Le métier de la critique: la politica italiana e il lascito dei Greci

Le métier de la critique: la politica italiana e il lascito dei Greci

Ott 29, 2018

 “L’uomo per natura è un animale politico” Aristotele, Politica

 

Il discorso di Socrate – Louis J. Lebrun

Nel consumismo della Politica che ci circonda, abbiamo dimenticato il significato delle parole concernenti la politica stessa, forse perché la classe politica attuale ama più confrontarsi con i fatti che con le parole, forse perché anche la nostra società ha dimenticato le proprie radici.

No, non voglio soltanto ripetere la solita frase retorica che non possiamo non dirci Greci e Latini: molte cose sono cambiate dall’antichità ad oggi e spesso anche le parole, pur rimanendo immutate da allora ai nostri giorni, hanno cambiato la loro valenza.

Eppure è evidente che la cultura classica, anche nella differenza, è parte di noi, rimanda a noi, ci riguarda. E del resto anche la parola “differenza” (dal greco diaphora formato dalla preposizione dia = ‘attraverso’ e dalla radice del verbo phero = ‘io porto’, ‘io muovo’ alla lettera ‘movimento attraverso’, ‘trasferimento’, ‘rinvio’) ce lo indica: due cose sono diverse perché tra di loro intercorre qualcosa che le divide, ma ciascuna rinvia all’altra rispetto a cui, infatti, si può attestare che è differente.

Quante volte usiamo, dicevo in incipit, la parola politica? Praticamente sempre.

Per noi “politica” è un sostantivo femminile, ma nella lingua greca questo termine si dice con l’espressione he politike techne, ‘l’arte politica’: in questa perifrasi politike, ‘politica’ è l’aggettivo femminile e techne, ‘tecnica’, ‘arte’ il sostantivo (anch’esso femminile). Dato che nella formula greca spesso techne era sottintesa, e politike divenne di fatto un aggettivo sostantivato che, con il passare del tempo, raggiunse quella forma di autonomia che l’ha traghettato fino al nostro sostantivo “(la) politica”.

Oggi quindi noi impieghiamo tale termine dimenticando o ignorando tutto questo iter; ancor più dimentichiamo o ignoriamo che la politica è l’arte che concerne la polis, sostantivo insito anche nel greco politike.

Cos’è la polis? La polis è quella forma di vita associata, tipicamente greca, che assolve a quelle funzioni che noi oggi attribuiamo allo Stato. Traducendolo in italiano, infatti, i manuali scolastici di Storia ricorrono all’espressione “città-stato”, ad indicare la sostanziale sovrapposizione del concetto (per noi oggi “locale”) di “città” e quello (generale) di “stato” peculiare del mondo greco.

Costitutiva della Grecità fu inoltre, come è noto, la divisione politica in diverse città ciascuna con la sua autonomia, indipendenza e sovranità, tanto che ciascuna funzionava, si diceva, come uno stato a sé.

Questa frammentazione politica costituì al contempo un motivo di forza e uno di debolezza dell’Ellade. Di forza perché ogni città rafforzò il proprio orgoglio, le proprie istituzioni, i propri riti, la propria vita culturale. Di debolezza sia perché le città, spesso in conflitto tra loro, si danneggiarono l’un l’altra, sia perché, alla lunga, quando nel IV sec. a.C. naufragò il tentativo, prima di Atene, poi di Sparta, infine di Tebe di imporre la propria egemonia, le città greche – indebolite dalle continue rivalità interne – si apprestarono tutte ad arrendersi alla nuova forza macedone in ascesa che le avrebbe distrutte, conquistate, riassorbite sotto il Regno di Macedonia. Iniziò poi una nuova fase, quella ellenistica, in cui si tentò la fusione di Oriente e Occidente; una fase che pure ebbe la sua importanza, ma la polis, le poleis, intese come istituzioni indipendenti, autonome e sovrane, non esistevano più.

