“Un viaggio italiano” di Philipp Blom: storia di una passione nell’Europa del Settecento

Distante è il nostro sguardo dalle cose che vediamo quando col pensiero non ne sfioriamo che la superficie e lasciamo che il significato custodito in esse sia terra nascosta e inesplorata.

Un viaggio italiano di Philipp Blom
Un viaggio italiano di Philipp Blom

È soltanto quando ci avviciniamo per scrutare da vicino che tutti gli oggetti, anche i più apparentemente insignificanti, assumono un senso e prendono vita.

C’è vita in ogni cosa che ci circonda e in essa è racchiusa una storia che ne contiene al suo interno molte altre: storie passate di vite precedenti che al medesimo oggetto sono legate e che ne costituiscono il patrimonio genetico.

Ricostruire tale patrimonio è un viaggio nel passato dalle coordinate spesso incerte, fatto di ipotesi e salti nel vuoto, come quello compiuto da Philipp Blom, storico e giornalista tedesco, nel romanzo “Un viaggio italiano”, edito da Marsilio nel 2020.

Il viaggio intrapreso da Blom non conosce riferimenti precisi all’infuori del suo punto di partenza, un violino, e del suo scopo, la ricerca delle sue origini.

Ciascun violino ha un volto, ma anche una storia, un’origine, una vita fatta di suono”.

Entrato in possesso di un violino dalla forma interessante, l’autore porta avanti una vera e propria caccia all’uomo spinto dal desiderio di conoscere l’identità di colui che lo ha realizzato.

Dopo numerose ricerche e congetture, Blom arriva a delineare il ritratto di un liutaio nato a Füssen, in Germania, nel Settecento e poi successivamente emigrato nel Nord Italia. Dell’uomo l’autore arriva ad immaginare un nome, Hanns, ed un volto; tuttavia, in assenza di informazioni certe, quest’ultimo non resta che un’ombra da inseguire e che costantemente sfugge.

Ero impaziente di vedere il mondo con gli occhi di Hanns, un uomo vissuto dieci generazioni prima di me, al quale nulla mi legava, e al quale forse – musica a parte – non avrei avuto molto da dire. Eppure provavo una sorta di attrazione nostalgica, uno struggimento: ambivo a sentire la vita come l’aveva sentita lui, volevo mettermi nei suoi panni, addirittura proiettarmi nel suo corpo per riscoprire ogni cosa a partire da quello, occupare il posto che sentiva di occupare nel mondo, ritrovare la specifica colorazione della realtà in cui era immerso o che esisteva in lui, patire la fame che aveva patito, godere dello stesso genere di orgasmo, scoprire che odore avevano per lui le strade dopo un acquazzone estivo, come gli apparivano i colori, come percepiva il timbro di uno strumento, che sapore aveva la paura quando lo attanagliava, che consistenza e peso prendevano gli utensili nelle sue mani mentre lavorava il legno”.

Molto più di una semplice ricerca, quella di Blom assume i connotati di una vera e propria ossessione destinata, però, a scontrarsi con la realtà dei fatti e con l’impossibilità di appropriarsi di un passato sprofondato nell’oblio.

Infatti, ogni legame tra presente e passato è ormai reciso e l’unica voce che dell’uomo Blom conosce corrisponde esclusivamente al melodioso suono del violino da lui realizzato, di cui rivela nelle rifiniture del legno l’accento forestiero.

Tuttavia, nonostante il silenzio dei secoli si frapponga tra l’autore e l’uomo ignoto, tra i due si instaura una connessione che vede nel violino un prezioso tramite. Le impronte dei polpastrelli di Blom si sovrappongono, infatti, a quelle del liutaio sulla superficie lignea dello strumento, unendosi in quella che l’autore definisce una “danza macabra”.

Non sono, però, quelle dei due le sole dita che alla danza partecipano e quella del liutaio non è la sola storia che il violino custodisce al suo interno: vi sono, infatti, le dita, i volti, le storie di coloro che in passato hanno toccato quello strumento e hanno potuto udirne il suono.

Philipp Blom
Philipp Blom

Le dita del passato si protendevano verso di me. Mi sembrava quasi inconcepibile che le mie mani, quando suonavo il violino, sfiorassero quelle di un contemporaneo di Bach e Luigi XIV, e che da allora tutta una serie di miei predecessori avessero posseduto quello strumento, ciascuno non meno reale di come ero io, eppure tutti, nessuno escluso, caduti vittima dell’oblio e del disfacimento, tanto che sul loro conto non avrei mai saputo nulla”.

Scivolano lungo le linee del violino e tra le sue sottili corde le vite di uomini che il tempo ha dimenticato e che lo strumento così restituisce al presente.

L’oggetto degli studi di Blom, il pregiato violino attorno al quale aleggia il mistero, è dunque una testimonianza del passato e l’unico testamento di intere generazioni che attraverso di esso sopravvivono nel presente.

Una genealogia, quella connessa al violino posseduto dall’autore, la cui ricerca è al contempo un’accurata ricostruzione storica della realtà culturale europea del Settecento – che vede nella città di Venezia un importante polo musicale – e di grandi eventi quali la Controriforma e la Guerra dei Trent’anni che hanno profondamente trasformato la società del tempo.

Tale ricostruzione – funzionale a contestualizzare il processo di migrazione di numerosi liutai tedeschi del Settecento – è caratterizzata da un’alternanza di dati storici e autobiografici che connettono l’esperienza del liutaio di Füssen a quella dell’autore.

In un viaggio, quello compiuto da Blom, personale e allo stesso tempo collettivo, che trascende il tempo e attraversa intere generazioni unite dalla passione per la musica.

 

Written by Roberta Di Domenico

 

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