“Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia” di Giovanni Floris: Il futuro passa attraverso la scuola

“Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia” di Giovanni Floris: Il futuro passa attraverso la scuola

Ago 13, 2018

Saggio programmatico per il futuro, memoriale di eventi personali, riflessione sul presente: sono queste le tre anime del nuovo libro di Giovanni Floris Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, Solferino 2018.

Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia

Il titolo, e ancora di più il sottotitolo del volume, sono indicativi della tensione dialettica che anima il testo: da un lato l’ultimo banco, ovvero il simbolo della “postazione” da cui sembra provenire ultimamente la classe politica italiana, dall’altro invece la speranza riposta nelle componenti vive della scuola (insegnanti e studenti), quali ultima spes per la salvezza dell’Italia.

L’ultimo banco è la situazione di partenza esaminata nell’introduzione del libro, in cui l’autore analizza il rapporto esistente, a suo avviso, tra decadimento della politica italiana e perdita di   centralità della scuola.

Negli ultimi anni, scrive Floris, i politici spesso, presentando la loro come un’attività tesa a risolvere «i problemi della gente normale» lasciano intendere che non serve studiare per essere politici; il risultato è che, alla lunga, sono quelli dell’ultimo banco ad andare alla guida del Paese.

Invece, sempre per il giornalista, «studiando è più facile comprendere l’esistente. Chi prima di stare “in mezzo alla gente” si è fatto un giro in mezzo alle pagine dei libri, di testo e non, lo sa. Chi pensa che il “mondo reale” non sia uno stratagemma retorico, ma un contesto complesso da interpretare lo sa. E chi ci governa, dovrebbe saperlo. Ma a guidare il Paese rischiamo di mandarci gli altri, quelli dell’ultimo banco. Per tutti questi motivi la svalutazione della scuola e il tracollo della politica, secondo me, vanno di pari passo». E allora, continua il giornalista, «è stato così che sono tornato a scuola».

Approfittando della presentazione di un precedente libro che lo ha reso ospite di diversi istituti scolastici della penisola, ha potuto osservare direttamente le scuole, raccogliere storie e testimonianze. Unendo allo studio diretto, sul campo la propria esperienza personale (come figlio di insegnante, come studente, e come padre di bambini che vanno a scuola), l’autore ci propone un viaggio nella scuola ricostruito attraverso i suoi attori principali: i professori (primo capitolo), gli studenti (secondo capitolo), i genitori (terzo capitolo), per poi riprendere il discorso dell’ultimo banco e tirare le conclusioni della sua testimonianza (quarto capitolo).

La trattazione è organizzata, da un punto di vista strutturale, in modo sapiente perché si dipana nell’ambito di in un andirivieni di ricordi personali della propria esperienza con la scuola, mescolati alle storie reali incontrate, oggi, nella scuola dei nostri tempi, quella ultimamente balzata sulle cronache nazionali per una serie di episodi davvero poco edificanti.

Ed è proprio dal contrasto fra il passato, quando la scuola era un’istituzione rispettata, e il presente nel quale la scuola sembra aver perso ogni credibilità che il volume trae la sua linfa vitale. La figura emblematica, rappresentativa per antonomasia della perdita dell’autorevolezza della scuola è quella degli insegnanti. Se un tempo all’insegnante veniva riconosciuto un ruolo sociale importante, in quanto era la società stessa a conferire valore a chi aveva il compito di trasmettere il sapere, negli ultimi anni si è verificata un’inversione di tendenza per cui conta di più, anche fin da giovani, essere ricchi piuttosto che colti.

Tale rovesciamento paradigmatico, mescolato a vari luoghi comuni, come ad esempio quello per cui gli insegnanti lavorerebbero poco, oppure quello secondo cui insegnare sarebbe un impiego tipicamente da donna, non ha fatto altro che togliere sempre più autorevolezza alla categoria dei docenti che infatti, osserva l’autore, in Italia sono tra i più malpagati d’ Europa.

