“Licantropi in cravatta” di Salvatore Acciardi: come con-vivere sereni in mezzo al gregge

Nel titolo ho usato il termine gregge, così in voga oggi, quando l’attuale pandemia ci ha ricordati che o ci si salva tutti insieme oppure il futuro sarà sempre più problematico.

Licantropi in cravatta di Salvatore Acciardi
Licantropi in cravatta di Salvatore Acciardi

Conosco di persona l’autore, il quale mi ha sempre piacevolmente sorpreso per la sua capacità di rapportarsi con simpatia con chiunque. In tal modo si comportò con me non appena c’incontrammo per la prima volta.

Da anni questa è anche la mia filosofia, sebbene nella mia giovinezza fossi portatore non so quanto sano di alcune reticenze caratteriali, che alla fine sono riuscito a superare, non so se del tutto, ma forse quasi.

Se permetti, caro Salvatore Acciardi detto Salvo, intendo reagire al tuo saggio alternando i due ruoli di Uke e di Tori che tu descrivi nel capitolo dedicato all’aikido. Mio figlio ha praticato tale attività fisico-spirituale (che non è mai agonistica) per alcuni anni e qualcosa so a riguardo. Io ho invece un trascorso da judoka interrotto in seguito a una lussazione al gomito sinistro.

Le due arti marziali differiscono di molto. L’aikido è fondato sulla difesa, il judo sull’inganno: si spinge in avanti o verso di sé l’avversario, pensando a come sgambettarlo o a trascinarlo a terra, in un confronto che dovrà stabilire chi è meglio in grado di gestire il proprio e l’altrui equilibrio. Nell’aikido i due partner sono solidali e si alternano nei due ruoli, poiché il fine è universale: non soccombere sotto i colpi anche violenti di chi vuol dominarti.

Sappi dunque, Salvo, che ti provocherò, ma a fin di bene (mio e tuo), senza alcuna violenza, ma con un pizzico di humour.

Io non recensisco le opere, ma reagisco a esse. E per farlo devo cercare di acquisire l’altrui energia per poterla poi restituire, dopo averla sommata alla mia. Per questo uso citare frasi o periodi del testo analizzato, per utilizzarli come combustibile con cui far luce e, se possibile, produrre calore.

Secondo Hobbesogni uomo tendeva all’autoconservazione”, fatto che determina “la lotta per la predominanza dell’uno sugli altri.

Citi poi James Senese, il sassofonista di Napoli Centrale e del Supergruppo di cui faceva parte Pino Daniele, il cui Nero a metà, forse un po’ riguardava anche James. In una sua canzone egli dice di essere incazzato nero… – e tu ammetti: “come dare torto al buon James?

Ovunque nel mondo si raccolgono prove che attestano la malvagità umana, per cui ti chiedi se l’uomo: “è per sua natura buono o cattivo”. Ulteriore domanda: “… se è malvagio che cosa lo può redimere?” – che pare un discorso a sfondo religioso, invece è profondamente civile.

“La cultura, l’educazione, la legge o che altro?” – la meditazione, la consapevolezza…?

Citi un detto napoletanoGuagliò, ricuordate che o’ munno è ‘na palla e merd”, e io te ne dico un secondo, che mi trasmise a suo tempo un amico che aveva avuto un tumore al cervello: la vità è nu vàso e merd con ‘nu ritu ‘e nutella… finita chella – il problema non è far diventare nutella la merda, in una specie di magica transustanziazione, ma di produrne sempre della nuova, che seppellisca sempre di più la seconda materia.

Vedi che ho detto forse, una delle parole più micidiali che ci siano e che deriva dal latino fors-fortis, che è sorte, opportunità, ciò che in genere è fortuito.

La vita è in sua balia, ma ogni essere può dire la propria, per cui il Fato irrevocabile può diventare il Destino, che ti permette di de-stinare, cioè di spostarti da qui a lì, cosmo intero permettendo. Ma tu di quel cosmo sei parte integrante.

Enunci vari assiomi, che mal sopporto perché non si possono dimostrare né falsificare e che costituiscono la base rigidamente religiosa su cui è edificata la teoria scientifica.

Popper diceva che la differenza sta proprio lì: la religione è basata sulla fede indimostrabile, la scienza sulla sperimentazione falsificabile. Però, anche quest’ultima ha un fondamento che va accettato senza discutere. La matematica la chiama postulato, la filosofia assioma, la religione dogma. 

“1° Assioma”:Non si può non comunicare”.

Mi oppongo (in parte), Vostro Onore. Ci si riesce, negandosi, oppure parlando a mezza voce, in maniera tale che chi ascolta non colga che un brusio. Questo significa che, è vero, la semplice esistenza è già una forma di comunicazione, ma essa non diventa necessariamente un dialogo, sì una comunicazione, ma insufficiente a determinare un’informazione.

“2° Assioma”: ogni comunicazione ha un “livello di relazione” che “conferisce significato” a quello del “contenuto”.

