“Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci: il profeta quasi inevitabile

Lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto.” – una frase che Antonio Gramsci, da Ustica, dov’era confinato in attesa del processo, scrive alla cognata Tatiana il 9 dicembre 1926. Ho sentito il bisogno di sottolinearla, perché mi è parso che in essa possa essere la chiave per intendere che persona è Antonio. O una delle possibili chiavi.

Lettere dal carcere di Antonio Gramsci
Lettere dal carcere di Antonio Gramsci

Partito dal piccolo Eden di Ustica e, dopo varie e disgraziate peripezie, giunto al carcere di Milano, Antonio Gramsci, pur ignorando “in cosa consista l’accusa che mi si fa”, il 26 febbraio 1927 confida alla mamma quanto speri di tornare presto a casa,e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada” ma anche di pirichittos.

“Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello.”

Non ci si deve crucciare per la sorte sua e di altri, perché essi credono che “le molte Edmee che vivono in questo mondo dovrebbero avere una fanciullezza migliore di quello che noi abbiamo trascorso…”Edmea è la sua affezionatissima nipote.

La vita pare sorridergli, da quel che scrive: “Ho una cella a pagamento, cioè un letto abbastanza buono: ho persino uno specchio per rimirarmi. Ricevo da una trattoria due pasti al giorno; al mattino prendo mezzo litro di latte. Ho a mia disposizione una macchinetta per riscaldarmi le vivande e farmi il caffè. Leggo sei giornali e otto libri alla settimana, con in più riviste illustrate e umanistiche. Ho le sigarette Macedonia…”un quadretto davvero invidiabile! – e al solito, come fa sempre con l’anziana genitrice, si firma Nino.

Il 19 marzo scrive a Tania che quello che manca sono le notizie dall’esterno, che entrano col contagocce e la poca possibilità di scrivere, per cui “devo scrivere di botto, nel poco tempo in cui mi vengono lasciati il calamaio e la penna.”

Lo spirito non gli manca, come confida all’amico Berti l’8 agosto:Io possiedo una capacità abbastanza felice di trovare un qualche lato interessante anche nella più bassa produzione intellettuale, come i romanzi d’appendice, per esempio.” – questa stramba asserzione la farò mia per l’immensa, seppur breve, mia eternità.

Il 29 agosto 1927 Antonio suggerisce a Tania e a me un romanzo di Margherita Kennedy, La ninfa innamorata, e io lo cercherò perché dice che è notevole e gli ricorda L’idiota di Dostoevskij.

Il 12 settembre parla al fratello Carlo delle sue traversie, e di come “la nebbia gelata mi distruggeva”, lui che d’inverno a Torino stava “con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari.”

Ma “perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono anche convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio.” E mille altri saggi proponimenti.

Antonio ha un cervello che si scuote con nulla, sempre in movimento, e dice: “Scusa la digressione. Ma tu sai come io sia un gran chiacchierone e mi lasci pigliar la mano ad ogni argomento che mi interessi.” – così dice a Tania il 17 ottobre.

Il 21 novembre le dice, tra l’altro: “Vorrei scriverti a lungo sulla quistione dell’abito nuovo.” – quello da cerimonia, per l’imminente processo. Ad Antonio poco interessa, “Al detenuto saranno rasi i capelli e gli sarà fatta indossare la casacca, se del caso.” Non gliene frega nulla di essere del caso. Gli va bene “la casacca e non farò pratiche speciali per essere una ‘eccezione’.”

Un cenno sulla parola quistione: in italiano la prima i è sostituita dalla e, perché deriva da querere, cercare. In alcuni idiomi italici, come anche nel mio arşân, la e, già in partenza stretta, si è raccorcia ulteriormente fino a diventare una i, noi diciamo quistiòun. Bisticciare è quistiunêr. Non credo che vi sia parola che meglio identifichi psicologicamente Antonio. Per lui ogni fenomeno è una quistione da sviscerare, come si fa con un capretto da fare arrosto. Per cibarsi dell’ovino, eternando in tal modo la sua anima che viene a contatto con la propria, rimanendo entangled, correlata per sempre.

Il 12 dicembre tenta di rassicurare la madre che lui ha sempre gestito la sua vita con regole e convinzioni che gli hanno permesso di affrontare gli incidenti di percorso con lucidità, per cui anche il carcere “non mi avvilisce come stato di cose reale”. Il 2 gennaio 1928 le comunica che, anzi, “ho imparato un mucchio di cose che altrimenti avrei sempre ignorato, ho visto una serie di spettacoli che non avrei in altro modo avuto mai occasione di vedere. Insomma non sono proprio malcontento del 1927.” – considerazione che stupisce noi umani, così stretti alle nostre abitudini.

Anche lui lo era, umano, ma di una qualità misteriosa. Forse un misteriano. Uno che discetta del più e del meno e poi conclude, a mo’ di clown: “Cara Tania, ti pare che abbia menato un po’ il can per l’aia? Ridi e perdonami. Ti abbraccio.” – sempre il 2 gennaio.

Strano rapporto con ‘sta Tania, la fémina con cui non ha vergogna di parlare di nulla. Il 13 febbraio, sapendola ancora ricoverata in clinica, le scrive: “… voglio vederti in salute, altrimenti andrò terribilmente in collera e domanderò il permesso di tirarti i capelli di sopra la grata.” – poco su ammette che quel giorno si farà la sua ventesima iniezione.

Il 20 febbraio si lamenta di non poter studiare perché non gli si è data carta e penna, se non per scrivere queste lettere. Per lui il carcere “è un episodio della lotta politica che si combatteva e si continuerà a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mondo, per chissà quanto tempo ancora.” E si sente un prigioniero di guerra, in tale logica, insomma.

