“Ghiaccio Nero” di Giulio Marchetti: l’io poetante è posseduto dalle immagini di volti sconosciuti

“Ghiaccio Nero” di Giulio Marchetti: l’io poetante è posseduto dalle immagini di volti sconosciuti

Giu 1, 2016

Dietro la finestra che s’affaccia sul mondo, siede un poeta che dipinge in sillabe il quadro delle sue percezioni. Come un colore ad olio si versa su ‘un cerchio di petali esplosi’ e su ‘sogni legati alla falce di luna per vederli oscillare’. Poi, aspetta. Aspetta una pioggia di stelle. Cerca. Cerca il punto preciso in cui il respiro si fa vento. Chiede. Chiede un’alternativa al futuro.

Ghiaccio Nero

Tra il silenzio, l’oscurità e la pienezza di un’alba, Giulio Marchetti ti fa volare tra le tenebre, su una stella rubata ed un orizzonte vuoto, fino al bilico di ‘Orlo’, in cui ode ‘echi di spasmi che fingono la poesia del dolore’. Giulio Marchetti, come Fernando Pessoa, arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.

E la vera finzione la rappresenta chi riesce a comporre liriche affidandosi all’introspezione, saldando reale ed immaginario, perché, come ci ricorda Pessoa: ‘Niente si sa, tutto si immagina.’

Il canto prosegue, si fa più insistente nelle liriche successive, quasi affranto in ‘Scintilla’: in questa lirica l’intenso poeta chiede luce a questo niente e poi, torna a subire in silenzio. Il tempo per pensare in silenzio è poco, forse non esiste. Esiste, semmai, il rumore assordante del niente.

Nel rumore del niente Giulio Marchetti coinvolge il lettore nel delirio di ‘farfalle che cercano un soffio di felicità in un vento di spade’, da ‘Se solo fossi mio’. Intensa è la chiusa di questa poesia che descrive l’abbandono del poeta; quando intuisce che neanche una cellula di cui è composto gli appartiene. Senza indugio, azzarda una via d’uscita con un metro breve e folgorante ipotizzando un decollo se solo si appartenesse: ‘Se solo fossi mio, volerei.Sui sentieri del pensiero s’intravede l’unica via di fuga possibile in quel volo che conduce verso l’avventura di una figurazione incredibile.

Il pensiero del poeta torna repentinamente sulla terra nella pagina successiva e annega in ‘Quella scia d’immenso’. Così, Giulio Marchetti si ritrova a percorrere ‘l’usurata via sotto casa’. Il suo passo esita, calpesta lentamente la sua ombra. Ribadisce, come nella poesia precedente, che la gioia esiste anche se rovesciata e si appresta a confutare l’esistenza di quella scia d’immenso. No. ‘Non è vera quella scia d’immenso che piega l’orizzonte’, ma è la coda del destino beffardo.

Dopo questo cammino arduo tra cielo e terra, invece di placarsi, il poeta finisce preda di una presenza sconosciuta e si sente posseduto fino in fondo al suo essere. Cede. La lascia entrare. Si spoglia. ‘Vuole dare una nuova carne al suo scheletro e denudare in il giorno in fretta, per vedere dove nasconde la tenebra’, da ‘Demoni’. È una lotta. L’io poetante è posseduto dalle immagini di volti sconosciuti, il suo ‘cuore è un giardino da bruciare’, respira, ma non trova l’aria e per un attimo prova a trapassare per stare lontano da se stesso. Tra il delirio, le fiamme, le creature mostruose, il cesellatore passionale stringe un sogno di carta e continua ad inseguire teoreticamente il rapporto tra certezze e dubbi. Da quel sogno e dopo la seconda sezione dal titolo: ‘Cercandoti’ ritrova i sensi in ‘Lama’.

Il poeta cerca un senso alla sua creazione adesso, appare molto più sicuro del suo versare: ‘per scrivere poesia d’amore è necessario’ prelevare inchiostro rosso dalle vene, ci comunica. Concorda e risorge in questa convinzione il filosofo nichilista Friedrich Nietzsche:Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col sangue.’ Tra il tripudio di farfalle, presenze sconosciute, demoni e sangue, una voce sottile in ‘Delirio’ bisbiglia: ‘l’amore è un inferno potenziale.’ L’amore. Se ne parla in maniera diretta, dentro un silenzio che tende il filo dell’attesa, dove il poeta inciampa.

