Intervista di Pietro De Bonis al fotografo Valter Zurich

Intervista di Pietro De Bonis al fotografo Valter Zurich

Gen 13, 2015

Valter Zurich nasce il 20 Novembre 1957 a Perugia. Ingegnere elettronico, lavora nel settore del controllo di processo per una ditta del centro Italia. La fotografia è solo la parte “altra” di Valter, infatti a lui piace tutto quello che è tecnologia e scienza, ma poi compare quel fascino assurdo per la parte “analogica” dell’esistenza.

Valter Zurich

Ama la letteratura, l’arte, la poesia: l’uomo e la sua storia. Piuttosto solitario, preferisce osservare la gente, da qui anche il suo privatissimo gusto per lo Street-Photography.

La fotografia come strumento flessibile per cogliere ma anche stravolgere, integrare e ridefinire la percezione  della realtà. A volte uno spostamento di prospettiva, l’intuizione di un momento, l’attrazione non ben chiara per qualcosa che in quel momento è di fronte a te o, meglio, è intorno a te. Un modo personale, per certi versi intimo e privato. Non è fatto e non nasce per essere distribuito o condiviso. Questo, se avviene, è comunque successivo e non prioritario. Abbiamo un mondo interno ed un mondo esterno con il quale ci relazioniamo e certe volte la linea di confine è decisamente incerta. La scrittura e la fotografia sono entrambi modi di percorrere il confine ed attraversarlo. A volte sono anche il contrario: creazione e chiusura, nuove barriere, ma questo è un altro discorso.

In esclusiva per Oubliette Magazine, Valter Zurich si racconta ai nostri lettori! Buona lettura! 

 

 

P.D.B.: Ciao Valter! “Stravolgere” la realtà con una fotografia, mi ha subito impressionato questo tuo verbo, veramente si può? Esiste un limite oltre il quale la realtà diventa finzione?

Valter Zurich: Nel caso di fotografia di documentazione o reportage la realtà non va certamente alterata. In questi casi il soggetto/oggetto non è (o non dovrebbe essere) l’autore ma la storia o la situazione che si vuole narrare. Anche in questi casi ci sarebbe però molto da dire in quanto l’impostazione del servizio stesso (nel caso del reportage), il tipo di inquadrature scelte e così via definiscono comunque una scelta. E quindi una premessa da cui si avvia la narrazione. Scelta e premessa più o meno visibile, ma comunque presente. Nel mio caso il problema non si pone: non mi interessa la realtà in quanto tale (ammesso sia possibile coglierla o esista una realtà assoluta, ma questo è un discorso ben più ampio), quanto piuttosto il legame, di un secondo o di una vita, che si stabilisce tra me e qualcosa che accade contemporaneamente di fronte a me e in me. Parliamo di realtà assumendola come unicità. Ma uno stesso elemento è in realtà ben più che una vista tridimensionale o semplicemente emozionale. È una sorta di catalizzatore o meno verso interpretazioni, strettamente personali, di quello che lui è per me. Per me inteso come osservatore specifico che si “aggancia” all’insieme di valenze, facce, stratificazioni che quello stesso elemento veicola su di se, per il semplice fatto di esistere. Valenze fisiche e culturali, emozionali e storiche. Tutto è molto più di quello che appare. Per tornare ad un aspetto più generale. Certamente la fotografia è sempre in bilico tra realtà e finzione. E la verità non gli appartiene. È un linguaggio particolare, ma non ha la rigorosità di altri linguaggi. Questa è la sua debolezza e la sua forza: dipende dal contesto. Una foto in sé lascia uno spazio prima e dopo, non definisce sequenze temporali o altri attributi per cui la realtà che vorrebbe rappresentare è suscettibile di una grandissima indeterminazione. Non puoi ricostruire una vicenda su una o poche fotografie. E un reportage per essere completo non può prescindere dal testo. Un messaggio è l’insieme di molte informazioni provenienti da diverse sorgenti e in diverse forme. L’insieme di tutto questo è indispensabile per confezionare qualcosa che si avvicini ad una rappresentazione “neutra” di un evento. Ma, come dicevo, non è questo il mio caso (e non credo esista una rappresentazione “neutra” di un evento).

 

P.D.B.: Lo Street-Photography e la fotografia concettuale sono gli elementi che ti attirano in particolare, perché?

