“La mia nonna mi diceva…” di Savino Rabotti: filastrocche, indovinelli, battute, preghiere popolari raccolte nella Valle del Tassobio

Gran bella ragazza, nonna Aurelia, però!

La mia nonna mi diceva di Savino Rabotti
La mia nonna mi diceva di Savino Rabotti

Siamo seri. A pagina 5 scopro che “Per l’etimologia molti studiosi fanno risalire il termine all’antico tedesco Wiel strecken = mettere in fila. Nel nostro caso si tratta di mettere in fila concetti e parole, ma senza rigore letterario, sintattico, logico.” – a cui aggiungerei un apparente.

Le filastrocche, però hanno un loro scopo educativo, legato alla semplicità, alla spontaneità e alla possibilità di comprensione dei destinatari, cioè i bambini, materiale umano da plasmare, da far crescere, da tirar sù, come si diceva in dialetto.” – mi domando se il concetto debba intendersi anche in senso lato, riferito a chi, culturalmente, non ha avuto la possibilità di formarsi attraverso l’istituzione scolastica.

“Raccogliere e trascrivere i test ha comportato un confronto con altri luoghi, dove troviamo le stesse filastrocche con sfumature leggermente diverse, ma sostanzialmente uguali per i concetti e per il modo di esprimerli.” – quello che conta è la sostanza.

Va da sé che ogni filastrocca meriterebbe un commento e che, specie quelle che già conosco, risvegliano in me una miriade di ricordi dell’infanzia e che alcune, che non rammentavo, si destano da un sonno durato quasi mezzo secolo e, nel farlo, fanno rivivere il bambino che è in me e che… Ma bando alle ciance… C’è ora qualcosa che mi ha fatto ulteriormente reagire.

“Le rondini sono dette anche gallinelle della Madonna o del Signore e guai a far loro del male.” sono loro che annunziano la primavera, cioè la speranza di un anno buono, di un prossimo raccolto grazie a cui il bisogno primario e più marxianamente economico, il mangiare, sarà, ci si augura, soddisfatto.

Galinȋna dal Signûr
Galinȋna dal Signûr – préga Dio ch’a vègna ‘l sûl,
préga Sio ch’al vègna prèst. – Guârdel là ch’al rȋva adès!

[Gallinella del Signore, prega Dio che venga il sole, prega Dio che venga presto. Guarda là che arriva adesso]

La medesima mistica bestiolina dev’essere però in grado di produrre l’intero ciclo di fenomeni atmosferici:

Rundanȋna vên da bàs: préga Dio ch’a vègna un squâs,
préga Dio ch’al vègna prèst. – Guârdel là ch’al vên adès!

La s indica un suono forte, quasi doppio (diciamo pari a 1,5). Lo squâs è l’acquazzone che sconquassa la terra che ha così tanta sete!

Poi ci sono le lumachine, che sono augurali.

Lumaghȋna, lumagòt, – búta föra i tö curnèt,
ûn per me, ûn per te, – ûn pr’ al re.
S’a t’n’in vânsa un quercadûn – mètel via pra st’autûn.

I cui cornetti vanno democraticamente condivisi fra te, me e il re. Ma “se te ne avanza qualcuno conservalo per l’autunno”, che è un esempio della parsimonia, che poeticamente si può riferire al risparmio di semi dei cereali per la stagione successiva. Non so se è etimologicamente corretto, ma tale idea mi soddisfa.

La lumaghȋna “la dȋš che, s’a s’và piân, a s’ và fôrt e a s’và luntân.

Ignoro se il noto gasteropede terrestre polmonato sia al corrente della teoria della relatività, ma vedo che la sta applicando egregiamente, come quel personaggio molieriano che scoprì solo a una certa età di aver parlato in prosa una vita intera.

Occorre andare alla propria velocità, per andare bene e lontano. Achille aveva un bell’inseguire la tartaruga, e l’avrà anche raggiunta, ma anche lui deve capire che tutto è relativo, e che questa è l’unica prudenza da osservare in questo cosmo discontinuo.

Nella filastrocca La rùgna si parla di “Mi’ pà e di màma” che vanno “a Bulùgna”, perché hanno “la rùgna”. La città emiliana, non solo è un grande centro a cui i provinciali si rivolgono nei casi di estremo bisogno, ma ha anche il pregio di fare rima ed è lì che i due ammalati se la fanno “gratâr” e si ungono “cun òli d’urtȋga ch’l’è un òli ch’al psȋga”, che pizzica, “ch’al fa sternudȋr.”

