Intervista di Rebecca Mais a Claudio Lagomarsini ed al suo intenso e crudo “Ai sopravvissuti spareremo ancora”

“Mentre cercavo le chiavi giuste nel mazzo, ho guardato verso la casa di Carlo e poi verso quella in cui abitava mia nonna. Insieme alla nostra, formano un ferro di cavallo con al centro il parcheggio. Percorrendo un vialetto ci si immette in un reticolo di stradine. Le case sono tutte uguali: l’intonaco color pesca, la siepe di pitosfori, il ghiaino bianco, omogeneo, abbacinante.”

Claudio Lagomarsini
Claudio Lagomarsini

Ci sono storie che parlano di noi, della nostra Italia, di quella provincia che non è cambiata poi tanto nel corso degli anni. Quella de Ai sopravvissuti spareremo ancora” (Fazi Editore, 2020) è la storia di Marcello e della sua famiglia. Lui è un adolescente sensibile e molto attento a ciò che accade attorno a lui.

Ci sono i battibecchi tra il compagno della madre e il vicino di casa, c’è una ragazza che gli piace ma non ricambia, c’è il fratello poco più piccolo di lui.

Ma soprattutto c’è una mentalità bigotta che non muore ma va avanti nonostante tutto e tutti, nonostante noi.

È un romanzo intenso, fatto di ricordi e sensazioni, che fa riflettere e il cui finale è davvero inaspettato oltre che tragico.

Un esordio importante per uno scrittore che ha tanto da dire, i cui interessi variano anche per via del suo lavoro come ricercatore presso l’Università degli studi di Siena.

Ci sarebbe tanto da dire su questo romanzo ma lascio la parola all’autore, Claudio Lagomarsini, che ringrazio per la sua disponibilità.

 

R.M.: Benvenuto su Oubliette, Claudio. Come, quando e perché è nato “Ai sopravvissuti spareremo ancora”?

Claudio Lagomarsini: Molte grazie per l’accoglienza. Covavo l’idea del romanzo da diverso tempo e avevo scritto un paio di racconti su personaggi che avrei voluto sviluppare. La composizione di Ai sopravvissuti spareremo ancora si è poi concretizzata nel 2017, quando mi sono detto che avrei voluto mettere in scena un mondo simile a quello della provincia in cui sono cresciuto, tra Toscana e Liguria. La motivazione che ho trovato io è quella che – credo – spinge molti a scrivere su qualcosa: se non lo fai tu, non lo farà nessuno al tuo posto.

 

R.M.: Una storia forte, uno spaccato di quotidianità italiana. Vi è qualcosa di autobiografico nello scenario che racconti?

Claudio Lagomarsini: È inevitabile che, andando a pescare nella memoria della mia adolescenza, come anche nelle storie familiari ascoltate quand’ero più giovane, ci sia stata una certa dose di materiale autobiografico o anche biografico (di altri). Ma non vorrei che il mio fosse letto come un memoir. Mentre scrivevo, infatti, sono state molto più importanti l’invenzione letteraria e l’affabulazione romanzesca che non l’esigenza di lasciare una testimonianza esatta di qualcosa. Lo stesso Marcello, il narratore che interviene nel romanzo, parla di ciò che scrive come di un “romanzo”, rifiutando fin dalle prime righe l’etichetta di “diario”.

 

R.M.: La provincia che viene raccontata potrebbe trovarsi in qualunque parte d’Italia, ma dove si trova in realtà?

Claudio Lagomarsini: Nel romanzo non compare mai il nome di Carrara, la città in cui sono cresciuto. La storia potrebbe svolgersi qui, ma ho evitato di nominare un luogo preciso per varie ragioni: intanto perché la localizzazione geografica non è fondamentale ai fini della vicenda narrata, visto che le vicissitudini di Marcello e della sua famiglia si consumano nel raggio di cento metri, tra le case di un vicinato che resta staccato dal centro urbano vero e proprio. E poi mi piace credere che, come dici tu, questa provincia potrebbe essere in qualsiasi altra parte d’Italia. Ho l’impressione che le dinamiche sociali o relazionali vissute dai personaggi potrebbero essere le stesse anche se ci spostassimo in Veneto, in Sardegna o in Molise.

 

R.M.: Quella raccontata è la famiglia come la si è tradizionalmente intesa per tanto tempo: l’uomo che lavora e porta i soldi a casa, la moglie casalinga, i figli maschi che studiano e le femmine che lavorano come parrucchiere/estetiste. Esiste ancora questo genere di famiglia?

Ai sopravvissuti spareremo ancora
Ai sopravvissuti spareremo ancora

Claudio Lagomarsini: Se mi guardo intorno direi proprio di sì. È una configurazione ancora piuttosto comune, specialmente nella generazione dei miei genitori, mentre i nati negli anni ’80 e ’90 si organizzano o si organizzeranno in modo diverso, probabilmente. Ma credo che quel modello “arcaico” rappresentato nel romanzo sia destinato a esistere ancora. Anche se è ambientato principalmente nel 2002 il racconto di Marcello contiene elementi che mi sembrano ancora attuali.

