“Più oltre andar…” di Riccardo Garbetta: l’uomo, l’eterno e immoto fuggitivo

Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è di buon augurio.

Più oltre andar... di Riccardo Garbetta
Più oltre andar… di Riccardo Garbetta

La scrittura è questo, un (vago) più oltre andar… ove i puntini servono a collegare, non a chiudere, ci si augura almeno. Il lettore, che viene dopo, può giudicare ogni aspetto della questione, valorizzando quel che vuole.

A me interessa principalmente capire cosa ha mosso la scrittura: l’origine dell’energia che poi si è scelto, o è stato scelto per te?, di spendere per andare laggiù o lassù, per rimanere quassù o quaggiù.

La dedica:A Sabina mia madre.” – che è colei che non è più, ma verso cui non è concesso non tendere ancora.

L’esergo è una citazione di Elias Canetti, in cui si parla di un incontro con “tutti i morti” a cui qualcuno “strinse a mano”, per poi mettersi “in fila all’ultimo posto”. La morte, parte integrante della vita, è un viaggio, un andar oltre, non diverso da altri. Morire è un po’ partire, per andare Colà.

Dice l’io narrante, il primo di una serie quasi infinita di colleghi d’ambo i sessi: “Passai il resto della giornata dando solo prova d’inconcludenza…” – il che non è poco, se ci si pensa. Riuscir a dar prova di qualche cosa è un atto scientifico, seppure falsificabile da una successiva constatazione.

Per dei saggi, di cui la mia memoria non ricorda nulla (Baiten Kaitos?) “la morte non era altro che la prova di un disegno incompiuto…” – qualcosa da perfezionare Altrove. Perfectus est! Prima o poi: l’importante è non farsi prendere dall’eccessiva fretta.

“… il caso ha voluto che ci incontrassimo sempre, e sempre nei momenti più ardui, sui tragitti più incerti…”commuove l’uomo quando suppone l’ennesima volta come se fosse parte di un infinito miracolosamente collegato all’eternità.

“Forse la breccia nasconde un inganno” – anch’essa è una parte del gioco, così come una carta degli imprevisti del Monopoli. La fine di questo racconto, che potrebbe essere il secondo, coincide con la nascita di qualcosa, e la morte di qualcos’altro: materia che, svanendo, diventa energia, energia che ricrea materia. Questa è la vita, dunque? Un penoso passaggio fra ciò che è e quel che sarà?

“… in che razza di famiglia…” – potremo sperare di giungere, pur trafelati e desiderosi di una salvifica quiete?

L’unica via concessa è quella che conduce alla casa d’origine, per quanto distante sia. L’uomo è ogn’ora desideroso di partire, e quando giunge a una destinazione, anela a tornare alla propria origine. Ammesso che essa esista ancora, naturalmente.

Quando qualcuno muore, qualcun altro, non sazio del proprio dolore, deve sobbarcarsi la fatica degli atti che la civiltà impone: non solo le esequie di cui il deceduto non può occuparsene. Più tragici sono “i fili che legano un vivente a un sistema amministrativo inestricabile…”la cui solo enumerazione reca angoscia. A questo punto ha senso il detto delle mie parti per indicare chi non c’è più: à finî ed sufrîr, ma non di recare sofferenza a chi rimane.

La scrittura ha la facoltà di prolungare al massimo gli effetti di un’accusa, immotivata o sacrosanta che sia. Leggendo certe opere ci si sente in colpa di chissà quali delitti, mai commessi, per carità, ma che si desiderò talvolta di compiere. È a quello che l’autore si riferisce quando scrive: “Io so, io ti ho visto”. Al che non rimane che dire: “No!, non è vero, è una beffa, non può avermi visto, nessuno ha potuto vederci, eravamo soli io e…”. Per l’intera sua vita, non si può che accumulare prove, indizi, moventi che possano suffragare la propria immonda testimonianza.

“Si è mai chiesto perché io ricostruisca soltanto città percorse da fiumi?” – Non lo voglio sapere, caro reinventore del passato, perché io so la risposta: panta rei, trascinando con sé ogni traccia del passato!

“… sul fondo di un fiume io non cerco solo quanto vi si è inabissato per incidente o per caso…” – il che rientra nelle necessità cosmiche; “… ma soprattutto ciò che gli uomini vi hanno intenzionalmente gettato…” – quel che la natura recò in quell’oltre di cui si disse più su.

