“Gli occhi degli orologi” di Giorgia Spurio: è ancora possibile sottrarci a chi controlla le nostre vite?

Solo ora, come in un lampo che nel buio illumina un secondo il paesaggio prima invisibile dell’occhio cieco, solo ora capisco il gioco degli orologi.”

Gli occhi degli orologi
Gli occhi degli orologi

Recensire i libri di Giorgia Spurio è sempre un piacere. So di essere scontata con quest’esordio, ma oggi mi piace vincere facile: e questo con Giorgia è possibile per l’alta qualità della sua scrittura.

Lo ammetto, ad ispirarmi c’è anche un sincero sentimento di sano campanilismo; ma la bravura di Giorgia farà passare in secondo piano il campanilismo e farà emergere solo il valore di questa giovane autrice ascolana.

Ascoli Piceno, famosa per la sua Piazza del Popolo e per le sue olive ascolane, è la mia città. Ed è bellissima, come tutto il Piceno. Ho già dedicato al mio territorio, che amo profondamente, un contributo per Oubliette. Se volete potete recuperarlo QUI:

Sapere che Giorgia è una mia concittadina mi rende ancora più orgogliosa.

In breve vi dico che, pur giovanissima, la Spurio ha già alle spalle un elenco ricco di pubblicazioni e riconoscimenti per la sua attività.

Vi rinvio alla quarta di copertina del libro per conoscere meglio il suo curriculum.

Esso si intitola Gli occhi degli orologi ed è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Il Camaleonte di Torino. La pubblicazione era il riconoscimento previsto per il Premio InediTO-Colline di Torino, edizione del 2017.

In questi giorni, poi, apprendo con piacere che questo romanzo risulta finalista nel Concorso letterario “Carver”, il cui vincitore sarà decretato il 9 novembre nella storica libreria di Lucca “Lucca libri”. Ancora complimenti e in bocca al lupo a Giorgia!

Ma torniamo al testo. Chiedo in anticipo venia se non riuscirò a trattenermi dal fare un po’ di spoiler, ma è più forte di me. Su questo tema, in realtà, ho un mio particolare punto di vista, ma ci tornerò eventualmente in altra sede

La storia è ambientata nell’anno 2048. Anche senza averla ancora letta e basandosi su questa informazione presente sul retro del volume, è impossibile non andare immediatamente con il pensiero a 1984 di George Orwell.

Leggendo, poi, si trova conferma che il romanzo delle Spurio, analogamente a quello di Orwell, appartiene al genere distopico. Distopico è antitetico di utopico: quest’ultimo è composto da ou, non e topos luogo, e significa “ciò che non ha luogo”; e ciò che non ha luogo, nella mentalità greca, non esiste.

In ambito letterario utopico concerne un racconto inventato in cui l’umanità è immaginata come felice; distopico, invece, è composto da dis, preposizione greca non agevole da tradurre se presa da sola, indicante una situazione di difficoltà, separazione, distacco rinvio, e topos: in letteratura difficile può essere il luogo rappresentato come l’ambientazione di una vicenda fittizia e avente per oggetto un’umanità controllata da governi oppressivi e manipolatori.

E nella fattispecie quella di Giorgia Spurio è proprio una narrazione proiettata al futuro. Siamo nel 2048, si diceva, e l’umanità è reduce della Grande Guerra, anche questa denominazione quanto mai simbolica dal momento che, da un lato, evoca un riferimento cronologico ben preciso, la Prima guerra mondiale, dall’altro però, lo trascende in quanto la nuova Grande Guerra è un evento bellico il cui nemico è incarnato da tutti quelli che potremmo “etichettare” come “diversi”.

La diversità potremmo definirla come quell’immenso orizzonte di libertà che aveva scandito il tempo precedente al grande conflitto. Il contrasto fra il Dopo e il Prima della Guerra è il filo conduttore del racconto, portato avanti in prima persona dalla protagonista, Julienne, mediante il ricorso ad un continuo andirivieni tra passato e presente.

Julienne è una giovane donna vicino ai trent’anni e vive in una città francese di cui non è dato sapere il nome, coerentemente, del resto, con il concetto di distopia intesa come “luogo separato”, al di là, quindi, di un’ambientazione specifica.

Il tempo precedente alla Guerra è il passato felice, l’epoca mitica della sua infanzia, ed è visto come una sorta di età dell’innocenza che aveva preservato gli affetti più cari, primo fra tutti  il forte legame della ragazza con il padre; il passato, però, è anche quello tragico del post guerra, quando si devono fare i conti con i danni che questa ha provocato non solo in termini pratici, ma anche affettivi; e la guerra, nella sua crudeltà, segna un punto di non ritorno in quanto ad essa non sopravvive il  rapporto affettivo tra la protagonista e suo padre il quale, tornato a casa, è diventato un’altra persona, così violenta da spingere la  giovane ad andarsene di casa e a ricominciare la sua vita altrove.

Ma non esiste mai, hegelianamente, il colpo di spugna con cui cancellare definitivamente la memoria. L’ intreccio, costantemente avviluppato fra piani temporali diversi, si realizza all’interno di ognuno dei cinquantasei capitoli, tutti piuttosto brevi, di cui consta il volume.

Giorgia Spurio
Giorgia Spurio

Il carattere indelebile della Storia, inoltre, dà vita ad un connubio tra vicende personale e vicende generale. Forse, solo riscrivendola, è possibile essere felici. E tuttavia riscriverla in modo diverso, è un’operazione di conformismo verso quei Governi che ci controllano, imponendoci un pensiero, piuttosto che lasciare liberi, noi cittadini, di maturarne uno nostro, personale, critico e ben ragionato. A volte anche Julienne sembra cedere a tale tentazione, così come si illude di potersi ricostruire una vita privandosi degli affetti.