La morte di Socrate – Camuccini Vincenzo

La politica era l’arte, quindi, di occuparsi della polis, intesa non solo come realtà fisica, ma anche come istituzione, nonché come realtà culturale e religiosa. Nell’antica Grecia l’uomo si identificava con il cittadino (polites) e doveva, proprio in quanto tale, contribuire agli impegni politici e militari della polis; è vero che, anche quando il diritto di cittadinanza si estese e anche quando aumentarono i diritti dei cittadini, ci furono delle categorie sociali che rimasero sempre escluse dalla vita politica come donne, schiavi, stranieri; tuttavia chi era cittadino era chiamato a partecipare in prima persona agli eventi pubblici, almeno sul piano del diritto; la città che rese cittadini anche coloro che non erano di origine aristocratica fu Atene che, gradualmente, “inventò” la democrazia ovvero quel sistema politico nel quale “governa”(crazia rimanda al sostantivo kratos, ‘forza’, ‘potere’ e al verbo kratein, ‘dominare, ‘esercitare il potere’, ‘governare’) il demos, (per noi oggi ‘il popolo’), ovvero quella categoria sociale che, non essendo nobile, si trova a dover esercitare un lavoro manuale per sopravvivere. Essa comprende, pertanto, contadini, pescatori, commercianti.

A partire da Clistene, passando per Pericle, fino ad arrivare a Cleone, il demos acquisì sempre più diritti come ad esempio quello di ricoprire le cariche pubbliche più alte e quello di ricevere un compenso per ogni giornata passata nelle riunioni pubbliche. Il popolo o la totalità dei cittadini in assemblea dava vita all’ecclesia (in greco ekklesia vuol dire proprio assemblea) che aveva il diritto di votare i magistrati e di approvare o respingere le leggi. Si trattava in tutto e per tutto, cioè, di una democrazia diretta, fatta dai cittadini stessi senza intermediari o, diremmo noi, rappresentanti.

Nel mondo contemporaneo si invoca spesso, soprattutto nell’epoca di populismo che stiamo vivendo anche in Italia, la democrazia diretta quale forma politica migliore. In questo, tuttavia, bisogna essere onesti e in grado di distinguere il contesto greco in cui, data la quantità ancora limitata della popolazione era possibile l’esercizio della democrazia diretta, e il nostro attuale contesto in cui i cittadini di ogni stato, molto più numerosi, non possono certamente rappresentare se stessi e devono, perciò, delegare ad altri tale rappresentanza. Altri aspetti, poi, ci separano dall’Atene di età classica.

Tuttavia, al di là delle tante differenze esistenti tra noi e i Greci, vorrei evidenziare alcuni elementi di continuità che permangono nella gestione delle nostre città.

Anche senza fare vita politica attiva ciascun cittadino è membro di una comunità. Partendo dalla propria realtà locale, ciascuno può infatti scegliere di volta in volta se contribuire a rendere la polis migliore e, per conseguenza, felice l’intera collettività.

In questo ci prende per mano il maestro dei maestri, ovvero il filosofo Aristotele (IV sec. a.C:) che, nel suo trattato intitolato la Politica, afferma che l’uomo si realizza soltanto nella polis e che scopo di quest’ultima è fare in modo che l’uomo sia felice, ovvero porti a compimento la propria essenza.

Ma la polis è l’insieme dei cittadini: pertanto, sia che viviamo nella più grande delle metropoli, sia che viviamo in una città di provincia, o nel più piccolo e sconosciuto dei borghi, abbiamo il diritto e il dovere, ciascuno, di contribuire alla felicità nostra e dei nostri concittadini.

Come?

Mettendo in atto una serie di iniziative tese, ad esempio, al rispetto delle leggi. Nel mondo antico Socrate è stato l’emblema del filosofo che muore per rispettare le Leggi, quand’anche esse fossero il frutto di un errore umano: ciò è stato immortalato da Platone, allievo di Socrate, nei suoi dialoghi Apologia di Socrate e Critone.

La morte di Socrate – Jacques-Louis David

Tornando ai cittadini, essi potrebbero farsi promotori di iniziative tese a migliorare la vita della comunità. A livello locale ciò dovrebbe essere più facile, per via del contatto diretto tra utente e servizi pubblici: eppure, quante volte ci si sente rispondere un “no” dall’altra parte di un bancone, con le scuse o dei tagli economici o delle difficoltà burocratiche!

