“Le disavventure di Amos Barton” di George Eliot: le riforme sociali dei movimenti religiosi dell’Ottocento

A volte la sorte si accanisce contro i buoni. A volte le sventure scelgono di colpire i puri di cuore. Nulla di nuovo sotto il sole: quello della sofferenza dei giusti è uno dei grandi temi biblici.

Le disavventure di Amos Barton - Photo by Tiziana Topa
Le disavventure di Amos Barton – Photo by Tiziana Topa

È quanto accade al protagonista di Le disavventure di Amos Barton (Fazi Editore, 2019, pp. 128, trad. di Francesca Frigerio), delizioso romanzo di George Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans, una delle più illustri penne britanniche dell’età vittoriana.

La breve opera è la prima parte della trilogia intitolata Scene di vita clericale in cui le vicende dei vari personaggi si intrecciano con la descrizione delle riforme sociali e del fermento dei movimenti religiosi che agitano la società inglese nei primi decenni dell’Ottocento.

Il reverendo Amos Barton è il pastore della chiesa di Shepperton, piccolo centro rurale della provincia britannica. Egli non gode del favore del proprio gregge a causa del temperamento eccessivamente mite e dello scarso magnetismo che esercitano sugli animi i suoi sermoni.

Amos vive nel vicariato con la moglie, la deliziosa Milly, che si dedica con devozione alla famiglia, e sei figli. Tante sono le bocche da sfamare per il reverendo che naviga in precarie condizioni economiche, anche perché il denaro ricevuto da alcune associazioni caritatevoli per il clero si rivela insufficiente a sopperire al sostentamento della numerosa famiglia.

A mettere definitivamente in ginocchio le finanze di casa Barton è l’arrivo della contessa Czerlaski, la quale si insedia nel vicariato in seguito a un litigio con il fratello.

Il tenore di vita della nobildonna è così dispendioso che Amos non riesce più a far quadrare i conti. A peggiorare la situazione si aggiunge il fatto che la lunga permanenza della contessa dà luogo a pettegolezzi e calunnie che infangano la già labile reputazione di Barton.

Quando finalmente la Czerlaski decide di riconciliarsi con il fratello e lasciare la casa del pastore, una nube ben più nera si addensa sul capo dell’uomo. Un evento funesto lo colpisce ma, se da una parte egli è prostrato dal dolore, dall’altra la sua sofferenza gli guadagna il favore della comunità che si prodiga per aiutarlo. Con il tempo Amos riacquista la serenità, o quanto meno un equilibrio, ma è proprio in questo frangente che riceve una notizia sgradita che lo destabilizza. Le disavventure del reverendo Amos Barton sembrano non avere fine.

Giobbe, uomo di Dio, viene messo alla prova da quest’ultimo. Allo stesso modo Amos, ministro probo e integerrimo, viene saggiato da quel Signore che serve con assoluta abnegazione e spirito caritatevole. E come Giobbe, anche Amos china il capo al giogo che gli viene imposto e, docile come un agnellino, si lascia condurre al macello.

La mitezza di Amos sconfina quasi nella dabbenaggine, la remissività nella goffaggine, la purezza di cuore nella banalità.

“Le sue mancanze erano mediane […]. Non era nella sua natura essere superlativo in qualcosa; a meno, in verità, si essere superlativamente mediano, la quintessenza concentrata della mediocrità”

“Il reverendo Barton non si sente forte, anzi ammette la propria debolezza. Questo aspetto del temperamento lo avvicina molto a don Abbondio, di cui Manzoni dice che è “come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare con molti vasi di ferro”.

Amos si riconosce debole. Debole, sì, ma non stolto; egli è consapevole di essere provvisto di quella “saggezza del serpente” di cui parla l’evangelista Matteo. Una saggezza mista a una qualche astuzia che gli permette di far fronte, sia pure tra mille difficoltà, alle evenienze della vita, per lui tutt’altro che facile.

La sventura è il tramite della redenzione del reverendo, una sorta di catarsi che lo riabilita agli occhi della comunità. I difetti vengono mondati e santificata la sua persona in virtù di quel dolore capace di lavare la macchia della colpa. E la sua colpa è appunto quella mancanza di carisma che lo rende un predicatore blando e un uomo ordinario.

George Eliot -ritratto di François D'Albert Durade
George Eliot -ritratto di François D’Albert Durade

La vita di Amos è segnata da momenti di apnea, quando egli precipita nell’abisso, e risalite in superficie che gli permettono di riprendere a respirare.

In Le disavventure di Amos Barton c’è poca azione, il che non significa che è un romanzo noioso, anzi. Significa piuttosto che esso privilegia l’introspezione.

Dopo un incipit lento, la narrazione si dipana pacata e composta, in linea con il temperamento del protagonista, con la quiete placida della comunità rurale di Shepperton e con il lento avvicendarsi delle stagioni che accompagna le vicissitudini del reverendo.

Il gelo dell’inverno si accompagna a quello che iberna il suo cuore quando conosce il dolore, quello sordo e inappellabile. La mite primavera che ingentilisce il paesaggio con lo sbocciare di crochi gialli e viola fa da cornice alla consolazione dell’uomo che riemerge dal fondo.

La prosa della Eliot è gentile, discreta; si avverte che sotto lo pseudonimo maschile si cela una penna femminile, un’anima sensibile capace di scavare nelle pieghe del carattere dei vari tipi umani che popolano il romanzo. Ognuno di loro ha una potente definizione, ognuno viene tratteggiato con pennellate accurate che lo rendono vivo, vivido e vitale.

L’intreccio è presentato dalla voce di un narratore onnisciente il quale si rivolge spesso al lettore e ne richiama l’attenzione, gli ammicca e lo esorta a seguirlo negli spostamenti della scena. Tali incisi sono a volte pungenti, ché la pur sensibile Eliot non è aliena da una buona dose di vis ironica, a volte accorati nel nobile intento di muoverci a compassione delle sventure di Amos.

Sì, perché l’autrice è animata dalla volontà di suscitare la nostra empatia attraverso la rivendicazione della veridicità della materia narrata. Materia davvero degna di pietas e partecipazione in quanto Amos Barton, uomo mediocre, rappresenta un po’ ogni essere umano.

 

Written by Tiziana Topa

 

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