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“Gli invisibili” di Valerio Varesi: un’indagine del Commissario Soneri

“Ci sono aziende che si riuniscono il consiglio di amministrazione. Discutono sull’acqua e poi vanno a mangiare lo stracotto d’asino.”e qui sta lo spirito di Valerio Varesi, il quale, visto dal vivo, sembra più anoressico che bulimico, pur senza rientrare in nessuna delle due fattispecie.

Gli invisibili di Valerio Varesi
Gli invisibili di Valerio Varesi

M’è capitato di averlo a fianco in una abbuffata-presentazione di un suo noir, svolta non a caso in una gargantuesca e gastronomica Langhirano. Buttando talvolta un occhio al suo tavolo, vedevo che si cibava (e beveva) come gli altri, gustando l’intera serie di pietanze e pure, alla fine, un’ampia fetta di torta rossa.

Il ci della frase è una di quelle case galleggianti sul Po che “se uno ama la discrezione e vuole infrattarsi” appaiono come ideali. Fratta viene dal latino fràcta, nonché dal greco fràktê, spazio chiuso, da cui anche frammento, frazione, farsi i fatti propri (mia battuta).

Torniamo indietro di 132 pagine. Il commissario Soneri ha ricevuto un incarico disgraziato: chiudere la pratica relativa al ritrovamento di un corpo che, passati i canonici tre anni, è destinato al macero (sepoltura), non essendo stato trovato né un nome, né un eventuale colpevole del suo omicidio e nemmeno la certezza che non si sia trattato di una disgrazia o di un suicidio.

Uno nasce, respira, vive, muore. Il destino che ci conduce ad andare a vedere l’erba dalla parte delle radici è di tutti: anca i catîv e móren, ammoniva mamma. Anche i buoni però, prima o poi, tirano le cuoia, ognuno dopo aver cullato i suoi sogni, coltivato i suoi ideali, confidato nelle sue speranze le quali, prima aspettano che moriamo noi, e dopo un po’ ci seguono, restandoci appiccicati, in certe epigrafi, come quella con cui Walter Chiari ci tranquillizza dal ‘91: Non preoccupatevi amici, è solo sonno arretrato.

Conosco una donna che è rimasta una pasionaria, nonostante veleggi verso gli ottanta, sempre disposta com’è a difendere i suoi diritti, a cui ho suggerito l’epigrafe Sono ancora in causa!

Le tombe, con o senza epigrafi, danno l’illusione dell’eternità, per cui a me i sepolcri finiscono per rilassare. Fra i miei immediati propositi (sono appena vent’anni che ci penso) è di recarmi al cimitero acattolico di Roma, per rivedere alcuni solidali, tra cui Gramsci, Gadda, Shelley e Keats.

Questa è la vita, una somma di accadimenti, una storia fra le tante che, sommata alle altre, ri-crea l’illusione di una Storia comune, con un’etica connessa a questo termine che sfocia in quell’altro, con la T (ci si augura) maiuscola.

Pare scandaloso che qualcuno sparisca senza lasciare un ricordo, un evento da narrare a chi verrà dopo, un attimo di quel cosmo che sentiamo come nostro, ma che è solo in accomodato d’uso, e che prima o poi dovremo restituire.

Soneri dovrebbe chiudere il caso, apporre la sua firma e tornare a combattere battaglie coi vivi, o mettersi magari in ferie. No! Non ci sta! È disposto a prendere i suoi giorni di libertà per provare a capire a chi sia appartenuta quella carcassa ghiacciata da anni e che è destinata a sciogliersi, in quanto nessuno la rivendica. Mi correggo: ora essa è di competenza di Soleri, uno che non molla.

“La vita è un lavoro a maglia che ti intreccia col tutto.” – in qualche caso c’è però “un punto fallato che si allarga sciogliendo la trama fino a rendere impossibile ricongiungere gli orli”d’impossibile non c’è nulla, almeno nei tuoi romanzi, Soleri. Ci sono dei teoremi/paradossi della meccanica quantistica che garantiscono che per tutto c’è una pur minima possibile, che prima o poi accadrà. Io ho fiducia in te Soleri, poiché ho fiducia in te, Varesi.

