“Eva futura” di Villiers de l’Isle-Adam: l’immaginario che predice il futuro

Un noto scienziato, che di cognome fa Edison e di nome Thomas Alvas, e che è detto da tutti il mago di Menlo Park (oggi sede del più noto social del web), sta lottando corpo a corpo con l’autore per diventare un io narrante. Potrebbe anche farcela.

Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam
Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam

Tra l’altro, parlando del fonografo, egli spara una verità così evidente che solo un genio come lui può cogliere, quando dice: “… è così facile da fare che non servono risorse di provenienza scientifica. Abramo stesso avrebbe potuto fabbricarlo e lasciarci una traccia della sua vocazione. Una bava d’acciaio, un foglio di carta stagnola o giù di lì, un cilindro di rame, e si immagazzinano le voci e i rumori della terra e del cielo.”

E poi si perde a citare tutti i grandi scienziati e filosofi del passato che non sono riusciti nell’intento di stupire il mondo con quella strepitosa ma semplicissima invenzione, uno fra tutti: “… Pitagora, il matematico poeta?” –  nonché musicista aggiungo io. Se fosse accaduto l’improbabile possibilissimo, “almeno oggi potremmo pronunciare correttamente le loro lingue e i loro nomi.

L’amara verità è un’altra e perciò si chiede:Gli scienziati delle nazioni dimenticate erano dunque come i nostri, che quasi sempre sono buoni solo a constatare e a classificare e, raramente, al massimo a perfezionare ciò che inventano e scoprono gli ignoranti?” Il medesimo discorso vale per la fotografia che anch’essa “è arrivata tardi!

Mugugna, poi, ricordando i nomi terribili del passato, e quelli ancor più intriganti delle Signore della Storia, tra cui citerei la pur nasuta Cleopatra, e si lamenta di cotanto spreco di bellezza!

Ahimè! non è un peccato non avere le fotografie di tutta questa gente? Che album!

Preso dall’orgasmo intellettuale e filosofico, il quasi omonimo dell’altrettanto inclito inventore della lampadina, perde un attimo la connessione quando cita degli animali preistorici, tra cui il “megatherium – quel paradossale pachiderma” oppure lo “pterodattilo – quel pipistrello, quel chirottero gigante”, confondendo un po’ la classe di appartenenza, il “plesiosauro – quel patriarca mostruoso dei sauri”. E non si capisce quale mammifero avrebbe dovuto provvedere a tale invenzione.

Peccato.” – non può fare a meno di aggiungere!

L’ultima e un po’ arcana speranza ormai risiede soltanto nella “riverberazione interastrale e perpetua di ciò che accade: scoperta ventura sulla quale è meglio non contare troppo, perché è più probabile che tutto il Sistema solare venga vaporizzato dalle fornaci di Zeta Herculis, che ci attira attimo dopo attimo, o, perlomeno, che il nostro pianeta venga colpito e disintegrato, malgrado la sua crosta spessa tra le tre e le dieci leghe e…” – diverse altre ipotetiche catastrofi, prima che la “nostra specie” possa usufruire di tale rifrazione.

Chissà cos’è mai ‘sta riverberazione?

Peccato.” – non può esimersi dal dire.

Bussano alla porta:Sono io, lord Ewald” – dice, “dalla porta a vetri” apparso come d’incanto, “un giovane uomo di ventisette-ventotto anni, alto e di una rara bellezza virile.” Si tratta di un solidale di Edison, eppure, forse, anche il suo antagonista nella lotta per la supremazia narrativa.

Edison immodestamente dice di sé: “… ho scoperto due o trecento cosette come questa, sapete: anzi, spero di non fermarmi troppo presto su questa via…”

Cos’ha scoperto? Robetta, un più che banale (per lui): “Fiat Lux!”

