“Moonrise Kingdom”, film di Wes Anderson: ricorda con forza I Tenenbaum

Moonrise Kingdom” ricorda con forza “I Tenenbaum”: il mondo adulto è impegnato a risolvere i propri problemi e i figli (in questo caso un po’ più giovani di quelli della famiglia Tenenbaum) sono chiusi nel loro mondo.

 

Abbiamo una protagonista bambina conturbante e disturbata, un protagonista bambino goffo che tira fuori grandi potenzialità e enorme devozione. Cui aggiungiamo travestimenti, oggetti feticcio, colori fluo (rosso e blu), inquadrature plongée, simmetrie perfette,  enti cattivi che sono pura astrazione (Tilda Swinton non ha un nome, lei stessa si autodefinisce Servizi Sociali), uno spazio che sembra non finire mai, un cane morto, genitori che non sanno comunicare, forme espressive compite, innumerevoli carrellate parallele/ortogonali e un sacco di musica (in particolare “Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell” di Benjamin Britten).

La “Variazione” è la chiave di lettura del film: i personaggi dialogano tra loro divisi in gruppi (i fiati, gli strumenti a corda, i tamburi ovvero gli innamorati, gli adulti, gli scouts) o tutti assieme nella parte concertistica.

Il film ancora una volta, come “Rushmore” o “Darjeeling Limited”, tratta della ricerca dell’amore (in primis nell’ambiente familiare), di famiglie disfunzionali, del senso di appartenenza e dell’incomprensione e dell’incomunicabilità. È dispersivo, cambia continuamente registro, continua a proporci personaggi convinti delle loro idee strampalate in un modo tenero e ha una fortissima tensione idealistica.

I legami con il resto della filmografia di Wes Anderson sono resi evidenti dalla comparsa nel film addirittura di  un meteorologo uscito dalla ciurma di Zissou. Anderson è il contrario di David Lynch che trova l’orrore sotto la bella esteriorità. Anderson vede ovunque esotismo.

La storia di “Moonrise Kingdom” è semplice: Suzy e Sam,  ragazzi reputati problematici sono scappati di casa e tutti il paese, i genitori di lei, il poliziotto, gli scout khaki e il loro capo, Master Ward, li cercano  per un’isola.

È un film che tocca una tematica difficile (la sessualità tra due dodicenni: il dialogo che precede il primo bacio tra Sam e Suzy è pieno di doppi sensi e i due sono sorpresi quasi nudi nel sacco a pelo, quando si fa giorno) e che usa la macchina da presa in modo ardito, con tantissime panoramiche a 360°.

Grandi attori, dal solito Murray a una vigorosa Frances McDormand. Svettano il depresso poliziotto Bruce Willis, in una rara interpretazione non macho e con una casetta minuscola, il caposcout idealista e meticoloso Ed Norton, un invecchiatissimo  Harvey Keitel ed un Jason Swartzman pazzoide.

Da non scordare lo scambio tra Murray e McDormand si dicono:  “Stop feeling sorry for yourself,”  –  “Why?

L’operazione centra tutti gli obiettivi prefissati. In particolare, si noti l’abilità di variare registro, realizzato con una levità rara anche per la macchina da presa di Anderson; la cinefila palinodia bellico-avventurosa, la rassegna dei suoi luoghi comuni, ripresi col sarcastico straniamento di vedere l’organizzazione para-militare dei piccoli scout all’inseguimento del fuggiasco; un’estetica che, servendosi di viraggi prima in rosso e poi, durante la tempesta, in un blu elettrico, con la rocambolesca sequenza del salvataggio, omaggia il cinema muto e riporta alla memoria la grafica d’animazione – e il lavoro compiuto con “Fantastic Mr. Fox”.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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