provocato dalle rivalità è peggiore del peggior indaco che si possa avere; e poi non c’è ragione di credere che la scelta della plebaglia sia comunque migliore del caso.” – e ora ti dico questo, vecchio Sammy: ognuno ha la plebaglia che si merita.

Si passa all’anno successivo. I due solidali si incontrano ogni tanto, una volta all’anno o giù di lì, e Boswell si presenta con le borracce vuote da riempire con la scienza johnsiana. Stavolta però: “Non capisco perché durante il mio soggiorno a Londra di questa primavera fossi inspiegabilmente negligente nel prender nota dei detti di Johnson più di ogni altra volta in cui mi fu dato di far tesoro   della sua saggezza e del suo spirito.” – per cui il nostro amato Segretario si vergogna davvero e non sa giungere a una soluzione del dilemma. Nell’attesa io lo perdono (ringraziandolo al contempo), poiché “anche in quell’anno il raccolto fu ottimo; ma io non fui abbastanza diligente nel conservarlo.” Del successivo 1780, in cui il Magister/Doctor (ma anche il suo Segretario e tutta la bella compagnia), come si suol dire, ci ha messo un anno in più, mi permetto di cogliere solo due fiorellini, entrambi a pagina 233 del III tomo: “È quindi inconcepibile una creatura che imponga leggi al suo Creatore.” – una concezione direi quasi ciellina, che non sarebbe dispiaciuta a Don Giussani, di fatto un’ovvietà indimostrabile, e il dirla significa favorire la coscienza di una concezione piramidale della società umana. In alto, Dio, più sotto il Magister/Doctor, più sotto ancora il Segretario, poi ci sta la base, amorfa. Più banale ma più sfiziosa l’asserzione di nove righe sotto, in cui si dice che, per somigliare al sassone antico, si deve usare il k dopo il c, come in critick, publick. Basta mettersi d’accordo. L’inglese invece preferisce senza. Chissà che ne penserebbe a proposito il prode Ivanhoe.

1781: Le varie Vite narrate da Sammy diventano memorabili, per quanto dubbie. Parlando di Swift, “pare che Johnson sia dominato da un certo pregiudizio contro quell’uomo straordinario…” – forse “perché Swift non s’era dato abbastanza da fare per ottenergli una laurea irlandese, quando il suo interessamento era stato richiesto.” – Swift inetto e inadempiente!

“Bevo talvolta ma non mai in compagnia.” never and never! Dice però di lui, l’agiografo: “Tutto in lui, nei suoi caratteri e nei suoi modi, era vigoroso e violento; gli mancava assolutamente ogni moderazione!; per molti giorni digiunava, per molti giorni si asteneva dal vino; ma quando mangiava, mangiava voracemente; quando beveva vino, ne beveva in abbondanza. Sapeva praticar l’astinenza, non la moderazione.” Prosit!

Egli ammirava il sistema delle caste in Oriente: “‘Vediamo,’ disse, ‘come ci siano nei metalli specie diverse; e così pur degli animali, anche se una specie può non esser molta diversa da un’altra, come tra i cani; il cane volgare, lo spagnolo, il mastino. I bramini sono i mastini del genere umano.” – il Magister/Doctor sarebbe stato un ottimo cagnone San Bernardo, con la botticella appesa al collo. Se fosse un metallo, a prescindere dalle sue umili origine (padre libraio squattrinato) sarebbe oro bianco; Boswell, oro a 18 carati (grazie alla sua benedizione); gli altri commensali, oro di meno inclito valore; la plebaglia d’ôr ed Bolòugna (fêls). Dice Boswell: “Tentai di sostenere, per amor di discussione, che uomini colti e intelligenti possono trovare soddisfazione in una compagnia intellettuale anche senza l’aiuto di nessun piacere dei sensi”. Un amico di Johnson non parve d’accordo “e disse che, senz’alcun piacere del genere, ogni riunione diventava noiosa e insipida. Sosteneva quindi l’opportunità di qualche leggere rinfresco.” – e il Magister/Doctor gli dà pienamente ragione, complimentandosi con lui. Alla fine concorda anche il Segretario: “… perché Dio ha fatto dell’uomo un animale misto, e quando non c’è nulla che rinfreschi il corpo, lo spirito langue.”