“Vorrei scrivere a lungo a Giulia, ma non riesco a impostare la lettera come vorrei.” A gh ē quèl ch a tòca, come si dice dalle mie parti, qualcosa che viene a contatto con qualcos’altro d’ineffabile. Antonio non si pone problemi con Tania, scrive e basta. “È difficile da scrivere. Vedrò la prossima volta, dopo essermi riposato un po’ ed aver messo un po’ d’ordine nelle mie idee. Scrivile tu e mandale le notizie solite.” – questo il 20 luglio, a Tania. A cui, dieci giorni dopo, dice che deve pazientare: può scrivere ogni due settimane, toccherà alla mamma e a Carlo. Poi toccherà a lei.

Dopo il processo romano e infame, dove hanno inteso zittire per almeno vent’anni il suo cervello, è stato sbattuto a Turi, in provincia di Bari.

Antonio Gramsci - Cella di Turi - Photo by CoratoViva
Antonio Gramsci – Cella di Turi – Photo by CoratoViva

Il 27 agosto, Antonio dice a Tatiana che vorrebbe fare un regalo a Giulia, ma non sa. “Mi sento enormemente in difetto verso di lei, per ché non le scrivo direttamente da qualche tempo.” Ma c’è qualcosa che… “Meno male che ci sei tu. Che sei così buona e non ti offenderai e perché non ti offenderai…” Antonio nun tene scuornu con Tania, con Giulia, l’adorata moglie, sì, è un po’ più timoroso nel parlare. “Né io riesco a pensare a te come distaccata da Giulia…”, e non le darebbe fastidi: “se in te non ci fosse qualcosa di Giulia e io non pensassi a te in una con Giulia.” Antonio lo definisce “una specie di pirandellismo epistolare”. Una specie di… Una, nessuna, Lei.

Fraintendimenti del 6 settembre:Oggi la collera mi è passata, perché ho ricevuto i 4 pacchi e ho dovuto, se non altro, ridere della tua amorevole ingenuità, ma ti assicuro che nei giorni scorsi sono stato troppo male.” – cara Tania, da terzo incomodo e spettatore ti dico che sei davvero unica, così puntualmente presente e così tragicamente assente.

Il 3 dicembre, scrivendo a Carlo, sparla di te.Tatiana mi ha disilluso; credevo fosse più sobria nell’immaginazione e più pratica.”

Antonio, quante volte te lo devo dire che le donne spesso confidano nell’impossibile e dubitano del probabile. Del resto, tra le tre sorelle, Tania è quella più disponibile a darti il suo tempo. Che è la prova più tangibile (anche se il tempo, dicono che non esista) dell’amore. Chiedi a Carlo di dire a Tania di non esagerare, Ma anche di farle presente che ti servono “le pantofole invernali e le sopracalze, che davvero mi servirebbero, perché incomincia a far freddo.” Questo è il compito di una moglie, non gestire le proprie aspirazioni, ma ritrovare i capi di vestiario. Le lettere di fatto assumono le sembianze di un romanzo epistolare. E poi scopro (voci di corridoio) che, prima di Giulia, ti eri avvicinato fin troppo a Eugenia, la più piccola, che sempre ha tenuto a te. Insomma, ti sei fatto una bella famiglia.

Il 14 gennaio 1929 Antonio chiede a Giulia come il figlio “Delio interpreta il Meccano”. Non ha mai “saputo decidere, sei il Meccano, togliendo al bambino il suo spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che più si può raccomandare.” Non so, Antonio, poi ti dico la mia.

“… io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e renda una mentalità astratta (in un senso diverso da quello che per ‘astratto’ si intendeva nel secolo scorso).”e poi contrapponi l’astrattezza metafisica a quella matematica.

Quando mio padre mi comprò il meccano, lui si divertiva un casino, era quello che aveva sognato da ragazzino operaio che a quattordici anni scaldava i chiodi alle Officine Reggiane. Io avevo quell’età quando l’osservavo montare, seguendo scrupolosamente le istruzioni, alcuni carretti e dei paranchi. Io non ne ero capace, né mi ci provavo. Odiavo le istruzioni. A diciannove promisi a mia madre che non avrei mai lavorato un’ora in vita mia. Tradii la promessa per quarantun anni. Però l’astrattezza del sogno rimase. Coerentemente frequentai per cinque volte l’Ateneo di Bologna, facoltà di Filosofia. La sesta volta rimasi a casa, troppo intento a leggere.

L’11 marzo stuzzichi la cognatina:Carissima Tania, ti scrivo sempre per darti fastidi e incarichi che ti fanno stancare. Voglimi bene lo stesso…”

Il 20 maggio scrivi a Delio, che col meccano sa già costruire aerei e treni: “Se ci fossi io, almeno metterei la sigaretta nella ciminiera, in modo che si vedesse un po’ di fumo.”

Il 30 luglio fai a Tania la classifica delle tre sorelle in quanto conoscitrici dell’idioma italico: 1) Eugenia (“che scrive molto bene con uno stile italiano moderno”); 2) Giulia (“che ha uno stile classico, costruisce il periodo alla perfezione, ma commette degli errori che si fanno notare”); 3) ovviamente, Tania (qui e altrove chiamata Tatiana), che sa meglio il russo e ancor meglio il francese, ma che a poco a poco va migliorando. Nella medesima lettera sconsiglia l’arrivo in Italia del cognato Vittorio (non è il momento, è un tipo sui generis e scrive in italiano malissimo).