Questo noir me l’ha ceduto un amico, che a pagina 10 ha sottolineato: “Quell’eccessiva fiducia nella ragione lo conduceva a frequenti delusioni, ma ogni volta ci riprovava.” – prima o poi la particella riuscirà a superare quell’iper-densa barriera d’acciaio. Forza, commissario! Forza Valerio!

Ragu, un giovane disperato, dice di sé: “Sono uno degli invisibili. Ma gli invisibili ricompaiono. E incazzati, pure.”compare Ragu, scompare Ragu, ricompare compare Ragu, la cui disgraziata storia è stata determinata da una madre tossica e da un padre che se n’è fregato di lui, ma che è ora morto, e Ragu ha ereditato una certa sommetta, che però lo irrita. Forse preferirà ri-scomparire ancora, piuttosto che accettare quell’infame obolo del destino, che la prima volta fa male, perché penetra nella tua vita creando un caos, un diverso vuoto in cui non sei abituato a rifugiarti. Il nulla che ti appartiene finisce per sembrarti tanto più accogliente e sicuro.

Due motivi che si ripetono: qualcuno “portò due bicchieri e una bottiglia di Fontana”; una bestia che appare e scompare anche lei, “che esce con la nebbia e col buio. Come le cose che succedono qua attorno.” – dicono che nella bassa Padania la gente è strana e pronta a credere a tutto.

A l’è vistida cla per la borda!, si dice colà. La Borda è una creatura leggendaria del delta del Po, un’orribile strega, bendata con vestiti laceri e fazzoletto in testa, che vaga di notte nella nebbia, vicino a degli stagni e dentro ai pozzi. Sta atèint ca gh ē la bórda! Ogni terra ha la borda che si merita. 

Vorrei vedere voi, tra nebbie che si tagliano con l’anima (che deve essere perciò affilata) e purificata col vino, che se manca, è come se il serbatoio difettasse di carburante, con moderazione, s’intende, ma con costanza. Ognuno ha poi il suo concetto di moderazione e di costanza.

Da quelle parti bazzicano degli stranieri venuti dall’Est, cacciatori-pescatori di siluri e cavedani. Che il cadavere appartenesse a uno di quelli? L’ipotesi più semplice non sempre è quella giusta.

“È il fiume che sale, la pioggia lo sta gonfiando” – è come il discorso dei disturbati alimentari di cui si diceva prima: o il Po cresce troppo o diventa un acquitrino salato per carenza di liquidi. Quando sta bene, nessuno ne parla. Questo è il mondo, un vano chiacchiericcio che ci spinge alla scrittura.

Per la nebbia, “qui è sempre tutto in bilico e non c’è mai niente di netto. È il mondo degli anfibi, creature di acque e di terre. Non appena rivedo il guastallese Massimo, cercherò di non dirgli che è un anuro, potrebbe non prenderla bene ed è un tipo nerboruto. Ma è la verità. Il fiume è entrato in quella gente, perché quella gente è entrata nel fiume, in uno scambio alla pari, come sempre in natura: un’interazione necessaria e sufficiente.”

Soneri “era rientrato in città a notte fonda e in un primo momento si sentì smarrito, poi ritrovò i contorni familiari della consuetudine.” – a poco a poco anche lui si sarebbe anfibizzato. Ci vuole il suo tempo. Questo è il destino dell’uomo, cambiare zona a seconda delle esigenze esistenziali. Parti che sei un crespo negro con la g e col naso camitico. Ti dirigi verso Capo Nord e nel frattempo ti trasformi in un esangue vichingo con gli occhi azzurri, il nasino breve e i capelli glauchi.

Giovanni Caputo: “Un meridionale a cui piace il Po?” – tu domandi.

“La gente gira e i cognomi non vogliono dire più niente.”