Johnson discetta poi sull’esistenza degli spettri. Sette anni dopo nascerà a Danzica colui che nel suo Saggio sulla visione degli spiriti, esprimerà il suo autorevole parere che, per quanto anch’esso religioso, mi pare definitivo. Se io vedo te e tu vedi me, esistiamo entrambi. Diversamente esisto solo io. A pagina 30, la nota 61 è così spettrale che spetta ad altro lettore l’onore di sviscerarla: dura non più di due pagine (fitte; riguarda la necessità della presenza di sermoni in una biblioteca perfetta; pertanto la mia lo è in quanto contiene i tre volumi delle omelie di Padre Aldo).

“Bisogna tuttavia distinguere tra il Johnson che parlava ‘per il gusto di spuntarla’ e il Johnson che si preoccupava di dar notizie e istruzioni: il segreto era non contraddirlo, sennò prevaleva il primo. Tacendo, il suo discorso era particolarmente mirabile”. Per alcuni “la conversazione di Johnson era troppo robusta per persone abituate all’ossequio e all’adulazione: era come mostarda in bocca a un bambino piccolo!”

Differenze fra tory e whig: il primo, idealista, “si perde nelle nuvole”; il secondo “vuol conceder tanta libertà a tutti che non resta più autorità sufficiente per governare nessuno.” – i privi-legi devono riguardare soltanto alcuni, sennò che privazione di legge è?! Il primo concede una certa “influenza” alla Chiesa; il secondo no, ma la sorveglia “con meschina gelosia”. Attacchiamo il 1782? Sì, ma prima m’occorre sorbire con una certa urgenza un bicchiere d’acqua brillante.

“La mia casa è ora piuttosto malinconica; la Williams, la Desmoulins e io siamo malandati; Franck non sta bene; e il povero Levett morì l’altro giorno nel suo letto, d’un colpo improvviso. Credo che non passasse un minuto tra la morte e la vita; ecco il destino umano!” – questo a pagina 335; quattro pagine dopo: “… il mio caro Levett, cui, com’egli soleva dire, debbo la di lei conoscenza, morì poche settimane fa, improvvisamente, nel suo letto: non passò un attimo, credo, tra la vita e la morte.” – il tempo che c’illude delle separazioni è la prima e l’ultima delle nostre aspirazioni: tende a restringersi, però.

“Ma temo che dopo i settant’anni, e anche assai prima, la salute incominci ad aver un significato diverso da quello che ha a trent’anni. Assurdo è quindi protestare e vano opporsi contro l’ordine stabilito dalla creazione. Chi vive deve per forza invecchiare; e chi preferisce invecchiare anziché moire, deve ringraziare Dio per le infermità della vecchiezza.” – dio o chi per lui. Morto anche il signor Thrale, la cui moglie cesserà presto di essere devota a “il Colosso della Letteratura”. Tutto si evolve e poi ha fine. Ce ne faremo mai una ragione?

1783: a pagina 355 l’ennesima nota di M. (Malone), che è il principale curatore di note dell’edizione originale, poi ve ne sono altri quattro (tra cui il figlio omonimo dell’autore), nonché la traduttrice (la formidabilmente paziente e accurata Ada Prospero). Numerose note sono dell’autore medesimo. Malone è di solito il più impietoso, come quando scrive: “Probabilmente le ricerche del dottor Johnson non furono molto diligenti, perché esistono due edizioni etc…” – Malone fu amico sia di Boswell che di Johnson, ma non per questo ha mai sorvolato su alcuna imperfezione.

“Chi spende il proprio denaro è sicuro d’usarne bene; non altrettanto invece chi lo dona. È più benefico alla società chi spende diecimila sterline all’anno di chi ne spende duemila e ne regala ottomila.” – ancora quell’odioso concetto del far girare l’economia, che fu già una pubblicità progresso di origine ministeriale a metà degli anni ‘90. Morale: se regalo dei soldi a chi poi se li stipa, è come se fossero andati persi, almeno finché non è tenuto a spenderli.

“È un errore aumentare i salari degli operai; non li induce a viver meglio, ma soltanto a essere più più oziosi, e l’ozio è cosa pessima per la natura umana.” – se non sei un Magister/Doctor naturalmente incline all’indolenza.