Il 4 novembre prima fai un po’ lo scemo con “cara Tatiana”, dicendole che “sto diventando un vero fakiro; tra breve sarò capace di inghiottire le spade e di passeggiare a piedi nudi sulle lame Gillette” e poi le fai una cazziata come non è da te: la deve smettere di inviarti cose che non hai chiesto, che ti reca dei problemi e, soprattutto, non deve intraprendere azioni legali senza il tuo permesso. La perdoni, ma anche la minacci di troncare la corrispondenza con lei (non ci crede nessuno, però sai essere convincente). Temi di ferirla e la rincuori, ma sei deciso: “Cara Tatiana, credi che solo perché ti voglio molto bene e mi dispiacerebbe molto troncare ogni rapporto con te, sono stato così schietto e deciso. Ti abbraccio teneramente”. Come le altre volte.

14 giorni dopo cominci una lettera in questo modo: “Carissima Tatiana…” e tra le altre cose le dici che se non scrivi a Giulia è perché lei non scrive a te, perché forse “non si ha più piacere a ricevere mie lettere e notizie”. Strano rapporto con queste due sorelle. Il 16 dicembre inizi a dirle che, da una parte: “questo mese mi hai scritto pochissimo”; dall’altra, “però, anch’io ho, adesso, pochissima voglia di scrivere.” Del resto, non ti va di comunicare i fatterelli della tua cattività perché non ce ne sono e, quando ci sono, non brillano per bellezze varie. Poi le scrivi che sbaglia a non voler inoltrare a Giulia una tua lettera “perché potrebbe farle male. È certo che le farà del male, ma non credo che questa sia una buona ragione. Sono anzi sicuro che ella stessa preferisca conoscere esattamente il mio stato d’animo.” Un fatto avvilente, neh, Nino? Brutta lettera. Ma passerà, dai.

Mica tanto. Il 3 dicembre dici a tua moglie che ti pare che la capacità cognitiva di Delio, che tante soddisfazioni ti dava quando aveva due anni, ora pare deficitaria. La inviti a essere meno metafisica e più coercitiva, a stimolarlo, cioè, in modo che non sia lui a scegliere a cosa rivolgere la sua attenzione. Compito difficile quello del genitore. Mio papà desiderava che leggessi e io l’ho sempre deluso, fino a che, per amore, lessi L’idiota, opera che mutò la mia vita: era il suo libro preferito. Ancora oggi non so come ringraziarlo. Lessi poi Martin Eden e I miserabili, gli altri due classici che da sempre m’invitava a leggere. Lui non mi ha mai obbligato, mi ha solo suggerito. Quando fui pronto, affrontai quelle letture, così eterogenee dai miei fumetti western. Tante volte delusi quell’uomo, che ancora ne soffro. Ed è grazie a lui che ora sto leggendo il romanzo epistolare più meraviglioso che mi sia mai capitato. Lui non lo conosceva, ma forse, ed è stato il mio grado metafisico di libertà a farmi scegliere. Ma tutto è nato dai suoi suggerimenti di lettura. E da quelli di un maestro lontano, che mi conosce solo di nome: Raul Mordenti, tuo grande estimatore. Ecco perché, se potessi, vorrei discutere con te per ore di queste tue idee, giuste in parte, in parte no. Prima o poi ci sarà occasione.

Lettere dal carcere di Antonio Gramsci - Photo by IlBoLive-Unipd
Lettere dal carcere di Antonio Gramsci – Photo by IlBoLive-Unipd

Il 13 gennaio 1930 ricordi a Tania che “Genia era press’a poco come te quando la conobbi al sanatorio e in seguito, quando entrammo in una certa confidenza, dovevo minacciarla di bastonate per farla mangiare.” Similmente anche lei, la sorella più grande ma non per questo più saggia, “avresti bisogno che ti si tirassero i capelli, sia pure con un certo garbo; mi pare che tu abbia perduto il garbo di vivere per te e che viva solo per gli altri.” – l’altro più prossimo di Tania, come già capitò a Eugenia, sei tu…

Il 5 maggio rimbrotti affettuosamente tua moglie di non averti informato sul suo stato di salute e le chiedi di non nasconderti più nulla di lei e della sua situazione. E della stessa cosa accusi il 2 giugno Tatiana, anzi, “mi pare invece che tu sia stata molto più crudele ad attendere tre anni per scrivermi certe notizie”, ma la quistione più importante della lettera riguarda quel biscione con le zampe che tu hai visto “non più di una mezza dozzina di volte” in vita tua. Tu lo chiami scurzone, da curzu, corto, che se l’hai visto esiste, non è una creatura immaginaria come diceva il tuo professore di Storia Naturale di Santu Lussurgiu, né il basilisco, come assicurano i ragazzi di quel paese.

Ma è proprio quello che hai trovato sul Larousse (in francese seps, di fatto un scincidés), il chalcides ocellatus, della famiglia scincidae, un sauro squamato, che tra i tanti nomi (gongilo, congilo, guardauomini, tiraciatu, pisci lavuraturi, sardazza, cicigghiu, samunia, salamizza, gardòminu, tiligugu, sosòga, sazaùga, zirichiccu, tiru, ma solo in Sicilia), si chiama anche scurzzuni, con due z, dalle tue parti. Può raggiungere i 30 centimetri di lunghezza, ma anche meno, ha una testa piccoletta, un corpo cilindrico, cinque dita per piede, venti in tutto, e si muove solitamente serpeggiando, grande abitante delle zone secche (mentre tu dici che frequenta i luoghi umidi, boh!). Ne esistono 6 sottospecie, distribuite in Grecia, Sardegna, Sicilia, Malta, Nord Africa, Turchia, Cipro, Vicino Oriente, ma di tutto questo ne parleremo quando ci vedremo. Contento, Ninetto? Come ho fatto a scoprire tutto questo? Sono nato 67 anni dopo di te. Ti faccio fare una risata: a Rèş, al scurzòun è il petomane.