Ho notato che molte u e o, variamente accentate oppure no, sono in corsivo. L’autore mi ha spiegato che è sua volontà evidenziare che queste due vocali posseggono suoni leggermente diversi in dialetto rispetto all’italiano.

“Non ho argomenti relativi all’olio di ortica e al suo impiego, ma so che al tempo delle grandi pestilenze, come quella di Milano (1630) descritta dal Manzoni, chi aveva contratto il morbo poteva ritenersi salvo se cominciava a starnutire. Da questa circostanza deriva il nostro Salve o Salute rivolto a chi starnutisce. Come dire: Hai superato il contagio e sei salvo.”

Della serie: anche oggi ne ho imparata una nuova!

Leggo di questo “Cúch, bel cúch interrogate dalle ragazze in cerca di marito. “O cucù dal béch fiurȋ, – quânt gh’arôia per tör marȋ?” – interpellato anche dall’uomo: “O bel cúch da la stadêra, – quânt a m’ mânca a tör mujêra?

L’autore spiega:Tanti richiami al cuculo si giustificano ricordando che, nella mentalità di un tempo, si considerava quell’uccello simbolo della frivolezza e della infingardaggine (visto che fa covare ad altri le proprie uova). Ma il cuculo, come la rondine, annunciava l’arrivo della primavera, della rinascita, dell’amore.”

Se il pennuto tardava era brutto segno: o era morto per il rigido inverno o qualche bracconiere l’aveva cucinato: “o ch’l’é môrt o ch’é còt.

Il suo arrivo è previsto per il 7 o l’8;in altre località”, il 3 aprile.

Portare il cucco, portare il cuculo, significa patire uno scherzo il primo di aprile. Anche se c’è chi lo riferisce alla parola bacucco, da cui anche: vecchio come il cucco. Ma anche di cocco, voce fanciullesca per uovo, da cui cocco di mamma.

Mistero della fede etimologica! L’opera di Savino Rabotti ha anche questa funzione, oltre quella di salvare dall’oblio vecchi termini, detti e filastrocche: d’indurre a cercare di capire da dove provengano le parole che usiamo correntemente.

Leggendo Il ramo d’oro di Frazer si scopre che analoghi comportamenti e credenze quasi coincidenti sono comuni a popolazioni così distanti che assai difficilmente possono aver condiviso esperienze.

L’origine latina dei detti e delle filastrocche vernacolari, che informa la stragrande maggioranza dei termini, deve aver inciso molto nel perpetuarsi di espressioni simili.

Aurelia Rabotti
Aurelia Rabotti

Quando leggo il verso “I parênt e chȋ d’arênt – i’ên cme i bêgh int al furmênt”, i parenti e i vicini di casa sono come i vermi nel frumento, penso al cilentano Meliu nu male maritu che nu male vicinu. Il primo un giorno potrebbe togliere il disturbo, i secondi difficilmente lo faranno mai.

Anche: “A piöv e s’a gh’è ‘l sûl: tú-c i vè-c i’ fâ l’amûr.” – piove e se c’è il sole: tutti i vecchi fanno l’amore. Analogo detto campano: quanno chiove e jesce ‘o sole, tutte ‘e vecchie fanne ‘a ‘mmore, dint’ ‘o tiano, tutte ‘e vecchie ruffiane. Il detto pare analogo ma non lo è affatto.

Nel secondo caso si parla solo di vecchie e quindi di donne e si aggiunge che lo fanno dentro un tiano, un calderone con doppia maniglia in cui le fattucchiere preparavano i loro intrugli d’amore. Il compiere quest’atto quando contemporaneamente pioviggina e c’è il sole, evento raro, rendeva i loro filtri d’amore ancora più magici. Sarebbe interessante sapere se i due detti, che ora hanno un senso divergente, abbiano un’origine comune. In altre parole: sono spariti i vecchi maschi, oppure le anziane reggiane hanno cambiato professione?

In una filastrocca s’ironizza sulle difficoltà che s’incontrano man mano s’invecchia:Dirlindina dal cucù, quand s’é vè-c a n’ s’in pöl pu’, e la gamba la se stìla – e ‘l calsèt a n’ sta più su.