E poiché, continua Floris, nelle aziende private «gli scatti di carriera e di stipendio sono un metro di valutazione della qualità del proprio lavoro e dell’opinione che l’azienda stessa ha di te», conseguentemente il docente «dovrebbe pensare che la sua “azienda” ritiene che i risultati non siano stati eccelsi».

E d’altro canto proprio l’equazione insegnante-occupazione femminile, oltre a offendere in primis le donne presupponendo che queste ultime, dovendo sacrificare più tempo alla famiglia, lavorino meno, con risultati più scarsi, offende l’intero corpo insegnanti sempre per il nesso poca retribuzione-poco lavoro. Controbattendo mediante l’esempio della propria madre, quale prova vivente di insegnante che passava i pomeriggi a preparare le lezioni, a correggere i compiti e, spesso, proprio a scuola alle riunioni pomeridiane, chi scrive dimostra l’infondatezza di chi sostiene che l’insegnante lavori poco. Si tratta di una dimostrazione valida ugualmente al giorno d’oggi anche perché in questo come in altri lavori è dirimente anche il come ci si rapporti alla professione.

Docenti e, in generale, dipendenti con poca voglia di faticare ci sono sempre stati e, del resto, Floris non fa sconti: non tutti gli insegnanti sono validi, sanno spiegare e tenere la classe; il tono perentorio, stemperato qua e là dalla piacevolezza del narrare i vari episodi, induce proprio i professori, ciascun professore, a riflettere e a fare autocritica, su uno dei lavori più importanti per la società, così importante che ha come obiettivo quello di «cambiare il futuro». Ci sarebbero tantissime altri aspetti da evidenziare, tuttavia non vorrei privare il lettore (docente o no) del piacere di una lettura così avvincente come quella del popolare conduttore televisivo.

È comunque evidente che la perdita di autorevolezza del corpo insegnante costituisce l’elemento fondamentale della crisi scolastica in senso lato; questa crisi è dovuta al fatto che nel corso degli anni sono altri due gli attori che hanno preso sempre più potere all’interno dell’istituzione scuola: sono gli alunni e i genitori messi a tema rispettivamente nei due capitoli successivi a quello dedicato ai docenti.

Giovanni Floris

Senza voler svelare troppo di questi due capitoli, si può riassumere che la trattazione della categoria alunni, anch’essa condotta mediante interviste e intervallata dal racconto della propria esperienza di  studente, offre al giornalista lo spunto per affermare che l’errore sta nel fatto che spesso i ragazzi si sentono dei fenomeni, mentre invece nella vita concreta serve la normalità;  ed è in  questa narrazione che, forse, Floris dà il meglio di sé anche perché, attingendo alla propria formazione (ha frequentato il Liceo classico) oppone il ‘fenomeno’ (dal verbo greco phainomai , ‘mostro’, ‘appaio’, ‘mi rendo evidente’), colui che brilla  (in quanto diverso) alla mediocritas anche qui intesa alla latina nel senso  di ciò che, stando nel mezzo tra un eccesso e un difetto, è espressione di una virtù, considerata come normalità. Se il fenomeno è l’eccezione, è l’insieme di tanti soggetti “normali” che, integrandosi nel concreto di una classe, la rendono vincente: e qui gli esempi tratti da altri ambiti, in primis dal mondo del calcio, si sprecano: in una squadra non basta il fenomeno, bisogna saper volgere al bene collettivo il talento dei singoli calciatori, perché il calcio «è un gioco di squadra». Alla base di tutto vi è la ferma convinzione che la scuola debba preparare alla vita attraverso le materie di studio le quali non sono altro che un modo di risolvere i problemi: più si sa, più problemi si affronteranno. Per questo i professionisti più seri e più affermati non smettono mai di studiare.