L’esigenza di salvare spesso conduce Riccardo Garbetta a riproporre nomi ormai perduti, come questo “Ceto” (che ci rammenta che siamo kētos che sguazzano nel medesimo oceano), la cui figlia sogna “d’esser desta”. Per poi destarsi veramente, “in un bagno di sangue”. Sangue suo, del resto.

“Com’è grigia la tua dimora, Euridice da quando non l’abiti più…” – l’illusione umana è credere che un ammasso di mattoni assurga a luogo memorabile solo allorché si riscontri quella vita nuova che non hai mai smesso di sognare.

Quando due timidi esseri si stringono l’un l’altro, si scambiano tanto il bisogno d’amore quanto la certezza di smarrirsi. C’è chi, algido e indifferente, compreso nel proprio valore, consuma il valore altrui per accrescere il proprio. Orfeo è il creatore di bellezza incapace d’offrire al mondo null’altro che quella magica illusione, negando se stesso, la propria anima, il proprio tempo e la propria emozione, che egli brucia per rivestire il dono della vita altrui, tenendosi ben stretta la propria. Finché è in vita, l’ingenuo Aristeo continuerà a vivere col pensiero per lei, Euridice, la cui assenza non smetterà, neppure per un attimo, di tormentarlo, facendolo gemere per l’eternità.

L’Altro, il Genio, saprà consumare il di lei annullamento, per intonare canti sempre più belli. Che ne è, per lui, il ricordo di lei? Soltanto quell’energia che permette di andare ancora oltre? In ognuno di noi convivono tanto il mite pastore quanto l’ambizioso creatore. La scrittura sgorga ogni volta allo scopo di unire le anime finendo, inesorabilmente, per dividerle.

“Anche stanotte, come tutte le notti, aspetto il nemico vegliando sul nulla.” – che è il destino di chi non ha amici e solidali, ma solo virtuosi e implacabili avversari.

Temo che non ci rimanga che tacere un orrendo segreto, tacendolo con ostinata insistenza, e poi spiattellarlo senza misericordia: ognuno di noi è un Mostro per l’Altro, il quale è un Mostro impietoso per ciascuno di noi.

Si vive in questo strano villaggio, dove i diritti e i sogni di ciascuno recano la discordia fra gli assurdi nemici di pianerottolo. Homo homini bestia non diventerà homo homini prodigium, perché la Bellezza altrui non ci parrà mai tale, se non subentra quel che la donna prigioniera sa elargire al morituro: la pietà, quella vana luce che lotta per non disperdersi in questo mondo sfuggente, una passione, kam’a, un profondo ma fuggevole amore o anche una più duratura amicizia.

Si crea la figura divina per spostare su di lei la nostra naturale (o mi sto illudendo?) empatia verso il prossimo, o forse per negarla. Oppure si giunge a legittimare la nostra brama di far emergere dalla mediocrità il miserrimo nostro io, a cui manca un’infima d per assurgere a una mediocre divinità.

L’irrequietezza che mostra la Creatura Immonda conduce a una tragica guarigione del male di vivere. Commuove la solidarietà che s’instaura tra la Bella e la Bestia, sorta da un mutuo rispetto in cui ognuno è vincolato, prigioniero dell’Altro.

Ogni persona ha il diritto di coltivare la propria religiosità, la propria catena passionale. E ha la necessità di fuggire via, scordando ogni cosa, anche la propria vicenda, il proprio destino.

Riccardo Garbetta
Riccardo Garbetta

Ci si ritrova tutti in preda all’irrequietezza, compresi tra queste due tendenze, che sono ugualmente legittime e fors’anche sacre.

In quel non luogo non tempo può sopravvivere il nostro mostruoso e ignobile io, da solo o insieme all’Altro, se si è riusciti, magari tacendo per tutta la vita, a comunicare il proprio rispetto, consacrando in tal eroico modo la parte meno infame della nostra vita.

“Nella sua lunga carriera non aveva mai scritto romanzi, né commedie né versi. Nessuno avrebbe potuto neppure attribuirgli…” – alcunché di scritto. In tal modo quel silenzio diventò oro zecchino, a cui il mondo ora s’appresta a inchinarsi.