Scrive l’autore: “Riproduco questa conversazione con tutti i particolari, che alcuni giudicheranno forse insignificanti, per dimostrare come questo grand’uomo, il cui spirito era in grado d’abbracciar argomenti così ampi e così estesi, come dimostrò nelle sue opere letterarie, fosse tuttavia perfettamente al corrente della cose più comuni della vita e amasse parlarne.” – e di questo ti ringrazierò sempre, carissimo James.

C’è un dialogo fra i due che m’interessa personalmente. L’autore concorda che, nel redigere una critica a un’opera, in fondo “scrivere sia più facile che leggere ed estrarre…” – nel senso di estrapolare periodi interi, ma poi aggiunge: “Devo tuttavia riconoscere che, a giudicar dalla pratica seguita dai recensori, essi preferiscono veramente scriver cose originali; notiamo infatti come spesso, invece di dare un esatto resoconto di quanto ha detto l’autore di cui recensiscono l’opera – ed è questo senza dubbio lo scopo della recensione – tirin fuori elaborati concetti propri sugli argomenti discussi.” – No! Non sia mai! Vade retro, reagens daemonis!

“La conversazione del dottor Johnson era certo calcolata in modo da eccitar l’attenzione, e dilettare e istruire (come in realtà accadeva) senza stancare confondere la compagnia. In tutto quel che diceva era sempre perfettamente chiaro e preciso; e il suo linguaggio era così accurato, le sue frasi così ben costrutte, che si sarebbe potuto stampare tutto quel che diceva senza una sola correzione.” – intanto ho dovuto interagire col correttore automatico che intendeva impormi il e il costruite.

L’anno finisce male, con l’anziano Doctor a combattere fra gotta e mali vari, e la tendenza a diventar afarensis, per via di una paralisi. Intanto gli muore intorno un nugolo di amici e conoscenti.

Il 1784 sarà l’anno dei saluti finali.

Una notevole sentenza, a pagina 464: “Non c’è papista ragionevole che creda a tutti gli articoli della propria fede.” – e mi verrebbe da chiedere quale sia il crisma per identificare i papisti ragionevoli. Lessi una volta (in Io e Dio di Mancuso) che un’interpretazione dogmatica di Papa Giovanni Paolo II differisse nella sostanza da quella del suo successore. quisquilie. Ognuno ha i dogmi che si merita.

Lo zio Sammy (che pare una bestemmia!) ce l’ha ancora con whig, scozzesi, americani, papisti, Swift etc, ma ogni tanto spezza una lancia a favore di qualcuno di loro (sbattendogliela in testa, talvolta).

“… il temperamento di Johnson era costituzionalmente malinconico, di quella malinconia che ha spesso per effetto queste paurose preoccupazioni del futuro. Vedremo ben presto come, avvicinandosi al terribile passo, il suo spirito si facesse più calmo rivelando quell’intima fortezza che ben s’addice a un essere razionale.” – è un compito arduo ma inevitabile (ci sto lavorando).

Da un punto di vista dialettico, Sammy/Magister/Doctor ha una marcia in più, essendo molto attento a quello che gli si dice. Egli poi si aggrappa al pari di un geniale primato e raggiunge presto la vetta del discorso lasciando l’uditorio di stucco. Uno dice che continuerà “a lottare, finché un solo anello della catena inglese suoni ancor tintinnando sui cenci del più misero mendicante d’Irlanda…” – al che il Nostro Sammy/Magister/Doctor obietta: “come fa a tintinnare un solo anello?”.

Sammy/Magister/Doctor è fatto così, brót ma s-cèt, brutto ma schietto: “Nessuno più di Johnson era pronto a scusarsi, quando gli fosse accaduto di criticare ingiustamente.” – e arrivava persino a chiedere umilmente scusa, in caso di un proprio errore o di un’accusa indebita. Egli era un tipo magniloquente, incapace di discorrere in modo appena accennato, senza usare iperboli, come quando del reverendo Budworth diceva che, come “educatore dei giovani” non si poteva trovare “l’uguale dai tempi di Quintiliano in poi”.

Un certo “Cawston dice che non vide mai uomo più tranquillo, più devoto o meno atterrito dal pensiero della morte imminente.” – la sua fede l’aveva salvato (dal terrore).

