“Caro Maestro, Caro Simenon” carteggio tra André Gide e Georges Simenon: storia di un apprendistato

Sono sempre molto interessanti, se non illuminanti, i carteggi tra grandi artisti.

Caro Maestro, Caro Simenon
Caro Maestro, Caro Simenon

È straordinario, ad esempio, il dialogo Simenon-Fellini (Carissimo Simenon Mon cher Fellini, edito da Adelphi), in cui è quasi incredibile constatare la deferenza del regista italiano nei confronti dello scrittore belga.

Situazione capovolta in quest’altro carteggio, pubblicato da Archinto, dove troviamo invece Simenon a fare apprendistato da André Gide.

I due entrarono in contatto alla fine degli anni Trenta, quando Gide era già un’istituzione del mondo letterario francese e Simenon un giovane scrittore che, dopo aver pubblicato decine di titoli “popolari” sotto vari pseudonimi, cercava, col suo vero nome, di cominciare una carriera letteraria “alta”.

Gide – che, a quanto pare, divorava i romanzi di Simenon – gli dà sostegno e fiducia, intravedendo enormi potenzialità nella sua scrittura, e cerca in qualche modo di “sdoganarlo” nell’ambiente letterario francese.

Grande ammirazione sì, ma senza lesinare bacchettate: esemplare, in questo senso, la lettera del 21 agosto 1942, un vero e proprio concentrato lavoro di editing rispetto al romanzo Pedigree.

Sono però le lettere di Simenon ad avere momenti memorabili nella descrizione della propria poetica, dell’organizzazione del lavoro, e anche della maniera di vivere il proprio essere artista.

«Sento verso di Lei l’obbligo di render conto di me stesso», scrive Simenon in una lettera presumibilmente del gennaio 1939, e si lascia andare a una confessione-fiume dove parte autodefinendosi “non intelligente”, “diffidente dall’intelligenza”, «convinto di aver tutto l’interesse a restare nell’ombra. (…) Un ragazzone muscoloso (…) la cui maggiore preoccupazione era mantenere l’equilibrio. Un ragazzone timido, per giunta. Timido e impudente».

Narra di aver, fin dalla prima giovinezza, «preannunciato, indicando le date, le tappe della [propria] carriera», cominciando a diciott’anni un apprendistato letterario – fatto appunto di romanzetti “popolari” scritti a ritmo industriale – in vista del futuro status di scrittore tout court, che secondo lui non avrebbe potuto darsi prima dei quarant’anni d’età. La tappa intermedia sarebbe stata «imparare a vivere», «vivere molte vite» per conoscere ciò di cui si scrive.

«Ho voluto vivere, costasse quel che costasse, tutte le vite possibili»: l’esatto contrario del pirandelliano «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola». Ma anche, inaspettato, un possibile parallelo – in un certo senso a metà strada tra i due estremi – con Fernando Pessoa e i suoi eteronimi:

Sentire tutto in tutte le maniere,

vivere tutto da tutti i lati,

essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo

realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti

in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante

 

Mi sono moltiplicato per sentirmi,

per sentirmi ho dovuto sentir tutto.”

André Gide - Georges Simenon
André Gide – Georges Simenon

La frase di Simenon «cerco di sentire piuttosto che pensare» sembra a sua volta echeggiare uno dei Leitmotiven dell’eteronimo pessoano Alberto Caeiro (la cosa più interessante è che sia Pirandello che Pessoa erano morti solo qualche anno prima di questa lettera).

Simenon prosegue: «Non osservarli, i personaggi. L’osservazione mi sembra una cosa orribile. Bisogna provare, sentire. Bisogna aver fatto a pugni, mentito, stavo per scrivere rubato».

Descrivendo il proprio metodo, Simenon rivela di lavorare soprattutto sulla propria identificazione col personaggio, dedicando un tempo incredibilmente breve alla redazione vera e propria dei romanzi: «Due ore soltanto, al mattino, a digiuno, per scrivere, ma la disciplina, la mania, per tutto il resto del tempo».

D’altro canto, in una lettera scritta dall’Alsazia probabilmente a fine marzo del 1939, Simenon dichiara in maniera un po’ sconsolata: «farei meglio a limitare la mia ambizione all’idea di essere un albero da romanzi. Per preoccuparmi solo del destino delle foglie che cadono». Gide lo sprona continuamente, cercando in un certo senso di guidarlo e convogliare le sue qualità di scrittura. Il rapporto tra i due, man mano, si traduce in una vera e propria amicizia.

Il carteggio prosegue fino al novembre del 1950. Gide muore il 19 febbraio 1951. Per dieci anni aveva portato avanti il progetto di un ampio testo critico su Simenon che non vedrà mai la luce. In appendice a questo volume ne compaiono alcune pagine:

Si è molto insistito sulla mediocrità dei personaggi di Simenon. È vero che essa

è sconfortante. Ma quel che noto e mi colpisce è il sentimento angoscioso, atroce,

che i personaggi hanno della mediocrità nella quale vivono; è lo sforzo che

talvolta essi fanno per poterne uscire: sforzo maldestro, assurdo, e che, molto spesso,

li risospinge ancora di più nella loro miseria.”

Nel 1970 Simenon confesserà invece nel racconto autobiografico Quand j’étais vieux: «Tentato di leggere Gide, di cui sarei diventato amico. Non ci sono riuscito. Non gliel’ho mai detto».

 

Written by Sandro Naglia

 

Titolo: Caro Maestro, Caro Simenon

Autore: André Gide, Georges Simenon

Traduzione: Chiara Agostini

Casa Editrice: Archinto

Anno di pubblicazione: 2003

Prezzo: 7,50 €

ISBN: 9788877682857

 

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