Valter Zurich - fotografia

Valter Zurich: Mi piace osservare la gente, le situazioni, le interazioni e l’evoluzione delle stesse. La strada come una sorta di palcoscenico dove si mette in scena la vita e il suo fluire solo parzialmente interpretabile e prevedibile. Non necessariamente faccio delle foto. Molte volte mi limito ad osservare. Il fluire di persone all’interno di quel contenitore che è la città e che richiama e si aggancia tanto a storie precedenti (la storia della città, la sua architettura, il suo crescere come” individuo” essa stessa). Persone che si osservano per una attimo lungo la strada, si sfiorano, si incrociano senza un vero contatto. Universi in movimento, ognuno isolato e separato dall’altro, ognuno con le sue personali mete, prospettive e sogni più o meno grandi. E li vedi allora questi universi incrociarsi ai semafori, all’uscita di un caffè, in uno dei tanti luoghi di svago. E vedi come a volte interagiscano involontariamente creando “isole”, situazioni fluide ma “dense” di “energia”, di coinvolgimento, di segni.  Altre volte è invece l’insieme individuo/luogo a definire un microcosmo temporaneamente assestato su equilibri che solo la loro presenza contemporanea ha in qualche modo materializzato. Una sorta di visione fragile, effimera, che sai svanirà in un secondo. L’immagine disturbata in un televisore mi viene da dire: un attimo di visione perfetta e poi di nuovo rumore. Il mio è uno dei possibili approcci alla street. Non sono portato a gettare un sasso nell’acqua per creare i cerchi che ne conseguono e poi fotografarli. Preferisco vederle evolvere le situazioni, vedere come nascono e se riesco a cogliere quei particolari che ad un certo punto le rendono interessanti al mio sguardo. Un approccio “minimale” o “passivo” rispetto all’altro che è invece basato su un intervento diretto da parte dell’autore. Al di là dell’individuo c’è poi la città. Essa stessa essere vivente, con i suoi linguaggi, i suoi simboli, i suoi modi di porsi e di contraccambiare gli sguardi di chi la osserva. E arriviamo alla fotografia concettuale. Nomi e categorie, come spesso accade  servono solo a permettere una prima “conoscenza” dell’ambito in cui il lavoro si vuole, o vorrebbe, muovere. Elementi e situazioni reali hanno un insieme di valenze ben oltre la normale interpretazione che degli stessi diamo nella vita di tutti i giorni. In altre parole, quelle stesse situazioni ed oggetti e luoghi che normalmente sono chiari nel loro essere, possono assumere livelli di interpretazioni differenti, esterni ed estranei al ruolo loro normalmente assegnato. Iniziano a parlare per metafore, metalinguaggi. Iniziano a muoversi in un mondo astratto che vive di vita propria rispetto a quello che l’ha generato. Una sorta di mondo delle idee, se lo vogliamo definire così. Mi affascina questo aspetto. Purtroppo (o per fortuna) non posso crearlo, inventarlo. Viene da sé, se viene. Ma in fondo è proprio questo il bello, la soddisfazione della cosa.

 

P.D.B.: La dinamicità è un elemento a cui tieni in particolar modo, vero?

Valter Zurich: Il dinamismo che intendo è quello che implica una evoluzione e quindi è indissolubilmente legato al tempo. Viviamo nel presente, ma questo è solo un punto che si muove sulla linea temporale verso quello che definiamo futuro. Il movimento, il cambiamento, l’evoluzione è il motore di ogni cosa, fisica e mentale che sia, a prescindere dalla nostra volontà e a prescindere dagli attributi positivo o negativo che possiamo dargli. La fotografia è anche una sorta di macchina del tempo in cui vedere come la persona o situazione ritratta 10 o 100 anni fa è poi “transitata” in quelli che ora noi sappiamo essere stati i suoi “stati futuri” distribuiti e spalmati negli anni fino a convergere in questo “presente”. È affascinante, per quanto mi riguarda. Il tempo è l’alter ego della fotografia. Forse la sua parte più intima.  In realtà è l’anima dell’intera storia dell’uomo e quindi di ogni forma di arte. Uno degli elementi essenziali, primordiali, “forti” ed universali. Tutto è relazionato e catalizzato da questo elemento che definisce il clock , il ritmo di questo universo. E delle nostre vite. Una cosa che non possediamo e non potremo mai possedere. Il tempo. E proprio da questo nasce il suo fascino. Dal suo scorrere unidirezionale nel nostro mondo macroscopico, scandito da cambiamenti che vengono accolti dai nostri occhi come “fluire”, come evoluzione, come alterazione rispetto al presente. Uno correre completamente indifferente a noi e alla nostra presenza. Dinamicità si diceva. Si tratta ancora una volta di interpretazioni, di sensazioni che ci sono o meno in una fotografia. Non è la luce, non è il mosso, non è la situazione o la composizione. È tutto questo con un qualcosa di indefinibile in più. Insieme al “tratto”, al “timbro” dell’autore.  Mi fa molto piacere quando mi capita di vedere lavori di vari autori che mi catturano in questo senso. E’ una differenza netta, evidente, rispetto alla bellezza pacata di una normale fotografia.