Ecco che questo dissolto nel nulla potrebbe essere proprio quel Giovanni Caputo, forse, chissà…

Una Carmela Caputo era detta “Napoli”:Qui, per fare le cose semplici, i meridionali li chiamano Napoli” – anche per mia nonna erano tutti napoletani, essendo forse i più rumorosi-numerosi. Poi li chiamarono taroun. Poi maruchîn, ma poi la terra fu inv…, ehm, popolata da maghrebini DOP e quegli altri tornarono a essere taroun. Sic transit gloria mundi. Quando noi emiliani eravamo sugli alberi (la battuta l’ho rubata, pensate!, a un partenopeo) al sud erano già gay (il termine usato dal personaggio di De Crescenzo non era politicamente corretto).

Siamo gente alla buona, contadini, come talvolta ci accusano taluni nipotini dello Stupor Mundi

Ecco perché sia per il nonno del Matto, che per il mio: “tromba di culo sanità di corpo, se non ci fossi tu sarei già morto.” – in natura, nulla più di un sonoro peto dà l’idea della catarsi!

Il timore del Vikingo (che è il più sano di mente a casa sua, poiché vive solo, quando parla talvolta ci becca): “Alla fine, nessuno di noi verrà reclamato davvero. Saremo dimenticati e basta.” – e io leggo proprio per reclamare (cioè per salvare) chi non c’è più. E per donare le sue memorie a quelli che, un giorno, mi auguro, salveranno me. Si sappia che quando mi recai a Recanati e visitai la stanza dei 5.000 (o erano 20.000?) libri di mio fratello Giacomo mi salì in gola mezzo chilo di magone!

A volte il mondo pare quello che è, un luogo obnubilato in cui muoversi è un azzardo e star immobili è un suicidio, ma non tutto va poi così male: “Il salame era ottimo e la Bonarda stava al passo. Quando la conversazione s’interrompeva, subentrava un silenzio così profondo che si poteva sentire il tocco leggero della pioggia sulle falde del minuscolo tetto. Sembrava tutto immobile, ma di tanto in tanto la corrente scuoteva la casa galleggiante mentre dal molo proveniva un fremito metallico. Da quella calma emanava un’idea di tensione, e l’insieme di movimento e suono induceva una sorta di inquietudine” che è uno dei principali topos narrativi di Varesi, un luogo in cui le cose parlano e dicono dell’uomo, o della sua momentanea, ma non eterna, assenza. Egli poi verrà e qualcosa combinerà, forse anche un delitto, ma di sicuro si mostrerà. L’ambiente lo sta aspettando, un po’ friggendo e un po’ no, come obnubilato da un litro di Bonarda.

Gli altri topos sono la nebbia, il cibo, il fiume che scorre e porta via, e prima o poi restituisce quel che ha custodito per anni: un cadavere, per esempio.

Soleri e la sua donna Angela ogni tanto discutono animatamente, e un po’ il conflitto cresce, ma ha la buona ventura di esplodere quasi subito, annullando puntualmente il suo potenziale energetico, senza creare guai irrisolvibili.

Ora il commissario deve scegliere fra due linee operative: “Poi decise di agire subito, spinto da un’idea, di quelle improvvise come lo spavento.” – un colpo di genio può causare inconvenienti, perché non sempre si è alla sua altezza, ma ho molta fiducia in chi è consapevole di quel che gli è al momento negato.

Prima di giungere nel luogo dove avrebbe dovuto operare, “si era fermato sulla strada fare un po’ di scorte: pasta, sughi e soprattutto salumi, scaglie di grana e due bottiglie di Fontana.” – la razione k dei parmigiani.

Dice la badante di un’anziana testimone che poco o nulla potrà più dire, poiché demente: “È morta, capisce? Quando non hai più coscienza, sei morto. Io l’ho conosciuta com’era. Quella persona non c’è più e anche se continua a a batterle il cuore lei è morta. Le rimane solo il nome” – sento che potrei scrivere un romanzo sul periodo storico in cui mia mamma era affetta da demenza senile. E può darsi che un giorno lo farò. Si tratta di una reciproca incapacità di comprendersi e di una carenza di voglia d’imparare a farlo.

Il nome assume a volte il significato di storia, nomen omen si dice: ognuno ha il destino che (in parte) si merita, ma solo una goccia viene versata da quella magica parolina. Quel che conta è l’energia che uno ha a disposizione. Ora Soleri cerca quel nome, ma sicuramente qualcos’altro troverà. Intanto la sua ricerca parte da quello. E ci sta. E ora pensa di averlo trovato, è proprio quel Giovanni Caputo di cui si diceva poc’anzi.

Pausa di riflessione: “Gli anolini galleggiavano dentro un brodo la cui parte grassa disegnava cerchi trasparenti che si univano e si scindevano a seconda dei movimenti del cucchiaio. ‘Gli occhi del brodo’ li indicò il commissario.”

Gli emiliani sono fatti in tal modo: se togli loro il brodo, gli neghi, non solo la gotta, ma anche la forza di rischiare il tutto per tutto in nome di quel cappone e di quel manzo immolati al Dio Balanzone, che non è di certo scheletrico, che poi ti curerà. Noi arşân quando la pioggia schizza sulle pozzanghere, diciamo che a fa i caplêt!

Affermazione da prendere con le molle: “Il Gutturnio è meglio di qualsiasi psicofarmaco” – può darsi, ma il peggior Lambrusco è migliore del più soave Gutturnio (e questa è sicuramente un’esagerazione). Lo bevo poco, quest’incrocio di Bonarda e Barbera, ma quando mi capita tra le mani sento che la sfida a braccio di ferro è fra me e lui: di solito vinco io, per cui finisco per prosciugarlo, senza alcuna pietà, fino all’ultima goccia. Ancora: “Una folla senza nome”, dice Soleri a Toschi che dà un tono di speranza a ‘sta immane tragedia: “Fra migliaia di anni forse ci si ricorderà a malapena di…” – e spara i consueti tre nomi di italiani illustri, continuando poi a su una scia di ottimismo puro: “E noi esisteremo ancora solo perché sopravviveranno i componenti chimici del nostro corpo, magari dispersi tra queste acque e il loro scorrere.”panta rei, ora e per sempre. Evviva!

“Certe volte il fiume non è granché gentile.”e noi come siamo nei suoi confronti? Non gli doniamo i nostri scarichi fisiologici? Ce li ha forse chiesti lui? Vorrei vedere te al suo posto!

Il mio amico ha sottolineato alcune righe (come prima, nell’angolo in alto ha disegnato un asterisco): “Si era fermato ad ammirare quella sorridente magnificenza e mi come in quei momenti si era convinto di quanto fosse importante qualche minuto di bellezza dentro giornate di logora quotidianità.”commento il riporto con quel verso di Keats che cito un giorno sì e l’altro pure: a thing of beauty is a joy for ever.

Poco dopo mi permetto di ironizzare su una frase che non m’appartiene ma che capisco quanto sia importante, per cui decido di ridimensionarla: “Il Po è un’altra cosa e non ci si stancherebbe mai di guardarlo.” – battuta necessaria: tót i cajòun a gh ân la só pasiòun, ognuno ha la passione che merita la sua coglionaggine. E nessuno è esentato da quest’obbligo, manco io.

“Bevvero il Prosecco, che risultò di pessima qualità e per giunta caldo” – che è come lanciare una Madonna (così noi sciocchi campagnoli chiamiamo le bestemmie), inginocchiandosi col capo chino, davanti a un crocefisso che ti fissa con quel suo sguardo pietoso! Un Prosecco caldo: roba da matti!

Valerio Varesi
Valerio Varesi

Ci sono momenti, nei romanzi di Varesi, in cui gli uomini ci sono ma restano silenti: “Si udivano dei movimenti, ora erano a intervalli: tre, quattro tondi seguiti da una pausa di silenzio…” – eccetera… e questo è un altro topos.

Chi passa la sua vita a rincorrere la verità incontra quell’ennesimo luogo psicologico, in cui a tutti è concesso di entrare per quel fatidico attimo: “Soneri non lo lasciò finire. Ringraziò frettolosamente e riattaccò animato da un’improvvisa euforia.” 