Il 20 ottobre, a Tatiana scrivi: “È evidente che Giulia soffre di esaurimento nervoso e di anemia cerebrale che tendono a diventare cronici perché ella non vuole né sa curarsi. Giulia sta mettendosi, insensibilmente, nelle stesse condizioni in cui si era messa Genia nel 1919, cioè non vuole persuadersi che un determinato ritmo di lavoro è possibile solo con certe compensazioni integrative dell’organismo…” e continui.

Ormai sono anni che mi scrivi e 6 giorni che ti sto leggendo. Inizialmente la lettura mi pareva pesante e un po’ noiosa, ora pesante ma interessantissima. È veramente un gran bel romanzo epistolare. Vero, innanzi tutto. Come sono vere le storie raccontate da Henry Miller e Kerouac. Romanzi basati su vicende che sono esistite e che, grazie alla scrittura, sono eternate.

Ci vuole il solito (non manco mai di creare l’occasione di inserirlo) A thing of beauty is a joy for ever, di John Keats.

Il mio giudizio umano di te? È sempre presto o tardi quando tocca giudicare un amico, o un fratello. Ecco quello che ti considero, ormai. Tua moglie da tempo è in Russia e ora scopri quello che hai sempre sentito di te, che aveva dei problemi interni, di natura psicologica. Questo era il motivo per cui non ti scriveva: non ce la faceva.

Che tipo di uomo sei, dunque? Un eroe, per quanto il termine sia riduttivo nonché inflazionato. Un martire, direi, nel senso di colui che testimonia quel che accade in una determinata serie di venti spazio-temporali. Sai quanto ti stimo.

Il 15 dicembre scrivi a tua madre che hai perso i denti, hai tanti capelli bianchi, ridi poco ma ti senti più saggio, però: “non sono diventato vecchio, ti pare? Si diventa vecchi quando si comincia a temere la morte e quando si prova dispiacere a vedere gli altri fare ciò che noi non possiamo più fare.” Giusto: e si comincia a criticarli.

Tu critichi molto gli altri, seriamente e scherzosamente (come quando hai minacciato in varie occasioni di tirare i capelli a Tatiana se non si mette in riga). Per questo ti giudico un tipo un po’ pesante e a volte insopportabile. Vorresti importi sulle persone lontane, come credi di saperti imporre su te stesso. C’è un po’ di sardismo in questo? Non sono uno xenofobo, anzi, mi sento emiliano a casa mia, campano a casa di mia moglie, mi sono sentito barese a Bari e tcrapanese a Tcrapani. Mi sentirei oristanese ad Ales. Però tu sei sardo, in questo. Ti piace mettere il puntino sulle i e a volte anche sulle j, quando queste occorrono. Sei diretto, brótt ma s-cètt, brutto ma schietto, e sai come ferire, blandendo subito dopo. Vuoi essere ascoltato e un po’ obbedito. Non transigi, anche sei in quel momento legato mani e piedi come un capretto, e la tua testolina fa gola a qualche cannibale. E a quella testolina a volte mi verrebbe voglia di tirare i tuoi folti capelli, o quelli rimasti nella tua assurda cattività.

Penso a Tania (o Tatiana), a come ti rivolgi talvolta a lei. Hai probabilmente sempre ragione su ogni cosa, tranne che nel tono.

Ti preoccupi tanto della salute altrui, quando la tua è quello che è:Adesso ho la gastrite cronica (o gastrite significa solo fenomeno dello stomaco? e bisogna usare questa qualche altro termine?) e ogni innovazione mi fa esitare: preferisco non far nulla, piuttosto. Non sono fatalista: io credo che l’ossigeno possa far ravvivare i polmoni, ma sono persuaso che inalare l’ossigeno a uno che ha la cassa toracica serrata in un busto di ferro serva a ben poco e possa nuocere piuttosto che giovare.” – così scrivi a Tatiana il 9 marzo.

Il 4 maggio 1931 ti complimenti con lei:Veramente mi piace molto come scrive Giulia, e come scrivi tu qualche volta; mi piace perché è forse ‘opposto del mio modo di scrivere. Voi avete una grande spontaneità, che si sente come tale anche nella forma immediata.”

Quattordici giorni dopo, fai sapere a tua moglie: “Penso davvero che non ti meraviglierai se ti… rivelo che le tue lettere sono da me considerate anche da un punto di vista grammaticale: in ogni caso ciò significa che anche la grammatica è una frazione della vita.” – poi aggiungi che questo ti capita da qualche anno e per via della poco frequenza delle missive, per cui “cerco di estrarre dalle tue poche lettere tutto il succo che è possibile, analizzandole da ogni punto di vista; esse erano molto brevi, e in larga parte si ripetevano.”

Il 18 maggio dici a Giulia che ti senti ormai saggio come Lao-tse. “Credo di aver dimenticato completamente a tirar sassi e ad acchiappare lucertole.” E temi che, senza di te, nessuno abbia insegnato queste mistiche arti ai tuoi pargoletti. Come ti voglio bene, Antonio. Come ne volevo a mio papà! Il quale m’insegnò a far rimbalzare i sassi quando eravamo in prossimità di un corso d’acqua. Che mi batteva sempre a piastra (una specie di un gioco di bocce fatto con le pietre). Che poi iniziò a perdere a dama e a scacchi, dopo avermi spiegato le mosse principali. Togliere un padre al proprio figlio, come anche togliere una madre, significa renderlo monco per tutta la vita. Poi starà a lui reagire, in ogni caso.

