“Sola al mio matrimonio”, film di Marta Bergman: la solitudine di una giovane donna rom

Opera d’esordio della regista Marta Bergman, Sola al mio matrimonio è in uscita, nelle sale cinematografiche italiane, in questi primi giorni di ottobre.

Sola al mio matrimonio
Sola al mio matrimonio

Confezionato al di fuori del tradizionale circuito cinematografico è film non convenzionale.

Realizzato nel 2018, Sola al mio matrimonio è pellicola che mette in luce una realtà, che si è concretizzata in questi ultimi anni, fra molte giovani provenienti da zone dell’Europa dell’est.

Fenomeno, che vede molte ragazze cercare di uscire da una situazione di grave disagio sociale ed economico, rivolgendo uno sguardo oltre cortina.

Lì, dove i loro paesi, ancora in fase di arretratezza, offrono ben poche aspettative di vita rispetto a quelli più evoluti posti nella parte occidentale d’Europa.

Il loro scopo è realizzare un sogno che, se non proprio d’amore, è qualcosa che gli è vicino, ed è mezzo per manlevarsi da miseria e privazioni che spesso le attanagliano.

E questo è anche il desiderio di Pamela, giovane di etnia rom, e protagonista di Sola al mio matrimonio.

Ruolo interpretato dalla brava Alina Serban, anche Pamela cerca un altrove, un posto dove poter affermarsi come donna e affrancarsi dalla Romania, suo paese d’origine.

È un altrove che le si presenta nella figura di Bruno, un uomo perbene che le offre ospitalità e affetto, oltre che avere l’intenzione di legarsi con lei in maniera duratura e definitiva.

Raggiunto il Belgio, grazie all’aiuto di Bruno (Tom Vermeir), Pamela non trova però ciò che cercato a lungo.

Sola al mio matrimonio
Sola al mio matrimonio

Il suo animo è abitato da un grave disagio, anche perché in Romania ha lasciato la figlioletta, affidata a Marian (Marian Sanur), un suo amico, e di cui sente la mancanza.

Perché Pamela non è una madre snaturata, ma soltanto una donna che cerca un futuro migliore per sé e per la sua piccola.

Per lei la vita in Belgio non è facile; possiede pochissimi rudimenti della lingua francese che non le permettono di comunicare sufficientemente con gli altri.

Nonostante Bruno, persona piuttosto introversa ma affabile, si prodighi per inserirla nel suo mondo, grazie anche al percorso di scolarizzazione intrapreso da Pamela, vista la sua scarsa conoscenza sia della lingua francese come di un minimo bagaglio di istruzione.

Ma possono i due, appartenenti a mondi così diversi fra loro, trovare una sintonia che permetta una convivenza serena?

Domanda questa a cui il film risponde, o almeno cerca di farlo, mettendo in luce le diverse caratterialità, abitudini e tradizioni degli interpreti di Sola al mio matrimonio.

Con un quadro d’insieme messo in scena dalla regista quanto mai realistico, il quale mostra una donna determinata a incontrare uno straniero che le offra un futuro diverso dalla realtà in cui è nata e cresciuta. Anche a costo di mettere a rischio i propri affetti familiari radicati sul loro territorio.

Opera prima di Marta Bergman, Sola al mio matrimonio è film forte e maturo, che descrive senza filtri un triste spaccato di vita da cui numerose ragazze vorrebbero emanciparsi.

Sola al mio matrimonio
Sola al mio matrimonio

Non c’è spettacolarizzazione in questa pellicola, semmai un tratteggio coraggioso e un’analisi puntuale e precisa dei diversi stati d’animo dei protagonisti che rispondono perfettamente al ruolo affidato loro dalla regista.

Da definirsi film che partecipa al filone del cinema-verità, in Sola al mio matrimonio si avverte l’impronta documentaristica impressa alla narrazione filmica. E ciò in virtù dei trascorsi professionali della regista, la quale si è sempre occupata di documentari, in prevalenza girati presso comunità Rom.

Film, quindi, dal taglio a vocazione documentaristica, la quale si distingue soprattutto nel ritratto d’ambiente dove, il paese d’origine di Pamela, alle porte di Bucarest, è raffigurato con un paesaggio squallido e spettrale.

Una distesa ghiacciata di neve e fango dove c’è spazio soltanto per un grigiore che si rispecchia anche negli interni, cupi e miseri, e descritti attraverso la macchina da presa con notevole abilità registica. Che però non riesce a mascherare la desolazione propria dell’indigenza come delle incomprensioni parentali.

Comunque, Sola al mio matrimonio non lo si può ascrivere alla categoria dei film malinconici, nonostante la difficile problematica messa in campo dalla regista. È soltanto un pezzo di realtà, diffusa più di quanto si possa immaginare, raccontata in maniera cruda, ma soprattutto intrisa di aspetti verosimiglianti senza però cadere in luoghi comuni.

Ottima opera prima che realizza lo scopo che la regista si è dato. Ovvero, raccontare con descrizioni sobrie e quanto mai veritiere e crude, sequenze filmiche atte a riferire situazioni che fanno parte di un mondo civilizzato, anche se di civile, inteso in un’ampia accezione, hanno ben poco.

Sola al mio matrimonio
Sola al mio matrimonio

Ed è con realismo ed obiettività che la regista indugia e scruta i moti emotivi di Pamela, eroina sui generis, indagando sul suo profondo sentire che la porta a vivere con nostalgia e rammarico il distacco dalla figlioletta, e a mettere in discussione le sue scelte.

Perché, in fondo, la solitudine da cui Pamela voleva emanciparsi non l’ha abbandonata, ed è proprio questo un ulteriore obiettivo della pellicola: indagare sulla solitudine di una donna moderna nascosta dietro allo sguardo brillante dei suoi occhi.

Da aggiungere, che il film lo si potrebbe definire una storia di riscatto, anche se il riscatto non arriva a compimento, ma è soltanto un tentativo per affrancarsi dalla povertà. Con un finale che però non soddisfa a pieno lo spettatore che forse si aspettava un epilogo diverso, anche se è un finale aderente alla realtà dei fatti portati sullo schermo con perizia.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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