La dirlindina è l’altro nome della filastrocca, di chiara origine onomatopeica. Quando si è vecchi non la si può più, e la gamba si assottiglia, calando i muscoli (non sempre, dico io, può anche gonfiarsi), e i calzini non stanno più su. Forse perché si fa fatica a piegarsi per tirarli su. L’immagine è allegorica. Sempre nel Cilento vale il detto ca vicchiaia cavuze russe

(con la vecchiaia calzini rossi: la vecchiaia riserva tante disgrazie).

Non deve sorprendere questo riferirsi a un capo di abbigliamento minore e poco visibile. È proprio questo che indica che gli acciacchi di chi è anziano sono talvolta poco esibiti, per un senso di vergogna.

A pagina 26 sono riportate tre filastrocche sulla polenta, il piatto povero per eccellenza, non solo nella Valle del Tassobio che, oggi, come la stessa pizza, anticamente una semplice focaccia al pomodoro, è diventata una leccornia.

Nei tempi che furono La Pulênta d’Furmentûn era un must, nel senso però di o quello o null’altro: ricchissimo di proteine vegetali, di zuccheri complessi e di vitamine, e lo si mangiava con diversi stati d’animo: “La pulênta d’ furmentûn a la mangia i pu’ cujûn e nujêtr’ i’ sèma d’ chȋ ch’i s berlèchi fȋn i dȋ”, come a dire, sì, la mangiano (anche) i più coglioni, e noi però, nel farlo, ci lecchiamo le dita (non va sprecato nulla!).

Essa però: “la sadùla, ma la ‘n fa bûn. La sadùla ma la n’acuntênta!”: satolla, ma non fa bene, non accontenta! Ci dev’essere altro nella vita! Con tutti gli animali presenti nella casa, si desidera forse qualche proteina nobile!

È gente poveretta, che di nobile ha poco… Si augura un ictus alla polenta! “Gh’gnìsa un cûlp a la pulênta.” anche se lo si fa con affetto, come quando s’incontra un vecchio amico e, nell’abbracciarlo, gli si dice: ma che ‘t gnêsa un càncher! che ti venga un brutto male! In segno di affetto però! Gente strana i reggiani!

La pulênta d’ furmentûn a chi vè-c la ‘n ghe fa bûn; i šuvnòt la i’ a-spavênta. Va a fât fùtr a la mi’ pulênta.” – ai vecchi non fa bene, i giovanotti li spaventa; va’ a farti fottere, polenta mia. Savino è un signore (io un po’ meno) e traduce: “va’ in quel posto”.

Un marcusiano come me non può non apprezzare la pagina dedicata alla stanchezza che è connessa al lavoro (alienante). Le varie filastrocche inneggiano all’indolenza ribelle. Ne riproduco soltanto una, la più corta (anch’io non ho tanta voglia di lavorare stamattina): “La bèla filandêra – in sèt àn la filè un fûš sêmpr’ a la stèsa manêra, la bèla filandêra!” – in sette anni ha filato sempre uguale: più alienata di così!

Nella sua “pôca vöja d’ lavurârlei medita una rivoluzione di tipo sociale: “La giurnâda la vrê d’ sȋnch ûr: trê d’arpôš e d’ lavûr, e che la pâga l’ardupiésa – e ‘l lavûr al seguitésa.” “[La giornata dovrebbe essere di 5 ore: tre di riposo e due di lavoro, e che la paga raddoppiasse e il lavoro continuasse].”

Marcusiano è anche: “Cuntadȋn, a-mtȋ giudisi, a n’ lasêv mai pu’cmandâr: cuntentêv di voster vìsi e i padrû lasêj andâr.” [Contadini, mettete giudizio e non lasciatevi mai più comandare: accontentatevi dei vostri vizi e lasciate perdere i padroni].”

Reggio Emilia è sempre stata terra di rivoltosi. La più grande occupazione di una fabbrica, le mitiche OMI Reggiane, durò un anno, dall’ottobre ‘50 all’ottobre ‘51, e si chiuse con la liquidazione coatta dell’azienda. L’episodio, a prescindere da qualsiasi interpretazione politica, è significativo nell’attribuire al popolo aršân, nel bene e nel male, una tendenza alla ribellione che non ha eguali in Italia, nel bene e nel male.