Il 13 giugno narri (dove lo lessi che i Sardi non raccontano, ma narrano?, da Gavino Ledda?) a Tatiana, che voi dell’isola non siete  “‘gelosi’ come si dice dei Siciliani o dei Calabresi.” Inoltre, “i contadini si dividono pacificamente se non vanno d’accordo o la moglie infedele è solamente cacciata di casa”, accoppiandosi con altri soggetti. E se il è il marito a essere infedele? Non lo dici. Poi narri che esisteva una voltal’unione di prova, cioè la coppia si sposava solo dopo aver avuto un figlio”; diversamente “ognuno ridiventava libero (ciò era tollerato dalla chiesa).” Róba da mâtt! – quindi oltre ai cristiani copti esistono anche i cattolici sardi! Avete in ogni caso anticipato i tempi!

Carissima Iulca”, inizi la lettera del 30 novembre, che è il nome russo di Giulia. E poi vai giù duro: “Mi pare che nel corso di questi cinque anni noi siamo sempre più diventati dei fantasmi, degli esseri irreali l’uno per l’altro. Come dei fantasmi possono essere più uniti e più forti? Una volta mi è stato scritto che la tua borsetta era piena di lettere tue a me, incominciate e non terminate: questo fatto mi ha colpito più di ogni altra cosa, perché il significato di essa non è dilettevole. Voleva dire che tu non riesci a scrivermi, che c’è qualcosa che si frappone e che ti impedisce di comunicare con me.” – trai conclusioni senza dare la possibilità a Iulca di spiegarti. “Vorrei poterti scuotere fortemente, violentemente, anche a costo di essere ingiusto e cattivo con te, più ancora di quanto vorrei. Vorrei farti sentire la mia ansia e il mio dolore.” E concludi:Ti abbraccio teneramente.Preferisco non commentare.

Il 7 dicembre dici a Tania, per l’ennesima volta, cosa succede alla temperatura del tuo corpo: “ti avevo scritto che quasi di colpo la media della temperatura era discesa a 36.4; ora è risalita nuovamente a 36.8 e giunge in certe ore a 37.2.” Aggiungi poi che nel pomeriggio, dopo vari cucchiaini di medicinali, “cade sotto i 36.6.” – sembri Hans Castorp, il protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann, pubblicata 6 anni prima, anzi 7, opera che ti avrebbe consolato, immagino. Lo sai che nel 2010 è uscita una nuova traduzione di Renata Colorni, dal titolo più consono La montagna magica? Il titolo originale è Der Zauberberg, zauber è magia, non necessariamente buona, anzi… È uno dei libri della mia vita. Noiosissimo per gran parte del tempo della sua lettura (come a volte le tue lettere), eppure capii di essere cambiato dopo di essa.

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Il 21 dicembre, sempre a Tania: “… si può dire che dai 13 anni in poi io ho vissuto isolato, mentre ero portato molto alla socievolezza e alla tenerezza; per sembrare forte, più forte di ciò che fosse compatibile con la mia età, mi feci un abito esterno di freddezza ecc. di cui non sono poi mai riuscito a liberarmi e forse neanche ad attenuare.” – qualcosa avevo intuito.

Carissima Tania” – inizi l’11 gennaio 1932. Poi le dici che “scrivo a orario fisso e talvolta devo accelerare la scrittura a rotta di collo per finire in tempo; tutto ciò determina uno speciale stato di nervosismo che si riflette nelle lettere e nella loro forma frettolosa e incoerente.” – secondo me, caro Antonio, questo è uno dei motivi, forse anche il più notevole, ma non l’unico. Tu sei sempre molto critico in tutto, perciò non vedo l’ora di leggere i tuoi Quaderni dal carcere (in questi giorni, esattamente il 22 febbraio, li hai prenotati da Tania, ancora nudi, vergini e soprattutto: “di formato normale, come quelli scolastici, e di non molte pagine, al massimo 40-50, in modo che necessariamente non si trasformino in zibaldoni miscellanei, sempre più farraginosi. Vorrei avere questi piccoli quaderni appunto per riordinare queste note, dividendole per argomento e così sistemandole; ciò mi farà passare il tempo e mi sarà utile personalmente per raggiungere un certo ordine intellettuale”).

Il 22 febbraio narri a tuo figlio Delio di alcune tue avventure da ragazzino con una famigliola di ricci che adottasti insieme a un tuo amichetto. Bei tempi. Lui ti aveva parlato di fringuelli e pesciolini. Per una volta una tua lettera non contiene nemmeno una critica, semmai alcune richieste, come di scrivere alla zia Tatjaniška di mangiare un po’ di più. Gran bella lettera, Antonio, complimenti.

Il 14 marzo ricordi a Tania che sei a Turi dal 17 luglio del ’28. Pensare che nel luglio scorso (quando ero a malapena a conoscenza del fatto che esistevi, più che altro grazie al già citato Raul, di cui avevo appena letto De Sanctis, Gramsci e i pro-nipotini di padre Bresciani, e di quel prete hai accennato anche tu una volta o due; a luglio, dicevo, ero a visitare Bari e dintorni. Ho visto poco fa su Wikipedia (poi ti spiego) che Turi confina con Rutigliano, che avrei voluto visitare, ma di cui feci in tempo a scorgere soltanto l’indicazione. Ho sempre letto su Wiki (abbreviazione di Wikipedia) che, in tuo ricordo, si è conservata la cella con l’allestimento originario, oggetto di frequenti visite da parte di esponenti politici e sindacalisti, nonché studiosi. Un monumento da salvare! Ho appena espresso (via whatsapp: ti spiegherò tutto insieme) il mio rammarico di non averla visitata, ad Anna, mia figlia, che fra due ore avrà una verifica di greco e che non m’ha ancora risposto. So (perché l’hai detto tu, non ricordo quando; ma ora ho controllato: a Tania il 12 ottobre 1931) che il tuo cognome è di origine albanese, perché tuo bisnonno venne da Gramsh intorno al 1821. Mi domando ora se sia mai passato da Turi… Considerato che nessuno mi potrà mai contraddire, mi sento di dire di sì.

