“Assassinio a Villa Borghese” di Walter Veltroni: un intreccio ricco di suspense e colpi di scena

Villa Borghese è un polmone verde della Capitale, uno scrigno di tesori d’arte e un paradiso per innamorati, famiglie e ragazzi. Una sorta di locus amoenus che sembra una bolla nel caos metropolitano e nel quale sembra che il Male nulla possa. Eppure niente è ciò che sembra.

Assassinio a Villa Borghese - Photo by Tiziana Topa
Assassinio a Villa Borghese – Photo by Tiziana Topa

Questa affermazione è particolarmente vera nel caso della vicenda narrata in Assassinio a Villa Borghese (Marsilio Editori, 2019, pp. 207), romanzo dal titolo quasi ossimorico che segna l’esordio di Walter Veltroni come giallista.

In seguito all’istituzione di un commissariato – fortemente caldeggiata dal sindaco – all’interno del parco di Villa Borghese, l’ispettore superiore Giovanni Buonvino viene promosso capo del neonato ente. L’uomo, quindici anni prima, si era reso responsabile di un grave errore che ne ha pregiudicato la carriera e questo nuovo incarico, sia pure modesto, lo rende più determinato e motivato.

Egli viene affiancato da una squadra di sette membri che, proprio come lui, non hanno mostrato brillanti doti investigative. Alcuni giorni dopo il loro insediamento una coppia formata da una donna con una vistosa cicatrice su un labbro e un giovane palestrato si presentano da Buonvino per denunciare il furto della borsa di lei.

Ma questo caso è un’inezia in confronto a ciò che accade il 18 maggio, quando, poco lontano dalla Villa, viene rinvenuto il cadavere di un bambino orrendamente straziato e decapitato. Inizia così una lunga scia di sangue che ha come filo conduttore la Sinfonia n. 5 di Mahler. Buonvino e i suoi uomini sono chiamati a risolvere un enigma che si mostra subito intricato e denso di simbolismo, un enigma la cui soluzione potrebbe riabilitare tutta la squadra agli occhi dei superiori e dell’opinione pubblica e far riacquistare a ognuno fiducia in se stesso.

Giovanni Buonvino è un uomo la cui vita è franata sotto i suoi piedi. È, per dirlo con Svevo, un inetto, un individuo vinto dalle difficoltà della propria esistenza e incapace di realizzare se stesso in tutta la sua pienezza. La moglie lo ha lasciato dopo averlo tradito e dopo avergli rinfacciato la sua inutilità. Da allora egli vive da single con la sola compagnia dei due gatti Gullit e Rijikaard; il suo unico confidente è il poster di Nik Novecento, l’attore di Pupi Avati che lo ha conquistato ai tempi di Festa di laurea.

Il settore professionale è altrettanto disastroso: il grave errore commesso quindici anni prima a Caserta lo ha condannato alle retrovie e gli ha precluso ogni possibilità di promozione; si tratta di un errore che egli porta impresso su di sé come un marchio a fuoco d’onta.

Gli errori sono cicatrici, e più sono gravi più sono profonde.”

Goffo e impacciato, Buonvino scardina completamente la tipologia tradizionale del detective; è lontano anni luce dai suoi antenati illustri, dal meticoloso Sherlock Holmes, dal compassato Poirot così come dall’austero Maigret. E, per restare in casa nostra, anche dal suo omologo, il commissario Montalbano, “maturo, sperto, omo di ciriveddro e d’intuito”, come ha avuto a definirlo lo stesso Camilleri. È un investigatore di borgata; è emotivo, affabile ed empatico.

Buona regola per un investigatore è non mostrarsi mai sorpreso per nulla, anche se dentro di lui trema ogni cosa e il cuore va in tumulto.

Non è esattamente un uomo d’azione; sì, perché, a differenza di altri colleghi letterari che non esitano a esporsi in prima linea e a premere il grilletto, Buonvino preferisce l’osservazione, la riflessione e la politica dell’attesa, l’attesa degli eventi, di quella variabile impazzita che permette alle indagini di incanalarsi nella giusta direzione.