E infine, il motivo per cui spesso i ragazzi si sentono dei fenomeni, risiede nei genitori che stanno sempre dalla parte dei figli e se la prendono con i docenti perché non ne esalterebbero il talento. In realtà, scrive Floris, ogni ragazzo ha del talento; il problema è che spesso esso non coincide con l’idea di talento che i genitori vorrebbero veder splendere nei propri figli. Dover riconoscere che questi ultimi non sono come essi li vorrebbero crea ansia e frustrazione da sfogare contro i professori. Anche in questo caso l’esposizione viene alternata, sempre con lo scopo di fornire degli assist all’argomentazione che l’autore intende portare avanti, a racconti autobiografici risalenti al periodo della propria scelta universitaria e poi lavorativa. Pur nella problematicità delle decisioni da intraprendere, Floris dice, alla fine, di aver scelto davvero ciò che desiderava, ovvero di diventare giornalista e di essere sempre stato supportato dalla propria famiglia, nonostante sulle prime ciò significasse affrontare tanti sacrifici rispetto ai suoi colleghi di università che, invece, subito dopo la laurea avevano intrapreso carriere più sicure e meglio retribuite. Per onestà intellettuale, tuttavia, egli ricorda «che adesso il precariato è spesso un destino, ma allora una scelta […] Non fu una scelta facile, ma una delle migliori, un investimento di tempo su un percorso laterale che rese davvero fruttuosi gli anni di studio».

Ancora una volta, quindi, torna centrale lo studio quale elemento fondamentale per costruire il proprio futuro. E tutti, infatti, abbiamo imparato ad apprezzare dagli studi televisivi e, forse ancor di più, dai suoi libri, la professionalità di Giovanni Floris. Devo dire che, almeno per me, leggere questo saggio-racconto è stata una rivelazione: condivido tutto quello che egli scrive perché non si dimentica mai, ma proprio mai, di porre in primo piano la scuola e non rinnega mai la sua preparazione classica, anzi la esalta.

Forte della sua brillante argomentazione, egli prosegue la sua scrittura riprendendo, nel capitolo finale (titolo Tali e quali) il tema dell’incipit del rapporto tra educazione e politica. Se la società (docenti, studenti, genitori) è in crisi e se la società è fatta da cittadini, occorre che questi ultimi siano “raddrizzati” affinché possa essere “raddrizzata” la società stessa: come? Mediante la scuola. D’altra parte educare, aggiungo io, vuol dire ‘condurre da’, ovvero portare da uno stato ad un altro, quest’ultimo sottinteso come migliore. Solo educando i futuri cittadini, ovvero il futuro Stato (perché come ancora una volta il greco ci mostra polis è lo stato e polites il cittadino) si guida la società verso il meglio.

Ringraziando commossa Floris per aver permesso, in primis a me che sono un’insegnante, di mettermi in discussione e di chiedermi se davvero sono capace di svolgere questo lavoro così difficile, vorrei concludere ricordando che la parola scuola, oggi per noi tanto invisa perché sinonimo di obbligo, dovere, sacrificio, regole, deriva dal greco schole, traducibile in latino con otium, non il medioevale padre dei vizi, ma quella condizione momentanea di libertà dagli impegni politici e militari cui il cittadino greco e romano dovevano costantemente tener fede proprio in quanto partecipi dello Stato. Durante questo tempo libero tutti i cittadini erano ben felici di dedicarsi allo studium, ovvero a quell’orizzonte di interessi che comprende la musica, la filosofia, la letteratura e la scrittura. Tutto ciò non era considerato un dovere, ma un gioco di alto livello intellettuale. Se anche per noi moderni la scuola tornasse ad essere sinonimo di libertà e di possibilità, e dunque di leggerezza, essa non sarebbe più vissuta come un peso, ma come un dono. La lettura di questa inchiesta-racconto offre molti spunti e aneliti che mi piace leggere, anche per “de-formazione classica” come un vivido auspicio affinché la scuola torni ad essere, in qualche modo, la schole dei Greci. Ad maiora.

 

Written by Filomena Gagliardi

 

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