 

P.D.B.: Esistono foto imperfette perché specchio di una realtà imperfetta? Secondo te, la foto perfetta esiste?

Valter Zurich - Fotografia

Valter Zurich: Esiste la perfezione? E se si, di cosa si tratta? Perfezione come staticità, condizione museale di qualcosa di atemporale sempre eguale a se stesso e senza nessun bisogno di evoluzione, adattamento, smussature? Dal mio punto di vista, queste con cui ti sto rispondendo sono domande retoriche. Più che di perfezione dovremmo forse parlare di capacità di un lavoro, in questo caso fotografico, di definire una sua vita a prescindere dalle intenzioni dell’autore stesso. Una fotografia che a partire dall’idea di chi l’ha scattata, viene poi “presa”, piegata, ampliata e rivitalizzata da ciascuno degli osservatori che si trovano di fronte a lei. La fotografia nasce da un autore ma non termina nella cornice di un quadro. Quando questo avviene, allora, la fotografia ha qualcosa di particolare, di speciale, tale da farla appartenere non più al solo autore ma allo spazio di vita di coloro che ne fruiscono e ne trovano ragioni per guardarla e interagire con essa. Di nuovo qualcosa che ha a che fare con un senso di movimento, a prescindere da quella che potremmo definire perfezione tecnica, che è una cosa differente da quello di cui sto parlando. Può esserne una parte ma non ne è mai la sola parte. Poi ci sono foto che piacciono, per questioni private, personali. Ed anche queste hanno ovviamente la loro importanza e il loro valore. Si tratta semplicemente di ambiti diversi.

 

P.D.B.: Scattare foto per sé e successivamente condividerle, se si vuole. Il vero scopo dell’arte è far star bene chi la fa o chi la riceve?

Valter Zurich: Domanda interessante. Non credo l’arte in sé abbia uno scopo. Piuttosto ciascuno di coloro che si interessano ed operano in uno dei settori che normalmente vengono definiti arte (e che per me è veramente difficile definire) hanno delle ragioni particolari per la loro attività. Certamente uno dei risultati di un’opera creativa è quella di avere degli effetti intensi, forti su coloro che ne fruiscono. Non necessariamente positivi. Potrebbero esserci lavori che vogliono proprio creare disagio, tensione o comunque veicolare sensazioni e stati d’animo specifici dell’idea e delle intenzioni dell’autore. L’effetto opera in entrambe le direzioni e non necessariamente è lo stesso. Nel mio caso una fotografia o un testo hanno una valenza assolutamente personale e nascono, quando nascono, solo per una mio personale desiderio (e un insieme di altri fattori che contribuiscono a rendere realizzabile la cosa). Non si pone per nulla il problema del dopo, del fatto che qualcuno possa vedere queste mie cose o averne degli effetti. D’altra parte l’essere umano è fatto di relazioni e connessioni, e inevitabilmente quello che è nato come personale e privato in qualche modo si allarga ed esce dal contesto iniziale. Qui inizia a vivere in maniera in parte autonoma, ad avere valenze e significati non previsti dall’autore, a muoversi secondo percorsi inattesi. Certamente realizzare una fotografia che ritengo interessante è una vera soddisfazione. A volte altri ricevono, avvertono, un coinvolgimento positivo.  E questo certamente accrescere il piacere iniziale. Esiste però una situazione in cui mi sono trovato a ragionare fin dall’inizio sul fatto di mostrare le fotografie. I viaggi realizzati in Africa per fotografare il lavoro di Compassion in quelle terre, aveva fin dall’inizio questo come scopo: reportage e/o interpretazione fotografica della vita all’interno delle strutture di Compassion stessa, per successive mostre e materiali di supporto. Ecco, in questo caso l’approccio all’intero lavoro è stato in buona parte diverso.

 

P.D.B.: Ma tu, Valter, non ti ritieni un artista. Solo grande umiltà la tua?

Valter Zurich: Sai che non mi sono veramente mai posto la domanda? Tra l’altro dovrei trovare una definizione soddisfacente per “arte”, cosa che al momento non ho. Posso solo dire che ho il mio modo di vedere il mondo, e per vedere non intendo solo visivamente. Ho le mie personali prospettive, il mio “filtro”  che è poi nient’altro che la sensibilità, più o meno sviluppata, più o meno articolata verso certe direzioni o altre, che tutti abbiamo. Quello che posso dirti è quindi che la fotografia, così come la scrittura ed altre discipline, è un modo di “essere” nel mondo e di interagire con esso, possibilmente cogliendolo o evidenziando aspetti di relazione, esperienze, interpretazioni che sono una sorta di mia riflessione, mia proiezione su di esso. Questo è un atro aspetto che rende la fotografia una disciplina così bella. Si parla di ciò che è di fronte all’obbiettivo, ma si finisce con il parlare moltissimo di chi è dietro l’obbiettivo. Il fotografo specchia se stesso nel rettangolo dell’inquadratura ben più di quanto creda. E le foto che nascono parano anche di lui, e moltissimo. A volto troppo. Se questo fotografo è da considerarsi un artista, beh, lascio libertà di scelta a chi si troverà a passare del tempo con le sue fotografie o,meglio, con le sue visioni del mondo.