Egli è un detective 2.0 che si affida alla tecnologia e, perché no, a un pizzico di fortuna, al caso che – ironia della sorte – è l’anagramma di caos. Come dire che il caso riporta l’ordine nel caos di un’indagine aggrovigliata come una matassa di cui sembra impossibile trovare il bandolo.

Buonvino non è di certo il prototipo del vincente; bistrattato e dileggiato da colleghi e superiori, egli riuscirà nell’impresa: svelerà l’arcano e inchioderà il colpevole (o i colpevoli?) alle loro responsabilità. L’efferato assassinio di Villa Borghese segna il riscatto professionale e umano di Giovanni Buonvino; “il sangue purifica la coscienza” recita una scritta che campeggia nel luogo della resa dei conti.

Ma tale scia di sangue – che pure genera sgomento e raccapriccio – è il lavacro che monda la macchia pervicace che lo disonora.

Dal claustrofobico ufficio al Barattolo Buonvino si ritrova catapultato in una realtà dilatata, in una situazione più grande di lui dalla quale rischia di venire fagocitato.

Quella storia era troppo grossa per lui, arrugginito dagli anni trascorsi a contare le crepe e a misurarne gli inquietanti avanzamenti.”

Eppure no, Buonvino non soccombe, anzi, padroneggia la situazione con pugno di ferro, sempre ponendosi domande, sempre cercando risposte, sempre trovando brandelli di verità.

È questa la sua vocazione: cercare. Cercare incessantemente. E trovare.

Forse investigare – particella in e verbo vestigare – era come cercare la radice etimologica di comportamenti umani, quelli criminali, e dar corpo a quello che sempre aveva accompagnato Buonvino nella vita: il dubbio. Se il dubbio muove la tua esistenza allora il destino che ti è riservato è quello di cercare. Cercare sempre, cercare ancora.”

Il commissario Buonvino è dotato di una grande carica di umanità che lo porta a prendere a cuore i casi di chi lo circonda. I sette della sua squadra sono una parodia dei “magnifici sette”; sono sei uomini e una donna, ciascuno con la propria storia, non sempre felice, da raccontare. E Buonvino si sintonizza sulle loro frequenze e li ascolta. Li ascolta e se ne fa carico, come un capofamiglia. Di fatto questi improbabili agenti, quasi degni dell’Ignobel per l’investigazione, finiscono con il costituire quella famiglia a lui negata e di ognuno si prende cura come un padre o un fratello.

Walter Veltroni
Walter Veltroni

Il grasso Gozzi, narcolettico, l’anziano Portanova con una duplice tragedia alle spalle, l’ipocondriaco Olivieri, i due gemelli Morrone morbosamente attaccati l’uno all’altro, il tormentato Cecconi, la figura più elegiaca di tutto il romanzo, la Robotti, donna dalla bellezza felina e imbarazzante. Ecco, costoro non sono dipendenti di Buonvino ma anche propaggini della sua vita.

Walter Veltroni ci regala un’opera brillante, dal ritmo serrato; un’opera che può essere definita “romanzo di formazione” se si considera il percorso di crescita del protagonista nel dipanarsi dell’intreccio. Intreccio ricco di suspense e colpi di scena, capace di tenere incollato il lettore alla pagina. Assassinio a Villa Borghese si legge d’un fiato; la prosa è scorrevole e fluida.

La scrittura di Veltroni è moderna, dinamica, frizzante. Scopriamo così che, oltre l’uomo politico, si cela una penna vivace e felice. L’impianto narrativo è solido, la trama priva di sbavature: ogni tassello trova il suo incastro perfetto in un finale che non delude né lascia un senso di incompiutezza. No. Il cerchio si chiude in modo mirabile e trova la sua quadratura. Veltroni sa dosare il macabro e l’ironia. La verve allevia il raccapriccio di alcune scene. Perché di scene raccapriccianti ce ne sono eccome ma l’insieme non è cupo anzi, risulta godibile per la grana luminosa dello stile.

Veltroni sfoggia una cultura poliedrica e versatile che spazia dal cinema alla musica alle arti figurative.

Assassinio a Villa Borghese è il canto d’amore dell’ex sindaco scrittore alla sua città, quella Città Eterna il cui fascino – sia pure tra luci e ombre – mai tramonterà.

 

Written by Tiziana Topa

 

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