Infatti, apparentemente nella nuova città e nella nuova casa dove vive sola sembra una giovane donna indipendente ed emancipata, cui basta il proprio lavoro per sentirsi realizzata, insensibile alla corte ricevuta da Gabriel che le regala continuamente dei fiori. Questi ultimi costituiscono una testimonianza dello spirito dei tempi in quanto sonoFiori costruiti. Perché gli uomini sono operai nella Fabbrica dei Fiori. Costruiscono pezzi, ricompongono pezzi. Avvitano le foglie al gambo e inseriscono lo stelo. I petali vengono cuciti con precisione”. Inoltre non hanno bisogno d’acqua questi fiori. Escono da una fabbrica. Sono belli. Sono resistenti. Profumano. Ma non appassiscono mai […]. Una persona che non ha mai visto i veri fiori della natura potrebbe cadere nell’inganno. Io invece ne soffro e mi arrendo!”.

In realtà Julienne sente dentro di sé il desiderio, sempre più crescente, di diventare madre a tal punto da programmare una gravidanza all’interno della clinica Le Monde che, oltre a svolgere prestazioni come fecondazione assistita e artificiale, costituisce una sorta  di punto d’incontro tra aspiranti mamme single e desiderosi papà biologici, di fatto una casa di appuntamenti nonostante il sofisticato meccanismo mediante il quale essa cerchi di mettere in contatto i profili maschili e femminili più affini.

Non riuscirà, tuttavia, a concepire suo figlio conl’uomo che i database hanno suggerito”, in una fredda camera da letto di una fredda clinica, dopo aver bevuto con lui un drink tanto per rompere il ghiaccio, sotto gli occhi di un freddo “orologio […] bianco”.

Il concepimento sarà il frutto di un’avventura con il misterioso Frédéric, che le sembra, empaticamente, l’uomo dei sogni, l’amore a prima vista, il giusto padre di suo figlio.

Catturato dalla focalizzazione interna assunta dalla voce narrante, il lettore viene trasportato all’interno di una notte di passione, in apparenza preludio della grande storia d’amore e di riscatto che Julienne pure merita.

Ma gli occhi degli orologi scandiscono inizio e fine di questo sensazionale incontro e, quando Julienne si sveglia la mattina dopo, si ritrova da sola: il suo principe azzurro è scomparso, ma lei scoprirà di essere incinta di lui.

Sospesa tra il dubbio di dove possa essere andato e l’emozione per la nuova vita che cresce dentro di lei, riesce a ricucire, seppur lentamente e a fatica, il rapporto con la famiglia e soprattutto con il padre che, in fin di vita, è tornato lucido con la mente e, pentito per il male arrecato ai suoi cari, le chiede scusa:Ho atteso […] così tanto per poterti chiedere perdono, e altro ancora per poter convivere con i ricordi più bui […]. Dovevamo combattere contro il terrorismo, capisci? Invece noi stessi siamo diventati soldati di quel terrore […]. Mi hanno costretto a uccidere […]. Mi hanno fatto credere il falso per il vero”.

La invita, inoltre, a non cercare il passato:Ogni cosa del passato va lasciata al passato […]. Non cercare il passato, lo hanno già prelevato, già chiuso in qualche archivio, distrutto o modificato”. L’autrice è brava ad accostare vita e morte, cosicché il passato può essere, a mio avviso, in qualche modo recuperato nella sua verità e consegnato al futuro.

Perché cercare ciò che è già accaduto in vista del presente e del futuro significa per la protagonista cercare il padre di sua figlia, per capire perché sia scomparso nel nulla. E per farlo si fa aiutare da un investigatore privato, Clark, il terzo uomo incontrato nel suo percorso e che, forse, le rimarrà accanto.

Sorprendentemente il finale la porterà ad incontrare un’altra donna, che le si dimostrerà alleata, desiderosa di conoscerla e di dar vita con lei ad una sorta di “famiglia allargata”.

Al lettore restano delle legittime domande: ma allora Frédéric, quando era andato a letto con Julienne lo aveva fatto per regalarle le possibilità di avere un figlio? Ma era davvero innamorato di lei?  Infine, può esistere un “tradimento” a fin di bene?

Sono domande destinate a non trovare risposta nello spazio circoscritto del testo, ma a cui il lettore può rispondere come vuole, così come il romanzo, con la sua chiusa, vuole essere una forte presa di posizione nei confronti della società dogmatica e perbenista che, in virtù delle sue regole, disconosce i veri affetti e i veri sentimenti, gli unici in grado ancora di salvarci, per quanto possibile, dagli occhi inflessibili degli orologi intenti ormai a fissarci e a controllarci ovunque, con la scusa di doverci proteggere dal nemico.

Con gli orologi bisogna tuttavia, convivere, scendendo a compromessi:Dovrò proteggere la mia bambina dalla menzogna, senza però poter parlare della verità”, afferma Julienne sul finire del romanzo. Ciononostante le è dato, per un attimo, sottrarsi alla legge del tempo e abbandonarsi ad un momento di lirismo e di ritrovata, per quanto precaria, armonia con il Tutto: “Stringo a me la bimba e odoro il suo profumo. Guardo le spighe gialle muoversi leggere. Il grano è alto. È ormai tempo della mietitura”.

Buona lettura e ad maiora a voi ed a Giorgia!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Giorgia Spurio, Gli occhi degli orologi, Il Camaleonte edizioni, Torino 2018, 248 pp, 15 euro

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: