“Lo scrittore e il critico”, poesia in prosa di Ivan Sergeevič Turgenev

“Lo scrittore e il critico” è una poesia in prosa scritta da Ivan Sergeevič Turgenev (Orël, 9 novembre 1818 – Bougival, 3 settembre 1883) nel giugno del 1878.

“Lo scrittore e il critico”

Poesie in Prosa - Ivan Sergeevič Turgenev
Poesie in Prosa – Ivan Sergeevič Turgenev

Lo scrittore stava seduto nella sua stanza, al tavolo di lavoro. A un tratto entrò da lui il critico.

– Come! – egli esclamò. – Voi ancora sempre continuiate a sprecare inchiostro, a comporre, dopo tutto quel che io ho scritto contro di voi, dopo tutti quei lunghi articoli, trafiletti, corrispondenze, nei quali ho dimostrato, come due e due fan quattro, che in voi non vi è e non vi è mai stato nessun talento, che voi avete perfino scordato la lingua materna, che voi sempre vi siete distinto per la ignoranza, e ora siete del tutto esaurito, antiquato e ridotto a uno straccio!

L’autore tranquillamente si rivolse al critico.

– Voi avete scritto contro di me una quantità di articoli e articoletti – egli rispose; – questo è indubbio. Ma conoscete la favola della volpe e del gatto?

La volpe aveva in riserva un gran numero di astuzie, e tuttavia ci cascò; il gatto ne aveva solo una: arrampicarsi su un albero… e i cani non lo raggiunsero.

Così anche io: in risposta a tutti i vostri articoletti io vi ho sistemato del tutto in un solo libro; ho posto sulla vostra assennata testa il berretto del buffone, e sotto questo berretto voi farete bella mostra davanti alla posterità.

– Davanti alla posterità! – scoppiò a ridere il critico – come se i vostri libri potessero giungere alla posterità! Tra quarant’anni, cinquanta tutt’al più, non vi sarà nessuno che li leggerà.

– Sono d’accordo con voi – risposte lo scrittore; – ma questo mi basta. Omero lasciò per tutta l’eternità il suo Tersite; ma per gente del vostro stampo mezzo secolo è più che sufficiente. Voi non meritate nemmeno l’immortalità del buffone. Addio, signor… Volete che vi chiami per nome? È appena necessario… tutti lo pronunceranno, anche senza di me.

 

Lo scrittore e il critico fa parte di una raccolta edita nel 1962 da Edizioni Paoline dal titolo “Poesie in prosa”, curata e tradotta da Mino e Mario Albertini.

Turgenev nacque in una famiglia agiata e poté coltivare la sua passione letteraria, studiò all’Università di Berlino tanto che riuscì ad occidentalizzarsi, come egli spesso vantava. Aveva una mentalità che tendeva ad avvicinarsi a quella europea ma rimase profondamente russo come autore, sia come stile sia come tematiche.

Terminati gli studi universitari rientrò in Russia, per poi viaggiare tra Parigi e Baden-Baden. Le sue prime poesie non ebbero grande successo mentre i suoi racconti furono accolti positivamente dai lettori e critici per la sua capacità di comporre vicende spirituali dei personaggi senza complicanze introspettive.

Turgenev rimase molto amareggiato quando fu coperto di aspre critiche perché ritenuto conservatore (slavofilismo) mentre egli si è sempre ritenuto progressista (occidentalismo). Questi erano i due filoni che a quel tempo in Russia dettavano l’agenda politica, una parte della cultura guardava l’Europa con entusiasmo per la libertà e l’innovazione, mentre un’altra parte era sospettosa e contraria alla moda dell’Occidente.

Poesie in prosa” è una raccolta che Turgenev pubblicò nel 1882 (al lettore attento non potrà mancare un parallelismo con il poeta francese Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) e la sua raccolta “Lo Spleen di Parigi”, i piccoli poemi in prosa editi postumi nel 1869 e scritti tra il 1855 ed il 1864).

Ivan Sergeevič Turgenev
Ivan Sergeevič Turgenev

Nella raccolta troveremo le riflessioni filosofiche dell’autore sotto forma di fantasia e di favole allegoriche, con alto grado di pessimismo, amarezza, scetticismo, disperazione. Ricordiamo al lettore e mettiamo in evidenza che Turgenev è morto un anno dopo la pubblicazione di questa raccolta ed al suo interno è presente una forte crisi morale di un uomo malato, lontano dalla patria e non sostenuto dal Cristianesimo che abbandonò ben presto per l’ormai di moda corrente illuminista. In una delle sue ultime lettere presentò la raccolta “per se stesso, e anche per la piccola cerchia di persone che simpatizzano con cose di tal genere” e cita Denis Diderot: “Prima della morte capita più volte a un uomo di seguire il proprio funerale”.

Eppure quest’uomo parlava di anima nel suo diario: “Mezzanotte… e nella mia anima è più buio che la buia notte… Il giorno, vuoto, senza scopo e incolore, fugge come un istante… Non c’è ragione di vivere, né gusto; non far niente, niente aspettare, addirittura niente desiderare”. Ed anche questo breve testo ci riporta alla mente il poeta parigino sopracitato “Ho i miei nervi, i miei malumori. Aspiro a un riposo assoluto e ad una notte continua… non sapere nulla, non insegnare nulla, non volere nulla, non sentire nulla, dormire ed ancora dormire, è questa oggi la mia unica aspirazione. Aspirazione infame e disgustosa ma sincera.

Nell’aprile del 1878 Turgenev scrisse la sua “Norma di vita” (inclusa come poesia in prosa nel libro):

“Vuoi vivere tranquillo? Frequenta la gente, ma vivi da solo, non intraprendere niente e non rimpiangere niente.

Vuoi essere felice? Impara prima di tutto a soffrire.”

L’Ottocento è stato un secolo di grande innovazione artistica, la società mutava di fretta così come le correnti d’avanguardia, e possiamo notare come l’allontanamento della dualità corpo-spirito abbia generato un malessere esistenziali che ancora oggi persiste aggravato dal culto dell’avatar (dal sanscrito Avatāra: ‘apparizione della divinità’ e che in lingua inglese ha preso più o meno il significato di ‘immagine’) dei social network.

Ne “Lo scrittore e il critico” Turgenev ci presenta due personaggi: uno convinto di poter sindacare sulla scrittura dell’altro, ed il secondo che brama vendetta con i suoi scritti. La vicenda è di opposizione ed astio conclamato da entrambi, non c’è alcuna via di uscita per i due, non ci può essere alcuna sintesi. Il critico pregno di rabbia continuerà a dissacrare il lavoro dello scrittore, il quale continuerà ad imbandire di stupidità il buffone del suo libro.

Come in altri libri del nostro autore russo europeista, come “Memorie letterarie e di vita” (Dalai Editore), l’apporto della vita vissuta deve essere presa in considerazione. Se lo scrittore della poesia in prosa è Turgenev, chi è il critico che deve essere deriso per mezzo secolo? Bĕlinskij? Quel critico contemporaneo descritto proprio come uomo superfluo ed infelice?

Un cenno su Tersìte (Θερσίτης). Omero ne parla nell’Iliade e rappresenta il modello dell’anti-eroe, egli ha un corpo deforme, non sa controllare il tono della voce, non sa ciò che è opportuno dire. Negli ultimi anni si è rivalutata la posizione di questo anti-eroe inserendolo come simbolo di un popolo che non è in accordo con i potenti, con i semi-dèi e con gli eroi che vogliono una guerra solo per brama di potere. E Turgenev aveva proprio in mente, nel suo “Lo scrittore e il critico” il richiamare lo sforzo di Omero nel descrivere la bruttezza fisica e spirituale di quest’uomo.

In chiusura si riporta la dedica “Al Lettore” (ed anche in questo caso ricalchiamo il parallelismo con Charles Baudelaire la cui poesia di incipit de “I fiori del Male” è intitolata “Al lettore” e termina con la quartina: “Ha l’occhio gonfio d’involontarie lacrime,/ e sogna patiboli fumando la sua pipa./ Tu lo conosci, lettore, quel raffinato mostro,/ – ipocrita lettore, – mio simile, – mio fratello!”) presente nel libro “Poesie in Prosa”, Turgenev scrive: “Mio caro lettore, non scorrere queste poesie secondo l’ordine in cui sono disposte: probabilmente ti annoierai e il libro ti cadrà dalle mani. Leggile invece come ti capita: oggi una, domani un’altra; qualcuna di esse, forse, ti susciterà qualche cosa nell’animo.”

 

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