 

P.D.B.: C’è stato un viaggio dove hai scattato foto che ti hanno dato tanta felicità?

Valter Zurich

Valter Zurich: Sì, e come sempre succede la cosa non era per nulla prevista. Anzi, all’inizio non ero interessato all’esperienza che mi veniva proposta. Si tratta del viaggio in Tanzania, organizzato da un mio carissimo amico e fotografo Nicolino Sapio in collaborazione con Compassion Italia e Svizzera. Compassion si occupa di adozione a distanza e supporto all’infanzia nel mondo, e il nostro viaggio doveva affiancare un gruppo di Olandesi in visita ai bambini di vari villaggi. C’erano molti punti di non gradimento da parte mia: non amo il caldo, e l’Africa non era quindi la migliore delle prospettive, e non amo essere in mezzo a gruppi di persone per lungo tempo. Più di tutto, c’era l’incognita delle situazioni e condizioni sociali che avrei trovato. Non mi appartiene l’idea di entrare nella sfera private di famiglie o individui sconosciuti e iniziare a fotografare le difficoltà, la povertà o peggio ancora la sofferenza. Non sapevo se questa sarebbe stata la situazione, ma c’era una concreta possibilità di ciò.  All’inizio c’era quindi questo insieme di punti che mi rendevano non gradita la cosa, al di là dell’interesse e del piacere del lavoro in sé e dei suoi scopi. La stima per Nicola era (ed è) comunque così grande che decisi di accettare e affrontare senza pensarci troppo quelle che potevano anche solo essere pregiudizi o errori di valutazione da parte mia. Bene, con il senno del poi posso dire che è stata una delle esperienze più intense e coinvolgenti, in positivo, che abbia avuto. Riproposta poi, con sfumature diverse ma stessa intensità, nel successivo viaggio in Ruanda. L’aspetto umano fu il fattore determinante ed ogni giorno si arricchiva di piccoli ma significativi elementi di conoscenza, forse meglio dire irrazionale consapevolezza, solo giocati su un linguaggio di sguardi, gesti e silenzi, più che di veri e propri colloqui. Esisteva quella barriera insuperabile dovuta al linguaggio e alle culture differenti, ma gli elementi di base del dialogo e della curiosità reciproca li trovavi e li potevi comunque scambiare a prescindere dalla lingua. Successivamente il tutto si affinava con il supporto dei traduttori. Ecco in questo inatteso ambiente era di scena un uomo che incontrava altri uomini ed entrambi erano positivamente alla ricerca di un contatto e una conoscenza. La fotografia diventò quindi non solo un mezzo per documentare quanto ci eravamo prefissi, ma anche un media attorno al quale costruire elementi di conoscenza reciproci. Non ricordo i nomi di molti di loro o i luoghi, ma ognuna delle foto ha una sua storia ben definita che nel tempo si è insieme sbiadita in termini di dettaglio, ma rafforzata in termini di appartenenza di ciascuno di quegli individui ad un mondo che per qualche giorno è stato anche il mio mondo. Quelli che erano luoghi e individui specifici sono ora anche luoghi e individui virtuali di un mondo “allargato” e che vive in me.

 

P.D.B.: Una curiosità, il silenzio si può fotografare?

Valter Zurich: Si può fotografare l’amore, si può fotografare la felicità, il sogno? E se ne può scrivere o se ne può parlare? Razionalmente diresti di no, o comunque diresti che si possono fotografare delle espressioni o situazioni che ti porteranno ad interpretarle come silenzio o come amore o altro. Eppure sì, si possono anche avere opere, lavori che in qualche modo bypassano completamente la parte razionale della comunicazione ed arrivano direttamente a quell’insieme di improvvisa e chiarissima percezione che ti darebbe il silenzio di una notte d’estate profumata oppure il silenzio di una immensa distesa di neve in un paese del Nord. La storia dell’arte è ricchissima di autori e di opere che sono il cuore della nostra civiltà proprio per questa loro immensa e rarissima capacità. Un altro discorso tanto affascinante quanto lunghissimo.

 

P.D.B: Grazie Valter di questa bellissima intervista, e grazie dei tuoi scatti che hai scelto di condividere.

Valter Zurich: Grazie a voi dell’ospitalità. E grazie a te Pietro per il tempo che mi hai dedicato.

 

Written by Pietro De Bonis

 

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