Cito le due filastrocche finora più simpatiche: “Pȋna dice alla mamma: “Màma, sentȋv cùša a dȋš la campâna? Töl, töl, töl.” la campana dice prendilo, prendilo, prendilo (da fero fers tuli latum ferre), quel giovane che tanto piace alla giovane, molto meno alla sua genitrice. Dopo qualche tempo i vizi di questo Ganimede vengono a galla e la mamma dice a Pȋna: “Pȋna, sênt mo’ cùša a dȋš la campâna: Tȋnle, tȋnle, tȋnle”. Ormai è tuo e te lo tieni!

La ruota del ladronon è lubrificata, e mentre cammina, ripete al ladro (sillabare lentamente)

I’ t’ cataran,
I’ t’ cataran,
I’ t’ cataran, [Ti troveranno]”

poi, questi, scoperto dal padrone dell’orto, scappa velocemente e lo scricchiolo cambia registro:

“I’ t’ȋva dit!
 I’ t’ȋva dit!
 I’ t’ȋva dit! [Te l’avevo detto!]”

E pensare che il ladro voleva solo delle verdure!

Uno scioglilingua forse privo di senso ma incantevole per le “assonanze” dove “si utilizzano tutte le vocali”:

“la su’ ‘mbrûša/ l’ê persuâša/ d’na cöša:
che la brêša/la n’ brûša/ briša
[La sua morosa è persuasa di una cosa: che la brace non brucia affatto]

Trattasi ovviamente di brace passionale.

M’intriga questa ‘mbrûša, e grazie ad alcune risposte ricevute, giungo ad alcune considerazioni che però rimangono allo stadio di ipotesi.

La b, assente in italiano e nell’aršân di pianura esiste sia nelle colline bolognese (così mi dice Villiam Vecchi, profondo conoscitore del dialetto felsineo) che in quelle di Sassuolo e dintorni (informazione ricevuta fa da Carlo Corti, altro cultore del vernacolo emiliano).

Secondo Denis Ferretti, grammatico aršân, la b è sorta per la solita legge del minimo sforzo, perché mbr è più agevole di mr e a Reggio si è scelto di eliminare la sincope, che elimina la b e ci si è ri-allineati all’italiano.

M’affascina quest’ipotetico tentativo di storiografia glottologica, basata su delle intuizioni non prive di logica.

Di fatto è più facile che un montanaro e un pur distante abitante della bassa reggiana (i paesi limitrofi al Po) si comprendano meglio fra di loro (mi vengono in mente tutte quelle vocali aperte che da noi non si sentono), piuttosto che con un reggiano di città, che sta geograficamente a metà strada. In provincia il dialetto è sempre più ricco di atavismi che nei capoluoghi di provincia, dove l’incontro con i furastēr era assai più frequente.

Savino Rabotti
Savino Rabotti

Savino Rabotti spiega chela preghiera una volta occupava molto tempo non necessario al lavoro. Si pregava in casa, si frequentava la chiesa, si pregava anche per strada, sostando un attimo davanti alle maestà, o calcolando le distanze in base al Bene che si riusciva a recitare.” Quanto ti manca per arrivare: due beni e mezzo!

“Al Bên è la preghiera utilizzata per rivolgersi direttamente a Dio con le formule imparate in casa o a catechismo (a dottrina) o anche con formule non ufficiali ma non pericolose per la fede.” – parole semplici e di uso comune.

“Gli Urasiûn invece sono i componimenti poetici, abbastanza prolissi”, di tipo pedagogico, per lo più narranti la vita dei santi, o tratti dai Vangeli. Melanconiche sono le Preghiere della sera, di chi va a letto e non sa se si risveglierà: “Me i’n’sò sìi’ m’alvarò”, “ma i’n’so s’i’ arvèd al dì”, non so se mi sveglierò, se rivedo il dì, detto però con scaramanzia. Ma si mettono i piedi avanti (in senso allegorico): “Caso mai ch’i’n’m’alvesa/ l’ànma mia i’ la làs a San Michêl,/ ch’la pêša, ch’a la guârda,/ che ‘l nemȋgh a n’gh’àbia pârta/ né d’dì, né d’not, né int al pûnt ad la mešanòt,/ né int al pûnt ad la môrta mia . Sgnûr, ajȋ l’anima mia.”

[Caso mai non mi rialzassi l’anima mia la lascio a San Michele che la valuti, e la vigili, perché il nemico non vanti nessun interesse né di giorno, né di notte, né sul punto di mezzanotte, né nel punto della mia morte, Signore, abbiate l’anima mia]!

La sezione finale riguarda le Preghiere alla Madonna.

Alla “Madunȋna câra” si chiedono tante cose, come si fa con la propria mamma, anche attrezzi sacri degni di un Mircea Eliade, come “la vostra scâla ch’i ho d’andâr in Paradȋš”, non per altro, ma “a sercâr San Lui-g”: San Luigi, poverino, “l’era môrt” quando “la Maduna l’era int l’ôrt”, e cosa ci faceva nell’orto? Ovvio: “a sercâr di gelsumȋn”, per darli a chi?, “da purtâr al su Bambȋn”!

Il carme continua con altri versi toccanti e un po’ infantili. Ma è comprensibile sentirsi dei bambini di fronte alla Madre di Dio.

Ne esiste anche un’altra versione, la cui aggiunta finale indica una commovente forma d’altruismo:

“Chi a la sa e chi a la dȋš
trentisê vôlti a la sȋra d’la vigilia d’Nadâl
al purtarà un’anma dal Purgatòri in Paradȋš”

[chi la sa e chi la recita trentasei volte la sera della Vigilia di Natale porterà un’anima dal Purgatorio al Paradiso].

A volte alcune di queste preghieresembrano blasfeme. Ma più che disprezzo verso le cose sante si tratta di modi scherzosi per esorcizzare la fame perenne o i sacrifici quotidiani.”

Come la seguente:

“Sânta Bârbra e Sân Simûn, – liberêm da lâmp e trûn,
e da la ràsa d’i cujûn.”

Ai due santi si chiede la protezione da lampi, tuoni e dalla razza dei coglioni.

Un’ironia leggera e direi educata è alla fine di una poesia in cui si chiedono in italiano le solite cose, cioè soprattutto di alzarsi la mattina dopo, e poi si chiude scherzosamente in dialetto e tra parentesi: “(senò fê cme V’ pâr)!”: sennò fate come Vi pare. A Dio si dà del Voi che si usa col proprio padre.

L’ultima è lancinante e comica al contempo:

“Sgnûr, i’ vag a lèt.
Il sajȋ ch’i’ sûn purèt.
(e alura) fê mo’ Vu.
   Al di dòp a’n’gh’era pu’.”

[Signore, vado a letto. Lo sapete che sono poveretto. (e allora) fate Voi. Il giorno dopo non c’era più]. Quel mo’ a me pare un avverbio di tipo simbolico: anche ora, ma quando volete Voi.

Ecco, Savino, ho appena terminato di leggere il tuo importante libro, non so definirlo diversamente. La scrittura è questo: salvare dall’oblio. Il ricordare è un atto che richiede sforzo e pazienza e mi pare che tu ne abbia tanta.

Borges diceva che la memoria è fatta di oblio. Può darsi che qualcosa sia stato riportato in una maniera leggermente errata o che la grafia contenga qualche errore. Per esempio molti insistono a mettere la h quando si vuole ottenere, nelle finali di parola, il suono duro della c e della g. Anche tu scrivi gh. Però sopra hai scritto vag e non vagh.

E non sempre ti sei ricordato di sottolineare le u e le o dal suono strano. Meno male, vuol dire che non sei una macchina. Ma un uomo. E come potremo ringraziarti per quello che hai fatto per te, per la tua terra e per noi piansân, gente di pianura, e prima o poi per tutti quanti sanno leggere e apprezzare la cultura popolare.

La tua scrittura è stata terapeutica e le dosi le ho centellinate per 18 giorni.

Presto dovrò fare il richiamo e ho visto che, nella terza di copertina, hai promosso che altre due pubblicazioni sono quasi pronte, mentre una terza e una quarta sono ancora da impostare.

Non per farti pressia, ma sappi che ne abbiamo tutti bisogno. Et capȋ, chêr al mé amȋgh?

A presto!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Savino Rabotti, La mia nonna mi diceva…, 2021

 

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