Il lord è oppresso da un malore oscuro, inguaribile, di origine sentimentale. Edison lo assicura “di avere forse un modo di guarirvi, o per lo meno di…” Il lord pare scettico: “La Scienza non può arrivare a tanto.”, in quanto il suo disagio “… ho motivo di credere che sarebbe inintelligibile persino per voi!”

Al che il prode inventore cita Hegel: “Bisogna comprendere l’Inintelligibile in quanto tale”.

Il lord ha sempre mostrato di essere leggermente atarassico nei confronti del gentil sesso, tanto che “avrei resistito pure alla prova delle russe, delle italiane e delle creole” – senza però esprimersi sulle ucraine.

Però… la congiunzione che mal ci congiunge col gentil sesso… un bel giorno conosce Alicia Gray, di cui nota “una disparità”, precisamente “tra il corpo e l’anima”, che sono due sostanze diverse, o forse un ente e un’essenza, chissà.

Lo scienziato non è meno drastico nel suo giudizio: “… quasi tutte le donne, mentre sono belle (il che passa in fretta), evocano sensazioni analoghe, soprattutto negli uomini che si innamorano per la prima volta.”

Quando una donna poco piacente dimostra di possedere doti psicologiche in senso lato, la faccenda talvolta reca una soluzione positiva, anche secondo la credenza popolare, che afferma quel che a prima vista parrebbe impossibile, che rende bella la brutta, tanto che si dice comunemente: pȏvra brutâia se n gh fóss mia piaşâia, ché non è bello che quel che è bello ma lo è quel che piace.

Il contrario reca diversi problemi: una donna estremamente bella ma vuota di attrattive morali non intriga il maschio pretenzioso (e supponente), almeno non oltre i primi approcci fisici. Però può dare assuefazione, come certe droghe chimiche.

John Keats - Painting by Joseph Severn, 1821 - 1823
John Keats – Painting by Joseph Severn, 1821 – 1823

Ricordando forse, pur senza citarlo Keats, e il suo, se ben rammento il verso, a thing of beauty is a joy for ever, il lord canta l’eternità della bellezza: “Poco importa quanto dura la bellezza, a condizione che sia apparsa!

Egli si sente combattuto fra entrambe le questioni: che farsene di una fulgidezza priva di senso, come poterla conservare e amare per sempre?

“Per riassumere, questa donna è di un candore cinico di cui posso solo disprezzare l’incoscienza allontanandomene, non essendo io, l’ho detto, tra coloro che accettano di possedere un corpo di cui ripudiamo l’anima.”

Neanche un po’ velata, emerge la volontà di gestire a proprio piacimento l’altro essere con cui si intende proseguire da un certo punto in poi la propria esistenza.

Il testimone narrativo, già passato dall’inventore al lord, incredibilmente è trasmesso ora non alla donna, ma alla ricostruzione mentale di un suo ipotetico discorso, rimanendo di fatto in mano al lord, che le fa dire: “Voglio essere amata come non si ama più!, non solo per quanto sono bella, ma anche per quanto mi vedo sventurata.” – cioè per la sua irrimediabile negatività.

Il lord definisce la descrizione di sé, dicendo: “… ho capito troppo tardi che in effetti quella sfinge non aveva alcun enigma: sono un sognatore punito.” – non solo era muta, ma quasi catatonica!

“… io e lei viviamo insieme e contemporaneamente separati.” – lui, ameno sognatore, lei:la dea Ragione”, poco appetitosa in quanto cinica.

Lei non è un’artista, spiega il lord: “L’arte, lo sapete, non ha più rapporti con i virtuosi di quanti il Genio non ne abbia con il Talento; in realtà tra di loro c’è una disparità incommensurabile.”

Concetto che non mi sento di condividere, pur apprezzando l’idea di Carmelo Bene: “Il talento fa quel che vuole, il Genio quel che può”.

Il primo gestisce con cura e ragione la sua intelligenza, il secondo si affida al suo caos interno e al destino, di cui egli stesso è un agente, e penetra laddove il primo è inibito in quanto troppo occupato a rinvenire una chiave che non esiste.