Hamilton (chi era costui se non “il fu onorevole William Gerrard Hamilton, intimo amico di Johnson per circa trent’anni”) “disse all’improvviso, con espressione migliore di quel che avrebbe potuto essere se l’avesse studiata a lungo: ‘Egli lasciò un vuoto che non solo nulla può riempire, ma che nulla si rivela in grado di riempire. Johnson è morto. Chi viene dopo di lui? Nessuno; non c’è uomo che possa essere paragonato a Johnson.” – morto un Sammy/Magister/Doctor non se ne fa più un altro! Ricordo, per inopportuna provocazione, che nella mia compagnia di giovinastro un tipo, che aveva cessato gli studi in giovane età, era chiamata il Dottore in quanto sedicente esperto in ogni ramo dello scibile cosmico.

“Gli uomini più colti e più compiti cercavano la sua amicizia, e la sua casa era quindi un’Università minore, dov’essi venivano non tanto per distrarsi quanto per studiare, ed esaminare e raffinare i concetti più grossolani che la pigrizia e l’acquiescenza rendevan correnti nella conversazione.” – e lo dice Clarendon a proposito “di Lord Falkland”, ma il concetto vale per Sammy/Magister/Doctor!

“Tale fu Samuel Johnson, uomo di talento, qualità e virtù così straordinarie che, più si considererà la sua figura, più i contemporanei e i posteri dovranno ammirarla riverenti.” – e fra quegli ultimi ci sarà, da adesso in poi, il sottoscritto.

Nella nota finale il suo carattere viene ben individuato come doppio: ogni qualità conviveva col suo opposto e questo gli consentiva di discorrere “di un’infinità di cose, e in centinaia di modi diversi – e tutto questo “improvvisando”. Perciò la sua parola va riproposta per intero (in oltre 1700 pagine), poiché ogni singola goccia fa parte di quell’oceano di cultura e saggezza. Diversamente non si sarebbe “storici fedeli della sua conversazione” – ed è la fede che qui conta, più che l’analisi scientifica del senso.

Sintesi personale. Voglio bene a questo mostruoso Sammy/Magister/Doctor? In parte sì, ma se mi si chiedesse di scegliere come compagno di merende lui o uno scrittore di Brooklyn di origine tedesca (postero di Hans Gottlieb Muller), autore di un paio di Tropici, ci dovrei pensare almeno per la metà di un tempo di Planck. Appena emerso, miracolosamente sopravvissuto, dalla lettura chiedo a Gino Ruozzi, inclito studioso degli aforismi come si possano definire le sentenze del Doctor, che nascono dalla disamina di romanzi, saggi, conversazioni, opere teatrali. La riposta di Ruozzi è icastica: aforismi per estrazione. Sammy li faceva sorgere dall’osservazione di un comportamento e dalla reazione a una conversazione altrui, non essendo che raramente assoluti e spontanei. Del resto sono certo che nulla, ‘n coppa a’ sta terra, può essere del tutto assoluto o spontaneo. Nel caso di Samuel Johnson non lo è affatto e in maniera evidentissima. 

Aforisma: apò/orizô: confine/stabilisco. Nel caso dell’acclamato critico e scrittore londinese: sancisco il limite fra la mia autorità e l’altrui inferiorità.

È mio convincimento che ogni specie di scrittura serva a sancire la propria diversità e, necessariamente, il proprio dominio. Questo vale per ciascun poeta e scrittore, anche se maudit, anche se, J’ai de mes ancêtres gaulois l’œil bleu blanc, la cerbelle étroite, et la maladresse dans la lutte, anches se gli antenati etaient le ecorcheur de bêtes, le brûleur d’herbes le plus inepte de leur temps

Nella biografia di tanto insigne personaggio spicca l’esaltazione di tutti i valori che trasformino i loro potenziali in qualcosa di sublime, che etenizzi ogni attimo, finendo per commuovere il lettore, quando lo stesso è stato determinato nella sua scelta di non abbandonare alcuna gemente anima al suo penoso destino, a cui tutti noi, in assenza della parola scritta, saremmo condannati.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

James Boswell, Vita di Samuel Johnson, Garzanti, 1954

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: