Intervista di Carina Spurio a Giancarlo Petrella ed al suo “La Morte del Tempo”

Giancarlo Petrella

La Morte del Tempo
L’abisso
Aletti Editore, 2011

 

C.S.: Dentro il suo libro c’è tutto, dalla poesia in quartine al sonetto, dalla prosa poetica alle riflessioni filosofiche. Le parole si susseguono sui fogli come i petali di un fiore e si muovono nel ritmo tra svariati temi: l’amore, la giovinezza, il tempo, l’arte, armonizzando l’eterogeneità dei temi al gioco dei versi e obbedendo alle cesure con costanza. Il ritmo possiede le parole che ordinate sul tempo del verso, si accoppiano in modo occulto dentro un canto. Come è nata l’idea di pubblicare un’opera così articolata?

Giancarlo Petrella: È nata da sé: nella creazione di componimenti eterogenei e vari, ad un certo punto, sono “riuscito” a vederli uniti sotto un unico disegno e sotto un unico profondo significato. Il poema infatti si presenta come una spirale: partendo dall’“alto”, da un limbo prettamente poetico, essa avvolge tutto, si completa, flette sé sino a giungere nel regno dell’eternità. Ogni canto è evoluzione del precedente. Il complesso non è nel verso, bensì nel pensiero; nel suo «dileguarsi». Vorrei spendere qualche parola per spiegare l’impostazione del mio lavoro: il prospetto dell’opera consiste da prima in un presentarsi, apparentemente confuso, di componimenti poetici la cui essenza viene costituita dalla musicalità e dall’eleganza; successivamente, senza alcuno sforzo, e senza che il lettore se ne accorga, tramite una narrazione che certamente non è prosaica, ma rispecchia più il susseguirsi delle riflessioni e delle impressioni, il pensiero si mostra come forza motrice e come soggetto; infine, proprio nella conclusione di questo «percorso» il pensiero scompare, viene annullato.
Non vorrei però essere etichettato come un irrazionalista; fu proprio il mio amore per la logica che mi portò allo studio approfondito del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, con questo vorrei dire che il mio poetare ha ben poco di irrazionale. Non ci si sorprenda affatto che un poeta parli di logica; né si creda, sbrigativamente, che il suo poema, visto e considerato che egli fa del pensiero un «nemico giurato», che fa del decorso dei versi una celebrazione al depotenziamento del pensare stesso, sia un elogio all’irrazionalità, in quanto un logico, in questi versi, non solo viene presupposto, ma ne è la vita. Quale più alta e concreta definizione di logica può essere data è ben chiaro fin da subito: la logica è l’«anima del mondo», ciò che non solo permette al mondo d’essere, ma ciò che continuamente ne garantisce la vita. Queste sono le mie personali considerazioni sulla logica; che devono molto, se non tutto, alle letture effettuate sia sul già citato capolavoro di Wittgenstein e sia, in buona parte, ai presupposti logici del pensiero hegeliano.
È ovvio poi che la Bellezza, anche nel momento più riflessivo, non viene, per così dire, “dimenticata”: la musicalità e l’eleganza, oltre che una massiccia presenza di immagini, come dicevo, consistono nell’energia motrice che dà vita all’intero lavoro poetico.

 


C.S.:
“La morte del tempo, l’Abisso”: da dove trae origine la scelta del titolo?

Giancarlo Petrella: Da uno dei possibili significati dell’opera in quanto lo scopo dell’opera, il suo reale significato, è comprendere le affezioni del tempo, e sprofondare, poi, negli abissi dell’eternità. L’eternità è l’Abisso. Nel testo la natura del tempo si presenta come una relazione; ovvero non si dà un «qualcosa» di definibile come tempo. Il tempo non è una realtà a sé, tale enunciato guida l’opera stessa, il suo «destino»: la comprensione profonda della portata di tale enunciato è la meta. Il tempo non-è una realtà a sé: non v’è, fra gli esistenti, nel “gran mar de l’essere”, qualcosa di definibile come il tempo. “Uno scorrere temporale non v’è” come disse il grande Wittgenstein, sussistono solo relazioni: è possibile esclusivamente confrontare un movimento con un altro movimento, il movimento di un cronometro con il sorgere del sole.