Il genio è la chiave della porta di se stesso. Quando smette di cercarsi, si trova. E qui viene in mente quel funambolico pittore malaghiano, che trionfalmente diceva di sé: “Io non cerco, trovo!”

“Gli unici esseri che meritano di essere chiamati Artisti sono i creatori, quelli che destano impressioni intense, misteriose e sublimi. Gli altri? Non valgono niente!…” – materiale di scarto, da eliminare dalla propria vista, da riciclare nella spazzatura biologica.

La tipa in questione è davvero un bel soggetto: al cospetto del Monte Rosa spara un “Ah, non mi piacciono le montagne: mi opprimono.” A Firenze, davanti alle meraviglie del secolo d’oro, sbadiglia, simulando appena un vago interesse.

Il peggio avviene al Louvre davanti alla Venere, quando le sfugge (si fa per dire) un: “‘Toh, ma sono io!’ e subito dopo aggiunge: ‘Sì, ma io le braccia ce le ho, e poi ho un aspetto più distinto.”

verrebbe proprio la voglia di sistemare tanto obbrobrio etico nel sacchetto dell’umido!

“Desidererei contemplare miss Alicia morta, se la morte non comportasse la triste decomposizione dei tratti umani!” – perderebbe la sua perfezione, rientrando nel ciclo ecologico.

“… nulla può rendere quella donna degna dell’amore.” – semmai del mero rispetto estetico.

“Ella è la radiosa ossessione del mio spirito, tutto qua. Sono sotto il suo incantesimo, come dicevano le streghe del Medioevo.” –  a volte questa scrittura mi fa ricordare un’arcana pelle di zigrino!

Lo yankee ottimista conforta il trepido inglese, a cui è legato da un antico favore ricevuto lo salvò da certi guai, e ora gli dice: “… quella bellissima cretina non sarà più una donna, bensì un angelo; non più un’amante, bensì una innamorata; non più la Realtà, bensì l’Ideale.” E verrebbe da diffidare a questo punto di un ideale che non fosse più reale.

L’idea, che non è ancora, non può non mantenere un legame stretto con l’esistente, altrimenti è assurdità, cioè allontanamento dalla saggezza e… Al che, il grande inventore interromperebbe il mio discorso, dicendomi: Taci, ignorante, ancora non sai e vuoi parlare! Sei tu assurdo! – va bene, caro, continua pure il tuo sagace e inevitabile discorso…

La carne avvizzisce e invecchia…” – che è la prima ragione della sua ricerca – “… questo invece è un composto di sostanze squisite, elaborate dalla chimica in modo tale da mettere in imbarazzo la sufficienza della “Natura”… – l’appena sufficienza… il suo 6 – –?, e allora perché Quella N maiuscola e quelle virgolette? E poi metti tra parentesi un concetto ardito: “(E, diciamocelo, la Natura è una gran dama alla quale vorrei proprio essere presentato: infatti tutti ne parlano e nessuno l’ha vista mai!” – e io che credevo, insieme ad Albert, che non fosse altro che un Principio Ineffabile, come vedi anch’io so abbondare di maiuscole.

“Questa copia, dicevo, della Natura, per servirmi di questo termine empirico, seppellirà l’originale senza smettere di sembrare viva e giovane.” – similmente accade per un’opera d’arte, trafugata e fatta sparire o distrutta dal tempo, ma sempre reperibile su Google.

Edison è in grado di produrre “carne artificiale con un procedimento ignoto al resto dell’umanità, ma non a lui… Roba da far accapponare la pelle di noi miserabili ed entropici viventi.

“… ho la pretesa di poter tirar fuori dal fango dell’attuale Scienza-Umana un Essere fatto a nostra immagine e che, di conseguenza, starà a noi come noi stiamo a Dio.” Che si tratti di un evento irrimediabilmente certo lo si evince dal fatto che “… l’ingegnere lo giurò, alzando la mano.”