In queste circostanze viene voglia di gettare la spugna, se non fosse per il diritto di ogni cittadino, proprio in quanto tale, di esercitare il proprio diritto alla cittadinanza, ovvero alla partecipazione alla vita della propria città.

Quest’ultima non è ancora lo Stato tout-court, come nel mondo greco, ma è l’ambito del politico più vicino a ciascuno di noi: gli enti locali sono quella fitta rete burocratica (e qui l’aggettivo ha accezione positiva!) attraverso cui lo Stato svolge le sue funzioni dai ministeri centrali alle realtà locali.

Per questo il loro valore è fondamentale: non ce ne accorgiamo quando tutto funziona relativamente bene, ma che senso di disorientamento proviamo se una mattina a scuola non funzionano i riscaldamenti, oppure se la biblioteca comunale dove ci rifugiamo non appena possiamo è chiusa perché è saltata la corrente, o infine se vengono meno quelle strutture ricettive e ricreative che sono rappresentate, ad esempio, dalle università della terza età o dalle associazioni di volontariato che collaborano con il pubblico!

Certo nella Grecità classica non tutti vedevano di buon occhio la democrazia: Socrate e Platone temevano che “il potere dei più” potesse condurre al “potere degli incompetenti”. Per queste sue idee filosofiche Socrate fu condannato a morte nel 399 a.C da un governo “democratico” restauratosi ad Atene dopo una serie di peripezie successive alla Guerra del Peloponneso.

Compito del suo allievo Platone fu chiedersi, innanzitutto, come fosse stato possibile che una polis condannasse a morte il più giusto degli Ateniesi: da questa domanda, infatti, nacque la sua filosofia e alcuni dei suoi trattati politici più famosi, come la Repubblica e le Leggi.

Certo il problema sollevato dai “critici” della democrazia è senz’altro lecito e sensato. Tuttavia vorrei aprire un dibattito: meglio, allora, per il cittadino mantenersi indifferente rispetto alle sorti della sua comunità o “rischiare” comunque di sbagliare e dire la propria?

Forse è possibile colmare questa distanza: come?

Mediante la preparazione: se i cittadini, mediante un’adeguata formazione (paideia) sapranno essere capaci di intervenire nella realtà che li circonda, essi allora potranno pleno iure sedere negli scranni dove i loro rappresentanti decidono.

E del resto la politica, intesa grecamente come arte, è qualcosa che richiede una certa competenza.

Ma da dove i cittadini ricevono la paideia?

I Greci non avrebbero dubitato a rispondere dallo Stato. Nella nostra società si riconosce anche agli enti privati il compito di istruire; tuttavia la funzione educativa in quanto tale, sia che svolta dal privato sia che svolta dal pubblico, è sempre pubblica perché riguarda la comunità nella sua interezza.

Buona politica a tutti e ad maiora, semper!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

 

2 comments

  1. Rosario /

    Ciao, complimenti per il bel articolo.
    Di questo tuo artico, mi ha colpito moto che hai paragonato la politica all’arte sostenendo che per fare politica si deve essere capaci allo stresso modo di chi fa arte. Concordo con questo tuo pensiero e infatti se prendi un foglio bianco e una matita e la dai a una qualsiasi persona e quella persona non se ne intende di arte, con tutta la buona volontà di questo mondo non sarà mai capace di realizzare un opera d’arte, finendo a realizzare uno scarabocchio che qualcuno meno foggiato di lui chiamerà arte e sarà ritenuta arte per un certo periodo limitato nel tempo.
    Stessa cosa vale per la politica che per sua natura nasce dal popolo e si sviluppa per il popolo. Non po’ esistere la politica se al centro del pensiero di chi la attua non mette la centro il popolo d a dove tutto ha origine.
    Mi ha colpito anche molto che parli delle nostre origini greche latine. Il concetto di guardare alle nostre radici è molto valido nel mondo della politica ma anche nella cultura, nell’arte, nella scienza ecc. un concetto che rende bene l’idea è quelle delle province che nascono in quel periodo storico che ti riferisci e ora si sono trasformate in città metropolitane

  2. Roberto /

    mi è piaciuto molto questo articolo
    complimenti Filomena

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