“Il giorno della locusta” di Nathanael West: la verità? È pura sceneggiatura!

Per capirne qualcosa non bisogna limitarsi a leggerlo ma, dopo averlo letto, riporlo sullo scaffale e meditarlo a lungo.

Il giorno della locusta di Nathanael West
Il giorno della locusta di Nathanael West

Poi non lo si comprende lo stesso, che quello non è affatto un tipo che si faccia circondare dal primo venuto, dal secondo, né dall’ennesimo e poi gli scivola dentro come se niente fosse, fischiettando un motivetto.

Niente di tutto questo.

Finito il suo percorso, diventa pressoché silente, come se fosse un nastro di celluloide.

Esiste una possibilità per tentare di venirci fuori e di trovare un senso: confrontarlo con un’opera qualsiasi di Honoré de Balzac, o se non si amano i gusti antichi, con una di Stephen King.

In tal modo un senso, quello opposto, lo trovi già bell’e confezionato, che nulla ha a che fare col libro che hai mano, ma ti consente di acquisire la cognizione che devi cercare altrove.

Se vuoi fare un ultimo tentativo di avere la consapevolezza di non poterlo mai racchiudere completamente dentro di te, cerca su Youtube uno spettacolo di Carmelo Bene.

Alla fine avrai una tale confusione in testa, che puoi cominciare a non ragionarci più, oppure a farlo senza sapere esattamente dove quella follia ti stia portando.

Charles (Baudelaire) definì Honoré un visionario. Non aveva tutti i torti, anzi ne aveva pochi, o nessuno, e forse per questo fu molto frainteso.

Prendi il racconto di Honoré che più mi ha emozionato: “La ricerca dell’Assoluto”, in cui dimostra di saperti propinare una quantità variegata di pietanze, una più saporita dell’altra, e a te non resta altro che inghiottirle, una dopo l’altra, senza quasi assaporarle. E fatalmente l’ultimo boccone ti rimane sul gozzo.

Il pasto che ti offre Nathanael è del tipo quello che c’è c’è, dove le dosi sono omeopatiche, e lo si può ingurgitare solo all’in piedi, perché si hanno nella vita tremila impegni cogenti che si devono assolvere.

Non è il desinare, per lui, il momento più importante della giornata. Anzi, non ce ne sono di momenti più importanti di altri. Essi si succedono in modo frammentario, avulsi fra di loro, contorti e avvolti l’uno nell’altro, una lunga serie di fotogrammi che s’incrociano e s’intersecano.

Occorre poi tutta la maestria di un montatore di pellicole perché diventi un unicum scorrevole, che è quel che non è, ab origine, al fine di raggiungere una coerenza che mancava affatto nella realtà.

Qualsiasi oggetto non è che un orpello, qualsiasi pensiero non è che un abito di scena che serve a rendere scorrevole quello che è statico.

Per quanto riguarda l’autore, diversamente da Honoré, l’unica certezza è che egli pare non esistere, forse dorme, e magari sogna, e questi non sono che i personaggi di un oblio, non persone reali che interagiscono fra di loro, al fine di creare una relazione.

Ognuno pensa a sé e nessuno confida nell’altro. E utilizza un quid di prezioso che è celato in lui, simulando di ringraziarlo e di voler un giorno ricambiare. Ma finge.

L’unica cosa in comune fra i due autori è che non cercano di rendere realistico quel che non è che una commedia, ma di farlo sembrare un fatto quotidiano. Honoré tende all’impossibile inteso come meta, Nathanael preferisce evitare progetti che abbiano il rischio di avverarsi.

L’attricetta Faye sa che deve assolutamente diventare un’attrice famosa, altrimenti si ammazzerà, quindi un sogno ce l’ha, sempre quello, ben delineato, ma è soltanto un ornamento di cui va orgogliosa.

Se serve, per campare, o per far due soldi con cui poter seppellire il padre, salvando la sua salma dalla fossa comune, ella è disposta a diventare (o ridiventare?) una meretrice, per cui quel sogno può momentaneamente assopirsi.

La sua missione è assurgere al rango di diva di Hollywood, ma non le occorre dare l’anima perché esso si avveri, perché di anima, lo scrittore, gliene ha dato un pezzetto talmente piccolo che finirebbe subito, e non deve essere gettato allo sbaraglio, come invece farebbe un personaggio di Balzac.

Si provi a leggere The stand o It di Stephen e non si capirà nulla del romanzo di Nathanael. Nei due immani tomi kinghiani, ad ogni capoverso sorgono eroi di tutte le specie, pronti a dare la vita e qualcos’altro, pur di combattere la loro battaglia, giusta o ingloriosa che sia.

Anche Stephen è un visionario, perché lo scopo della scrittura è raggiungere una verità si è appena scorto dentro di sé, per cui la si può soltanto risputare all’esterno.

In Nathanael la verità non esiste, è pura sceneggiatura, scrittura scenica, direbbe Carmelo, e i personaggi sono allo sbando, come in un dramma di Pirandello, in una blanda ricerca di un copione da recitare e di un autore che ora sta nicchiando, dissimulato nell’ambiente, fingendo una pensierosa indifferenza.

In Nathanael, come in Carmelo, tanto importa il detto, quanto il taciuto. Tanta la presenza quanto l’assenza. Le descrizioni sono a volte espressive, con profusione di particolari ma, al contempo, spoglie.

Qualcosa di essenziale resta sempre rintanato nella penna dello scrittore, e pare proprio che non voglia uscire. Il suo non manifestarsi crea lo sgomento per quello che è manifesto.

Oppure appare all’improvviso, ovvero si cela, in solitudine, nell’ombra.

I personaggi ce la mettono tutta a bloccare qualsiasi empatia col lettore.

Tranne alcuni, i più deboli.

Nathanael West
Nathanael West

Come quell’artista dell’immagine ridotto a mediocre scenografo; e il miserevole spasimante dell’attricetta immorale, entrambi sempre intenti nel vano sforzo di farsi amare. A loro, un po’ mi sono affezionato.

Le loro disillusioni serviranno soltanto a innescare l’impietoso e inevitabile detonatore, quando un mito, uno fra tanti, mostrerà la sua nudità, la sua inadeguatezza. E la folla gemente impazzirà.

I giorni della locusta è un romanzo breve, composto da capitoletti corti, che bruciano l’energia del lettore quanto un solo capitolo di un romanzo di Stephen, uno di quelli così lunghi e travagliati che ti fanno venire il fiatone.

Qui il lettore s’immerge per un breve tratto, esamina un fondo ricolmo di tutto e di niente, e riemerge, per immergersi di nuovo immediatamente, senza soluzione di continuità, dall’inizio alla fine. E alla fine si è comunque stremati.

Ogni scena sembra sorgere dal nulla, per miracolo, in un continuo irreale che s’avvolge, magicamente, di discontinuità.

Con Nathanael, la storia brilla per la sua evanescenza, e a ogni istante non accade nulla di memorabile, per cui lo scopo dell’autore non è chiaro, ma nitido.

Forse è far saltare in aria senza rimpianti questo miserrimo cosmo, per poter eventualmente non ricrearlo, per gioco, subito dopo.

Quando tutto questo non accade, aiutaci tu, povero dio che non esisti, perché non ce l’hai fatta a superare il provino.

Signor Nathanael, lei è stato davvero bravo, ma ora gentilmente dovrebbe accomodarsi fuori. In attesa di una nostra comunicazione.

Avanti un altro!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Nathanael West, Il giorno della locusta, Einaudi, 2013

 

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