Il 4 aprile gentilmente fai presente a Tania: “Ho ricevuto i medicinali che mi hai spedito e che, devo dirlo, non mi saranno molto utili.”

La tua lagna è al solito noiosa. Mi domando come sarebbe trito (trît, in arşân, da poco), il tuo romanzo epistolare se non ci fosse stata Tania a stimolarti a scriverlo). Nella stessa lettera piangi la morte di Giacomo Bernolfo, che parlava poco, ma che ti era tanto caro, grande e grosso com’era, che recitava dei versi di poesie popolari e che, “diventava rosso come un bambino sorpreso in fallo, ogni volta che m’infilavo nel pubblico per ascoltarlo”.

L’11 aprile scrivi alla tua Iulca lontana e le dici che immagini che la tua scrittura possa essere sembrata “un po’ sconnessa e non molto conclusiva.” Perché “questa impressione le mie lettere fanno a me stesso appena le ho scritte.”

Sei uno strano tipo, Antonio. Ti credi responsabile della sua situazione psicologica, “perché nel passato, inconsapevolmente, mi divertivo a stuzzicarti e a provocarti, credendo di ottenere così di meglio conoscerti. Oggi scrivi molto male, non è da te.” Continui dicendo che l’hai “fatta piangere, in un modo così stupido che solo ora ne sento il rimorso, perché solo ora capisco che non si trattava di una cosa superficiale, ma che per te aveva una maggiore importanza di quanto io pensassi. E non ho avuto il coraggio di asciugarti le lacrime come pure mi sentivo spinto a fare, perché ti volevo bene ed è vero che certe cattiverie si fanno solo a chi si vuol bene. Carissima, ti stringo forte forte.”

Il 2 maggio scrivi a Tania:ho sempre vissuto isolato, fuori della famiglia e anzi ho sempre avuto una certa insofferenza alla vita famigliare. Così mi ero convinto di essere un ipercritico, di vedere la pagliucola nell’occhio del vicino e non la trave nel mio occhio e che quindi fosse necessario da parte mia di non intervenire ma di lasciare che ognuno svolga la sua vita indipendente. Ora non so cosa fare e da che parte incominciare.”

Quattordici giorni dopo continui a dirle:Ma io sono un sardo senza complicazioni psicologiche e mi costa una certa fatica comprendere le complicazioni degli altri. Forse dovrei dire che ‘ero’ un sardo senza complicazioni, perché forse ora non lo sono più; una certa dose di complicazioni deve aver turbato anche la mia psicologia, perché ogni tanto tu reagisci in modo che mi meraviglia e mi sorprende.” E poi finisci, come tuo solito: “Carissima, ti abbraccio teneramente.”

Il 12 settembre, le dici: “… sono costretto a dirti di essere meno premurosa con me, perché questo è il modo migliore per mostrarmi il tuo affetto, a cui tengo molto. Insomma devi fare alla lettera solo ciò che io ti scrivo e non condirlo di intingoli di tua invenzione, che talvolta possono fare andare di traverso il boccone, non fantasticarci su, fare ipotesi incongrue ecc.” – se qualcuno pensasse, anche solo per un attimo, che tu non ami comandare, sarebbe un ingenuo. Forse non ami comandare, e io sono notoriamente un ingenuo. Tu vuoi comandare, senza amarne il gesto. Tu ti conosci o credi di conoscerti e sai quello che vuoi. L’Altro, chiunque egli sia, può solo fraintendere le tue necessità.

Sette giorni dopo, le dici:mi sono ricordato di tutte le storie scritte per dimostrare che le donne non mantengono mai la parola data.” Trovami un uomo che non la pensi così: è sicuramente un lobotomizzato, tanto che credo che, inevitabilmente, l’uomo e la donna intendano il concetto di parola in due sensi diversi.

In finale di lettera, sai tranquillizzarla:Non sono incollerito, te lo assicuro, e il mio affetto per te non è diminuito di nulla. Ma ho finito per capire che sei realmente pericolosa con le tue premure, e che devo controllarmi in ogni parola.”

Il 3 ottobre le dici: “… ho quasi paura di ricevere le tue corrispondenze…” Inoltre: “Tu non devi interessarti in alcun modo della mia vita in carcere…” e la minacci: “Ti prego di non discutere di questo mio desiderio, perché sarei costretto a respingere le tue lettere e cartoline. E ti prego anche di non averti a male di quanto ti ho scritto. Se un giorno potremo vederci in condizioni di uguaglianza, cioè essendo io libero, credo che forse ti farei piangere.” Condizioni di uguaglianza? Am bàla un òcc… uno balla e l’altr’occhio non sta fermo. “Mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino.” E poi le narri di quando cominciasti a lavorare dieci ore al giorno, compreso la domenica mattina, a 11 anni, come fece il mio papà. “Ho conosciuto quasi sempre solo l’aspetto più brutale della vita e me la son sempre cavata, bene o male.” Quasi-sempre-solo: che accozzaglia di avverbi!

Finisci di tranquillizzarla il 10 ottobre:Mi dispiace anche perché d’ora in avanti sarò costretto a controllare talmente ciò che ti scrivo, che non saprò più cosa dirti. Ti abbraccio teneramente.”

Il 17 c’è l’ennesima resa.Ti domando scusa delle sciocchezze che ti ho scritto. Credo che non mi capiterà più un fatto della stessa specie. Del resto, come tu scrivi nella cartolina, non ci sarà più occasione a simili attriti.”

Poi tocca a Iulca, che tu ringrazi per le foto di Giuliano, per quanto “non siano tecnicamente soddisfacenti”. Giuliano risulta esser un bel bambino, tu “invece sei venuta molto male”. Non la mandi mai a dire, eh? – Lo ripeto: t ē brótt ma s-cétt!

Antonio Gramsci - Tomba del Cimitero Acattolico di Roma - Photo by PassaggiLenti
Antonio Gramsci – Tomba del Cimitero Acattolico di Roma – Photo by PassaggiLenti

Poi ti fotografi: tanti capelli bianchi, privo di denti, non si capisce se solo quelli che servono a masticare o tutti. Però avverti: “non posso giudicare esattamente, perché da 4 anni e mezzo non mi sono visto nello specchio.” Una fotografia immaginata, quindi.

Il 31 ottobre, tocca ancora a Tania, a cui elenchi i tuoi vari pesi:in libertà pesavo 55 kg., quando sono giunto a Turi pesavo 50 kg…” E ora? “… qualche giorno fa pesavo 50 kg., ma vestito e colle scarpe…”.

Il 14 novembre, auspichi a Tania che sua sorella Giulia possa risposarsi. “Io rientrerei nel mio guscio ‘sardo’.” Potresti abituarti all’idea, dopo aver sofferto un po’.

Mi domando, caro amico, cosa sarebbe il tuo epistolario, se non ci fosse, oltre che Tania, la tua moglie e la tua mamma. E se provassimo a lasciare solo i maschietti. Sono dieci giorni che ti vado leggendo. In caso di epurazione delle femmine, avrei concluso questa via crucis. in attesa del pranzo verso le nove e mezza del primo mattino. E non so se avrei mai aggiunta una pur minima reazione al tuo scritto. Dai, forse sì! Ormai non riesco più a evitarlo. E in questo siamo gemelli eterozigoti (per fortuna e purtroppo). Capisci, fratello mio?! Il tuo modo di fare è indisponente e scatena nel lettore due possibili reazioni, che si intersecano fra loro e che confondono la sua mente, come lo era per te e per chi ti voleva bene. Da una parte c’è un dissentire dai tuoi toni e sulle parole da te scritte, specie alla “carissima Tania”, che tanto vorrebbe fare per te. Dall’altra c’è il sentimento che rasenta l’odio, che sarebbe sempre da evitare, ma non sempre ci si riesce, per chi ti ha ammazzato a poco a poco, inventandosi reati che neanche esistevano, e che si legittimavano frapponendosi uno sull’altro fino a edificare la pira su cui ti hanno arso vivo.

Il 19 dicembre scrivi a Tania che hai “una ripresa di insonnia organica”; “sono stato cinque notti di seguito senza chiudere occhio.” Ormai ogni cura a cui ti sottoponi, come le “42 punture di Valero-Fosfer Wassermann” sono inefficaci. Ma ti rincuori da te: “sono stordito e debole, ma non come sono stato altre volte e ho poca emicrania.

In una lunga lettera del 6 febbraio 1933, aggiungi: “Tu forse non hai fatto un’esperienza psicologica che è questa: si soffre, per esempio, 100, di cui 99 è prodotto da cause di forza maggiore (chiamo forza maggiore quelle cause che non dipendono da noi o dai nostri cari) e 1 dai nostri cari. Ebbene quell’1 per cento finisce esso solo con l’ossessionare, col presentarsi sempre come la causa unica e maggiore.”

Il 20 febbraio la tranquillizzi: “… ti abbraccio teneramente e ti prego di essere indulgente per le mie seccaggini. Che io sia seccante e noioso me ne accorgo, ma dopo il fatto e non riesco ad evitare di esserlo di nuovo.”

Infatti, il 16 maggio la rimproveri malamente: “… ancora una volta le mie indicazioni per la trattazione degli affari che riguardano la mia stessa esistenza fisiologica sono state, in modo stolto e capriccioso, trascurate e disprezzate, senza una ragione plausibile e di qualsiasi genere.”

Il 29 maggio sai ancora essere più preciso, nel caso lei non avesse capito: “Immagina che io sia partito da una posizione 100, con 100 di forze e 100 di pesi da sopportare. C’è una prima crisi: dalla posizione 100 si crolla a 70, con 70 di forza e sempre 100 di pesi. C’è una reazione, si risale ma non più fino a 100, fino a 90 solamente con 90 di forze. Così si procede di crisi in crisi…” Nel finale attesti “di aver ricevuto il testo del biglietto di Delio e il disegno che non mi pare dimostri molte attitudini.” L’11 giugno scrivi a tuo figlio e non accenni nemmeno per un attimo al suo disegno.

Il 18 giugno, persisti un po’:Sto subendo un nuovo processo di deperimento come quello che finì con la crisi del 7 marzo. Ma ora mi tormente in più un mal di capo acutissimo.” E poi aggiunto, a mo’ di contentino (si fa per dire): “Credo che questa sarà l’ultima volta che ti scriverò di tali argomenti e poiché non saprò di che scriverti, sarà bene che per qualche settimana non ti scriva del tutto.” E ribadisci, in fine di lettera: “… è meglio che smetta di scrivere, invece di seguire tutti i calabroni che mi ronzano nel cervello. Ti abbraccio teneramente.”

Il 2 luglio gli scrivi:Ieri al colloquio ne ho avuto la riprova. Devo dirti che il colloquio mi pesava come un supplizio e che non vedevo l’ora che finisse.” La verità pare, più che amara, velenosa: “Non ho niente da dirti e da dire a nessuno.”

4 giorni dopo finisci l’opera di distruzione (tua e di Tania): “Tu mi fai l’impressione di uno che assiste all’annegamento e invece di trarre dall’acqua il pericolante, si preoccupa prima di acquistargli un nuovo corredo e magari di trovargli un’altra professione in cui non corra il rischio di cadere in acqua. E intanto l’altro affoga.”