Interessante il concetto di “metacomunicazione”, che tu dici determinata dalla “relazione esistente tra chi interagisce” e dal rapporto che s’instaura tra gli umani: padrone-servo, dirigente-sottoposto, amico-nemico, docente-discente. Ma anche tra chi è supponente e chi non lo è.

Una volta sentii che le persone si possono suddividere in quattro tipi: l’up up: chi si crede ma effettivamente vale più della media degli altri; il down down: chi si sente una chiavica e forse non ha tutti i torti; il down-up: l’idiota che ha si crede carismatico; e l’up-down: chi sa di non sapere: come Socrate. In un ufficio numeroso ce ne sono di questi tipi, e non sempre si è l’uno o l’altro, ma talvolta capita di mutare il proprio ruolo a seconda del caso.

Il terzo assiomaspiega che il modo di interpretare una comunicazione dipende” dalle modalità delle sequenze relazionali.

Il quarto distingue fra la comunicazioneanalogica e quella numerica (o digitale)” – un esempio lo si può trarre dal Pendolo di Foucault di Eco, in cui alla domanda del computer Conosci la password? la risposta giusta è No.

Una delle cose che meno rimpiango dell’ufficio presso cui svolgevo le mie mansioni lavorative sono le innumerevoli password che ogni tanto occorreva cambiare e che mi causavano piccole emicranie, disgraziate amnesie e desolati sconcerti.

“Il 5° e ultimo assioma” tratta della simmetricità e della complementarità di ogni forma di comunicazione, che è basata sulla parità o sulla disparità.

Ricordo che, a un dirigente che stava sogghignandomi addosso, mentre lo fissavo, dissi che fra colleghi non era giusto assumere un atteggiamento come il suo. E lui mi rispose immediatamente: Non siamo colleghi! Il problema reale era che non eravamo collegati.

Tu differenzi fra l’elemento semantico (che costituisce l’oggetto della comunicazione) e quello espressivo (che “fornisce delle ‘informazioni sulle informazioni’”), che si influenzano tra loro ognuno con le sue caratteristiche: e che determinano quasi necessariamente, come dici tu, “lo zoccolo duro di percentuali di malintesi”.

Il linguaggio èuno strumento di programmazione o riprogrammazione dei processi mentali.”

Un’espressione dialettale che amo è parola torna indrê, cosa che può succedere quando, parlando, ci sia accorge di aver sbagliato: non è facile ammetterlo, ma ci si può riuscire. In altre forme di comunicazioni, per esempio quelle scritte, diventa tutto più problematico.

Enumeri varie espressioni “negative” e demolitrici. Mi fa sorridere e anche un po’ pena che “In Sicilia si dice ‘sì chiu duru do’ puppu’, quando notoriamente il polpo è il vertebrato più intelligente che ci sia.” Quando ne incontrai uno all’Acquario di Genova ricordo che discorremmo di Kant e di Spinosa. O meglio: io parlai e lui assentì un po’ perplesso.

Nel tuo elenco manca la contumelia che mi dà maggiormente fastidio e che suona: Ma fammi il piacere! – il piacere non si può esigere, infatti il detto significa: capitola e ubbidisci, inferiore!

“… siamo tutti un po’ toccati”non sempre dalla grazia, bensì dalla sua sorellastra: la dis-grazia.

Siamo tutti infarciti da una forma di auto-cattolicesimo, per cui tendiamo a perdonarci, come se fossimo al contempo il peccatore e il prete assolutore.

Enumeri vari tipi psicologici. Io mi rivedo in quasi tutti, o meglio: la storia del sottoscritto ha lambito ed è sbarcata in tutti quei porti esistenziali. Sono o sono stato sia “riflessivo introverso” che “estroverso”, sia “sentimentale estroverso” che “percettivo introverso”: il fatto di essere del segno dei gemelli (segno doppio) potrebbe avermi aiutato.

Parli dei tipi “distruttivi”. Dove lavoravo io c’era uno di quelli. Sono coloro “che si arrogano il titolo di esperti a causa del suo gigantesco ego”. Il bello è che spesso lo sono anche, più esperti di tutti (o quasi). Ma quel loro carisma è sempre in lotta con l’evidente volontà di sopraffazione e a volta di umiliazione del sottoposto.

Sentii una volta un capo irridere una collega che avrebbe fatto uso del lavoro agile, quando non era ancora reso obbligatorio a causa dell’epidemia: ah, le disse con sarcasmo, così la mattina puoi andare al mercato! Non ho colto la risposta della sua vittima, che avrebbe potuto controbattere che tale modalità di lavoro consente di scegliere il tempo e il luogo della prestazione, forse perché fu pronunciata a bassa voce. Eppure quell’uomo non mi pare cattivo, ma è fatto così. È un tipo che ama farsi obbedire pedissequamente, negando al sottoposto ogni qualità personale. A me fa pena. Non lo invidio, sono però contento di non essere mai stato un suo impiegato. Egli è un misto di “arrogante presuntuoso”, “capo autoritario” e “umiliatore”, tipologie che tu esemplifichi. Nella vita è una brava persona, non discuto; ma sul campo di battaglia del lavoro è un dittatore.