 

C.S.: Può illustrare al lettore l’immagine di copertina?

Giancarlo Petrella: Il quadro di Friedrich, Abbazia nel querceto, rispecchia quel senso di solitudine e di spaesamento che si incontra lungo tutto il percorso dell’opera; perché se da un lato le immagini liriche elegiache presenti nell’opera presentano una bellezza paradisiaca, dall’altro l’insicurezza del pensare, l’incapacità di comprendere appieno ciò che sta avvenendo, se non al termine dell’opera, quando “tutto viene visto”, recano in sé l’ombra non tanto della tristezza, quanto, come dicevo, dello spaesamento. Certo è che una chiave di lettura diversa, in cui questo spaesamento è solo l’espressione della certezza del desiderio, della volontà di “andare avanti”, non solo è possibile, ma necessaria per avere dell’opera stessa un’altra possibile e convincente visione.

 

C.S.: I sentimenti e le emozioni sono in simbiosi con il paesaggio, stagliati in uno sfondo che protegge la loro intensità: “Le farfalle, come delfini al cielo, volan; le api ronzan, e fan di sé venusto a’ fiori concento; l’acanto, l’amaranto, l’aquilegia, l’anemone, traducono i lor risvegli nel metro:
candore, passione, soavità, esilio; ma si eleva un canto più venerabile.” Tratto da “II” …
Eppure, proseguendo nella lettura del testo, le sue riflessioni si fanno sempre più profonde: “Voler definire il tempo è sciocco disegno intellettuale poiché delimitandolo lo si muta rendendolo atemporale.” da XXIV …

Giancarlo Petrella: L’opera si presenta sia sotto il profilo lirico-elegiaco, sia sotto quello filosofico-speculativo; è difficile esprimere un giudizio finale a riguardo, ovvero se l’opera in sé sia più poetica o filosofica, posto e lecito che sia possibile e giusto dividere questi due elementi in maniera così forzata. Nella poesia v’è filosofia. I temi lungo la lettura lineare dell’opera, divengono sempre più complessi, come già accennato: da un mero apparente esercizio poetico, visto attraverso le più svariate immagini, si approda alle “rive” dell’Abisso. E qui si scorge la razionalità dell’opera stessa; personalmente non v’è una forma d’espressione più razionale di quella poetica, giacché in essa non solo il cosiddetto mondo oggettivo, la realtà, è presente come dileguante (che vien meno), ma in quanto rifonda un «proprio» logico. Invano si definisce la poesia come arte irrazionale, giacché un passo di Lautréamont contiene più raziocinio di una formula matematica; non solo: in quest’ultima la razionalità è un evento estraneo e metodico, come sostenne Hegel, mentre in quel passo ne è la vita, l’“impulso” ad esistere.

 

C.S.: Chi è Giancarlo Petrella?

Giancarlo Petrella: Un lettore assiduo dei filosofi, come si poteva ben evincere dalle mie risposte. Per quanto ho sempre amato la poesia, ritrovo la mia vera natura nella filosofia, nel pensiero speculativo (Spinoza, Hegel e Wittgenstein in primis). I miei poeti preferiti sono tuttavia Pindaro, Lautréamont, Verlaine, Mallarmé, ed immancabilmente Foscolo e Dante. Ho coltivato negli anni passati anche un interesse e propensione per altre arti, come la musica (per un certo periodo ho studiato il pianoforte); tuttavia il mio vero “scopo nella vita”, posto che la vita ne abbia realmente uno, è la parola. Sento sempre ed incessantemente dentro di me il bisogno di pensare, idee che la mia mente elabora e fa riemergere quasi meccanicamente, ogni momento e nelle più svariate occasioni; sento dipoi il bisogno di scrivere ciò che ho pensato, non lasciandolo vaneggiare invano. Non certo compio ciò per un mero capriccio letterario, ma solo perché in ciò mi sento vivo; in ciò comprendo la mia esistenza.

 

C.S.: Ricorda la prima volta in cui è stato posseduto dal Fuoco Sacro della scrittura ed ha composto il primo verso?

Giancarlo Petrella: I miei reali primi versi sono quelli di un’opera incompiuta, intitolata Aurora; gli altri, precedenti, non li riconosco giacché non ero io; non riuscirei, comunque, a rileggerli pensando di averli scritti io. Sono cambiato e, direi, in un certo senso, maturato. La filosofia mi ha reso uomo, un vero essere pensante. Comunque sia, non v’è stato nel corso della mia vita alcun periodo in cui non leggessi o scrivessi qualcosa. L’esigenza di perfezione nella mia arte poetica è sempre stata la croce e la delizia dell’intero mio essere.

 

C.S.: Cosa vuol dire per lei essere poeti oggi, in un tempo di crisi e di paure, tra le nebbie delle solitudini e dell’indifferenza?

Giancarlo Petrella: Quello che significava nel passato: scrivere perché si hanno dei demoni, sapendo che nessuno potrà mai capire ciò che è stato realmente scritto; e che non si scrive per gli altri, o per sé, ma solo perché è un’esigenza: l’utile, la fama o il dilettevole non sono neppure concepibili. Sono molti oggi gli esordienti che si accostano al mondo ‘letterario’ affermando di essere poeti, poiché affascinati da qualche vana ed illusoria immagine poetica del cielo, del mare, del sole e delle stelle. Quel che di poetico vi è davvero, è il Pensiero. Secondo Vaneigem oggi l’arte è morta, e tale deve essere se la si intende come la si intende oggi, ovvero come mera mercificazione e conseguente svalutazione di essa. Se è arte, non è per tutti, se è per tutti, non è arte, diceva Schoenboerg, e dice tutt’oggi.

 

C.S.: Siamo immersi in una comunicazione non comunicazione, tra l’essiccamento del linguaggio privo di frasi che hanno un significato autentico e la crisi che grava sull’immagine dell’autore mentre la sua opera viene inserita “in una particolare corrente, anzi, in due: nel neoclassicismo e nel simbolismo francese.” (dalla quarta di copertina). Quanto tale definizione la rende orgoglioso?

Giancarlo Petrella: Sono un uomo molto sicuro di sé, ma l’essere orgoglioso non è una mia qualità: do poco valore al giudizio altrui; e quando ricevo delle lodi, se le ricevo da persone che a mia volta stimo, me ne compiaccio. Più che orgoglioso, direi che mi rende nuovamente consapevole della pluralità di stili presente ne La morte del tempo, caratteristica fondamentale della mia opera, in quanto vi sono passi in toto formalmente neoclassici, altri di pura eleganza e musicalità, altri ancora in cui a una prosa chiara, concisa e limpida, sentenze filosofiche si alternano a immagini poetiche. Tuttavia, ritengo che l’alternanza di più stili non sia una stonatura, quanto piuttosto un’armonia capace di accordare più strumenti e renderli valenti come in un’orchestra. Dunque, non è da vedere come la contraddizione degli stili, quanto piuttosto il loro accordo.

 

C.S.: Quali sono le letture che hanno influenzato la sua scrittura?

Giancarlo Petrella: Sicuramente quelle filosofiche e le opere di Foscolo, in particolar modo Le Grazie, che considero un capolavoro assoluto, in modo particolare per quanto concerne lo stile. Delle altre letture, citerei sicuramente I Canti Maldoror di Lautréamont, l’Etica di Spinoza, il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, le Pitiche e le Olimpiche di Pindaro, ed indubbiamente la Divina Commedia di Dante. Delle correnti poetiche apprezzo molto il neoclassicismo, la cui eleganza mi ricorda le statue del Canova, con il marmo levigato, nessun elemento d’ornamento, nessun particolare scabroso; allo stesso modo nella poesia neoclassica non si trovano mai parole fuori posto o “rudi”. Per quanto concerne l’Etica di Spinoza, non posso non citare Deleuze: “Spinoza si distingue nettamente da tutti i filosofi di cui si occupa la storia della filosofia: è senza uguali il modo in cui fa tremare il cuore a quelli che si avventurano nei suoi testi”; e come disse Hegel, “filosofare e spinozare”. “Ho trovato un mio grande predecessore in lui”, sosteneva Nietzsche; che raramente ha concesso elogi di tale portata. Lo stesso Einstein asserì “io credo nel dio di Spinoza”; infine, per citare un autore contemporaneo, il neuroscienziato Damasio ha comprovato scientificamente le geniali intuizioni sulla mente e sul corpo e sugli affetti espressi da Spinoza tre secoli prima. Riguardo a Dante è inutile soffermarci; in lui apprezzo l’uso appropriato di ogni termine, la capacità immaginifica di alcuni passi poetici la quale è superiore a un qualsiasi dipinto. Per quanto concerne il Tractatus, ne condivido il ‘panlogismo’ che, come dicevo prima, si ritrovano molto nella mia impostazione ideale, pur se io e Wittgenstein divergiamo in alcune conseguenze; entrambi, comunque sia, consideriamo il tempo come una relazione e la logica come l’“armatura del mondo”; una logica che non è mai astratta e non può sfociare in una speculazione sul nulla. Io credo che lo stile di Wittgenstein sia poetico quanto filosofico; probabilmente il suo pensiero riesce a cogliere l’essenza del mondo.