Sai anche essere ironico, il 10 luglio quando dici, sempre a Tania: “Io credo che, proprio in questo periodo, l’iniziativa da me suggerita, avrebbe avuto possibilità di riuscire. A meno che io non sia diventato completamente imbecille (ciò che però potrebbe anche essere).” Poi le ricordi “che ho la temperatura sempre anormale; superiore ai 37, fino a 37,5.

Il 24 luglio dici a Tania che il tuo stato d’animo (depresso, dico io) “sia cessato, che cioè mi sia persuaso di non essere più in condizioni di estrema precarietà, tuttavia mi pare di poter dire che questo stato d’animo non è ossessionante come nel passato.” E poi le dici che in certi momenti vaneggiavi, pur con “una certa lucidità nei miei sproloqui (che poi erano intramezzati di lunghe tirate in dialetto sardo)”.

Poi l’attacchi ancora il 3 settembre:Il fatto è che tu mi hai fatto completamente perdere la fiducia in me stesso, che era la mia più grande forza negli anni passati. Ora so che non posso più contare su nessuno, qualunque cosa mi capiti, e ogni cosa mi fa venire la tetraggine, perché le mie forze proprio sono logorate.”

Il 29 ottobre le dici a che punto è arrivato il tuo assurdo e disperato solipsismo:Oggi molte cose sono cambiate in me e se fisicamente sono ridotto un cencio, forse moralmente sono più forte di quanto non potessi pensare, perché mi sono abituato a non far calcolo che su me stesso e a prevedere con abbastanza freddezza di potermi trovare isolato e distaccato da tutti. Ti abbraccio.”

Il 18 novembre ti comunicano che la tua avventura a Turi è finita, e che la tua futura destinazione sarà Civitavecchia. Il 20 e il 27 novembre scrivi a Tatiana, in modo affettuoso e senza recriminazioni. Le scrivi anche il 4 dicembre, ringraziandola “di essere venuta a colloquio”.

Nel 1934, l’unica lettera è dell’8 marzo, e scrivi alla mamma, rincuorandola un po’ e chiedendole come sta. Chissà se ne hai scritte altre, perdute per sempre…

La successiva è dell’8 aprile dell’anno dopo. Dici a Delio che purtroppo non sai giocare a scacchi, ma solo a dama. Un’altra lettera, spedita da Formia il 22 luglio, è diretta a Tatiana. Sempre da Formia, si ipotizza, scrivi una breve letterina a Julik (Giuliano), poi a Tatiana (l’11 agosto) e a Julka (il 25 novembre e il 14 dicembre). Poi, l’anno che viene, una ventina di lettere a tua moglie e ai tuoi figli. Poi un’altra ventina di lettere soprattutto ai tuoi figli (un paio anche a Julka), alcune certamente nel 1937, altre, non datate, a cavallo fra i due anni. In una dici a Delio che, se vuole studiare la storia, anziché fantasticare liberamente, lo faccia pensando a “quella che si può scrivere sulla base di documenti ben precisi e concreti.”

A Delik, invece scrivi: “i tuoi disegni mi sono piaciuti molto perché sono tuoi. Sono anche molto originali e credo che la natura non abbia mai inventato delle cose così stupefacenti.” E gli chiedi di “mandarmi non dei disegni fatti sul momento, ma di quelli che fai con la scuola.” Altre due lettere a Iulik e tre a Delio-Delik. Poi è finito il libro.

Anzi, in coda c’è una lettera-denuncia di Piero Sraffa, che sarà poi pubblicata nel Manchester Guardian il 24 ottobre 1927, dove è descritto l’infame trattamento a cui sei stato condannato dalla macchina fascista, tu che eri un deputato eletto democraticamente dal popolo. Infine c’è la lettera che a quel Piero invia Tatiana, il 12 maggio 1937. In essa viene raccontata la tua morte, penosa come mai, avvenuta due settimane prima.

Lei, Tatiana, Non ti ha mai abbandonato, lo sai. Nemmeno da morto. Tua moglie non è più tornata dalla Russia. Non poteva affrontare un viaggio, essendo in condizioni tanto precarie. Quindi tu non hai potuto vedere più i tuoi due bimbi. Mi dispiace.

Della terza sorella, la più giovane, che forse amasti, nulla mi è pervenuto.

Delio hai avuto modo di conoscerlo per un paio d’anni. Giuliano no. Yulka lo partorì a Mosca, il 30 agosto, mentre tu eri in Italia. E pochi mesi dopo fosti arrestato.

Affermare che il Capo de Governo (per usare un’espressione che usi spesso) ti abbia favorito, perché altri reclusi altrove sono stati martoriati più di te, significa giustificare ogni forma di violenza, perché al peggio non vi è mai fine.

Perché la tua vita fu straordinaria, Antonio?

Perché tutto quello che hai detto, scritto, sofferto, quello per cui hai combattuto, non è mai, no!, non è ancora esistito. Eppure, ogni volta che penserò a te, tutto quel sogno esisterà in me.

Tu sei un libro che ha vissuto corporalmente dal 22 gennaio 1891 al 27 aprile 1937. Chi ti ha conosciuto a volte ti ha amato, sopportato, difeso, compianto. Tu hai saputo cambiare la sua vita.

Ascoltami, tu la cambierai per sempre, ogni volta che qualcuno ti leggerà. Perché il tuo sogno un giorno si realizzerà.

La sai la storia di quelle particelle che vengono emesse e incontrano un corpo così denso che impedisce loro di passare? Perché è quasi impenetrabile! Eppure la scienza garantisce che almeno una particella, prima o poi, passerà dove sarà quasi improbabile passare, essendo quasi impossibile. E tu sei quel quasi, Antonio. Un quasi inevitabile.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, 1965

 

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