Hanno beccato quel giovane, Ragu, mentre “stava imbrattando i muri del Teatro Regio”, e ora è nei guai, essendo un “recidivo”. Dice Angela che “imbrattare un monumento è una provocazione per dimostrare la propria esistenza. Il monumento è una ribalta, è la facciata esibita del perbenismo, è la storia che ci viene raccontata. Ragu e questi ragazzi vi irrompono con irriverenza e rabbia, rivendicano coi segni la loro parte.”il che mi fa pensare a László Tóth, che mutilò la Pietà di San Pietro, divenendone coautore, almeno fino a che essa non fu restaurata e rimessa a nuovo. Lo sguardo di Tóth pare quello di uno che, dopo aver esercitato un suo diritto, si sia irritato con quel mondo che non è riuscito a comprenderlo. Ognuno, come quell’ungherese, rincorre i suoi ideali: Soneri e Angela “finirono per scolare una bottiglia di Gutturnio. Niente rendeva così leggeri come il vino. Si sentirono liberi da ogni perso in una situazione quasi dionisiaca.” – quel liquido nero prende le gambe, per cui si fa fatica ad alzarsi, ma rende capaci di svolazzare.

“La nebbia si era ispessita. Il suo vapore non sapeva più volare e precipitava su parabrezza.” – il vino da quelle parte, se anche t’annebbia la visita, fatichi ad accorgertene. E in quell’ambiente si fa fatica a cogliere i particolari consueti, immaginiamoci quelli nascosti: “I mafiosi sono feroci, ma ammazzano il meno possibile. Preferiscono lavorare sottotraccia” – e, se “ci sono, non li vedi”. Sono come “la bestia del Po”. Inoltre, “le mafie sporcano dove passano e non lasciano niente in ordine.”contribuendo a un’entropia che crea le condizioni ideali per tragedie prive di catarsi: un vortice puro, da cui è arduo sottrarsi. Nessuno sa quale sarà il destino finale del cosmo, ma pare che l’ordine si ricrei continuamente per tramutarsi ancora in un famelico abisso, in un gioco che parrebbe senza fine.

Soneri versus mafia. Chi vincerà? Di solito nei romanzi è il buono che riesce a mettere il necessario ordine. Ma perché allora, nel romanzo successivo, si ricrea il necessario caos?

“Era lì che bisognava cercare. Tutto tornava dov’era cominciato, attorno all’ombelico oscuro del fiume.” – che custodiva quel segreto e mille altri, non ancora nemmeno ipotizzati. Un filosofo ha detto che la verità esiste, ma che è fuggevole e turbinosa e che crea continuamente ordine e subito dopo disordine, che alla fine dovrebbe prevalere. Essa può spingere l’uomo a erigere monumenti, oppure a distruggerli, svanendo, infine, ogni cosa in quella beffarda e infinita nebbia.

Soneri ha provato al di là di ogni ragionevole dubbio che quel corpo trovato in fondo al fiume apparteneva a quel Caputo ma, intorno alla sua vicenda “c’erano schiarite e improvvise oscurità. Come la nebbia che oscillava sulla Bassa a tratti fosforescente di sole, a tratti densa e tumefatta.”

Soneri paragona i destini di Ragu e di Caputo: entrambi erano stati “rifiutati dal mondo” e nonostante questo continuavano fino all’ultimo a cercare di essere amati. Per il primo la battaglia è ancora aperta, per il secondo è chiusa da anni. Il commissario è però riuscito a restituirgli un nome, una storia, un destino, la rivelazione del suo assassinio. E nulla più.

Amara considerazione finale: “Hanno vinto gli altri, i sopravvissuti, i cinici, gli indifferenti. Noi siamo quelli che raccolgono i morti dopo la battaglia.” gli altri, quelli che scelgono di volta in volta d’essere più o meno visibili, a seconda della convenienza, ci pensano da sé a raccogliersi, ogni qualvolta lo desiderano. Ma anche a questi, diceva mamma, quando scoccherà l’ora, porranno i piedi rivolti al medesimo uscio.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Valerio Varesi, Gli invisibili, Mondadori, 2019

 

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