A volte mi chiedo se in questo mondo così carico di conflitti, per certi versi la prepotenza non sia la strada più percorribile quando qualcuno persegue un suo fine, o ideale. La Storia è fitta di casi del genere, in cui il conducator sente di essere colui che guida il gregge, a mo’ di cane pastore. Questo capita per lo più nelle società fondate su una forte ideologia e su quelle che hanno il collante più efficace: la religione.

“Sintomi Emozionali”, “Comportamentali”, “Fisici e “Comunicativi”: ne elenchi in tutto 78. E in ognuno mi riconosco almeno un po’, anche il 76esimo: “Sei tu a usare il turpiloquio con questa persona.” – talvolta mi è capitato, per esempio a colui che mi impose di fargli il piacere. Gli dissi, in idioma latino-celtico, pardon arşân: a t ē peis cm’al piòmb! (sei pesante come il piombo). Potevo evitarlo, ma in quel caso la mia anima oscura mi spinse a dirlo.

Tu poi differenzi fra il prepotente palese e quello tipo “Giano bifronte”, subdolo e subluminale, e di questa sorta di vampiri ce ne sono tanti, e tanto difficili da affrontare, in quanto sono bravi a celare le loro pessime intenzioni.

Intrigante nella sua semplicità è la poesia di Rodari sulla molteplicità degli effetti della parola, che a tutto può servire e solo di rado a comunicare. Le parole sono pietre è un celebre reportage dalla Sicilia scritto da Carlo Levi, nonché un detto che significa che esse possono sia seppellire che erigere, sia celare dalla vista che fissarsi per sempre nella memoria.

Salvatore Acciardi
Salvatore Acciardi

Parli dell’”aggressività da tastiera”, dei famosi leoni dei social, timidi e irresoluti nella vita privata. Così si comporta Phoebe, la cagnolina che abbiamo ad Amalfi: dalla terrazza ringhia contro il mondo, ma quando è in piazza è tremebonda. Ha avuto un’infanzia difficile, ha appena due anni e a poco a poco sta acquisendo una sua serenità. Speriamo, dai!

Salvo, posso dirti che sei tremendo? Un tuo capo o presunto tale ironizza sul fatto che ti ha visto al bar a ciacolare con qualcuno, mentre sorbivi un caffè. Tu gli specifichi che il tutto è durato “esattamente due minuti” e che, in quel frangente, ti sono assai piaciute le sue scarpe nuove: “Le ho notate quando sei passato mentre stavo bevendo il caffè.” – e secondo me lui ha capito al volo che l’hai impalpabilmente deriso.

Nel capitolo sulla “meta-comunicazione” mi stupiscono le percentuali: il 55% va al linguaggio del corpo; il 38% al tono e solo il 7% alle parole. Per chi ama la scrittura è una pessima notizia.

Proponi un test, che prima o poi farò. Voglio al momento solo rispondere al quesito n. 27: “In un dialogo esiste un vincente ed un perdente”: sì, a me sembra inevitabile. Quando qualcuno dimostra che ho torto un po’ mi dispiace, ma poi giro la frittella: egli ha ridotto il mio livello di ignoranza e di errore e di questo debbo soltanto essergli grato. Ma la vita è questo: confronto dove c’è chi dà e chi riceve (a volte le mazzate, a volte dei doni meravigliosi).

L’importante è capire che nessuno è un eterno candidato alla sconfitta. Ti faccio un esempio. Un mio affine, aspirante elettricista, è affetto da disturbo bipolare, e mi considera, a torto o a ragione, il suo tutor. Quando si parla di elettricità io lo considero il mio docente, riservando per me il ruolo di allievo un po’ pirla.

Il tuo saggio-manuale si conclude con una serie di “suggerimenti di autodifesa verbale”. Sono d’accordo con tutti ma soprattutto con l’invito a “utilizzare il ‘proverbio strampalato, o la supercazzola”, come insegnava il Conte Mascetti di Amici miei e Nino Frassica, di cui citi il celebre consiglio “Non piangere sul latte macchiato”.

Se il tuo avversario ti giudica un babbeo, probabilmente soprassederà a una divergenza con te, non ritenendoti degno di condividere un conflitto con lui.

Posso terminare la mia reazione con una battuta di quel genere (un po’ provocante, forse)? Ho appena ricevuto uno dei tanti messaggi filosofico-salvifici che tanto appesantiscono la memoria del mio cellulare: L’Ego dice: ‘Quando ogni cosa andrà a posto troverò la pace’. Lo Spirito dice: ‘Trova la pace ed ogni cosa andrà a posto’.

Oh, mai che vadano d’accordo quei due consanguinei! Questo è il mio personal dream, amico caro. È anche il tuo?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Salvatore Acciardi, Licantropi in cravatta, Autopubblicazione Amazon, 2021

 

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