 

C.S.: Quali sono i suoi poeti preferiti?

Giancarlo Petrella: Pindaro, Dante e Lautréamont, che definisco “la santa triade”. Pindaro, è sommo, come la maestosità di un tempio greco, per le intuizioni a cui è giunto, per la potenza evocativa di alcune immagini, che solo un poeta del calibro di Dante può eguagliare; d’altro canto, come non ricordare anche i voli pindarici. Le Pitiche sono tra le opere a cui ho maggiormente attinto per la mia poetica. Di quel periodo culturale si rammenta sempre Omero, ma ritengo che Pindaro andrebbe ricordato tanto quanto lui; se non di più. Dante, e il suo capolavoro assoluto, la Divina Commedia, mi ha “condizionato”, per l’uso magistrale del linguaggio, per la struttura, per l’architettura. Su Lautréamont taccio, avrei troppe cose da dire; i suoi Maldoror sono per me la vera poesia, egli è il poeta par excellence.

 

C.S.: L’ultimo libro che ha letto?

Giancarlo Petrella: Si tratta de La dialettica hegeliana di Gadamer. L’ho trovato affascinante specialmente nella volontà di proporre assunti di Hegel ed analizzarli nella sua ottica. Nonostante non abbia imparato nulla di nuovo, ho avuto modo di conoscere un Hegel diverso rispetto a come è presentato nei manuali. “Ognuno ha il suo Hegel in qualche modo”; essendo egli un gigante.

 

C.S.: Cosa sono per lei il coraggio e la paura?

Giancarlo Petrella: Il vero coraggio consiste nell’essere solitari e cinici; mentre la mia maggior paura è quella di divenire banale, comune. Aver coraggio significa aver la capacità di esprimere i propri pensieri, di affidarsi esclusivamente alla riflessione, negando persino le “verità scientifiche” che, un domani, si potranno rivelare inadeguate: il progresso scientifico dimostra da sé che la scienza non ha l’ultima parola su tutto. Il coraggio per me ha un valore totalmente riflessivo. Le paure che per così dire mi “restano” sono di natura fisica, innate; in quanto la mia opera, il mio pensiero, ha pienamente soddisfatto “me”: ho smesso di vivere esclusivamente la vita degli eventi e dei fatti, come ho scritto in essa; non mi interessa dunque di avere molti o pochi lettori, anche ciò per me significa aver coraggio.

 

C.S.: Lei è ottimista o pessimista?

Giancarlo Petrella: Credo che la vita sia una “faccenda” troppo vasta per un giudizio così sbrigativo. Non bado molto alla realtà, mi potrei definire un essere speculativo, critico e realista nei confronti della quotidianità. Questa riduttiva e banale coppia di definizioni si oltrepassa sempre proprio per l’uso corrente che se ne fa a livello concettuale: considero valida la considerazione di Costanzo Preve, secondo cui non esistono filosofi pessimisti od ottimisti, ma solo visioni filosofiche ampie o non ampie. Seguendo questo ragionamento, possiamo dunque ritenere che Schopenauer non sia pessimista né Hegel ottimista: hanno solo visioni del mondo diverse.

 

C.S.: L’amicizia, che valore ha per lei?