Quell’inebetita ragazza, attualmente, è dotata di una bellezza incommensurabile; come disse lei stessa, è una Venere di Milo dotata di braccia, ma “Se tra una dozzina d’anni verrà dato alla stessa Alicia Clary di vedere il suo doppio-ideale rimasto immutato, ella non lo potrà guardare senza lacrime di invidia – e di spavento!

C’è da rimanere di stucco, ma l’opera dello stuccatore non si ferma qui, per cui alla domanda “Le insufflerete un’intelligenza?”, Edison risponde secco: “Un’intelligenza? No: l’Intelligenza, sì.”

Hadaly, che sarà il nome della nouvelle Alicia, sarà più Alicia dell’originale! Tanto che anche il levriero del lord, nonostante il suo fiuto, la confonderebbe: “… Non solo ma, in compresenza dell’Ombra e della Realtà, vi assicuro che abbaierà, turbato, contro la Realtà e ubbidirà soltanto all’Ombra.” – cose che noi umani… forse ci aspettiamo senza osare confessarlo!

“… L’Ideale vi ha mentito? La ‘Verità’ vi ha distrutto il desiderio? Una donna vi ha raggelato i sensi? Addio dunque ala presunta Realtà, la vecchia traditrice!”

Non manca di senso il discorso. Perché la tua partner ti pare sempre uguale? Perché invecchia con te! Se invece rimanesse sempre uguale a se stessa, nonché sempre sottilmente espressiva, e quindi mai atona e indifferente, ella ti parrebbe sempre diversa, perché sei tu e la tua sensibilità a essere cambiati!

Se s’immaginasse un corpo immobile e l’altro in movimento, per la nota legge della relatività ognuno dei due potrebbe credere che l’altro si sposti. Albert arriva a dire che due corpi in movimento l’uno in direzione dell’altro non solo avrebbero concezioni diverse del tempo ma, compiendo le opportune verifiche spazio-temporali, giungerebbero, ognuno per conto suo, alla conclusione che l’orologio altrui è più lento del proprio!

Al che mi pongo la domanda: se Edison costruisse due Hadaly, cosa penserebbe Hadaly I di Hadaly II e viceversa? Si potrebbero amare, rispettare, ossequiare l’un l’altra?

Strano dialogo:

Splendor Solis
Splendor Solis

“… Forse un giorno verrò a farvi visita in quella semi-solitudine in cui accettate di sfidare per sempre due pericoli: la demenza e Dio – che vuol dire non si capisce. Al che il lord risponde:

Sarete l’unico ospite che riceverò– vivrà dunque come un eremita (fatta l’unica eccezione del personale di servizio, ben inteso), lui, la demenza, Dio e Hadaly.

“Il meccanismo elettrico di Hadaly non è lei più di quanto l’ossatura della vostra amica non sia la sua persona. Insomma, non è una certa articolazione, né un certo osso, né un certo muscolo che sia ama in una donna, credo, ma solo tutto l’insieme del suo essere, penetrato del suo fluido organico, mentre, guardandoci con i suoi occhi, ella trasfigura tutta quella massa di minerali, metalli e vegetali fusi e sublimati nel suo corpo.” – e viceversa noi siamo un insieme per lei: due finzioni rappresentati da chi non si sa, che si fissano illudendosi di essere due unità reali.

“… Hadaly è innanzitutto una sublime macchina da visioni, quasi una creatura, una similitudine abbagliante. I difetti che le ho lasciato per gentilezza nei confronti dell’Umanità consistono soltanto nel fatto che in lei, come in ogni essere femminile in carne e ossa, coesistono diverse donne.”

Fa sorridere il fatto che l’inventore aggiunga, tra parentesi: “(Le si può cancellare.)”