“Annibale Tirsi” è il genio che non consumò nulla del suo talento, creando quel vuoto che terrorizza il mondo, che non può che fuggire di fronte a tanto abissale caos (il mio pleonasmo preferito). Come invidio geni come Kafka e Morselli. Anch’io punterei a una gloria eterna (purché postuma!).

“La mia vita è costellata solo da storie e da strade interrotte, da ripensamenti continui, da progetti inconclusi, da mete mai raggiunte…” – da pagine intonse, da strade prive di ghiaia e d’asfalto, da ghiacciai inariditi.

Se nel mondo siamo tutti fratelli, l’ingiustizia che ci governa fa sì che solo alcuni abbiano un padre (mentre la madre è silente). Quando ci si sente una “figlia mancata” e una “sorella respinta”, oltre che dolersene, si può approfittare dell’incidente per fuggire lassù, dove non esistono consanguinei, perché lì il sangue non è più tale.

Oppure tornare a casa, senza più lamentarsi della condizione che ti rende unica: “… nulla è cambiato, ma per la prima volta, mentre varco la soglia, sento di aver qualcuno al mio fianco, di non essere più sola a rincasare.” – bentornata a casa, disgraziata!

Quando ci si reca in un luogo, andando oltre la porta di casa, ecco che si comincia a ripensare a quel che, forse per sempre, si è lasciato. E si scrivono lettere inutili, perché il paese nuovo non può essere trasferito sulla carta, se non ampliando l’altrui insipienza, che finisce per emergere con sempre maggior prepotenza. Chi è altrove si diverte in tal modo, essendo colto dall’angoscia d’aver disperso un pezzo notevole della propria anima, il cui valore è sempre incerto.

“Ma per compiere il viaggio fino in fondo la fiducia non basta, non basta il coraggio che ho avuto finora…” – che è come la benzina, prima o poi finisce e occorre recarsi da un nuovo distributore.

“Arrivo nel luogo lungamente sognato, laddove da sempre si reggono le sorti del regno…” – nulla si regge da solo, nemmeno colui che solleva il mondo (che, pur essendo solo un’immagine, deve pur aver una base). Ognuno di noi si sente “il favorito”, e di fatto lo è stato sin dal momento del concepimento. Ad attenderci, più in là… oltre… c’è lei, l’amante assassina, la “perfetta regina” – la meretrice che accompagna l’ultimo disgraziato fin dove lei non potrà più rimanere con lui, in attesa di chissà che, perché ora deve servire un nuovo cliente.

“Decisivo, per la mia idoneità, fu soprattutto per l’intervento che mesi prima, alla soglia dei trent’anni, avevo affrontato per escludere la possibilità di riprodurmi…” – la famiglia che è benedetta da tutti i popoli, può diventare un limite quando si deve svolgere una nobile mansione.

Capita che l’eletta veda allo specchio l’immagine “di un’estranea di cui stentavo a riconoscermi”.

Il tempo è un criminale che compie i suoi misfatti senza fretta, inesorabilmente: “Sembrava che il ragazzo non conoscesse sofferenze diverse da quelle inflitte dall’azione corrosive del tempo”. L’unico modo per guarire dalla “cronopatia” è cessare di appartenere a un gruppo, la cui esistenza, per seguire le sue funzioni, dev’essere scansionata da intervalli temporali. Quando si è Altrove ciò non accade. A quel punto rimanere immoti indefinitamente o proseguire è ininfluente. Non c’è più d’attendere né turni né permessi. Tu sei il tuo permesso, il turno che sta giungendo ti appartiene. A quel punto parrebbe risolto il dilemma, venendo a mancare la ragione di qualsiasi moto o progressione. Se nulla v’è di assoluto, andare o rimanere fan parte della medesima illusione. Einstein dapprima disse che il tempo non esisteva e poi ch’esso era la quarta dimensione dello spazio: in tal modo risultava più semplice tirargli quel calcio che permette di creare una nuova vita.

Tutto è vanità e niente di nuovo è sotto il sole. Anche quell’astro allucinante è vano, come lo è chi ancora confida in lui!

La scrittura di Riccardo Garbetta è a ogni riga precisa, essenziale e doviziosa, quieta e leggermente ansimante, in altre parole è sommamente umana.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Riccardo Garbetta, Più oltre andar…, Artdigiland Ltd, 2022

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