Giancarlo Petrella: Ne apprezzo il valore, anche se nella vita pratica ne ho perso il senso. Se considerata dal punto di vista intellettuale, le attribuisco la medesima valenza dell’amore, dacché il rapporto si basa sulla conversazione, in quanto si cerca una vicinanza intellettuale, appunto, come egregiamente sostenne Wilde.

 

C.S.: Una sua qualità e un suo difetto?

Giancarlo Petrella: Non ho nessuno dei due, in quanto qualità e difetti sono per gli altri, mai caratteristiche che mi appartengono. Inoltre, essi entrano totalmente nella sfera morale, e io non mi definisco un essere morale. Ogni persona ha i suoi connotati, quindi, come per la necessità spinoziana secondo cui ogni cosa tende a perseverare nel suo essere, non posso essere altrimenti. Ogni individuo, cioè, è fatto in una determinata maniera e si plasma in un certo modo. Credo inoltre nella necessità del mondo che si specchia nella morale dell’uomo, il quale non è assolutamente libero, come viene presupposto nel cristianesimo. Vizi e virtù esistono in relazione a chi li valuta. È dunque chiaro che per me stesso non ho difetti, così come è chiaro che per ciò che ne concerne gli altri ne trovo fin troppi.

 

C.S.: L’amore. Cos’è per lei l’amore?

Giancarlo Petrella: Una fonte di riflessione, nonché uno stato d’animo che può portare un esistente a riflettere sulla situazione della propria vita e che, nondimeno, può portare nuove esperienze poetiche e filosofiche. Non lo reputo totalmente platonico né totalmente carnale; ad esempio, nell’amore di una madre per il proprio figlio, in esso v’è una carnalità, corporeità, un contatto fisico, ma di un corpo depurato e puro connubio perfetto verso il figlio; anche se credo che l’amore sincero di due amanti possa oltrepassare i vincoli sanguigni. Se riguardasse solo l’anima non sarebbe perfetto, così come non lo sarebbe se riguardasse solo corpo.

 

C.S.: Il suo rapporto con la fede?

Giancarlo Petrella: Non ho mai sentito il peso, l’esigenza, la volontà di pormi problemi religiosi, e per questo ritengo di esser sempre stato ateo; in me l’ateismo è l’essenza, non già una conquista. Concordo con quanto Nietzsche scrive nell’Ecce Homo: “In me l’ateismo non é né una conseguenza, né tanto meno un fatto nuovo: esso esiste in me per istinto”. Non penso dunque che esso sia una forma di riflessione, né contrasto la Chiesa di oggi. Il mio intento è distinguere la fede dalla spiritualità, la quale mi impone di avere una sorta di religiosità einestaniana e spinoziana, insieme al sentimento della meraviglia cosmica.

 

C.S.: Cosa sta scrivendo attualmente?

Giancarlo Petrella: Mi dedico a dissertazioni su Hegel e rielaboro pensieri per la futura seconda cantica del poema, di cui La Morte del Tempo costituisce la prima. Continuo sempre ad analizzare le medesime tematiche affrontate nella prima cantica e studio costantemente gli argomenti di logica e fisica. E’ come se in me ci fosse sempre una sorta di comando che mi spinge. Inoltre, mi diletta scrivere pamphlet e piccole critiche: il mio intento è analizzare possibili contraddizioni dei filosofi per ricavarne attualità vera.

 

C.S.: Lei vive a Roma: qual è il rapporto con la sua città?

Giancarlo Petrella: Da amante dell’architettura e dei monumenti che si impongono nel panorama cittadino, la apprezzo molto. Roma la considero non tanto in quanto città, bensì per le sue rovine architettoniche, per il passato che l’ha “scalfita”. Mi piace guardare all’eternità della città, ai siti archeologici che sopravvivranno al cemento armato quotidiano. Mi piacciono molto anche le sfaccettature greche che mi ricordano la sua filosofia classicheggiante. C’è da aggiungere che il mio impegno intellettuale mi impone a considerarla più morta come città; lo stesso dannunziano pensiero mi suggerisce di vederla quindi ancora una volta meno dal punto di vista urbano.

 

Written by Carina Spurio

 

3 pensieri su “Intervista di Carina Spurio a Giancarlo Petrella ed al suo “La Morte del Tempo”

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