Quel che aggiunge finisce di inebriare l’incauto lettore (oltre che il lord): “Ella è molteplice, insomma, come il mondo dei sogni. Ma il tipo supremo che domina tali visioni, l’unica vera Hadaly, è, permettetemi di dirlo, perfetta. Le altre, ella le interpreta: è una meravigliosa attrice, dotata, credetemi, di un talento più omogeneo, più sicuro e ben più serio di quello di miss Alicia Clary.” – ridotta ormai a un surrogato di un surrogato di se stessa.

All’obiezione dell’ancor scettico lord che non si tratta di “un essere”, l’inventore tira ancora in ballo il filosofo per eccellenza: “Hegel, con il suo prodigioso sistema antinomico, ha dimostrato che, nell’Idea pura di Essere, la differenza tra questo e il puro Nulla era soltanto un’opinione: Hadaly, da sola, risolverà lei stessa la questione del suo Essere, ve lo prometto.”

Il lord giunge al quesito che pare ma non è finale: “non avendo anima, ne avrà coscienza?”

Eh! era quello che il lord chiedeva: una donna senza il tedio dell’esistenza, che fosse sempre disponibile al sorriso! E ora? Vuole tornare alla di lei anima?

“… Voi avete invocato un fantasma identico alla vostra giovane amica, ma privo della coscienza da cui vi sembrava afflitta: Hadaly risponde al vostro appello: tutto qua”.

E se vuol tornare all’anima, si cerchi una semplice, carnacea e imperfetta donna! Che diamine!

Poi, il caro Edison s’avvede che lord Ewald sta forse scuotendo non solo il capo, ma la sua stessa anima e sente il dovere di specificare: “Badate bene che qui mi tengo sul piano non dell’Amore, ma dell’‘infatuazione’! Se trasponiamo la questione, se usciamo dalla sfera del Desiderio carnale, oh!, allora mi esprimerò in tutt’altra maniera.”

Il suo nuovo discorso, sintetizzato, ribadisce il concetto comune che, fatta eccezione per “una Cafra, una Polinesiana, una Turca, una Cinese, una Pellerossa ecc.”, femmine d’oltremare insomma, di fronte a una locale rappresentante del gentil sesso “mi considererei strano io stesso qualora non inchinassi il mio spirito davanti a quelle i cui fianchi, servendo loro solo da anche, si prestano a essere continuamente lacerati affinché a noi sia permesso di pensare!” – al che non so a quale etnia convenga a una donna appartenere. Da evidenziare il fatto che il titolo di questo smilzo capitoletto è Discorsi cavallereschi.

I due solidali scendono, letteralmente, in un misterico “Eden sottoterra”, dove il lord “tutt’a un tratto, si sentì toccare la spalla; si voltò: era Hadaly.”, che pronuncia arcane parole: “ecco che cos’è!… Dio si è ritratto dal canto.” e poi chiede al lord se preferisce “della birra o dello sherry”. La seconda che ella ha detto, così sceglie il nobiluomo.

L’augurio che l’automa fa all’umano è molto cortese e forse non del tutto disinteressato: “Milord, ai vostri amori!

Il secondo capitolo del libro quarto ha come epigrafe una citazione di un libro di Balzac. La storia che ora l’ex machina narrante, l’immaginifico Edison, va raccontando pare proprio tipica di quell’immenso scrittore. Terribilmente balzacchiana la scena in cui l’infante ballerina (in realtà matura trentaquattrenne), seducendolo, trascina verso di sé fino alla sua disintegrazione umana ed economica un marito affezionato alla propria moglie e al patrimonio familiare e che, quando tutto precipita in fondo al baratro, stringe a sé l’incauto e infedele uomo.

L’io yankee, poi, s’attarda con la consueta prolissità egomaniaca a discettare su certe donne che “sono pura animalità”. Avesse vissuto poche decine di anni avrebbe potuto appreso dell’esistenza dei gigolò. Interessante in senso lato la chiusa di un capoverso: “esse sono temibili soltanto per chi vi si attarda, in maniera esclusiva, fino a contrarre nel cuore il vile bisogno di possederle.

Non conoscendo pertanto né Freud, né Fromm, né altri studiosi della psiche umana, non avendo letto Miller e Bukowski, Edison si pone il quesito se tutto ciò che si chiama prostituzione non sia frutto di quell’innaturale rapporto tra uomo e donna che è sancito dal sacramento del matrimonio o da un atto giuridico, che tanto poco si confà agli istinti primordiali degli individui, a qualunque sesso appartengano. Non avrà letto nemmeno Marcuse!

“Sì: ecco cosa sono dunque queste donne!” – tanta sicurezza nel definire il prossimo, chiunque sia, nasconde una certa tendenza più alla volontà di auto-illusione che a una sfrontata supponenza.

“Esse concepiscono da sole tutto il loro progetto. Offrono dapprima, come una mela insignificante, una parvenza di piacere ignoto – già ignominioso, tuttavia! –, che l’Uomo accetta di provare solo con un sorriso debole e turbato, e con un anticipato rimorso.”

L’ingegnere-filosofo arriva a definirle “illicebranti”, sapiente adattamento dal latino illicebrare, affascinare.

Queste donne con la d minuscola rappresentano per l’Uomo un pericolo costante, come recita il proverbio: donna al volante… Questo preoccupa Lui, che la donna voglia guidare qualcuno, cioè il suo più immediato simile di specie: il Maschio chissà per quanto tempo ancora imperante.

Il discorso è limitato però, dice, alle “donne neutre, il cui intero ‘pensiero’ comincia e finisce alla cintura, e che hanno di conseguenza la prerogativa di riportare tutti i pensieri dell’uomo al punto esatto in cui questa cintura si richiude…” ove “queste donne, dicevo, sono in realtà più vicine alla specie animale che alla nostra.” – e risvegliano nell’uomo civile la sua vergognosa e originaria belluinità.

Che la donna sia subdola è dimostrato da un fatto: esse quasi obbligano l’Uomo, “… (ah! sottolineo quasi! – per me tutto sta in questa parola!) – a sedersi con loro a quella tavola dove ben presto il demone della loro perfida essenza costringe, per dirla tutta, loro stesse, a mescere a quest’uomo soltanto veleno.” – forse per questo si dice che a tavola non s’invecchia, perché si pensa a quello che verrà subito dopo.

In certi “rulli di stagno” sono immagazzinate centinaia e centinaia di ore di conversazione algoritmiche, da utilizzare ad hoc, come quelle presenti nelle attuali intelligenze artificiali, tanto simili a esse che non mi pare di esagerare nell’assimilare l’autore a Verne, almeno nella sua capacità d’immaginare il futuro software elettronico.

Per quanto riguarda i movimenti fisici, l’ingegnere yankee prevede cheventisette o ventotto movimenti bastano già a costruire una rara personalità.

Anche perché “cos’è una donna che gesticola molto? Un essere insopportabile.” – per cui i movimenti che non siano “armoniosi”, risultano “sconvenienti o inutili.”

Per quanto riguardo il dialogo, sarà sempre l’Uomo a scegliere, pardon, “a suggerire” l’argomento e la durata dello stesso. Andreide, la donna robot non dirà mai “un’altra parola rispetto a quello che uno si aspetta, che potrebbe “stringere il cuore” al suo amato.

“… non dovrete temere di essere incompreso, come avviene con la viva…” – ella gestirà con dedizione anche i “vostri silenzi”.

Si tratta soltanto di una commedia? Sì, come lo è la vita, dove la sincerità produce soltanto motivi di acredine e, prima o poi, violenza.

Due amanti “si penetrano solo in quell’infinita illusione del loro sogno, incarnata dal figlio e tramite la quale si perpetua la specie umana.”

Sarà una “commedia… monotona.” – teme il lord.

No! risponde il genio inventore, perché l’amore teme sempre la novità che incrini la sua perfezione, “ed è proprio la novità a deluderci.

Il lord è sempre più perplesso:Come amare uno zero?

Pronta risposta dello yankee: “… che importanza ha, se siete l’unità posta di fronte a questo zero, come lo siete già da sempre davanti a ogni zero della vita e se questo, infine, è l’unico che non vi deluderà e non vi tradirà?”

Nulla s’improvvisa: “che non sia già stato blaterato da migliaia di bocche.”

Edison riceve dall’autore il titolo più azzeccato “deux ex machina”.

Egli dichiara che Andreide sarà la prima rappresentante di una nuova specie animale, che sarà diffusa in tutto il mondo, replicata ad libitum (e ad nauseam) dall’industria manifatturiera.

Ivana Bartoletti
Ivana Bartoletti

Come ha scritto argutamente Ivana Bartoletti nella Prefazione, le varie segretarie celate nei nostri apparecchi telefonici portatili sono consanguinee di Andreide. Se anche le maltratti e le offendi pesantemente, esse, al massimo, ti dicono che faranno finta di nulla, come se tu non avessi manco parlato. E, alla successiva domanda, che so: quante gobbe ha un cammello scoliotico?, ti sanno indicare il link a cui attingere la notizia e mai ti diranno: E a te, idiota, che interessa?

L’ennesima speranza illogica da parte del povero deux ex machina: “La natura si trasforma, ma non l’Andreide”.

La Scienza ci insegna che il secondo principio della termodinamica condurrà al congelamento cosmico, a meno che qualche altra Ragione non conduca alla singolarità ove la stessa Andreide sarà costretta e resa muta per sempre. Inoltre, tutti noi sappiamo che una sfolgorante Maserati necessita di manutenzione, anche una navicella ipertecnologica in orbita attorno alla Terra.

“Noi altri viviamo, moriamo, eccetera. L’Andreide non conosce né la vita, né la malattia, né la morte.” – quando si sa benissimo che a essa sopravvivranno, chissà fino a quando, i suoi quasi infiniti protoni.

Ora si presenta finalmente in scena la diva originale, Alicia Clary, e l’autore dice che ha “il tono di una bottegaia, ma anche con un timbro di voce di una limpidezza assoluta, simile al suono di chicchi d’oro che colpissero un disco sonoro di cristallo.”

Tanta chiarezza espressiva è sospetta. Che sia l’autore un doppiogiochista che fa finta di sbandare da entrambe le parti, in modo da impedire una sua classificazione etica e psicologica?

O, nella sua vita da bohémien tante volte si è imbattuto, lui col suo amico Charles, in donne analoghe, un poco beoni ma così fascinose?

“È vero! ho fame!” – disse la giovane, usando un’inattesa semplicità che riuscì a sgomentare lo stesso ingegnere.

La donna, con così poche parole, dimostrava di avere “un cuore e un’anima”. Ormai il dado era tratto e messo al sicuro in cassaforte.

Lord Ewald si spiega: “non si sceglie soltanto la parte del proprio desiderio”, in nulla, nemmeno in una donna; ma sempre “Si sposa il tutto” e questo è inaccettabile, per un Uomo. Qualcosa è sì fulgido e irrinunciabile, ma il resto è da scartare, se si vuol campare.

L’opera è finalmente compiuta!

Il lord non si accorge che sta parlando con chi non esiste come anima, e si commuove pensando che a qualcun altro, e non ad Alicia: “Tutt’a un tratto tra le ciglia le spuntò una lacrima e le scese lungo le pallide guance.” –  sta per rinunciare a quell’assurdo progetto quando lei le sussurra: “Mio caro, ma non mi riconosci? Sono Hadaly.”

La quale si dimostra non solo un’abile intortatrice di maschi, ma anche una profonda, non so quanto saggia, filosofa: “… dimenticavi che la più certa di tutte le realtà – quella in cui, come sai, siamo immersi e la cui incontestabile sostanza, in noi, è del tutto ideale (parlo dell’infinito) – non è fatta soltanto di ragione.”

Quando qualcuno ti premette un discorso con un come sai, c’è sempre da temere un imbroglio retorico.

“… l’uomo è innanzitutto consapevole che esiste, in lui e intorno a lui, uno spazio altro, inesprimibile, di cui lo spazio apparente che ci circonda non è che l’immagine.”

Probabilmente hanno riversato in lei tutto Parmenide, Platone, Leibniz e chissà quali e quanti pensatori…

“L’etere davvero esistente di cui parlo è una religione illimitata e libera, in cui, per poco che mi soffermi, il viaggiatore privilegiato sente come…” – e via discorrendo.

Qualcosa m’interessa però, nei suoi discorsi. Quando parla di “esseri, per lui ancora futuri, che abitano in universi occulti, contigui a quelli dei sensi…” – credo accenni a qualcosa di attinto e rimescolato nella storia del pensiero umano, forse Giordano Bruno, né può essere Hugh Everett III, non essendo ancora nato, al tempo, nemmeno il I; “… e la via di connessione in cui si attiva la corrente tra questi due mondi coincide proprio con quel campo dello Spirito che la Ragione – esultando e ridendo nelle sue pesanti catene per un attimo trionfanti – chiama, con vuoto disprezzo, l’Immaginario.” E questa misteriosità penetra in noi quando siamo “al buio e nell’assoluto silenzio”…

Ora il lord è messo alle strette: “Sta a te scegliere tra me… e la vecchia Realtà, che tutti i giorni ti mente…” – recandoti tanto male.

Lord non è in condizioni di fare calcoli, di paragonare, ormai è catturato dalla novità assurda, che non ti fa né male né bene, mentre ti cattura, inesorabilmente.

Villiers de l’Isle-Adam
Villiers de l’Isle-Adam

Lord Ewald chiede all’ingegnere se tutto questo “è mai possibile?

Risposta immediata:No, ma è.” – e poi aggiunge mistero a mistero: “… sono uno di quelli che non possono mai dimenticare la quantità di nulla che è stata necessaria per creare l’Universo.” – U maiuscola, come Uomo, in italiano; ma in francese (e in inglese) le due iniziali differiscono.

Si scopre poi che la maggior artefice di Hadaly, la più preziosa intermediaria di Edison, è una donna che, uscendo da sé, è diventata un’altra, assai più talentuosa.

Donne sono queste due, donna è l’originale da duplicare, donna è la sua copia: tutti incolpevoli mezzi e oggetti dell’artifizio maschile.

Uomini sono il Beneficiario e il Primo Esecutore: i Soggetti Principali del dramma.

Una cosa mi è parso di cogliere, leggendo l’ultimo capitolo, intitolato Fatum: forse la Némesis non esiste e, se esiste, non ha sesso. Diversamente sarebbe Femmina.

Jean-Marie-Mathias-Philippe-Auguste, conte de Villiers de L’Isle-Adam, nonostante la discendenza nobile, condusse una vita miseranda e decadente e frequentò artisti del calibro di Baudelaire, Huysmans, Flaubert, Leon Bloy, Dumas figlio e tanti altri.

Il romanzo è ingegnoso, e merita di essere letto e di rimanere nella memoria collettiva, non solo perché vi è sorto per primo il termine androide.

Pur appartenendo al suo tempo, esso preannuncia come pochi altri l’evo moderno, preconizzando i nostri attuali sogni e conseguenti incubi.

Tanto ci informò un certo Mallarmé, l’amico suo più caro, quando lo definì L’opera che evocherà il nome di Villiers de l’Isle -Adam.

Il nome di questo strambo scrittore non è tanto noto, ma le sue previsioni sono evidenti nella nostra quotidianità.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Villiers de l’Isle-Adam, Eva futura, Marsilio, 2021

 

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