Si ritrova nel ‘Buio’ a contare le ore della sera, come fossero i grani di un vecchio rosario e finge ancora. Finge di volare fino all’alba di un sogno inutile per difendere la speranza, bianca come un’altra neve, buona per placare la paura del buio. Al centro di pagina 26 s’impone la ‘Dissolvenza’ con la sua ombra inquieta: ha la forma ‘di una piramide immaginaria segata al vertice’ e sembra segnare la fine di una scena.

Giulio Marchetti prosegue il cammino dentro il suo mondo di parole indagando tra le tracce dei suoi passi, vuole scoprire ‘il punto esatto in cui termina il respiro e inizia la parola’ prima che tutto scompaia inevitabilmente. Una parola sempre più affilata resta lo strumento più adatto per esprimere il mondo di trasfigurazioni personali e le vibrazioni del pensiero. Interferisce nelle evanescenze private, miscelando abilmente il desiderio nel suo ripetersi continuamente, giocando con i significati della sua urgenza prima di riapparire in compagnia della ‘Noia’ a pagina 27.

Giulio Marchetti

Qui, il verbo, scivola nel sonno dell’attesa e Giulio Marchetti ha una domanda nuova:quale alba o risveglio potrei sognare diversi dalla noia?’ Il tempo della noia è una malattia. Quando sopraggiunge la consapevolezza della noia, non si ha più voglia di niente: ‘Ho strappato tutti i fiori per avere tra le mani qualche sprazzo di colorefa dire il poeta al suo verso e il suo sconforto proviene da una coscienza ormai debole, non a caso, al termine della lirica, ‘il mondo giace lontano e la vita stagna come un fiume che non scorre.’

Nell’ultimo verso Giulio Marchetti chiede aiuto alla parola rivolgendole un invito: ‘Insegnami a scivolare via.’ Subito dopo, contempla nuovamente il reale con ‘Asfalto’. Se in ‘Asfalto’ il poeta non si sente convocato alla primavera come se fosse vittima di una sensazione sinistra, nella poesia successiva dal titolo ‘Cuore’ osa, ed è disposto a regalare tutti i respiri che gli restano in cambio del soffio potente del volo. In questo caso, la fantasia è l’aquilone più alto sul quale si possa volare e si sa, più si vola alto e più si può vedere lontano.

Eppure lo sguardo ritorna prepotente sulla terra con ‘Schiuma’ e il poeta sa che ci vorrebbe il mare per inghiottire la schiuma dei ricordi. Giulio Marchetti si riposa nella seguente ‘Cara solitudine’ insieme a versi di puro realismo. Sa che la terra non ha confini, che non ci sono appigli per scalare l’azzurro. Sa che il desiderio d’infinito può diventare la brama del nulla. Sa che il niente è senza limiti. Sa molte più cose e soprattutto sa che fuggire è un’impresa vana. Si rivolge alla solitudine come fosse un’amica e le chiede di raccontargli ‘cosa ne sarà di noi’.

Nella terza sezione dal titolo: ‘Meraviglioso fallimento’ riprende il gioco delle sue verità e prosegue il cammino ricominciando da ‘Graffi’, ma continua a non trovare le parola per imbiancare le tenebre. Ed ecco arrivare la ‘Notte’. ‘Occhi senza sguardo che ancora non sanno di essere chiusi’ e un’anima nera, supplica il candore. ‘Chiudere gli occhi un momento o dormire per sempre?Ancora un ‘Dilemma’. Sarebbe rigenerante chiudere gli occhi per un momento, giusto il tempo per un piccolo riposo, mentre il buio va a dormire in fondo ai pozzi e ‘un’alba inconsapevole ci assegna due timidi raggi per costruire ognuno la propria croce’.

E mi accorgo che Giulio Marchetti rappresenta, nell’atto del suo versare, una convinzione del poeta Andrè Breton: La stretta poetica come la stretta carnale finché dura impedisce le prospettive di miseria nel mondo.’

Dal nulla cade una ‘Goccia’, la poesia resiste, non vuole morire, tanto che Giulio Marchetti scrive: ‘La poesia è una goccia nel deserto che non vuole morire’ e malgrado ‘nuovi ed inutili giorni non fanno passare le stagioni’, continua a vivere in ‘Ghiaccio Nero’ (Giuliano Ladolfi Editore, 2015), la poesia che regala il titolo a tutta la raccolta.

Il cammino in versi si conclude e il senso dell’opera trova sollievo proprio nell’ultimo componimento e il canto postmoderno diventa opera compiuta: ‘Ho perduto il mio cuore/ durante una tempesta/ di cenere e ghiaccio./ Eppure a volte lo sento/ battere ancora./

se malgrado tutto fosse un cuore che batte il riscatto di questo poetare?

 

 

Written by Carina Spurio

 

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