 

R.M.: Sarebbe più semplice non leggere storie come queste, per la paura di scoprire che forse si tratta anche della nostra realtà. Ma qual è la reazione che speravi di suscitare nei lettori?

Claudio Lagomarsini: Forse mi sbaglio, ma credo che scrivere per “suscitare una reazione” finisce per produrre, in generale, cattiva letteratura o pagine maldestre. O almeno funziona così per me. Quando mi sono messo a scrivere avvertivo il bisogno di chiarirmi le idee su alcune questioni, ma allo stesso tempo sentivo anche l’esigenza anche di confondermi le idee e di andare in crisi. Questo perché non volevo neppure scrivere un “manuale di sopravvivenza” alla vita in provincia. Ora che ho finito, invece, mi sento più libero di interrogarmi sulle reazioni dei lettori. E allora diciamo che mi aspetterei di suscitare emozioni simili a quelle che ho provato io: a un certo punto della lettura bisogna mettersi in discussione e capire da che parte si sta, se con Marcello o con Wayne. Ma in definitiva ci si rende conto che si sta con entrambi, perché in ognuno di noi, a essere molto onesti, c’è qualcosa dell’uno e dell’altro. 

 

R.M.: Ciascun personaggio del romanzo porta con sé un soprannome, forse anche questo per rievocare qualcosa che potrebbe far parte della vita dei lettori sia oggi che nel passato?

Claudio Lagomarsini: Quasi tutti, è vero, tranne Marcello. In provincia è piuttosto comune avere soprannomi o darne agli altri, quindi è stata una scelta piuttosto naturale. Al nome di battesimo, scelto dalla famiglia, se ne aggiunge un secondo che ciascuno si guadagna sul campo, grazie ai propri meriti, al proprio temperamento o anche a causa dei propri difetti fisici e morali. Ancora oggi, quando muore un anziano, il necrologio riporta spesso il soprannome con cui era conosciuto da tutti: la maggior parte delle persone scopre solo in quell’occasione che, ad esempio, “il Tordo” si chiamava in realtà Carlo.

 

R.M.: Un aggettivo per descrivere “Ai sopravvissuti spareremo ancora”?

Claudio Lagomarsini: «Duro»? Ovviamente preferisco delegare ai lettori la scelta di un aggettivo adeguato.

 

R.M.: Chi vorresti lo leggesse?

Claudio Lagomarsini: Mi piacerebbe che lo leggessero più lettori maschi. Finora ho avuto riscontri soprattutto dalle lettrici. Nel romanzo sono presenti alcune figure di maschi problematici, intorno alle quali, come dicevo, sono entrato io stessi in crisi. Insomma, vorrei capire se anche altri uomini, leggendo, sono stati sollecitati nella stessa direzione e si sono posti delle domande sul proprio ruolo nella famiglia o nella coppia.  

 

R.M.: “Ai sopravvissuti spareremo ancora” rappresenta il tuo esordio letterario ma non è la tua prima pubblicazione. Di cosa scrivevi prima del romanzo?

Claudio Lagomarsini: Ho scritto una manciata di racconti di ambientazione e temi vari, ma quasi tutti centrati su relazioni familiari difficili. Oltre ai racconti, poi, ho scritto e scrivo di letteratura medievale, che è l’oggetto del mio lavoro come ricercatore all’Università. Infine, quando mi sento stimolato da problemi di attualità sui quali mi viene in mente qualcosa di non troppo stupido e banale, mi capita di scrivere pezzi d’opinione (o anche recensioni su libri e saggi).

 

R.M.: Quali sono i tuoi generi letterari/autori e/o autrici preferiti/e?

Claudio Lagomarsini
Claudio Lagomarsini

Claudio Lagomarsini: Mi oriento quasi sempre verso il romanzo senza aggettivi, anche se mi concedo volentieri immersioni in un bel giallo oppure in un thriller, specialmente se mi trovo in vacanza. Tra le autrici farei il nome di due mie coetanee che mi hanno molto impressionato per la loro bravura: Claudia Durastanti e Marta Barone (ma ne apprezzo molte altre di precedenti generazioni: Yasmina Reza, Guadalupe Nettel, Irène Némirovsky, …). Tra gli autori direi Philip Roth, Jonathan Franzen, Javier Marías e, tra gli italiani, Goffredo Parise, Domenico Starnone e Alessandro Piperno.

 

R.M.: Progetti per il futuro? Sono previste nuove presentazioni del tuo libro?

Claudio Lagomarsini: Mi piacerebbe scrivere una saga ambientata nel mondo dei cavatori di marmo lungo tutto il Novecento, ma chissà se riuscirò a trovare le forze per dare corpo al progetto. Al momento le presentazioni dei Sopravvissuti sono tutte sospese, purtroppo, a causa dell’emergenza sanitaria del Coronavirus. Ma stiamo organizzando presentazioni “in remoto”, cioè alla radio e sui social.  

 

R.M.: Grazie Claudio e invito tutti a seguire gli eventi che si terranno online, per scoprire il tuo romanzo e trascorrere queste giornate difficili in compagnia di libri interessanti e di cultura.

 

Written by Rebecca Mais

 

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