“Finta pelle” di Saverio Fattori: la vita è un vuoto a rendere

Tante cose escono dal libro e si disperdono nell’ambiente: aleatorie o premeditate?

Finta pelle di Saverio Fattori
Finta pelle di Saverio Fattori

Chi è Ale 67, questo ameno e tragico io narrante? È una maschera sotto cui si nasconde l’autore? O è un sogno che è ri-emerso da qualche antro profondo?

L’unica (mezza) risposta la colgo a un certo punto del romanzo, ed è negativa.

Stavo per dire: andiamo con ordine, ma mi rendo conto che l’ordine è l’ultima cosa che mi devo preoccupare di cercare.

Torniamo all’inizio: è già un più saggio proponimento.

Ale 67 e Delphy 70 sono due utenti di un sito d’incontri erotici. Che s’incontrano. E nel frattempo scrivono un diario di bordo.

Ale 67:Io ho bisogno di dipendenze, ma anche di regole. Se le regole sono chiare, io ci sto, riesco a orientarmi.”

Anch’io necessito di legami (tipo: la religione della famiglia) e di fuga verso la libertà (tipo: la scrittura). Ci sono attività edonistiche per cui necessito della presenza del prossimo (vedere un film, visitare una città d’arte) ed altre onanistiche (quando leggo, quando blatero per iscritto), per cui ne rifuggo la compagnia, per quanto caro egli sia.

M’interessa il concetto successivo: la stessa donna che, quando si sente usata nella vita normale, anzi, di superficie, s’incazza, lo dà per scontato, e legittimo, durante l’incontro nel sottosuolo a luci rosse.

In entrambi i casi c’è di mezzo l’Io, che lì è subordinato al fine di estraniarsi da per andare Altrove. Nella vita familiare l’Io, il e compagnia bella, è a casa, intento a recitare il ruolo di familiare; oppure al lavoro, dove è sempre collegato a qualcun altro.

Nel sito erotico si è soltanto corpo (che ingloba l’anima, secondo i fedeli di Geova) e nulla più.

Tornando continuamente al tempo in cui si bucava, Ale 67 constata: “… quando gli spazi sono limitati non ti dai obiettivi…

Del suo problema, il passato di tossicodipendente, ne ciarla lunga pezza.

Non sono riuscito a capire se sia, e in che misura, anche quello dell’autore. Ho terminato il libro e sto cercando di ricrearlo nella mia mente, hic et nunc, in questa reazione.

Il tempo di un tossico è intermittente, va a scatti, è discontinuo, e le azioni spesso sono intervallate dalla certezza kierkegardiana: “da oggi smetto di farmi”, che sarà il pensiero che coerentemente lo accompagnerà fino alla sua imminente morte.

Ale 67 si sente simile all’Altro, diversamente simile: “Ecco lo gnomo mostruoso di ritorno dal mio passato di merda. Stesso giubbotto di jeans, stessi Levi’s stretti alle caviglie, stesse…

Ci sono dei personaggi (realmente esistiti nel romanzo) che assurgono al ruolo di eroi, martiri morituri: Ringo, Brando e altri. È gente che si augura di “morire intorno ai ventisette anni, come le altre rock star”. Come quelle che Vasco Rossi spera di ritrovare al Roxy Bar. E dove i miti non sono il genio trombettistico di Chet Baker, ma la sua ghigna “da vecchio tossico sdentato”, per cui (ipse dixit) la cosa più bella del mondo non era la fica, ma lo speedball, cioè lo sballo. Sempre cose materiali, però.

A quei tipi, a cui si mischiava Ale 67, il fatto di Chernobyl faceva ridere”, perché la centrale, a quelli, gli scoppiava dentro tutti i giorni.

L’autore o è stato tossico o s’è informato bene da parenti, amici o riviste specializzate, perché dice “tirarono col naso”. Io che non sono mai stato un drughèe, avrei scritto: che tirarono su col naso. Tutti noi siamo stati da piccoli dei surnacîn e, un po’ più grandicelli, dei surnaciòun, dei mocciosi, per intenderci Anche Ale 67 lo è stato. Ma poi si è evoluto.

A pagina 116, colgo:Ero arrivato a sollevare centoventi chili di panca orizzontale, l’esercizio principale di tutti i menomati psichici maschi che in quegli anni intasavano le palestre.”

Orbene, centoventi chili (una sola ripetizione) è il mio massimale di quell’esercizio. Ma io ho un fisico alla Danny Trejo, Saverio Fattori no. Questo è il primo indizio. Speriamo di trovarne un altro, perché, si sa, due indizi fanno una mezza prova. Tre, una certezza praticamente assoluta.

Alla fine del capitolo, egli si definisce malchiavato, sinonimo di sfigato aggravato. Nelle rare foto che carpisco da Google, la definizione ci potrebbe anche stare. Ma no, specie se è lui il tipo che sta correndo con la maglia blu e il numero 819. I dati sono scarsi, contradditori e per nulla probanti.

A pagina 128, Ale 67, anzi, l’autore che in qualche modo co-esiste in lui, dimostra di conoscere il percorso tecnico che compie il culturista professionista.

Saverio Fattori
Saverio Fattori

Saverio non mi pare lo sia mai stato, ma tale notizia la si può facilmente attingere, senza sudare e rischiare l’ernia, da una rivista di bodybuilding. Se lo è stato, per prima cosa gli chiederei, in un eventuale privé: che fine ha fatto la tua massa muscolare?

Delphi 70: nome d’arte, o forse da combattente, in realtà Tiziana: “Il problema è che sono nata stupida, ma non abbastanza.”

Si coglie quasi subito la differenza tra i due monologhi: Ale 67 parla di sé, di come fu (soprattutto) e di com’è. Anche Delphi 70 lo fa. A cambiare è l’intervallo esaminato dai due attori: per Ale 67 è la sua vita dall’inizio, il big bang, qualunque esso sia, che conduce all’oggi.

Per Delphi 70 è l’oggi che rimembra il recente passato, grosso modo, dal matrimonio in poi. È un presente allargato. Per Ale 67 c’è una cesoia fra i due tempi. Assurda ma conclamata. Egli ha sempre frequentato degli omologhi, con cui risultava lecito e naturale confondersi.

Lei è sempre se stessa, staccata dall’Altro, anche dall’amica cara con cui si sollazza sotto la doccia.

Lui è un sé che vive in una perenne trasferta esistenziale.

Delphy 70 convive con una ponderosa famiglia.

Ale 67 coabita con una greve solitudine.

Il passato crea la mitopoiesi, parolaccia con cui s’intende mistificazione e mitizzazione del passato. Il presente è: emozione fugace, noia pressante, obbligo sociale etc.

Ale 67, pur affabulando di zombie fatti e sfatti, riesce a distrarre il lettore, divertendolo.

Delphi 70, narrando soprattutto di banalità, lo inquieta e non può evitare di rattristarlo.

La scrittura delphiana ha delle pecche (potrebbe essere colpa sua, non dell’autore). Come, per esempio, quando parla di un libro di Grassche ci fecero leggere alle superiori”. Non dubito che la tipa sia stata obbligata a sorbirsi quel capolavoro, ma la frase toglie spontaneità alla confessione.

Ale 67 presenta saltuarie citazioni di qualche opera letteraria o musicale, ma esse si disperdono nel mare magnum dei suoi ricordi. In Dephy 70 esse stonano, perché il suo è un rivo strozzato che gorgoglia, non una vasta distesa d’acqua.

Da notare la differenza dei miei due commenti ad personam: il secondo è più striminzito e coinvolge il primo.

Il romanzo termina con la premessa (forse anche la promessa) di un evento che i due attori vivranno insieme, nel senso più mortifero di entrambe le parole.

Intanto, io, dal mio segreto rifugio, non so rispondere al quesito iniziale.

A chi appartiene il libro?

Non certo a Delphi 70 (Carla).

Semmai ad Ale 67.

O no?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Finta pelle, Saverio Fattori, Marsilio Editore, 2020

 

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