“A un garofano fuggito fu dato il mio nome” di Savina Dolores Massa: tra i segreti della camera oscura

Oggi, con A un garofano fuggito fu dato il mio nome, Savina ritorna sul difficile cammino esistenziale di chi nella vita ha ricevuto dagli dei un dono pagato poi a caro prezzo. Di chi si addentra tra i segreti della camera oscura da cui nascono i libri per mostrare il miracolo delle immagini che emergono dall’anima.

A un garofano fuggito fu dato il mio nome
A un garofano fuggito fu dato il mio nome

Ed è una meravigliosa ballata per voce sola, questo romanzo, che tiene la scena con la regalità di un’Antigone e la fragilità di una sanguigna Medea trafitta dalla vita.

È scritto in terza persona, da un narratore misteriosissimo che interviene direttamente a parlare con il suo personaggio autoproclamandosi onnisciente.

Un Dio capace di creare e scomporre. Tale potrebbe essere se solo il suo personaggio fosse meno riottoso, meno pronto a guizzar fuori come un’anguilla dallo stagno. Elsa, nome pronto a trasformarsi secondo diverse soluzioni di anagrammi. L’elsa di una spada fatta per colpire, tagliare ma anche difendere, o Lesa, simbolo di un genere umiliato dalla e nella storia, o Sale, nei casi in cui il raziocinio riesca a vincere il magma interiore che le arde dentro. Un nome da scomporre per raccontare una vita, o poter essere altro. Magari l’altro che si dovrebbe sostituire, nella vita di una madre in lutto per l’unico figlio maschio rubatole dalla sorte.

Nella dialettica tra il personaggio e il mistero del narratore onnisciente tutto il dramma dell’artista che sconta nel vivere il suo dono.

In quest’opera la storia resta per il lettore enigmatica sino, e forse oltre, la fine; ma la grandezza del romanzo consiste proprio nella sua ambiguità di fondo che illumina, perché appaiano in tutta la loro concretezza, i fili invisibili che colorano ogni rappresentazione del mondo.

Da qui storie e fatti capaci di intrecciarsi e di rincorrersi, ma soprattutto di contraddirsi per mostrare l’infinita possibilità delle prospettive da cui guardare il mondo.

Per restituirci quello sguardo, l’autrice opera una scelta precisa; ma è assolutamente indifferente partire da lontano o dall’interno di sé, scegliere mondi altri o la propria città, in quanto se, come giustamente diceva Joyce, ogni scrittura è autobiografica soltanto perché fornisce malta e mattoni, le costruzioni edificate sono unicamente il frutto di un estro e di un’abilità sempre diversi.

Troveremo così un sé circostanziato che sulle proprie esperienze costruisce il paesaggio e il senso dell’opera. E ci muoveremo in un continuo mescolamento tra scivolamenti fantastici e riflessioni sull’esistenza, confessioni a tinte forti in un linguaggio crudo e immediato, siparietti da teatro di strada, oscenità e una folla di personaggi sospesi tra commedia e tragedia.

La vicenda inizia alle sei di un pomeriggio tra i giorni d’un aprile che ritorna con citazioni a cadenze regolari, e che davvero è il più crudele dei mesi poiché, come annunciato da Eliot, generando lillà da terra morta, confonde memoria e desiderio…

Sono i giorni in cui Elsa si riavvicina al suo ultimo grande amico, Michele, il quale, dopo averla abbandonata per sposare un’altra, emerge da uno stato di coma che gli ha rubato la memoria.

Ci si aggira così in regioni dallo statuto incerto, territorio di collisione tra realtà e inganni della mente, dove una sorta di esplosione del tempo interiore ha annullato per entrambi i confini dei ricordi e i contorni delle percezioni.

Nel rinascere di Michele a “una vita comunque” capeggiano le convenzioni imposte per definire oggetti e sentimenti. Nella sua casa, piccola Macondo colpita dalla peste della smemoratezza, si definiscono gli inganni della parola, le regole per la creazione di una vita a norma. Un biglietto per ogni cosa, meno che per l’amore, cui non dà corpo neppure lo scibile enciclopedico.

Con feroce determinazione l’autrice smaschera il gioco, le pratiche consolatorie per la creazione di un passato più confortante, e con quella sua penna impastata di fango e sangue, quella sua prosa cruda e piena di cicatrici rivela il gioco sottile dal quale nasce la consapevolezza dell’esistenza. Tra passato e futuro, memoria e oblio, costruzione e immaginazione, continuità e fratture. Nella loro interazione si custodisce la vita, così come la capacità di contenere il dolore.

Elsa, pronta ogni volta a salire su un panchetto per donare i suoi capelli alla forbice e uccidere la sua femminilità – trauma sino ad allora occultato nella fragilità del corpo d’un bambino – esplode finalmente per ricomporre nella storia un sé frantumato e violentato.

Da qui in poi non ci saranno esclusioni di colpi. Sarà guerra e sarà potente, e la sofferenza troverà argine nel rivelare le ferite.

In una storia che ha il sapore di una resa dei conti si misura la grandezza di un’artista che osa sfidare consapevolmente i limiti di ogni ipocrisia.

La violenza e la ferocia della vita, il disagio e la bellezza del vivere si riflettono in un’opera strutturalmente coesa, all’interno di un’assoluta libertà e casualità narrativa, ricca di temi forti e scottanti.

La vita, con le sue storie di ordinaria e crudele quotidianità. Che nello svolgersi bruciano sulla pelle e dentro l’anima, che parlano di madri incapaci di aprire il pugno per liberare figlie imprigionate in sogni non realizzati, di padri giocosamente assenti, e di sottili e crudeli emarginazioni. Abbandoni di amanti pronti a riaprire la ferita primaria del rifiuto materno sul quale si è modellata la sua vita.

Lacerazioni esistenziali, pieghe e piaghe dell’anima giocate in uno sguardo, un gesto, un’allusione. Disagi, fragilità, dinamiche familiari universalmente e trasversalmente sparse, solitudini e abbracci che si trasformano in fughe.

Il filo rosso che percorre l’opera è tenuto insieme da un’attentissima Atropo, pronta a reciderlo in beffa a una Lachesi che non smette di ingarbugliarlo in quanto la perfezione della sintassi non può applicarsi al vivere. A quel vano girare in tondo che ci racchiude nella sua circonferenza insieme a studi, passioni, sofferenze, distacchi, interessi…(pag.17).

Tra slittamenti temporali e allucinazioni intrise di sogni fluttuano le particelle coalescenti di un io scisso e frantumato, sospinto da un pulviscolo di combinazioni caleidoscopiche, impressioni, brandelli di pensieri, immagini insistenti.

Savina Dolores Massa
Savina Dolores Massa

L’autrice entra in un territorio immenso, in una realtà eterna ed attualissima, fatta di esclusioni e sopraffazioni di genere.

Nella rassicurante pantomima del mettere in scena sogni e bisogni altrui Elsa, o Lesa, o Sale, denuda i rapporti umani basati sull’antagonismo e non sulla solidarietà, la complicità di una terra che punisce ogni slancio di irripetibile individualità.

Ha gli occhi tizzonati Elsa, è sciamanica e istrionica, primitiva e pura, annichilita nella propria fragilità, nascosta sotto un cappello da burla con tre garofani bianchi, “Immaginava con maestria, complessa e irrefrenabile” forte di un nucleo caleidoscopico e mutevole da opporre al cemento luttuoso delle convenzioni e delle certezze incrollabili.

Nel vuoto angoscioso di silenzi senza risposte, di dialoghi talvolta paranoici, gli incontri tra Elsa e Michele sembrano seguire una grammatica da teatro Strindberghiano.

La vicenda si snoda nella fitta tessitura di una scrittura corporea, materica, che decreta il trionfo della realtà nel momento in cui sembra dissolverla tra acrobazie linguistiche e tecniche associative da scenografia surreale e caleidoscopica.

Con lo sconcerto di una improvvisazione a ritmo di Jazz si infiltrano tra le pagine storie che raccontano tutta la fatica e tutta la poesia della vita.

Ma la storia individuale è anche quella collettiva, e le ferite che Elsa riceve dalla sua città sono le ferite della città stessa. Che non sa elaborare i suoi traumi all’interno di una propria narrazione storica e, incapace di continuità con il futuro, altro non fa che uccidere la vita nella solitudine e nell’emarginazione.

Tra l’erba, figlia delle alghe di un mare antico, si aprono periferie degradate, antiche, in cui respirano i fantasmi di un’immortale comunità, invisibili solo agli occhi ciechi di discendenti inconsapevoli, e cittadini di un luogo fittizio sepolto sotto il grigiore. Si nascondono vecchi colori e musiche di canne divenute launeddas dopo infinite preghiere a tarli e gechi.

Tra porte capaci di vendette sottili, comprimarie importanti della storia: aprono, chiudono, vanno verso la vita o verso la morte; sono limes, barriera, diaframma, limite e congiunzione; perché in fondo, come dice Elsa, o Lesa, o Sale, anche gli scrittori sono porte, punti di passaggio per la libertà: di entrare e uscire, da noi stessi e dal mondo intero.

L’opera contiene diversi riferimenti letterari, tra i quali, espliciti, Il Berto de Il male oscuro e il Melville di Moby Dick, con quei viaggi all’interno della propria immaginazione e la consapevolezza della tragicità del destino umano e delle sue forze distruttrici. Ma anche tutta la letteratura salvifica di un’adolescente accovacciata in disparte, mortificata da una scuola che chiedeva aste tra le righe invece di ghirigori.

Come quel Dostoevskij che per primo si è inoltrato nel difficile percorso d’individuazione attraverso la solitudine, l’isolamento, la colpa e il senso di inadeguatezza.

Ma soprattutto a me è sembrato di inseguire i piedi e i passi di Molly Bloom in una città di un’altra isola.

Perché in una sorta di schermaglia tra narratore e narrata si libera tutta la forza di un flusso di coscienza che porta il segno dell’emarginazione di una terra priva di consapevolezza del passato e prospettiva per il futuro, tagliata fuori dal tempo colpevolmente.

Savina, fiume costantemente a rischio straripamento, mentre stordisce, crea consapevolezza. Perché il caos e l’inconscio, nei senza pelle come lei, riescono sempre a restituire la realtà.

 

Written by Anna Maria Capraro

 

 

Bibliografia

A un garofano fuggito fu dato il mio nome, Savina Dolores Massa, Il Maestrale, Nuoro, giugno 2019

 

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